Dal blog di Giancarla Codrignani
SOLDATESSA MAI
Anche se i dizionari lo prevedono
Ho molto apprezzato l’intervento di Vera Gheno (sul Domani) sulle incertezze giornalistiche su come definire le nuove presenze femminili nelle FFAA: soldate o “soldatesse” ?
Mi sembra opportuno riprendere l’argomento perché uno dei modi di seguire l’avanzamento dei diritti femminili è bloccare le discriminazioni al loro formarsi.
A cominciare, appunto, dal linguaggio.
Se in esecuzione della legge 180/1999, le donne sono state ammesse alla professione militare nel 2000, non è stato facile arrivarci: la prima proposta fu presentata nel 1976 da Falco Accame, parlamentare socialista, già ammiraglio, che non ebbe neppure accesso al calendario.
Le donne, anche se avevano sempre partecipato a tutte le guerre di liberazione e alle rivoluzioni, non erano mai state ritenute capaci e degne di far parte del mestiere delle armi.
Non va dimenticato che la rivoluzione francese attribuì all’estensione della leva il riconoscimento della cittadinanza, per un solo genere.
Adesso le italiane possono scegliere la professione militare, che non è un mestiere come gli altri.
Quindi soldate. Oppure “soldatesse”?
Non è una distinzione banale: la parola viene registrata al femminile per la prima volta in senso proprio e si sta decidendo che destino avrà.
Le femministe dovrebbero starci attente.
Il linguaggio non ci è favorevole, se l’umanità comprende le donne sotto l’usbergo dell’uomo.
La Crusca ha sconsigliato la desinenza -essa, da ritenersi peggiorativa.
In realtà le parole che entrano nella consuetudine dopo secoli di predominio linguistico maschile finiscono per modificare la norma: non ha nessun senso che la “nuova” – nel secolo scorso Lidia Poët fu la prima che venne iscritta all’Ordine degli avvocati nel 1920, nonostante esercitasse già la professione e avesse presentato più volte istanza di inclusione – professione, trovando l’opinione pubblica sconcertata, ancor oggi si trova a ripetere l’anomalo “avvocatessa” quando la norma doveva essere indubitabilmente avvocata”) “avvocata” (le brave maestre segneranno errore alle elementari?).
Dite che professoressa non ha alternative?
Certo, ma si spiega: perfino studente (che è addirittura un participio) ha prodotto studentessa.
Era successo che quando i liberali aprirono le elementari alle bambine, queste diventarono “regolarmente” scolare; non era ancora legittimato, neppure nel pensiero dei maggiorenti che le ragazze andassero al liceo e le maestre insegnassero all’Università: diventarono necessariamente studentesse e professoresse.
Nel Settecento, quando il buon illuminista cardinal Lambertini aveva portato in cattedra all’Ateneo di Bologna Laura Bassi, in assenza di precedenti, la citò come professora.
E’ la rottura dello stereotipo femminile davanti a esigenze inusitate, che, all’inizio, appaiono sorprendenti: è il caso di forzare la morfologia e condannarla alle soldatessa ?
Oggi entra una nuova parità verbale: facciamo attenzione a non violare la norma morfologica della lingua italiana: diventerà fondativo dell’uso.
Cari giornalisti, diciamo una buona volta soldata?
Comunque è bene che la parità sia norma non solo linguistica.
Per ora sono lontane le “generalesse” (figurarsi una donna che si occupa si strategia!) e accontentiamoci di avvertire che da sempre negli ordini religiosi esiste la madre generale.
Quindi il virile soldato decliniamolo soldata.
Se, poi, ci sarà da andare al fronte, vedremo insieme che cosa significhi la parità e la sua effettività politica e morale.