“Sono un prigioniero politico”: l’attivista palestinese Mahmoud Khalil invia una lettera dal carcere dell’ICE
Mahmoud Khalil si è definito “prigioniero politico” nelle sue prime dichiarazioni dirette al pubblico da quando gli agenti federali dell’immigrazione lo hanno arrestato senza mandato l’8 marzo negli alloggi della Columbia University.
In una lettera dettata al telefono dal carcere dell’ICE di Jena, in Louisiana, Khalil ha denunciato il suo arresto, il razzismo anti-palestinese delle amministrazioni Biden e Trump e le condizioni disumane dei detenuti immigrati.
Nella sua lettera aperta si legge: “Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, mentre sostenevo una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza. Mentre attendo decisioni legali che tengono in bilico il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso il mio arresto rimangono comodamente alla Columbia University. Sapendo bene che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primogenito”.
Mahmoud Khalil ha la green card; sua moglie, Noor Abdalla, è una cittadina statunitense incinta di otto mesi. Gli avvocati di Khalil hanno presentato una mozione a un tribunale federale di New York chiedendo il suo rilascio immediato.