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Non hanno visto arrivare i nuovi padroni

Tutti i commentatori che per anni si sono spesi in ogni modo per affermare, ribadire e confermare la “nostra” (cioè la “loro”) fedeltà atlantica adesso si stracciano le vesti perché “l’America” (cioè gli USA; le Americhe sono un’altra cosa) non è più la stessa. Il colpo è stato forte, ma il loro sconcerto durerà poco. Presto li vedremo allineati con i nuovi padroni, perché una politica autonoma e indipendente non sanno nemmeno concepirla. Non ci hanno mai pensato. Balbettano. Non saprebbero da dove cominciare.  Da un esercito comune? E giù a comprare armi: dagli USA. Non ha funzionato con un mercato e una moneta comuni, figuriamoci con le armi! Da un’unione politica? Ma quale, senza un programma comune? E quale potrebbe mai essere quel programma?

Uno solo: la conversione ecologica. Ma loro non lo sanno. Non ce n’è nessun altro che racchiuda in sé tutte le questioni che il nostro tempo ci impone di affrontare: pace, ambiente, diritto alla vita, salute, sicurezza, redditi, istruzione, convivenza, solidarietà. Non è il Green Deal, che è invece uno strumento di distrazione di massa, fatto per eludere i nodi più importanti con misure parziali, derogabili, mai spiegate, spesso respingenti, a volte dannose.

Un programma comune richiede la partecipazione di tutti, o delle componenti più attive, alla sua elaborazione attraverso i tre passi sintetizzati da Extinction Rebellion: informare tutti, agire dove è possibile, deliberare in assemblee aperte. Utopia? Certo. Ma è il momento di rivalutare la parola e la sua pratica. Che cosa è successo invece?

Non li hanno visti arrivare. Sicuri di poter continuare nei modi di sempre, non hanno visto arrivare gli uomini, le donne, le forze politiche, le “visioni” (le tanto disprezzate “ideologie) e soprattutto le pratiche che, in un Paese dietro l’altro, stanno conquistando il potere per trasformarlo in modo da non poterlo né doverlo più cedere per tutto il tempo a venire. Un passaggio che porta alla luce il vuoto di cui si sono alimentate per anni le politiche dell’”Occidente”, sia di destra che di sinistra.

Governavano – o fingevano di farlo, al servizio di personaggi assai più potenti – convinti che nessuno li avrebbe mai disturbati. E come? Con “l’austerità”, niente altro che il trasferimento di redditi, salute, sicurezza, cultura e dignità dal popolo che abita ai piani bassi della piramide sociale all’élite che ne occupa il vertice: un pugno sempre più ristretto di signori della finanza, dell’informazione, della guerra. Con la sottovalutazione sistematica della crisi climatica, trattando ogni evento meteo estremo, ogni disastro ambientale, come un caso a sé, abbandonando le vittime, o anche contrastandole quando cercavano di tirarsene fuori da sole. Con una convergenza sostanziale di intenti per “tener fuori” i migranti, costi quel che costi, dai confini di ogni nazione: gli uni facendosene un vanto e una bandiera, anche se le politiche adottate si traducono in nient’altro che in stragi, torture e massacri lontano dai nostri sguardi; gli altri cercando di sopire drammaticità e dimensioni della situazione, per nascondere che le loro non-politiche non ne sono che una replica.

Dunque, con la promozione di un cinismo diffuso, dell’indifferenza, vettore di fondo dell’irresistibile ascesa delle destre. E infine, con le guerre: scatenandole o adoperandosi per renderle comunque generali, insolubili, permanenti, sempre più atroci. Un’accelerazione, questa, della crisi climatica, della produzione di profughi, e della spoliazione dei poveri: armi invece di welfare, devastazione degli habitat invece di convivenza, spreco di beni e di vite invece di custodia della Terra.

Così i nuovi padroni del mondo possono continuare a fare quelle stesse cose (compresa la guerra: se non più qui, là) moltiplicandone gli effetti, ma presentandosi come gli unici in grado di inaugurare una nuova era: quella in cui si dice apertamente le cose come stanno e come si vuole che vadano. E poi le si fanno senza tentennamenti.

Tornare indietro non è più possibile: non c’è niente di attraente in quel passato che ci stanno mettendo dietro le spalle. E’ molto più seduttivo, invece, quello che promettono le nuove dittature, perché è facile da enunciare e impossibile da verificare. Il loro appeal non può più essere scalzato se non da una moltiplicazione di iniziative radicali che partano dalla base della piramide.

E’ quello che sostiene anche George Monbiot sul Guardian del 19.2: reti di vicinato, democrazia deliberativa, valorizzazione delle risorse locali. Una nuova politica che preveda, secondo la visione di Murray Bookchin, più diversità, più apertura alle diverse possibilità, più modularità, cioè replicabilità nei contesti più vari. Certo, sono necessarie anche politiche nazionali e globali, ma è ora di capire, sostiene Monbiot, che nessuno se ne occuperà, se non noi. Non c’è che da cominciare a mettersi insieme.

 

Guido Viale

Centri di accoglienza in Albania, governo Meloni vs magistratura

Continua il braccio di ferro tra il governo Meloni e la magistratura sulle funzioni e l’operatività dei due centri di accoglienza in Albania. Aperti nell’ottobre dello scorso anno, sono rimasti tutt’oggi fermi a causa degli stop arrivati dalle toghe italiane e di Bruxelles. Il governo Meloni sta cercando in tutti i modi alternative per aggirare le restrizioni, anche a rischio di contraddirsi e di incappare in ulteriori forzature.

Le origini dei due centri

Facciamo un passo indietro. Le due strutture per migranti aperte in Albania nell’ottobre del 2024 sono il principale risultato di un protocollo d’intesa firmato tra il governo Meloni e l’Albania del premier Rama nel novembre del 2023. Secondo quanto previsto dal documento, i centri avrebbero dovuto essere già aperti a maggio del 2024, ma una serie di imprevisti ha fatto slittare la loro messa in funzione di ben 5 mesi. Ma al di là di questi contrattempi, che comunque hanno avuto un costo economico, il problema fondamentale sta nel fatto che ad oggi i centri sono ancora vuoti. Infatti, ogni volta che il governo Meloni ha provato a inviare delle persone nelle strutture è arrivato lo stop della magistratura italiana. La base giuridica di questi stop è costituita da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 4 ottobre scorso che ha modificato i parametri che consentono di definire “sicuro” un dato Paese, rendendoli più restrittivi.

Dal momento che lo scopo dei due centri in Albania è proprio quello di accogliere i migranti che, provenendo da un Paese ritenuto sicuro vanno sottoposti a una procedura accelerata di esame della richiesta di asilo, in più di un caso il governo Meloni ha dovuto fare un passo indietro rispetto alla decisione di trattenere dei migranti. Ad esempio, alcuni cittadini provenienti dall’Egitto e dal Bangladesh soccorsi dalla Marina Militare italiana in acque internazionali non sono stati più mandati in Albania nonostante l’iniziale volontà del governo proprio perché le modifiche di Bruxelles hanno reso questi due Paesi non più classificabili come sicuri.

La contromossa del governo Meloni

Stante la necessità da parte del governo di mettere in funzione i due centri e di dimostrarne la tanto sbandierata efficacia, ecco il primo tentativo di aggirare l’ostacolo legale: spostare con un decreto-legge la competenza sui trattenimenti dalle sezioni immigrate dei tribunali alle Corti d’Appello. Ma il tentativo è subito fallito a causa del fatto che molti dei magistrati che operano nelle sezioni immigrazione dei tribunali ordinari operano anche in Corte d’Appello a causa della carenza di personale di quest’ultima. L’ultima decisione in tal senso da parte della Corte d’Appello è del 31 gennaio: 43 persone che secondo il governo Meloni dovevano essere indirizzate e trattenute nei centri in Albania sono state portate alla fine in Italia.

Secondo tentativo

Nelle ultime settimane un’ipotesi sul tavolo del governo è stata ed è tuttora quella di convertire la funzioni dei due centri di Gjader e Shengjin da centri di prima accoglienza e soccorso a CPR, ovvero Centri per il Rimpatrio. A dire il vero il centro di Shengjin lo è già in parte, dato che su 1.024 posti totali 144 sono proprio destinati a chi è in attesa di rimpatrio. Se dovessero però diventare entrambi dei CPR al 100% vorrebbe dire che ad entrarci sarebbero tutte quelle persone transitate sul territorio italiano a cui è stata negata la richiesta d’asilo e sono dunque sottoposte ad una procedura forzosa di rimpatrio. Una situazione di questo tipo significherebbe di fatto contraddire clamorosamente lo scopo iniziale dei due centri dichiarato proprio dallo stesso governo Meloni: impedire l’accesso al territorio italiano a chi, sempre secondo quanto ritenuto dal governo, non è meritevole di protezione in quanto proveniente da un Paese classificato come “sicuro”.

Peccato che chi finisce in un CPR è necessariamente transitato sul territorio italiano, ecco perché dunque la pista della conversione pare essersi un po’ più raffreddata negli ultimi giorni. Per non tacere poi dell’automatica violazione dell’articolo 2 del protocollo d’intesa con l’Albania, il quale riporta che le persone destinate ai due centri devono essere “esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell’Unione Europea», cioè in acque internazionali. Se queste persone venissero trovate dalla Marina Militare italiana in acque italiane dovrebbero essere portate sul territorio italiano perché secondo quanto previsto dal Regolamento di Dublino è il Paese di primo arrivo che deve obbligatoriamente esaminare la richiesta di protezione. Il cosiddetto “effetto positivo deterrente” dei due centri definito dal governo Meloni verrebbe meno: chi finisce in questi centri dovrebbe necessariamente aver prima transitato sul territorio italiano.

Un’altra opzione considerata, infine, ma dismessa quasi subito per la sua evidente inapplicabilità è stata quella di spostare la giurisdizione dei centri da quella italiana a quella albanese. Il ragionamento di fondo è semplice: non facendo parte dell’Unione Europea l’Albania non è tenuta a mantenere gli stessi standard dell’Italia in materia di diritti dei migranti. E sì che la Meloni aveva garantito più volte che non ci sarebbero mai stati problemi da questo punto di vista, dato che i due centri sono proprio sotto la giurisdizione italiana.

Sviluppi futuri

Nonostante le controindicazioni mostrate sopra, il governo Meloni appare ancora saldo nel suo intento di rendere i due centri in Albania dei CPR. Nei suoi incontri con i vertici delle istituzioni europee a Bruxelles, così come nelle dichiarazioni pubbliche, continua a manifestare questa volontà. Fattore importante a questo punto sarà la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea attesa dopo il 25 febbraio. A seguito di maggiori chiarimenti da parte dei tribunali italiani, la Corte Europea infatti fornirà una lista rivisitata dei parametri necessari a considerare come “sicuro” un Paese, valutazioni che forniranno un orientamento decisivo rispetto alle scelte dei tribunali stessi, indipendentemente dalla volontà e dagli espedienti del governo Meloni.

 

Redazione Italia

Meticciare storie e culture diverse

    I sovranisti europei ringalluzziti dalle vicende d’oltre oceano, hanno pensato bene di ribattezzarsi “patrioti”, e con lo slogan scopiazzato di “fare di nuovo grande l’Europa”, si sono incontrati in Spagna. 

      La scelta del luogo dice già tutto rispetto ai loro propositi, volendo rievocare la resistenza europea all’avanzata degli arabi e la loro successiva e definitiva cacciata dal nostro continente. Con un parallelismo che è figlio di una scorretta semplificazione storica, si vorrebbe far credere che il nostro compito di europei è oggi quello di bloccare qualunque tipo di flusso migratorio verso casa nostra blindando i nostri confini.

     Naturalmente si potrebbe ora (come in effetti spesso si fa) controbattere riproponendo lo spessore etico di valori universali come l’accoglienza, il pluralismo o il diritto alla diversità. Ma oltre a questo, resta di fatto, che anche a voler dar credito alla esigenza, in sé giusta, di difendere e voler valorizzare il meglio della nostra identità storica e culturale, le scelte dei presunti patrioti sono, anche solo da un punto di vista puramente fattuale, del tutto fallimentari. Oseremmo dire da cialtroni e perfetti idioti.

      Sulle migrazioni verso il nostro continente e su come sarà configurata l’Europa nel prossimo futuro vi sono previsioni frutto di studi non partigiani, che non possono essere ignorati. Prendendo ad esempio il nostro paese, l’ISTAT ci dice che a prescindere dalle politiche dei futuri governi, l’Italia tra circa mezzo secolo dovrebbe avere 46 milioni di residenti. In pratica 13 milioni meno rispetto al presente. Di questi ben 18 milioni saranno costituiti dai nuovi migranti, che, almeno in parte, ovvieranno agli effetti della denatalità di un paese ormai cronicamente nella condizione di ciò che viene definito “inverno demografico”. Se consideriamo che già ora i migranti residenti sono circa 5 milioni, ne possiamo concludere che nel prossimo futuro il nostro paese sarà diviso, quasi perfettamente in due, tra italiani di antica generazione e “nuovi italiani”, questi ultimi al massimo di terza generazione. (Non ho trovato dati precisi sul colore della pelle dei nuovi arrivati, né sulle loro confessioni religiose, ma credo non ci voglia molto a capire che neri e islamici saranno quanto meno minoranze decisamente molto consistenti).

      A questo punto dovrebbe essere chiaro che l’ipotesi della chiusura e del respingimento fatta propria dai PATRIOTI-IDIOTI, non solo è del tutto irrealizzabile, ma bisogna anche dire che questa è anche una fortuna, perché se mai fosse invece fattibile ci condannerebbe all’estinzione o all’irrilevanza numerica con la conseguenza di cancellare con noi stessi anche il nostro passato, la nostra storia e la nostra cultura. L’esatto contrario della pretesa di “fare di nuovo grande l’Europa”.

      È dunque evidente che accoglienza e dialogo, fino all’ipotesi di fare incontrare e “meticciare” storie e culture diverse, non è soltanto un imperativo etico, ma per noi europei anche una condizione di sopravvivenza. Dobbiamo fare in modo che il migrante, senza imposizioni o forzature di alcun tipo, ma tramite la condivisione partecipata e dialogante divenga il nostro salvatore, acquisendo e trasmettendo alcuni valori come il principio di laicità e i diritti umani, che pur facendo parte della nostra storia, noi per primi in passato abbiamo tradito dentro e (soprattutto) fuori dai nostri confini.

      Quella che qui stiamo ipotizzando non è certo una prospettiva né facile, né semplice. Sicuramente non mancheranno scontri e contraddizioni, e l’esito sul lungo periodo è tutt’altro che scontato. Ma non ci sono alternative. Le farneticazioni di sovranisti e patrioti, al di là dei toni accesi e guerrieri, sono semplice rassegnazione alla morte e alla catastrofe.

      

       

Antonio Minaldi

Trattato di proibizione delle armi nucleari, a New York terzo incontro degli Stati parte

“Mancano 89 secondi alla fine del mondo”. Corrono le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse e non solo: tra pochi giorni gli Stati Uniti ospiteranno il terzo incontro dedicato al TPAN – Trattato di proibizione delle armi nucleari. Il Palazzo di Vetro del Segretariato delle Nazioni Unite a New York è quasi pronto per accogliere ben 167 Paesi ( 94 firmatari e 73 parte), e non solo la loro voce istituzionale, poiché sarà nutrita la presenza di ONG accreditate con ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Premio Nobel per la Pace 2017 – proprio in rappresentanza della società civile che aderisce e anela il disarmo a livello mondiale.

Il terzo incontro degli Stati parte si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025 presso la sede ONU a New York, sotto la presidenza del Kazakistan.

Cos’è il TPAN: concetti chiave, tempi e un po’ di storia

Il Trattato di proibizione delle armi nucleari (testo completo in inglese qui) è un documento nato per contrastare non solo la proliferazione delle armi nucleari, ma per condurre le scelte politiche internazionali a un progressivo abbandono dello strumento di deterrenza nucleare, nelle relazioni fra Stati, per la risoluzione dei conflitti e intimare la distruzione dei suddetti ordigni.

Prevede che gli incontri degli Stati parte si svolgano su base biennale e conferenze di revisione a intervalli di sei anni per “considerare e, ove necessario, prendere decisioni in merito a qualsiasi questione riguardante l’applicazione o l’implementazione di questo Trattato”.

Il primo Incontro degli Stati Parte si è tenuto a Vienna dal 21 al 13 giugno 2022 con la partecipazione di 49 Stati Parte, 34 Stati osservatori e rappresentanti delle Nazioni Unite, di organizzazioni internazionali e regionali, del Comitato Internazionale della Croce Rossa e della società civile. L’incontro ha adottato una serie di decisioni ambiziose, tra cui la Dichiarazione di Vienna e il Piano d’azione.

Il secondo incontro degli Stati parti si è svolto dal 27 novembre al 1° dicembre 2023 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, con il Messico in qualità di presidente. Hanno partecipato 94 Stati parte, firmatari e altri osservatori, insieme a rappresentanti di agenzie internazionali, tra cui l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) e la CTBTO (Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari), il CICR (Il Comitato Internazionale della Croce Rossa), nonché organizzazioni della società civile, comunità colpite, giovani, parlamentari e istituzioni finanziarie. La riunione ha adottato una dichiarazione politica e una serie di decisioni che rafforzano il processo intersessionale.

E’ ora la volta del terzo incontro, ed è proprio direttamente dal territorio americano che riporterò tutti gli aggiornamenti in diretta riguardo a ciò che accadrà alla conferenza generale e nei numerosi side events previsti durante tutta la settimana. In questa edizione sono stati depositati tutti i Working paper delle ONG accreditate; ciò significa che la società civile espone proposte su come integrare il Trattato, dando un contributo fondamentale alla rete internazionale che, vista la situazione geopolitica attuale, va crescendo sempre di più.

Nessuno vuole la guerra, escluso chi la attua. Si tratta di una minoranza ed è questo il momento in cui la società civile internazionale può fare concretamente la differenza.

Segui il “Diario di bordo” :  2# | Italia e 3MSP -TPNW – in uscita il 26 febbraio

Greta Triassi

Gli Stati Uniti abbandonano la globalizzazione tanto promossa

Appena entrato in scena in veste di presidente, Donald Trump si è subito dato da fare per concretizzare la missione che si era autoassegnata, ovvero quella di sovvertire diversi aspetti dello status quo. In un vortice incessante di atti e dichiarazioni, non ha perso tempo a perseguitare ciò che non gli piaceva, andando anche contro corrente rispetto alle opinioni più in voga. Partendo dall’ambito sociale fino ad arrivare a quello “culturale”, la ricerca dell’effetto è il marchio di fabbrica di quest’uomo che, appartenente al mondo dello spettacolo e degli affari, a un certo punto ha deciso di virare verso la politica. Tralasciando il modo di fare del personaggio, c’è da dire che questa marcia indietro solleva importanti questioni rispetto alla congiuntura attuale e agli orientamenti futuri. Di particolare rilevanza appare il dossier economico, nel cuore del quale risiede il problema della globalizzazione.

La globalizzazione in affanno

Oggetto di culto, dogma indiscutibile da quarant’anni, oggi la globalizzazione non gode certo di ottima salute. I suoi difetti sono visibili a occhio nudo. Degli aspetti negativi si dibatte ormai apertamente e nel frattempo si cercano alternative. Una decisione, che solo qualche tempo fa sarebbe stata impensabile, talmente l’influenza dell’ideologia neoliberale era potente, quasi soffocante, mentre oggi l’idea della deglobalizzazione o de-mondializzazione non appare più un’eresia. Ormai, persino i dirigenti politici ed economici occidentali, da sempre paladini del neoliberalismo, la tollerano, pur mantenendola a una certa distanza. Non spargono ancora la voce, ma non la mettono nemmeno all’indice delle idee proibite. Non li abbiamo forse sentiti evocare la re-industrializzazione che va contro la delocalizzazione, la diversificazione, gli accordi regionali e il reshoring o il friendshoring, o un ripiegamento verso blocchi di partner ristretti e compatibili, che sarebbero anche alleati politici? In entrambi i casi, siamo di fronte al contrario della globalizzazione, fino a poco tempo fa tanto sbandierata. Si tratterebbe di un ritorno alla produzione nazionale, alla frammentazione dell’economia mondiale, agli ostacoli che si frappongono ai flussi commerciali internazionali e allo sgretolamento dell’ordine neoliberale che tutta la politica occidentale a partire dal 1945, e poi nuovamente dal 1980, era concepita per far cadere.

La classe dirigente mondiale, le élite internazionali, i partecipanti ai forum di Davos, sono lontani dal rinunciare alla globalizzazione. Continuano ad esserne i cantori e non nascondono la loro disapprovazione nei riguardi di Trump, delle sue buffonate e dei colpi inferti contro la globalizzazione. Ma, al di fuori di questi ambienti, il dubbio serpeggia e la deglobalizzazione non è più un’ipotesi da cancellare con un colpo di spugna.

Le cause della disaffezione

I lavoratori dei Paesi che subivano la deindustrializzazione avevano capito che erano loro a dover pagare il prezzo di questa globalizzazione neoliberale: rafforzamento della divisione internazionale del lavoro, “esternalizzazione” della produzione, abolizione di lavori relativamente stabili, disoccupazione, precarizzazione, minaccia degli stili di vita, abbassamento dei salari, indebitamento per compensare i guadagni persi e provvedere ai bisogni primari. Le aree industriali, polmoni delle economie di tutto il mondo, diventavano aree sinistrate.

L’euforia regnava nei centri d’affari, nei governi e tra i teorici del neoliberalismo. Poi, un fulmine a ciel sereno screditò la globalizzazione e indebolì l’economia mondiale: la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers del 2008. Il mondo era a un soffio da una depressione molto simile per gravità a quella degli anni Trenta. A causa delle interconnessioni tra i vari Paesi, dell’apertura degli istituti finanziari (banche, borse e compagnie assicurative), della deregolamentazione della finanza (che portava a mille e un derivato) e del ritiro degli Stati voluti dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, nata negli Stati Uniti, ha avuto in realtà ripercussioni in tutto il mondo.

A quel punto, i danni della globalizzazione e i pericoli che provocava alle economie e alle società apparvero chiari. Le promesse di prosperità divennero imminente rischio di povertà. Se da un lato il peggio è stato scongiurato, e solo per un pelo, dall’altro la globalizzazione neoliberale e l’ideologia alla base della stessa sono andate via via perdendo il proprio lustro. Milioni di famiglie e cittadini delle classi meno abbienti, oltre che tanti piccoli imprenditori, si sono impoveriti o in alcuni casi hanno addirittura perso tutto. La rabbia montò negli Stati Uniti.

È questo il sentimento che Trump ha intercettato e ha cercato di canalizzare durante tutta la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Trump parlava di un rifiuto della globalizzazione, quando ancora nessuno ne aveva fatto cenno negli ambienti ufficiali. Nel 2025, la linea è la stessa: riportare le aziende e i posti di lavoro negli Stati Uniti, proteggere la produzione americana contro la concorrenza straniera, rendere l’economia nazionale meno dipendente dall’estero. In questo non era riuscito durante il mandato 2017-2020 e non sappiamo se ci riuscirà in quello 2025-2028.

Alcuni attribuiscono alla pandemia da COVID-19 la messa in discussione della globalizzazione. L’urgenza di disporre di vaccini e mascherine ha fatto emergere le difficoltà logistiche dell’approvvigionamento (di valore) lontani, da qui il progetto di una sovranità sanitaria. Altri sostengono che il conflitto in Ucraina e più ancora le “sanzioni” contro la Russia abbiano frammentato l’economia mondiale e posto l’accento sui fattori di sicurezza, in particolare l’importanza di non dipendere dalle importazioni per i bisogni energetici primari. Si tratta certamente di ragioni valide, ma bisogna anche considerare le ragioni geoeconomiche e geopolitiche.

Una globalizzazione neoliberale che delude i suoi stessi fondatori

Il modello della globalizzazione neoliberale asimmetrico si sta sgretolando. Questo modello prevedeva una struttura verticale e gerarchica: gli Stati Uniti in cima, alcuni Paesi sviluppati nel mezzo e una maggioranza costituita da Paesi produttori alla base. Con il dollaro americano, che diventa, de facto, valuta di riserva internazionale, gli Stati Uniti potevano dettare legge in tutto il mondo e accrescere la propria ricchezza a costi bassi o vicini allo zero. È il modello dell’imperialismo contemporaneo.

Tale struttura non è stabile, dal momento che è stata rimessa in discussione dallo sviluppo economico mondiale. La prova lampante è l’emergenza folgorante della Cina, che doveva rimanere un subappaltatore delle aziende straniere e che invece è riuscita a conservare la propria indipendenza, a svilupparsi in quanto economia nazionale e a far uscire dalla povertà centinaia di milioni di cinesi. La Cina non solo ha superato il sottosviluppo ereditato nell’epoca coloniale e nel “secolo dell’umiliazione”, ma in tempi record è diventata un Paese sviluppato, all’avanguardia nel settore dell’alta tecnologia. Un risultato che gli Stati Uniti non avevano previsto né auspicato. La Repubblica Popolare Cinese è riuscita a sfuggire al controllo americano e ad approfittare di una globalizzazione, che era nata per favorire gli Stati Uniti e che doveva relegarla a un ruolo subalterno. Il colosso asiatico è attualmente la prima economia mondiale a parità di potere d’acquisto (23.000 miliardi di dollari US), è una concorrente degli Stati Uniti (20.000 miliardi) e un ostacolo al loro dominio mondiale.

I successi cinesi, registrati nell’ambito stesso della globalizzazione neoliberale, inducono gli Stati Uniti a rimettere in discussione la Cina attraverso politiche di deglobalizzazione. Essi tendono, quindi, a sventrare una creazione, di cui hanno goduto, ma che ha portato benefici non solo a loro. Per questo motivo, i discorsi a difesa della globalizzazione e del libero scambio vengono scartati quando non coincidono più con gli interessi dei promotori. È bizzarro sottolineare che ormai è la Cina a incarnare il ruolo di difensore della libertà degli scambi e della globalizzazione, sostegni essenziali di questo Paese esportatore.

Deglobalizzazione o riglobalizzazione?

Se gli Stati Uniti, dal canto loro, mettono a repentaglio la globalizzazione per ritrovare il proprio potere, è lecito chiedersi da cosa questa verrà sostituita. I blocchi economici sono una formula evidente, ma transitoria. La produzione è oggi di livello mondiale (giacimenti di materie prime, portata dei mercati, dimensione delle aziende, economia di scala); i blocchi sono troppo piccoli. Attraverseremo una fase di destrutturazione dell’economia mondiale, durante la quale gli attori ridefiniranno il proprio ruolo e i propri rapporti, prima che una nuova globalizzazione prenda forma. Per trovare un precedente, bisogna tornare al periodo tra le due guerre, tra la globalizzazione prima del 1914 e quella dopo il 1945. Questo periodo di rimaneggiamento e di riorganizzazione corrisponde anche alla riconfigurazione geopolitica del mondo e il suo passaggio dall’unipolarità alla multipolarità. Questi processi sono paralleli e conflittuali.

La globalizzazione liberale è sempre stata gerarchica. La Gran Bretagna era considerata l’«atelier del mondo» nel XIX secolo. Gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale a partire dal 1945, e ancora di più con la globalizzazione neoliberale nata nel 1980. La globalizzazione neoliberale americanocentrica, ovvero la forma attuale dell’imperialismo, non si è ancora estinta e gli Stati Uniti hanno ingaggiato un conflitto mondiale contro la Cina e la Russia per poter continuare con essa. Ma abbiamo ragione di credere che questo tentativo risulterà vano e che l’egemonia statunitense volge al termine. La de-dollarizzazione è un fatto ineluttabile e il dollaro potrà essere rimpiazzato da un’unità di valore basata sulle divise nazionali, come quella prevista in seno al BRICS. La globalizzazione del futuro sarà dunque orizzontale, multilaterale e, eventualmente, non fondata sul liberalismo economico in un ordine mondiale multipolare? Solo il tempo ce lo dirà.

Traduzione dal francese di Ada De Micheli. Revisione di Maria Sartori.

Samir Saul - Michel Seymour

La volpe, l’uva e il debito pubblico

Ogni mese la Banca d’Italia pubblica un report statistico intitolato “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”. Nel numero di febbraio 2025 si possono leggere i dati del 2024 e si possono confrontare con gli anni precedenti. Il risultato è allarmante, perché il debito netto delle pubbliche amministrazioni negli ultimi tre anni è aumentato di 83 miliardi di euro nel 2022, 104 miliardi di euro nel 2023 e 110 miliardi di euro nel 2024.

È interessante notare come il debito pubblico sia quasi totalmente relativo alle amministrazioni centrali (per oltre il 97% del totale), mentre le amministrazioni locali (regioni, province, città metropolitane, comuni) abbiano un debito ridotto (meno del 3% del totale). Inoltre, mentre il debito dello Stato aumenta, quello degli enti locali diminuisce: nel 2022 era di 88 miliardi di euro, nel 2023 era sceso a 85 miliardi e nel 2024 è calato a 82 miliardi di euro.

I rappresentanti dell’attuale governo di solito cercano di evitare di confrontarsi con i dati reali del debito pubblico, poiché sono visti come un intralcio alla narrazione sulle magnifiche sorti dello “stivale”, che camminerebbe spedito verso la crescita. Quando sono costretti a non ignorare il problema, le risposte dei principali leader politici prendono due strade divergenti. Alcuni cercano di rassicurare, sostenendo che comunque il debito è sotto controllo e in realtà non costituisce un vero problema per i cittadini. Altri danno la colpa dell’aumento del debito ai governi precedenti, che avrebbero lasciato dei buchi nel bilancio pubblico.

Viene alla mente una famosa favola di Esopo: «Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».

Resta il fatto che dopo due anni e mezzo di politiche economiche e fiscali del governo attuale, il debito pubblico continua inesorabilmente ad aumentare sia in valore assoluto sia in relazione al Prodotto Interno Lordo. L’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che «il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo (PIL) è a fine 2024 del 136,3% (contro il previsto 135,8%) e, a fine 2025, del 138,4% (contro il previsto 136,9%), 34 miliardi e 1,5 punti percentuali in più del previsto. Queste variazioni non sono irrilevanti rispetto agli obiettivi di finanza pubblica».

Se alziamo lo sguardo oltre i confini del Paese, la visione non migliora. Infatti, tra i Paesi europei soltanto la Grecia ha un rapporto più elevato tra debito/PIL ed è comunque considerata una nazione più affidabile per la restituzione del debito, dato che ha tassi di interesse inferiori a quelli applicati al debito italiano.

Un governo responsabile di fronte a questi dati dovrebbe essere molto preoccupato per le sorti del Paese e dovrebbe indicare una strategia concreta per invertire la tendenza. Chi l’ha vista?

Rocco Artifoni

Il Ministro Pichetto Fratin ammette: le nuove infrastrutture del gas sono inutili

Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha ammesso che la Linea Adriatica Snam è inutile, come inutili sono anche i due nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna. Per la verità il ministro non ha dichiarato proprio questo ma, se la logica ha un senso, le sue parole portano a questa conclusione e le nuove infrastrutture per il gas decise dopo l’invasione russa dell’Ucraina dovrebbero essere eliminate. In un’intervista a La Stampa del 22 febbraio Pichetto ha affermato: “Fatta la pace si torna al gas russo”. Ora, il caso vuole che i nuovi impianti fossili siano stati giustificati proprio per la necessità di supplire al gas russo, del quale l’Europa aveva deciso di chiudere il rubinetto.

In realtà, già due anni fa – quando i lavori della centrale di Sulmona e della Linea Adriatica non erano ancora cominciati e non c’era ancora il rigassificatore di Piombino, né tanto meno quello di Ravenna – l’Italia aveva sostituito il gas russo con altre fonti di importazione dall’estero. E a confermarlo era stato proprio il ministro Pichetto che il 15 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva annunciato: “Abbiamo superato la dipendenza da Mosca grazie al gas africano”.

Che non avremmo subito alcuna conseguenza dall’eliminazione del gas russo lo si sapeva benissimo, perché l’Italia è il Paese che in Europa ha la più ampia diversificazione delle fonti di importazione di metano, con cinque metanodotti e tre rigassificatori (che ad aprile, dopo Piombino, diventeranno cinque con Ravenna). Non solo, ma ciò ha consentito di importare ancora più gas rispetto a prima, tanto che nel 2022 l’Italia ne ha rivenduto ad altri Paesi ben 4 miliardi e 600 milioni di metri cubi, un record assoluto.

Questo conferma la strumentalità delle decisioni assunte prima dal governo Draghi e poi dal governo Meloni, che si sono piegati alla volontà delle due multinazionali Eni e Snam solo per favorirne gli interessi. Meloni ha addirittura lanciato l’anacronistico “Piano Mattei”, che sarà destinato ad aumentare la nostra dipendenza energetica dai regimi autoritari del continente africano, pronti ad usare il gas come arma di ricatto. Non è un caso se il torturatore Almasri è stato liberato anche per non compromettere le forniture di metano che, attraverso il gasdotto Greenstream. arrivano dalla Libia al nostro Paese.

Dal 2005 (anno del picco massimo) i consumi italiani di metano sono passati da 86,2 miliardi di metri cubi ai 61,9 miliardi del 2024. Un crollo di oltre 24 miliardi attribuibili non a cause congiunturali ma strutturali, quali la crescita delle energie pulite e rinnovabili, l’efficientamento energetico degli edifici, le campagne di risparmio energetico, la necessità di combattere il cambiamento climatico e di raggiungere la neutralità climatica al 2050, l’aumento del costo del metano dovuto non alla sua carenza ma alle manovre speculative delle multinazionali del settore.

Nonostante l’evidenza dei fatti, il governo Meloni – preso da una inarrestabile bulimia da gas – non solo insiste nella realizzazione delle nuove infrastrutture fossili, ma ne ha in programma addirittura altre, come i due ulteriori rigassificatori di Gioia Tauro e Porto Empedocle e il raddoppio del gasdotto Tap dall’Azerbaigian, mentre in lista di attesa ci sono anche il gasdotto EastMed – Poseidon da Israele e un nuovo gasdotto dalla Spagna a Livorno.

Tutte opere non necessarie, che non solo danneggiano pesantemente il clima e l’ambiente, ma continueranno anche a sperperare enormi quantità di denaro che, invece, potrebbe essere utilizzato per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e per mettere in sicurezza il territorio. E che, soprattutto, saranno pagate per i prossimi 50 anni (che è la durata dell’ammortamento dei costi) attraverso le bollette dei cittadini italiani.

Attualmente l’Italia, escludendo la Russia, può disporre di una capacità di importazione dall’estero di circa 100 miliardi di metri cubi di metano. Se si aggiungono le opere in corso di realizzazione e le altre in itinere sì arriverebbe alla cifra di 150 miliardi di mc. Qualora dovessero essere ripristinate le forniture dalla Russia si raggiungerebbero i 180 miliardi di mc.  Una quantità di gas tre volte maggiore del consumo odierno del nostro Paese, destinato a scendere ulteriormente nei prossimi anni.

Dove dovrebbe finire tutto questo gas? Il governo continua a ingannare i cittadini cercando di far credere che l’Italia diventerà l’hub del gas per il centro e il nord Europa: una prospettiva che è solo nella fantasia dei nostri governanti. Primo, perché ci sono Paesi – come la Norvegia, la Spagna e la Turchia – molto più pronti e attrezzati per svolgere questo ruolo; secondo, perché il drastico calo dei consumi di metano non si è verificato solo in Italia, ma in tutta Europa. Rispetto al 2021 si è passati da 591 miliardi di metri cubi a 478, con una riduzione di ben 113 miliardi in soli tre anni.

Con la guerra in Ucraina molti Paesi europei hanno avviato progetti per nuove infrastrutture metanifere, ma gli esperti mettono in guardia dal rischio che tali investimenti, a fronte di una domanda in calo, potrebbero diventare stranded, cioè improduttivi. L’IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis) ha stimato che l’Europa potrebbe ritrovarsi nei prossimi anni con oltre 300 miliardi di mc di capacità inutilizzata. Proprio per questo Paesi come la Grecia, Cipro, la Lituania e la Lettonia hanno deciso di sospendere o posticipare i loro ambiziosi progetti.

Con riferimento alla situazione italiana l’IEEFA ha redatto un rapporto nel gennaio di quest’anno in cui scrive che “il consumo di gas in Italia solleva interrogativi sul continuo investimento in questo combustibile”. Ed ancora: “La maggior parte dei ricavi di Snam sono regolati”. Questo significa che la Snam avrà il suo profitto anche se nei tubi o negli impianti di GNL non dovesse passare neanche un metro cubo di gas. Ma, aggiunge l’IEEFA, “gli incentivi derivanti dalla regolazione creano potenzialmente una distorsione a favore delle spese in capitale”.

Chi ci rimette?  I consumatori italiani che, ricorda ancora l’IEEFA, pagano il gas con prezzi “che sono tra i più alti in Europa”. E questo nonostante il nostro Paese non abbia mai avuto problemi di approvvigionamento di metano.

 

Mario Pizzola

Usa: condanna annullata dopo nove date di esecuzione, si rifarà il processo

Dopo 27 anni di carcere, nove date di esecuzione e tre ultime cene, il 25 febbraio Richard Glossip ha ottenuto ciò che chiedeva insistentemente e convintamente: la Corte suprema federale degli Usa ha annullato il verdetto di colpevolezza e la condanna a morte emessa da un tribunale dell’Oklahoma.

Sessantadue parlamentari si erano schierati dalla sua parte. Ma, soprattutto, dopo due indagini indipendenti a sostegno dell’innocenza di Glossip, il procuratore generale dello stato, Gentner F. Drummond si era deciso ad ammettere che c’era stato un errore e a sostenere l’annullamento della condanna.

La storia inizia nel 1987, quando un sicario di nome Justin Sneed uccide Barry van Treese, proprietario di un motel di Oklahoma City. Sneed viene arrestato ma, nel patteggiamento, per evitare la pena di morte incrimina Glossip, che all’epoca lavorava nel motel.

Al processo, un anno dopo, la tesi della procura che Sneed sia stato solo l’esecutore di un piano omicida organizzato da Glossip e che gli è valso 10.000 dollari, convince la giuria. Non ci si pone il problema della credibilità di Sneed, più volte in cura per problemi psichiatrici, semplicemente perché la pubblica accusa non ne fa menzione. Sulla sola base della sua testimonianza, Glossip viene condannato a morte.

La condanna viene annullata nel 2001 per la scarsa qualità della difesa di Glossip e perché si tratta di un “caso assai debole”, ma viene nuovamente emessa nel 2014. L’esecuzione è prevista nel 2015 ma poche ore prima che abbia luogo, ci si accorge che i medicinali ordinati per l’iniezione letale non sono quelli giusti: per un errore dello spedizioniere, Glossip è salvo.

Ricorsi dell’ultimo minuto fermeranno i successivi otto tentativi di metterlo a morte. Ora questo pericolo è scongiurato.

Riccardo Noury

Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime.

La guerra è una bambina 

vittima di abusi e maltrattamenti 

che non abbiamo saputo proteggere

Gloria Aria Nieto

Il 23 febbraio, presso la libreria IoCiSto di Napoli si è svolta la presentazione del libro di Maurizio Bonati Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime, Edito dal Pensiero Scientifico Editore. L’iniziativa è nata nell’ambito del programma di eventi del Presidio Permanente di Pace, nato all’indomani dello scoppio dell’ultima guerra israelo-palestinese, da un’idea di un gruppo di soci della Libreria IoCiSto che si incontrano di domenica per parlare di PACE. L’incontro, con la presenza dell’autore, ha rappresentato un momento di riflessione collettivo e partecipato sul protrarsi dei conflitti armati nel mondo e in particolare dopo tre anni di occupazione russa in Ucraina e a 17 mesi di distruzione ad opera israeliana nella Striscia di Gaza.

Prima, durante, dopo e sempre, in accordo con l’impostazione del libro, sono stati i momenti che hanno scandito lo scambio di osservazioni ed emozioni tra i partecipanti. 

Prima. Prima di una singola guerra ce n’era stata un’altra e altre si svolgono contemporaneamente. I conflitti violenti collettivi posti in essere fra gruppi organizzati (la guerra) sono una cinquantina nel mondo. Sono ad alta, media o bassa intensità: tra Stati o gruppi etnici, politici, religiosi. La guerra è infinita, anche quando apparentemente è terminata. Il diritto alla vita e alla libertà è ancora troppo spesso e a troppi popoli negato. 

Durante. Le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano, vivono e invecchiano vengono tragicamente stravolte nel corso di un conflitto. La distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di lavoro minaccia completamente la vita delle popolazioni vittime di guerra. La Russia ha perso sinora oltre 850.000 soldati in Ucraina, mentre sono oltre 46.000 i soldati ucraini uccisi e 390.000 i feriti sul campo di battaglia. Nei primi 15 mesi di guerra, almeno 46.707 persone sono state uccise nella Striscia di Gaza, tra cui circa 18.000 bambini. 110.265 i feriti. Molti analisti e gruppi per i diritti umani ritengono che il numero reale di uccisioni sia molto più alto (oltre 60.000 i morti e 180.000 i feriti). Con i bambini sono le donne le prime vittime della guerra. Vittime di violenza sessuale, stupro e mancanza di accesso a cure sanitarie salvavita per esempio a causa di complicazioni durante la gravidanza o il parto. 

Dopo. Si stima che per la ricostruzione di quanto distrutto nella Striscia di Gaza siano necessari oltre 50 miliardi di dollari. Un investimento economico non solo quello della distruzione (armi, armamenti, politiche…), ma anche la ricostruzione è fonte di guadagno e speculazione. Le fantasticherie dello spostamento di massa dei 2 milioni di residenti dell’enclave palestinese proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per creare la Costa Azzurra del Medio Oriente ne sono testimonianza. Ma quanti anni sono necessari affinché la vita di una popolazione vittima di guerra torni ai livelli iniziali? Non si sa con certezza perché ancora scarsa è stata sinora l’attenzione in proposito. Tante le variabili da considerare, ma le indicazioni ci dicono che almeno 15 anni sono necessari. Il “dopo” ha attratto molte delle considerazioni fatte nel corso dell’incontro sottolineando l’impegno e la responsabilità di un Presidio Permanente di Pace di seguire nel tempo il “ritorno” e il miglioramento delle condizioni di vita delle vittime.

Sempre. La storia personale di molti dei presenti ha incrociato e percorso le strade della non violenza, dell’antimilitarismo, dell’obiezione di coscienza, della disubbidienza civile e anche gli incontri domenicali di IoCiSto sono a testimonianza di queste scelte permanenti. “Ci sono cose da non fare mai: per esempio la guerra”. Altre invece da sostenere, promuovere sempre: per esempio la PACE. La PACE va insegnata in famiglia, a scuola, ovunque. Bisogna essere educati alla PACE.

Iocisto Presidio di Pace – Silvana Spina

Redazione Napoli

La Casa di Matteo: un rifugio di amore e dignità per i bambini fragili a Napoli

Napoli, città di contrasti, nasconde tra le sue vie storie di grande umanità. Tra queste, La Casa di Matteo, unica realtà del sud Italia, si distingue come un faro di speranza per bambini con gravi patologie e disabilità, offrendo loro un ambiente familiare e dignitoso. Fondata da Luca Trapanese, questa realtà accoglie piccoli ospiti che altrimenti rischierebbero di rimanere soli, fornendo loro cure, amore e inclusione sociale.

Ho avuto l’onore di essere ospitata da Marco Caramanna, presidente dell’associazione di promozione sociale “La Casa di Matteo”, e ho potuto respirare la famiglia che lui, insieme a tutto il personale, è riuscito a creare. Ho visto con i miei occhi gli operatori dedicarsi ai bambini con un amore incondizionato, trattandoli con infinita dolcezza, pazienza e rispetto. Ogni gesto, ogni carezza, ogni parola detta con affetto dimostra che qui si va oltre la semplice assistenza: si offre una vera casa, un luogo in cui ogni bambino si sente protetto e amato.

La Casa di Matteo nasce dall’esperienza di Luca Trapanese, il primo padre single in Italia ad adottare un bambino con disabilità. Il nome della struttura rende omaggio a Matteo, un bambino scomparso troppo presto, il cui ricordo guida ogni gesto di cura e dedizione. L’obiettivo della struttura è quello di restituire dignità e amore ai bambini che, per le loro condizioni di salute e sociali, rischierebbero di vivere in solitudine.

Prima di arrivare alla Casa di Matteo, molti di questi bambini hanno vissuto in RSA (strutture dedicate agli anziani), ambienti non adatti alla loro crescita e al loro sviluppo, oppure hanno trascorso lunghi periodi in ospedale, senza ricevere le attenzioni e il calore di una vera famiglia. Un esempio è Elio (nome di fantasia), un ragazzo di 16 anni che vive nella struttura da quando ne aveva 12. Per lui, La Casa di Matteo è diventata una famiglia, un posto in cui si sente al sicuro. Un’altra storia emblematica è quella di una bambina che ha vissuto per otto anni in una camera di isolamento familiare, per poi passare da un RSA all’ospedale prima di trovare finalmente un luogo accogliente e amorevole in cui crescere. Garantire a questi bambini un ambiente sereno e stimolante è un dovere morale e civile di cui tutti dobbiamo farci carico.  

La Casa di Matteo opera su due sedi: una a Napoli, nel quartiere Vomero, e l’altra a Bacoli, in una villa concessa dal Pio Monte della Misericordia. Nella sede di Napoli, un team di professionisti, tra cui fisioterapisti, infermieri, educatori, operatori del servizio civile e psicologi, offre cure e supporto ai bambini attraverso attività riabilitative e ludico-educative. La struttura di Bacoli, invece, ha una duplice funzione: accoglie famiglie ucraine in fuga dalla guerra e fornisce assistenza a bambini con esigenze speciali, creando un ambiente inclusivo e stimolante.

La Casa di Matteo è fatta di persone straordinarie, professionisti e volontari che dedicano tempo ed energie per garantire ai piccoli ospiti il calore di una famiglia. Marco Caramanna racconta come ogni bambino accolto rappresenti una speranza e un’opportunità per credere in un futuro migliore. Anche il personale sanitario, come Ilaria, un’infermiera della struttura, sottolinea l’importanza dei piccoli progressi quotidiani, che diventano traguardi preziosi per tutti.

Il progetto vive anche grazie alla collaborazione con associazioni e fondazioni che contribuiscono economicamente e organizzativamente. Tra queste, il Pio Monte della Misericordia, la Fondazione Giglio, l’Associazione Aves e la Fondazione Cannavaro Ferrara, che con il loro sostegno rendono possibile il mantenimento e l’ampliamento delle attività della struttura.

Gestire una realtà così complessa comporta numerose difficoltà ma nonostante i tanti ostacoli, la Casa di Matteo continua a resistere, grazie alla forza della comunità e alla dedizione di chi crede nella sua missione.

Uno dei problemi più urgenti riguarda il futuro dei bambini accolti, specialmente di quelli che, una volta compiuti 18 anni, rischiano di trovarsi senza un adeguato supporto istituzionale. Se da piccoli hanno vissuto in un ambiente protetto e amorevole, al raggiungimento della maggiore età si trovano spesso privi di riferimenti. Le istituzioni attuali non prevedono percorsi strutturati per accompagnarli nella transizione all’età adulta, creando un forte senso di incertezza sul loro destino. Un aspetto critico riguarda anche il costo della gestione degli ospiti: nelle strutture regionali il mantenimento di un singolo bambino può arrivare a 1000 euro al giorno, mentre nelle camere di rianimazione si toccano cifre di 2000 euro. Questo rappresenta un carico enorme per il sistema sanitario, mentre modelli come quello della Casa di Matteo permetterebbero un risparmio significativo e garantirebbero un’assistenza più umana e personalizzata.

Oltre ad accogliere bambini fragili, la Casa di Matteo ha un forte impatto sulla comunità, sensibilizzando l’opinione pubblica sul tema dell’adozione speciale, stimolando il volontariato e favorendo la collaborazione tra istituzioni e privati. Organizza eventi e iniziative per diffondere la cultura della solidarietà e coinvolgere attivamente il territorio in questo progetto di accoglienza e amore.

Chiunque può fare la differenza e contribuire a questo straordinario progetto. Oltre alle donazioni online, che possono essere effettuate sul sito ufficiale www.lacasadimatteo.it/donazioni, è possibile offrire il proprio tempo come volontari, sensibilizzare l’opinione pubblica condividendo la storia della Casa di Matteo e partecipare ad eventi di raccolta fondi.

La Casa di Matteo non è solo un centro di accoglienza, ma un simbolo di speranza e amore incondizionato. Con il sostegno di volontari, donatori e istituzioni, continua a scrivere una storia di resilienza e solidarietà. Ogni bambino che varca la sua soglia non trova solo assistenza, ma la certezza di non essere mai solo. Partecipare a questa missione significa contribuire a costruire una società più giusta e inclusiva, in cui nessun bambino venga lasciato indietro.

 Lucia Montanaro

Le foto allegate sono di Lucia Montanaro

Il video realizzato da Lucia Montanaro 

 

 

Redazione Napoli