Abbiamo appreso da fonti giornalistiche che, finalmente, il Sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato dal Governo, ha ammesso che Mediterranea e i suoi attivisti sono stati spiati dai servizi segreti con il software militare Paragon Graphite perché considerati “pericolo per la sicurezza nazionale”. L’attività di spionaggio è stata richiesta dal Governo Meloni e autorizzata dal Procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, dott. Amato.
Prima considerazione: li abbiamo beccati con le mani nel sacco. Questa “legale” ma illegittima attività che colpisce attivisti e oppositori politici del Governo nei loro piani non doveva venire alla luce. E invece il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: è stata smascherata a livello mondiale una operazione segreta, degna di un regime.
Seconda considerazione: per questo Governo un criminale del calibro del capo milizia Almasri, fatto fuggire dall’arresto e riportato a casa, in Libia, con un volo di Stato, è una “risorsa nazionale”. Un criminale che ha ucciso, stuprato, torturato persone innocenti, compresi bambini, e che può continuare ad arricchirsi con i suoi traffici (persone migranti, droga, petrolio, armi) grazie all’impunità di cui gode e alle protezioni eccellenti: proprio l’Aise, il servizio segreto estero che spia noi, cura i rapporti in Libia con questi criminali. Dunque: chi si adopera per salvare vite, per aiutare donne, uomini e bambini prigionieri nei lager o abbandonati in mezzo al mare, per questo Governo è un “pericolo per la sicurezza nazionale”, chi invece uccide persone innocenti e accumula milioni di euro attraverso affari criminali, è sotto protezione. Questa realtà dei fatti viene disvelata davanti agli occhi del mondo, e non vi è ormai più nulla di segreto.
Terza considerazione: non è finita qui. Il Sottosegretario Mantovano è la “mente” che ha ispirato e guidato le attività di spionaggio contro di noi. Tenta di coprirsi attraverso l’alibi della “legge”. Ma per autorizzare una attività del genere senza violare la Costituzione devono esserci “fondati motivi”. Cinque procure stanno indagando, e noi confidiamo sul fatto che qualcuno abbia il coraggio di andare fino in fondo e dimostrare, come risulta palese, che questo è un abuso di potere, non altro.
Quarta considerazione: siamo convinti che non ci fosse alcun bisogno di usare questo software militare per spiarci: da un lato siamo sottoposti da quando esistiamo a ogni tipo di controllo, anche attraverso l’utilizzo di intercettazioni ambientali, telefoniche, pedinamenti e quant’altro. Tutto questo è parte delle inchieste giudiziarie condotte in questi anni nei nostri confronti, alle quali non ci siamo mai sottratti, e che sempre hanno dimostrato l’assoluta estraneità al reato che ci viene sempre contestato: il famigerato “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Cosa cercavano dunque i servizi segreti, e in particolare l’Aise, attraverso lo spionaggio? Forse nomi e cognomi di rifugiati potenziali testimoni presso la Corte Penale Internazionale, dei crimini commessi dai capi milizie in Libia, con i quali il Governo collabora?Le informazioni carpite dai nostri telefoni a chi dovevano arrivare? Ai vari Almasri, Trebelsi, Al Kikli? La differenza tra le intercettazioni disposte da qualche procura e queste, definite preventive e inutilizzabili nei processi, è che si tratta di materiali utili solo a costruire dossier, schedature, etc e dunque anche “scambiabili” con i propri partner criminali in cambio magari di qualcos’altro.
Dopo due mesi dunque, il “segreto di Stato” è miseramente crollato. Sappiamo che questi signori hanno molto potere nelle loro mani, sappiamo che questo è un messaggio di intimidazione per tante persone migranti e rifugiate, per noi e le nostre famiglie. Sappiamo che la mafia libica è presente nel nostro paese e può raggiungerci in ogni momento per farci del male. Ma anche loro, il Sottosegretario Mantovano per primo, devono sapere che non l’avranno vinta.
Non ci ritireremo a vita privata, continueremoa tentare di salvare le vite degli ultimi della terra, quelli che vengono considerati scarti dell’umanità, coloro che si mettono in movimento con la speranza di trovare una vita possibile e dignitosa, e invece vengono respinti dalle politiche criminali del regime dei confini. Per noi non sono scarti, ma pietre angolari da cui partire per edificare un mondo nuovo, più giusto per tutti e tutte. Un mondo dove il Mediterraneo non sia più una orrenda fossa comune ma un mare di pace e di solidarietà tra i popoli che lo abitano. Il coraggio non risiede nel non avere paura, ma nel superare la paura. Tutte e tutti insieme .
Siamo tornate in presidio per reclamare a gran voce la liberazione dalle accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per Marjan Jamali e Amir Babai, sottoposti per altro a carcerazione preventiva da più di un anno. Oggi, 27 marzo, ribadiamo con fermezza il nostro sdegno verso il muro di leggi che lo Stato italiano ha alzato per trovare un capro espiatorio dietro chi in realtà fugge per ottenere protezione. Protezione che Marjan cercava per sé stessa e per il figlio di 8 anni, quando nell’ottobre 2023 sono arrivati sulle sponde di un mare non più (o forse mai) culla di civiltà, ma tomba per le speranze di chi sogna una vita migliore.
Nell’udienza dello scorso 24 marzo presso il Tribunale penale di Locri Marjan rende la sua testimonianza forte e chiara, ripercorrendo i motivi che l’hanno spinta a lasciare il teocratico Iran nel quale era esposta ai pericoli di un ex marito violento, a cui per la legge misogina iraniana spettava l’affidamento esclusivo del figlio al compimento dei suoi 8 anni. Racconta e dimostra di aver pagato 14 mila euro ai veri trafficanti (9mila per sé e 5000 per il figlio), entra nei dettagli di quel lungo viaggio in cui ha subito un tentativo di stupro, da quelle stesse persone che – per vendetta – l’hanno poi accusata di essere parte dell’equipaggio e che poi si sono resi irraggiungibili. Le accuse a Jamali si basano sulle dichiarazioni di soli tre passeggeri – su ben 102 – che appena sbarcati hanno sostenuto che la donna aveva il ruolo di raccogliere i cellulari prima della partenza.
Sulla base di questa sola testimonianza, per altro raccolta senza ulteriori approfondimenti dalle stesse persone che le hanno promesso ritorsioni, per la procura avrebbe svolto “mansioni meramente esecutive e di collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio turco”. Ma l’uomo che ha materialmente condotto la barca, l’egiziano Faruk chiamato in qualità di testimone e che ha già patteggiato la pena ha dichiarato in udienza che Marjan e Amir erano migranti come tutti gli altri e non c’entravano niente con l’organizzazione. Come se non bastasse, appena arrivata è stata separata dal figlio e arrestata senza che le venissero date spiegazioni. Lo ha potuto riabbracciare a distanza di 7 mesi nei quali è stata reclusa nel carcere di Reggio Calabria. Adesso Marjan si trova ai domiciliari e con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, misure oppressive che chiediamo siano revocate in attesa della conclusione del processo prevista per il 28 maggio.
Altrettanto inspiegabile è la vicenda di Amir Babai, un uomo resosi doppiamente “colpevole”: sia di scappare da un regime oppressivo per costruirsi una vita migliore e sia di aver difeso Marjan, sulla barca, dal tentativo di violenza che stavano mettendo in atto proprio coloro che poi hanno accusato anche lui di essere uno scafista. Sono ormai più di 500 giorni che Babai sta scontando, recluso in carcere, una ingiusta, afflittiva ed ingiustificata misura cautelare di cui chiediamo l’immediata revoca.
Migrare non è un reato, l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione e il successivo decreto Cutro sono strumenti che non risolvono i flussi migratori, ma che li criminalizzano e fuorviano dalla ricerca dei veri colpevoli e trafficanti.
Comitato Free Marjan Jamali
Comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte
Aggiornamento: mentre il Tribunale di Locri ha rigettato la richiesta di modifica della misura cautelare, il Tribunale del Riesame a Reggio l’ha revocata, restituendo la libertà a Marjan.
Eravamo tornate ieri in presidio per reclamare a gran voce, davanti al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, la liberazione dalle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per Marjan Jamali e Amir Babai, sottoposti per altro a carcerazione preventiva da più di 17 mesi.
E lo facevamo con rabbia, dopo aver appreso che il Collegio giudicante del Tribunale di Locri aveva di nuovo ed inspiegabilmente rigettato la richiesta di modifica della misura cautelare.
Oggi, dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, che ieri sera ha finalmente liberato Marjan da ogni inutile misura vessatoria, gioiamo per lei, ma sentiamo la necessità di ribadire con fermezza il nostro sdegno verso quel muro di leggi che lo Stato italiano ha alzato per trovare un capro espiatorio proprio tra chi in realtà fugge per ottenere protezione.
Sdegno che viene esacerbato dal pensiero della terribile oppressione, aggravata dall’ignavia di qualche magistrato, prodotta da impianti accusatori spesso avviati con improvvisazione e sempre portati avanti con processi inquisitori e con una abnorme durata della carcerazione preventiva.
Marjan Jamali cercava solo protezione per sé stessa e per il figlio di 8 anni, quando nell’ottobre 2023 sono arrivati sulle sponde di un mare non più (o forse mai) culla di civiltà, ma tomba per le speranze di chi sogna una vita migliore. Nell’udienza dello scorso 24 marzo, presso il Tribunale penale di Locri, lei ha reso, con tanta fierezza e sincerità, una testimonianza forte e chiara, ripercorrendo i motivi che l’hanno spinta a lasciare il teocratico Iran nel quale era esposta ai pericoli di un ex marito violento, a cui per la legge misogina iraniana spettava l’affidamento esclusivo del figlio al compimento dei suoi 8 anni. Ha raccontato e dimostrato di aver pagato 14 mila euro ai veri trafficanti (9mila per sé e 5000 per il figlio), è entrata nei dettagli di quel lungo viaggio in cui ha subito un tentativo di stupro da quelle stesse persone che – per vendetta – l’hanno poi accusata di essere parte dell’equipaggio e che poi si sono rese irreperibili.
Le accuse a Jamali si basano sulle dichiarazioni di soli tre passeggeri – su ben 102! – che appena sbarcati hanno sostenuto che la donna aveva il ruolo di raccogliere i cellulari prima della partenza.
Sulla base di quelle sole testimonianze, per altro raccolte senza ulteriori approfondimenti, riferite dalle stesse persone che le avevano promesso ritorsioni, per la procura avrebbe svolto “mansioni meramente esecutive e di collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio turco”.
Ma l’uomo che ha materialmente condotto la barca, l’egiziano Faruk, chiamato in qualità di testimone dopo aver già patteggiato la pena, ha dichiarato in udienza, come già avevano fatto altri testi, che Marjan e Amir erano migranti come tutti gli altri e non c’entravano niente con l’organizzazione. Come se non bastasse, appena arrivata Marjan è stata separata dal figlio e arrestata senza che le venissero date comprensibili spiegazioni. Quel figlio tanto amato che ha poi potuto riabbracciare solo a distanza di 7 mesi, durante i quali è stata reclusa nel carcere di Reggio Calabria. Adesso Marjan si trovava ai domiciliari e con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, misure oppressive di cui da mesi abbiamo invocato la revoca, ieri per fortuna decisa dal riesame, in attesa della conclusione del processo prevista per il 28 maggio.
Altrettanto inspiegabile è la vicenda di Amir Babai, un uomo resosi doppiamente “colpevole”: sia di scappare da un regime oppressivo per costruirsi una vita migliore e sia di aver difeso Marjan, sulla barca, dal tentativo di violenza che stavano mettendo in atto proprio coloro che poi hanno accusato anche lui di essere uno scafista. Sono ormai più di 500 giorni che Babai sta scontando, recluso in carcere, una’ingiusta, afflittiva e ingiustificata misura cautelare di cui, anche alla luce della decisione di ieri, invochiamo l’immediata revoca.
Migrare non è un reato; l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione e il successivo decreto Cutro sono strumenti che non risolvono i flussi migratori, ma che li criminalizzano e fuorviano dalla ricerca dei veri colpevoli e trafficanti.
Comitato Free Marjan Jamali
Comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte
È trascorso quasi un anno dall’apertura dei centri di Shëngjin e Gjadër, in Albania, a spese dell’Italia e sotto la propria giurisdizione, che oggi sono ancora vuoti. Pochi giorni fa il Governo ha dichiarato di voler modificare la destinazione d’uso dei centri e convertirli in CPR, centri di permanenza per il rimpatrio, dedicati ai migranti irregolari che sono già presenti in Italia, per non lasciare le strutture in disuso. L’accordo tra Albania e Italia nasce dalla convinzione, sempre più diffusa, che esternalizzare le frontiere sia la modalità più efficace per arginare l’immigrazione illegale; lo scopo era quello di gestire le domande di asilo dei migranti proveniente dai cosiddetti paesi sicuri altrove con una procedura accelerata, ma l’intuizione del Governo è stata smantellata gradualmente fino al totale fallimento.
L’accordo tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e l’omologo albanese Rama ha sollevato questioni che secondo il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione “travalicano la gestione contingente dei flussi migratori per investire direttamente il rispetto dei diritti fondamentali, la coerenza delle garanzie giuridiche previste dal diritto nazionale e internazionale e, più in profondità, la qualità della democrazia stessa”. In tre occasioni l’Italia ha tentato, fallendo, di trasferire forzatamente dei migranti in un altro paese, fuori dall’Europa, senza prendersi carico degli obblighi internazionali previsti dai trattati che la stessa ha ratificato.
Il progetto per la gestione dei migranti è stato annunciato per la prima volta a giugno del 2023, quando il governo italiano ha iniziato a discutere con le autorità albanesi riguardo a un accordo per il rimpatrio dei migranti e per la creazione di centri di accoglienza in Albania. A settembre 2023, l’accordo iniziava a prendere forma, con la preparazione di una bozza di accordo che poi è stato formalizzato nei mesi successivi. L'intesa finale, è entrata in vigore a febbraio dell’anno scorso e prevedeva il trasferimento dei migranti provenienti principalmente da paesi considerati sicuri come Bangladesh, Egitto, e Tunisia, verso i centri di Shëngjin e Gjadër, con l'intento di ridurre la pressione sui centri di accoglienza italiani e gestire meglio i flussi migratori nel Mediterraneo. Il protocollo teneva fuori i minori, le donne e gli uomini considerati vulnerabili.
A ottobre 2024 il Governo italiano avvia il trasferimento dei primi 16 richiedenti asilo dall'Egitto e dal Bangladesh in Albania, ignorando le richieste e gli ammonimenti di ONG e degli esperti di immigrazione. Lo stesso giorno, il Tribunale di Roma blocca l’intera operazione, non convalidando il trattenimento dei dodici migranti in Albania partiti. Nel comunicato stampa si legge che la decisione è giustificata dall’impossibilità di riconoscere come sicuri i paesi di provenienza di queste persone. Di conseguenza, non potranno essere sottoposte alla procedura di frontiera accelerata, introdotta dal decreto Cutro, e saranno ricondotte in Italia, dove avranno la possibilità di fare domanda di protezione internazionale e tornare liberi. La decisione del Tribunale di Roma ha iniziato a incrinare l’impianto giuridico sul quale si fonda il patto sui migranti tra Italia e Albania.
Da qui nasce uno scontro durissimo tra il Governo e la magistratura, con il primo che accusa i secondi di non convalidare i trattenimenti in Albania come scelta politica. Mentre proseguono gli ostacoli legali per il Governo, tutti gli operatori della cooperativa Medihospes, vincitrice del bando di gara nonché unica partecipante, tornano in Italia. A novembre dello scorso anno inizia una drastica riduzione del personale, fino a far rimanere un contingente di sole 7 persone per le attività amministrative. Nonostante le sfide legali, il governo italiano decide comunque di tenere aperti i centri in Albania, destinando 650 milioni di euro per la loro gestione quinquennale.
Secondo il quotidiano Domani, la cooperativa Medihospes ad oggi avrebbe interrotto quasi tutti i rapporti con gli operatori assunti per l’attuazione del Protocollo, anche se esponenti del Governo insistono nel dire che l’accordo è ancora in piedi e che presto i centri saranno operativi. Attualmente, però, i centri sono vuoti e i trattenimenti dei migranti sono stati sistematicamente bloccati dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Roma e la giustizia internazionale ha messo in discussione la nozione di paese sicuro deciso dall’Italia.
Le violazioni dei diritti all’interno dei centri
Nonostante lo sforzo più grande del Governo sia ancora oggi orientato alla questione logistica del come e dove mettere i migranti, uno dei temi più controversi è stata la valutazione delle vulnerabilità. L’hotspot di Shëngjin era pensato come il primo luogo di sbarco, dove svolgere l’identificazione delle vulnerabilità e fornire ai migranti le informazioni sulle procedure. È il primo luogo in cui sono portate le persone appena sbarcate in Albania. Tuttavia, denuncia il rapporto del Tavolo Immigrazione e Asilo, “la rapidità con cui si susseguono gli eventi e il contesto di privazione della libertà rendono estremamente difficile per le persone migranti comprendere appieno la loro situazione e far valere i propri diritti”.
Il protocollo prevede, inoltre, una fase di prescreening a bordo di una nave, per valutare eventuali vulnerabilità. “Circa il 10 per cento delle persone ritenute non vulnerabili nella frettolosa fase di valutazione di eleggibilità in alto mare sono poi state ritenute vulnerabili. Questo dimostra ancora di più l’impossibilità di compiere una valutazione sulla eleggibilità alla procedura accelerata e delle vulnerabilità in alto mare, sollevando dubbi di legittimità dell’intero impianto dell’accordo. Quanto meno per le persone poi dichiarate vulnerabili, la detenzione senza titolo in nave e poi nell’hotspot devono ritenersi illegittime”, denuncia il documento.
Il secondo centro di Gjadër, invece, è la struttura polifunzionale designata alle diverse forme di detenzione. È suddiviso in tre sezioni che costituiscono un luogo di trattenimento per chi è sottoposto alla procedura accelerata di frontiera, un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) e un vero e proprio carcere. Non è chiaro quale sia la natura giuridica di questa struttura, se non l’idea di far coesistere diverse forme di privazione della libertà personale, senza aver commesso nessun reato e tutto questo, è doveroso ricordarlo, sotto la giurisdizione dell’Italia. Questa è da considerarsi senz’altro la lesione più grave dei diritti fondamentali dei migranti, secondo i dettami costituzionali.
All’interno dei centri, secondo il Governo, dovrebbe essere garantito il diritto di difesa tramite le videoconferenze e la possibilità per l’avvocato, in caso di malfunzionamento, di raggiungere i migranti per le udienze di convalida. Anche ammesso che il governo riesca a riconvertire i centri in CPR, la questione del diritto di difesa tornerebbe centrale. È verosimile pensare che i detenuti possano colloquiare con il proprio avvocato quando ne hanno la necessità, come è loro diritto, in videoconferenza? Perché per queste persone, per il solo fatto di essere migranti, si concede un diritto di difesa diminuito?
Le sentenze sui paesi sicuri e lo sgretolamento dell’impianto giuridico
Dopo le ripetute denunce delle organizzazioni umanitarie, il graduale sgretolamento dell’impianto giuridico dell’accordo tra Italia e Albania ha trovato conferma nelle recenti pronunce giudiziarie, sia a livello nazionale che internazionale.
Il primo scossone per la stabilità del Patto è arrivato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che dopo il rinvio pregiudiziale del Tribunale di Brno (Repubblica Ceca), a seguito del diniego della protezione internazionale di un cittadino ceco. Sempre nello stesso periodo, anche il Tribunale di Firenze ha sospeso un procedimento simile e si è rivolto alla Corte per un rinvio pregiudiziale.
Quest’ultima ha chiarito che un paese terzo non possa essere designato come paese di origine sicuro quando alcune parti del suo territorio non soddisfano le condizioni sostanziali di tale designazione; nessun singolo Stato membro può decidere in modo arbitrario quali aree di un paese possano essere considerate sicure per il rimpatrio dei richiedenti asilo. Inoltre, ha stabilito che uno Stato terzo può essere considerato "sicuro" se, sulla base del suo sistema giuridico, democratico e politico, non vi sono rischi di persecuzione o danni gravi. Per questa valutazione, si devono considerare la protezione legale offerta, il rispetto dei diritti fondamentali (CEDU, Patto ONU, Convenzione contro la tortura) e il principio di non-refoulement. Gli Stati membri devono riesaminare periodicamente la designazione di un paese come sicuro, poiché le condizioni possono cambiare nel tempo.
La sentenza del 4 ottobre 2024 ha aperto la strada a numerosi ricorsi pregiudiziali e i giudici di Lussemburgo sono stati coinvolti anche dal Tribunale di Roma e dalla Cassazione, in seguito al diniego del trattenimento dei migranti nei centri albanesi; e il 10 aprile l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue presenterà le sue conclusioni sulle cause congiunte legate al protocollo Italia-Albania e alla definizione dei Paesi d’origine. La sentenza è attesa tra fine maggio e inizio giugno.
Le decisioni delle diverse giurisdizioni, sia italiane che europee, hanno progressivamente minato la solidità dell’accordo tra Italia e Albania, mettendo in luce una serie di criticità giuridiche e umanitarie. Le sentenze, oltre a mettere in discussione il concetto di paese sicuro, hanno ribadito la necessità di un monitoraggio costante e di garanzie concrete per i diritti dei migranti. La questione rimane aperta, ma le pronunce giuridiche hanno segnato un punto di svolta nell’attuazione dell’accordo, imponendo vincoli più stringenti al trasferimento dei richiedenti asilo e al riconoscimento dell’Albania come destinazione sicura per la protezione internazionale.
La conversione dei centri in CPR
Come dichiarato dal Ministro Piantedosi al Sole 24 Ore, il governo vorrebbe riconvertire gli hub in centri per il rimpatrio. Non ospiterebbero più i migranti intercettati in acque internazionali, bensì gli irregolari già presenti in Italia: "Potremo così riportare a casa i soggetti che finiscono per rendere le nostre città insicure", ha detto Matteo Piantedosi. Nessuna dichiarazione sui costi esorbitanti, che aumenterebbero ancora con la conversione in Cpr, e sull’impianto giuridico traballante. Dopo mille cambi di direzione i punti che rimangono sull’agenda del governo sono una ridondante cantilena sullo scontro con la magistratura, con i media, con le organizzazioni della società civile, con gli esperti di immigrazione.
Vitalba Azzollini, inoltre, mette a fuoco la questione e le dichiarazioni di Piantedosi puntualizzando che per cambiare destinazione dei centri bisognerebbe modificare il Patto tra Meloni e l’omologo Rama. Sostanzialmente, ancora prima di portare a termine il già controverso obiettivo di esternalizzare le frontiere si sta pensando di trasformare questi centri in qualcosa di ancora più controverso e rischioso per la tutela dei migranti come i CPR, luoghi di abusi e gravissime violazioni dei diritti umani.
Il rischio gravissimo è quello di avere tutti i problemi che da sempre riguardano i centri per i rimpatri, ma lontano dal territorio nazionale. Questa lontananza fisica renderebbe impossibile per le associazioni che da sempre cercano di documentare gli abusi all’interno dei centri proseguire il loro lavoro. Le numerose inchieste sui luoghi di detenzione dei migranti denunciano la contenzione fisica, l’abuso di psicofarmaci, gravi lesioni del diritto di difesa.
Il fallimento delle scappatoie politiche
Nonostante il sostegno di diversi governi europei e dei conservatori britannici, l'accordo tra Italia e Albania rappresenta l'ennesimo tentativo fallimentare di aggirare le complesse questioni giuridiche legate alla gestione della migrazione. Ma soprattutto, è un modello che continua a ignorare un aspetto essenziale: le migrazioni non sono più un fenomeno da arginare o da "gestire" con misure emergenziali, bensì un processo da comprendere nella sua interezza.
A novembre 2024, durante una visita a Bruxelles, il leader laburista britannico Keir Starmer ha elogiato l'approccio del governo Meloni, definendo i centri in Albania un passo avanti nella gestione dei flussi migratori. Ha sottolineato l'importanza della cooperazione con i paesi di transito, come l'Albania, per affrontare la crisi migratoria in modo più efficace e rafforzare il controllo delle frontiere esterne dell'Unione Europea. Tuttavia, il suo sostegno ha suscitato controversie, riaccendendo il dibattito sulle politiche migratorie europee e sui limiti della loro efficacia.
Sebbene l'accordo tra Italia e Albania differisca dalla delocalizzazione forzata proposta dal Regno Unito con il Ruanda, resta parte di un modello che ha già mostrato i suoi limiti, sia dal punto di vista giuridico che da quello dei diritti umani. Esperienze simili hanno incontrato forti ostacoli legali: la Pacific Solution dell’Australia, con il trasferimento dei richiedenti asilo a Manus Island e Nauru, è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema della Papua Nuova Guinea nel 2016 per violazione del diritto alla libertà personale. Più recentemente, la Corte Suprema del Regno Unito ha bocciato l'accordo con il Ruanda nel novembre 2023, ritenendolo incompatibile con il principio di non respingimento e con gli standard britannici ed europei sui diritti umani.
Questi precedenti dimostrano come le strategie basate sulla delocalizzazione e l'esternalizzazione del diritto d’asilo non solo siano fragili dal punto di vista legale, ma ignorino la realtà strutturale delle migrazioni: un fenomeno globale che non può essere risolto con accordi bilaterali d’emergenza, ma necessita di un approccio più ampio, basato sulla comprensione e sulla governance dei processi migratori nel lungo periodo.
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L’obiettivo di queste politiche migratorie è tenere i rifugiati lontani dal territorio in cui questi vorrebbero vivere esercitando i propri diritti. È rafforzare il sistema dei centri di permanenza per i rimpatri, ignorando tutte le problematiche più volte sollevate dalla società civile. È contribuire alla retorica dei numeri: meno sbarchi, meno migranti in Italia e quindi più sicurezza e più legalità. Poco importa se la diminuzione degli sbarchi sulle coste italiane sia il risultato del Piano Mattei o degli accordi con la Libia che continua a ordinare arresti di massa dei migranti neri e detenzioni arbitrarie.
In tutti questi anni non sono mai state messe in discussione le premesse del dibattito e cioè che parlare di immigrazione irregolare è un errore di fondo. Addirittura il testo del protocollo in Gazzetta Ufficiale esplicita che l’intento dell’accordo sia stato ratificato “consapevoli delle problematiche che derivano dalla migrazione illecita”. È scorretto parlare di migrazione illecita, perché non esistono vie legali per raggiungere l’Europa. Le rotte migratorie del Mediterraneo, o della rotta balcanica, rappresentano le uniche possibilità per chiedere l’asilo politico, un diritto sancito e garantito dai trattati internazionali.
Abbiamo appreso da fonti giornalistiche che, finalmente, il Sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato dal Governo, ha ammesso che Mediterranea e i suoi attivisti sono stati spiati dai servizi segreti con il software militare Paragon Graphite perché considerati “pericolo per la sicurezza nazionale”. L’attività di spionaggio è stata richiesta dal Governo Meloni e autorizzata dal Procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, dott. Amato.
Prima considerazione: li abbiamo beccati con le mani nel sacco. Questa “legale” ma illegittima attività che colpisce attivisti e oppositori politici del Governo nei loro piani non doveva venire alla luce. E invece il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: è stata smascherata a livello mondiale una operazione segreta, degna di un regime.
Seconda considerazione: per questo Governo un criminale del calibro del capo milizia Almasri, fatto fuggire dall’arresto e riportato a casa, in Libia, con un volo di Stato, è una “risorsa nazionale”. Un criminale che ha ucciso, stuprato, torturato persone innocenti, compresi bambini, e che può continuare ad arricchirsi con i suoi traffici (persone migranti, droga, petrolio, armi) grazie all’impunità di cui gode e alle protezioni eccellenti: proprio l’Aise, il servizio segreto estero che spia noi, cura i rapporti in Libia con questi criminali. Dunque: chi si adopera per salvare vite, per aiutare donne, uomini e bambini prigionieri nei lager o abbandonati in mezzo al mare, per questo Governo è un “pericolo per la sicurezza nazionale”, chi invece uccide persone innocenti e accumula milioni di euro attraverso affari criminali, è sotto protezione. Questa realtà dei fatti viene disvelata davanti agli occhi del mondo, e non vi è ormai più nulla di segreto.
Terza considerazione: non è finita qui. Il Sottosegretario Mantovano è la “mente” che ha ispirato e guidato le attività di spionaggio contro di noi. Tenta di coprirsi attraverso l’alibi della “legge”. Ma per autorizzare una attività del genere senza violare la Costituzione devono esserci “fondati motivi”. Cinque procure stanno indagando, e noi confidiamo sul fatto che qualcuno abbia il coraggio di andare fino in fondo e dimostrare, come risulta palese, che questo è un abuso di potere, non altro.
Quarta considerazione: siamo convinti che non ci fosse alcun bisogno di usare questo software militare per spiarci: da un lato siamo sottoposti da quando esistiamo a ogni tipo di controllo, anche attraverso l’utilizzo di intercettazioni ambientali, telefoniche, pedinamenti e quant’altro. Tutto questo è parte delle inchieste giudiziarie condotte in questi anni nei nostri confronti, alle quali non ci siamo mai sottratti, e che sempre hanno dimostrato l’assoluta estraneità al reato che ci viene sempre contestato: il famigerato “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Cosa cercavano dunque i servizi segreti, e in particolare l’Aise, attraverso lo spionaggio? Forse nomi e cognomi di rifugiati potenziali testimoni presso la Corte Penale Internazionale, dei crimini commessi dai capi milizie in Libia, con i quali il Governo collabora?Le informazioni carpite dai nostri telefoni a chi dovevano arrivare? Ai vari Almasri, Trebelsi, Al Kikli? La differenza tra le intercettazioni disposte da qualche procura e queste, definite preventive e inutilizzabili nei processi, è che si tratta di materiali utili solo a costruire dossier, schedature, etc e dunque anche “scambiabili” con i propri partner criminali in cambio magari di qualcos’altro.
Dopo due mesi dunque, il “segreto di Stato” è miseramente crollato. Sappiamo che questi signori hanno molto potere nelle loro mani, sappiamo che questo è un messaggio di intimidazione per tante persone migranti e rifugiate, per noi e le nostre famiglie. Sappiamo che la mafia libica è presente nel nostro paese e può raggiungerci in ogni momento per farci del male. Ma anche loro, il Sottosegretario Mantovano per primo, devono sapere che non l’avranno vinta.
Non ci ritireremo a vita privata, continueremoa tentare di salvare le vite degli ultimi della terra, quelli che vengono considerati scarti dell’umanità, coloro che si mettono in movimento con la speranza di trovare una vita possibile e dignitosa, e invece vengono respinti dalle politiche criminali del regime dei confini. Per noi non sono scarti, ma pietre angolari da cui partire per edificare un mondo nuovo, più giusto per tutti e tutte. Un mondo dove il Mediterraneo non sia più una orrenda fossa comune ma un mare di pace e di solidarietà tra i popoli che lo abitano. Il coraggio non risiede nel non avere paura, ma nel superare la paura. Tutte e tutti insieme .
Siamo tornate in presidio per reclamare a gran voce la liberazione dalle accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per Marjan Jamali e Amir Babai, sottoposti per altro a carcerazione preventiva da più di un anno. Oggi, 27 marzo, ribadiamo con fermezza il nostro sdegno verso il muro di leggi che lo Stato italiano ha alzato per trovare un capro espiatorio dietro chi in realtà fugge per ottenere protezione. Protezione che Marjan cercava per sé stessa e per il figlio di 8 anni, quando nell’ottobre 2023 sono arrivati sulle sponde di un mare non più (o forse mai) culla di civiltà, ma tomba per le speranze di chi sogna una vita migliore.
Nell’udienza dello scorso 24 marzo presso il Tribunale penale di Locri Marjan rende la sua testimonianza forte e chiara, ripercorrendo i motivi che l’hanno spinta a lasciare il teocratico Iran nel quale era esposta ai pericoli di un ex marito violento, a cui per la legge misogina iraniana spettava l’affidamento esclusivo del figlio al compimento dei suoi 8 anni. Racconta e dimostra di aver pagato 14 mila euro ai veri trafficanti (9mila per sé e 5000 per il figlio), entra nei dettagli di quel lungo viaggio in cui ha subito un tentativo di stupro, da quelle stesse persone che – per vendetta – l’hanno poi accusata di essere parte dell’equipaggio e che poi si sono resi irraggiungibili. Le accuse a Jamali si basano sulle dichiarazioni di soli tre passeggeri – su ben 102 – che appena sbarcati hanno sostenuto che la donna aveva il ruolo di raccogliere i cellulari prima della partenza.
Sulla base di questa sola testimonianza, per altro raccolta senza ulteriori approfondimenti dalle stesse persone che le hanno promesso ritorsioni, per la procura avrebbe svolto “mansioni meramente esecutive e di collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio turco”. Ma l’uomo che ha materialmente condotto la barca, l’egiziano Faruk chiamato in qualità di testimone e che ha già patteggiato la pena ha dichiarato in udienza che Marjan e Amir erano migranti come tutti gli altri e non c’entravano niente con l’organizzazione. Come se non bastasse, appena arrivata è stata separata dal figlio e arrestata senza che le venissero date spiegazioni. Lo ha potuto riabbracciare a distanza di 7 mesi nei quali è stata reclusa nel carcere di Reggio Calabria. Adesso Marjan si trova ai domiciliari e con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, misure oppressive che chiediamo siano revocate in attesa della conclusione del processo prevista per il 28 maggio.
Altrettanto inspiegabile è la vicenda di Amir Babai, un uomo resosi doppiamente “colpevole”: sia di scappare da un regime oppressivo per costruirsi una vita migliore e sia di aver difeso Marjan, sulla barca, dal tentativo di violenza che stavano mettendo in atto proprio coloro che poi hanno accusato anche lui di essere uno scafista. Sono ormai più di 500 giorni che Babai sta scontando, recluso in carcere, una ingiusta, afflittiva ed ingiustificata misura cautelare di cui chiediamo l’immediata revoca.
Migrare non è un reato, l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione e il successivo decreto Cutro sono strumenti che non risolvono i flussi migratori, ma che li criminalizzano e fuorviano dalla ricerca dei veri colpevoli e trafficanti.
Comitato Free Marjan Jamali
Comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte
Aggiornamento: mentre il Tribunale di Locri ha rigettato la richiesta di modifica della misura cautelare, il Tribunale del Riesame a Reggio l’ha revocata, restituendo la libertà a Marjan.
Eravamo tornate ieri in presidio per reclamare a gran voce, davanti al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, la liberazione dalle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per Marjan Jamali e Amir Babai, sottoposti per altro a carcerazione preventiva da più di 17 mesi.
E lo facevamo con rabbia, dopo aver appreso che il Collegio giudicante del Tribunale di Locri aveva di nuovo ed inspiegabilmente rigettato la richiesta di modifica della misura cautelare.
Oggi, dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, che ieri sera ha finalmente liberato Marjan da ogni inutile misura vessatoria, gioiamo per lei, ma sentiamo la necessità di ribadire con fermezza il nostro sdegno verso quel muro di leggi che lo Stato italiano ha alzato per trovare un capro espiatorio proprio tra chi in realtà fugge per ottenere protezione.
Sdegno che viene esacerbato dal pensiero della terribile oppressione, aggravata dall’ignavia di qualche magistrato, prodotta da impianti accusatori spesso avviati con improvvisazione e sempre portati avanti con processi inquisitori e con una abnorme durata della carcerazione preventiva.
Marjan Jamali cercava solo protezione per sé stessa e per il figlio di 8 anni, quando nell’ottobre 2023 sono arrivati sulle sponde di un mare non più (o forse mai) culla di civiltà, ma tomba per le speranze di chi sogna una vita migliore. Nell’udienza dello scorso 24 marzo, presso il Tribunale penale di Locri, lei ha reso, con tanta fierezza e sincerità, una testimonianza forte e chiara, ripercorrendo i motivi che l’hanno spinta a lasciare il teocratico Iran nel quale era esposta ai pericoli di un ex marito violento, a cui per la legge misogina iraniana spettava l’affidamento esclusivo del figlio al compimento dei suoi 8 anni. Ha raccontato e dimostrato di aver pagato 14 mila euro ai veri trafficanti (9mila per sé e 5000 per il figlio), è entrata nei dettagli di quel lungo viaggio in cui ha subito un tentativo di stupro da quelle stesse persone che – per vendetta – l’hanno poi accusata di essere parte dell’equipaggio e che poi si sono rese irreperibili.
Le accuse a Jamali si basano sulle dichiarazioni di soli tre passeggeri – su ben 102! – che appena sbarcati hanno sostenuto che la donna aveva il ruolo di raccogliere i cellulari prima della partenza.
Sulla base di quelle sole testimonianze, per altro raccolte senza ulteriori approfondimenti, riferite dalle stesse persone che le avevano promesso ritorsioni, per la procura avrebbe svolto “mansioni meramente esecutive e di collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio turco”.
Ma l’uomo che ha materialmente condotto la barca, l’egiziano Faruk, chiamato in qualità di testimone dopo aver già patteggiato la pena, ha dichiarato in udienza, come già avevano fatto altri testi, che Marjan e Amir erano migranti come tutti gli altri e non c’entravano niente con l’organizzazione. Come se non bastasse, appena arrivata Marjan è stata separata dal figlio e arrestata senza che le venissero date comprensibili spiegazioni. Quel figlio tanto amato che ha poi potuto riabbracciare solo a distanza di 7 mesi, durante i quali è stata reclusa nel carcere di Reggio Calabria. Adesso Marjan si trovava ai domiciliari e con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, misure oppressive di cui da mesi abbiamo invocato la revoca, ieri per fortuna decisa dal riesame, in attesa della conclusione del processo prevista per il 28 maggio.
Altrettanto inspiegabile è la vicenda di Amir Babai, un uomo resosi doppiamente “colpevole”: sia di scappare da un regime oppressivo per costruirsi una vita migliore e sia di aver difeso Marjan, sulla barca, dal tentativo di violenza che stavano mettendo in atto proprio coloro che poi hanno accusato anche lui di essere uno scafista. Sono ormai più di 500 giorni che Babai sta scontando, recluso in carcere, una’ingiusta, afflittiva e ingiustificata misura cautelare di cui, anche alla luce della decisione di ieri, invochiamo l’immediata revoca.
Migrare non è un reato; l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione e il successivo decreto Cutro sono strumenti che non risolvono i flussi migratori, ma che li criminalizzano e fuorviano dalla ricerca dei veri colpevoli e trafficanti.
Comitato Free Marjan Jamali
Comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte
È trascorso quasi un anno dall’apertura dei centri di Shëngjin e Gjadër, in Albania, a spese dell’Italia e sotto la propria giurisdizione, che oggi sono ancora vuoti. Pochi giorni fa il Governo ha dichiarato di voler modificare la destinazione d’uso dei centri e convertirli in CPR, centri di permanenza per il rimpatrio, dedicati ai migranti irregolari che sono già presenti in Italia, per non lasciare le strutture in disuso. L’accordo tra Albania e Italia nasce dalla convinzione, sempre più diffusa, che esternalizzare le frontiere sia la modalità più efficace per arginare l’immigrazione illegale; lo scopo era quello di gestire le domande di asilo dei migranti proveniente dai cosiddetti paesi sicuri altrove con una procedura accelerata, ma l’intuizione del Governo è stata smantellata gradualmente fino al totale fallimento.
L’accordo tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e l’omologo albanese Rama ha sollevato questioni che secondo il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione “travalicano la gestione contingente dei flussi migratori per investire direttamente il rispetto dei diritti fondamentali, la coerenza delle garanzie giuridiche previste dal diritto nazionale e internazionale e, più in profondità, la qualità della democrazia stessa”. In tre occasioni l’Italia ha tentato, fallendo, di trasferire forzatamente dei migranti in un altro paese, fuori dall’Europa, senza prendersi carico degli obblighi internazionali previsti dai trattati che la stessa ha ratificato.
Il progetto per la gestione dei migranti è stato annunciato per la prima volta a giugno del 2023, quando il governo italiano ha iniziato a discutere con le autorità albanesi riguardo a un accordo per il rimpatrio dei migranti e per la creazione di centri di accoglienza in Albania. A settembre 2023, l’accordo iniziava a prendere forma, con la preparazione di una bozza di accordo che poi è stato formalizzato nei mesi successivi. L'intesa finale, è entrata in vigore a febbraio dell’anno scorso e prevedeva il trasferimento dei migranti provenienti principalmente da paesi considerati sicuri come Bangladesh, Egitto, e Tunisia, verso i centri di Shëngjin e Gjadër, con l'intento di ridurre la pressione sui centri di accoglienza italiani e gestire meglio i flussi migratori nel Mediterraneo. Il protocollo teneva fuori i minori, le donne e gli uomini considerati vulnerabili.
A ottobre 2024 il Governo italiano avvia il trasferimento dei primi 16 richiedenti asilo dall'Egitto e dal Bangladesh in Albania, ignorando le richieste e gli ammonimenti di ONG e degli esperti di immigrazione. Lo stesso giorno, il Tribunale di Roma blocca l’intera operazione, non convalidando il trattenimento dei dodici migranti in Albania partiti. Nel comunicato stampa si legge che la decisione è giustificata dall’impossibilità di riconoscere come sicuri i paesi di provenienza di queste persone. Di conseguenza, non potranno essere sottoposte alla procedura di frontiera accelerata, introdotta dal decreto Cutro, e saranno ricondotte in Italia, dove avranno la possibilità di fare domanda di protezione internazionale e tornare liberi. La decisione del Tribunale di Roma ha iniziato a incrinare l’impianto giuridico sul quale si fonda il patto sui migranti tra Italia e Albania.
Da qui nasce uno scontro durissimo tra il Governo e la magistratura, con il primo che accusa i secondi di non convalidare i trattenimenti in Albania come scelta politica. Mentre proseguono gli ostacoli legali per il Governo, tutti gli operatori della cooperativa Medihospes, vincitrice del bando di gara nonché unica partecipante, tornano in Italia. A novembre dello scorso anno inizia una drastica riduzione del personale, fino a far rimanere un contingente di sole 7 persone per le attività amministrative. Nonostante le sfide legali, il governo italiano decide comunque di tenere aperti i centri in Albania, destinando 650 milioni di euro per la loro gestione quinquennale.
Secondo il quotidiano Domani, la cooperativa Medihospes ad oggi avrebbe interrotto quasi tutti i rapporti con gli operatori assunti per l’attuazione del Protocollo, anche se esponenti del Governo insistono nel dire che l’accordo è ancora in piedi e che presto i centri saranno operativi. Attualmente, però, i centri sono vuoti e i trattenimenti dei migranti sono stati sistematicamente bloccati dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Roma e la giustizia internazionale ha messo in discussione la nozione di paese sicuro deciso dall’Italia.
Le violazioni dei diritti all’interno dei centri
Nonostante lo sforzo più grande del Governo sia ancora oggi orientato alla questione logistica del come e dove mettere i migranti, uno dei temi più controversi è stata la valutazione delle vulnerabilità. L’hotspot di Shëngjin era pensato come il primo luogo di sbarco, dove svolgere l’identificazione delle vulnerabilità e fornire ai migranti le informazioni sulle procedure. È il primo luogo in cui sono portate le persone appena sbarcate in Albania. Tuttavia, denuncia il rapporto del Tavolo Immigrazione e Asilo, “la rapidità con cui si susseguono gli eventi e il contesto di privazione della libertà rendono estremamente difficile per le persone migranti comprendere appieno la loro situazione e far valere i propri diritti”.
Il protocollo prevede, inoltre, una fase di prescreening a bordo di una nave, per valutare eventuali vulnerabilità. “Circa il 10 per cento delle persone ritenute non vulnerabili nella frettolosa fase di valutazione di eleggibilità in alto mare sono poi state ritenute vulnerabili. Questo dimostra ancora di più l’impossibilità di compiere una valutazione sulla eleggibilità alla procedura accelerata e delle vulnerabilità in alto mare, sollevando dubbi di legittimità dell’intero impianto dell’accordo. Quanto meno per le persone poi dichiarate vulnerabili, la detenzione senza titolo in nave e poi nell’hotspot devono ritenersi illegittime”, denuncia il documento.
Il secondo centro di Gjadër, invece, è la struttura polifunzionale designata alle diverse forme di detenzione. È suddiviso in tre sezioni che costituiscono un luogo di trattenimento per chi è sottoposto alla procedura accelerata di frontiera, un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) e un vero e proprio carcere. Non è chiaro quale sia la natura giuridica di questa struttura, se non l’idea di far coesistere diverse forme di privazione della libertà personale, senza aver commesso nessun reato e tutto questo, è doveroso ricordarlo, sotto la giurisdizione dell’Italia. Questa è da considerarsi senz’altro la lesione più grave dei diritti fondamentali dei migranti, secondo i dettami costituzionali.
All’interno dei centri, secondo il Governo, dovrebbe essere garantito il diritto di difesa tramite le videoconferenze e la possibilità per l’avvocato, in caso di malfunzionamento, di raggiungere i migranti per le udienze di convalida. Anche ammesso che il governo riesca a riconvertire i centri in CPR, la questione del diritto di difesa tornerebbe centrale. È verosimile pensare che i detenuti possano colloquiare con il proprio avvocato quando ne hanno la necessità, come è loro diritto, in videoconferenza? Perché per queste persone, per il solo fatto di essere migranti, si concede un diritto di difesa diminuito?
Le sentenze sui paesi sicuri e lo sgretolamento dell’impianto giuridico
Dopo le ripetute denunce delle organizzazioni umanitarie, il graduale sgretolamento dell’impianto giuridico dell’accordo tra Italia e Albania ha trovato conferma nelle recenti pronunce giudiziarie, sia a livello nazionale che internazionale.
Il primo scossone per la stabilità del Patto è arrivato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che dopo il rinvio pregiudiziale del Tribunale di Brno (Repubblica Ceca), a seguito del diniego della protezione internazionale di un cittadino ceco. Sempre nello stesso periodo, anche il Tribunale di Firenze ha sospeso un procedimento simile e si è rivolto alla Corte per un rinvio pregiudiziale.
Quest’ultima ha chiarito che un paese terzo non possa essere designato come paese di origine sicuro quando alcune parti del suo territorio non soddisfano le condizioni sostanziali di tale designazione; nessun singolo Stato membro può decidere in modo arbitrario quali aree di un paese possano essere considerate sicure per il rimpatrio dei richiedenti asilo. Inoltre, ha stabilito che uno Stato terzo può essere considerato "sicuro" se, sulla base del suo sistema giuridico, democratico e politico, non vi sono rischi di persecuzione o danni gravi. Per questa valutazione, si devono considerare la protezione legale offerta, il rispetto dei diritti fondamentali (CEDU, Patto ONU, Convenzione contro la tortura) e il principio di non-refoulement. Gli Stati membri devono riesaminare periodicamente la designazione di un paese come sicuro, poiché le condizioni possono cambiare nel tempo.
La sentenza del 4 ottobre 2024 ha aperto la strada a numerosi ricorsi pregiudiziali e i giudici di Lussemburgo sono stati coinvolti anche dal Tribunale di Roma e dalla Cassazione, in seguito al diniego del trattenimento dei migranti nei centri albanesi; e il 10 aprile l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue presenterà le sue conclusioni sulle cause congiunte legate al protocollo Italia-Albania e alla definizione dei Paesi d’origine. La sentenza è attesa tra fine maggio e inizio giugno.
Le decisioni delle diverse giurisdizioni, sia italiane che europee, hanno progressivamente minato la solidità dell’accordo tra Italia e Albania, mettendo in luce una serie di criticità giuridiche e umanitarie. Le sentenze, oltre a mettere in discussione il concetto di paese sicuro, hanno ribadito la necessità di un monitoraggio costante e di garanzie concrete per i diritti dei migranti. La questione rimane aperta, ma le pronunce giuridiche hanno segnato un punto di svolta nell’attuazione dell’accordo, imponendo vincoli più stringenti al trasferimento dei richiedenti asilo e al riconoscimento dell’Albania come destinazione sicura per la protezione internazionale.
La conversione dei centri in CPR
Come dichiarato dal Ministro Piantedosi al Sole 24 Ore, il governo vorrebbe riconvertire gli hub in centri per il rimpatrio. Non ospiterebbero più i migranti intercettati in acque internazionali, bensì gli irregolari già presenti in Italia: "Potremo così riportare a casa i soggetti che finiscono per rendere le nostre città insicure", ha detto Matteo Piantedosi. Nessuna dichiarazione sui costi esorbitanti, che aumenterebbero ancora con la conversione in Cpr, e sull’impianto giuridico traballante. Dopo mille cambi di direzione i punti che rimangono sull’agenda del governo sono una ridondante cantilena sullo scontro con la magistratura, con i media, con le organizzazioni della società civile, con gli esperti di immigrazione.
Vitalba Azzollini, inoltre, mette a fuoco la questione e le dichiarazioni di Piantedosi puntualizzando che per cambiare destinazione dei centri bisognerebbe modificare il Patto tra Meloni e l’omologo Rama. Sostanzialmente, ancora prima di portare a termine il già controverso obiettivo di esternalizzare le frontiere si sta pensando di trasformare questi centri in qualcosa di ancora più controverso e rischioso per la tutela dei migranti come i CPR, luoghi di abusi e gravissime violazioni dei diritti umani.
Il rischio gravissimo è quello di avere tutti i problemi che da sempre riguardano i centri per i rimpatri, ma lontano dal territorio nazionale. Questa lontananza fisica renderebbe impossibile per le associazioni che da sempre cercano di documentare gli abusi all’interno dei centri proseguire il loro lavoro. Le numerose inchieste sui luoghi di detenzione dei migranti denunciano la contenzione fisica, l’abuso di psicofarmaci, gravi lesioni del diritto di difesa.
Il fallimento delle scappatoie politiche
Nonostante il sostegno di diversi governi europei e dei conservatori britannici, l'accordo tra Italia e Albania rappresenta l'ennesimo tentativo fallimentare di aggirare le complesse questioni giuridiche legate alla gestione della migrazione. Ma soprattutto, è un modello che continua a ignorare un aspetto essenziale: le migrazioni non sono più un fenomeno da arginare o da "gestire" con misure emergenziali, bensì un processo da comprendere nella sua interezza.
A novembre 2024, durante una visita a Bruxelles, il leader laburista britannico Keir Starmer ha elogiato l'approccio del governo Meloni, definendo i centri in Albania un passo avanti nella gestione dei flussi migratori. Ha sottolineato l'importanza della cooperazione con i paesi di transito, come l'Albania, per affrontare la crisi migratoria in modo più efficace e rafforzare il controllo delle frontiere esterne dell'Unione Europea. Tuttavia, il suo sostegno ha suscitato controversie, riaccendendo il dibattito sulle politiche migratorie europee e sui limiti della loro efficacia.
Sebbene l'accordo tra Italia e Albania differisca dalla delocalizzazione forzata proposta dal Regno Unito con il Ruanda, resta parte di un modello che ha già mostrato i suoi limiti, sia dal punto di vista giuridico che da quello dei diritti umani. Esperienze simili hanno incontrato forti ostacoli legali: la Pacific Solution dell’Australia, con il trasferimento dei richiedenti asilo a Manus Island e Nauru, è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema della Papua Nuova Guinea nel 2016 per violazione del diritto alla libertà personale. Più recentemente, la Corte Suprema del Regno Unito ha bocciato l'accordo con il Ruanda nel novembre 2023, ritenendolo incompatibile con il principio di non respingimento e con gli standard britannici ed europei sui diritti umani.
Questi precedenti dimostrano come le strategie basate sulla delocalizzazione e l'esternalizzazione del diritto d’asilo non solo siano fragili dal punto di vista legale, ma ignorino la realtà strutturale delle migrazioni: un fenomeno globale che non può essere risolto con accordi bilaterali d’emergenza, ma necessita di un approccio più ampio, basato sulla comprensione e sulla governance dei processi migratori nel lungo periodo.
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L’obiettivo di queste politiche migratorie è tenere i rifugiati lontani dal territorio in cui questi vorrebbero vivere esercitando i propri diritti. È rafforzare il sistema dei centri di permanenza per i rimpatri, ignorando tutte le problematiche più volte sollevate dalla società civile. È contribuire alla retorica dei numeri: meno sbarchi, meno migranti in Italia e quindi più sicurezza e più legalità. Poco importa se la diminuzione degli sbarchi sulle coste italiane sia il risultato del Piano Mattei o degli accordi con la Libia che continua a ordinare arresti di massa dei migranti neri e detenzioni arbitrarie.
In tutti questi anni non sono mai state messe in discussione le premesse del dibattito e cioè che parlare di immigrazione irregolare è un errore di fondo. Addirittura il testo del protocollo in Gazzetta Ufficiale esplicita che l’intento dell’accordo sia stato ratificato “consapevoli delle problematiche che derivano dalla migrazione illecita”. È scorretto parlare di migrazione illecita, perché non esistono vie legali per raggiungere l’Europa. Le rotte migratorie del Mediterraneo, o della rotta balcanica, rappresentano le uniche possibilità per chiedere l’asilo politico, un diritto sancito e garantito dai trattati internazionali.
Abbiamo appreso da fonti giornalistiche che, finalmente, il Sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato dal Governo, ha ammesso che Mediterranea e i suoi attivisti sono stati spiati dai servizi segreti con il software militare Paragon Graphite perché considerati “pericolo per la sicurezza nazionale”. L’attività di spionaggio è stata richiesta dal Governo Meloni e autorizzata dal Procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, dott. Amato.
Prima considerazione: li abbiamo beccati con le mani nel sacco. Questa “legale” ma illegittima attività che colpisce attivisti e oppositori politici del Governo nei loro piani non doveva venire alla luce. E invece il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: è stata smascherata a livello mondiale una operazione segreta, degna di un regime.
Seconda considerazione: per questo Governo un criminale del calibro del capo milizia Almasri, fatto fuggire dall’arresto e riportato a casa, in Libia, con un volo di Stato, è una “risorsa nazionale”. Un criminale che ha ucciso, stuprato, torturato persone innocenti, compresi bambini, e che può continuare ad arricchirsi con i suoi traffici (persone migranti, droga, petrolio, armi) grazie all’impunità di cui gode e alle protezioni eccellenti: proprio l’Aise, il servizio segreto estero che spia noi, cura i rapporti in Libia con questi criminali. Dunque: chi si adopera per salvare vite, per aiutare donne, uomini e bambini prigionieri nei lager o abbandonati in mezzo al mare, per questo Governo è un “pericolo per la sicurezza nazionale”, chi invece uccide persone innocenti e accumula milioni di euro attraverso affari criminali, è sotto protezione. Questa realtà dei fatti viene disvelata davanti agli occhi del mondo, e non vi è ormai più nulla di segreto.
Terza considerazione: non è finita qui. Il Sottosegretario Mantovano è la “mente” che ha ispirato e guidato le attività di spionaggio contro di noi. Tenta di coprirsi attraverso l’alibi della “legge”. Ma per autorizzare una attività del genere senza violare la Costituzione devono esserci “fondati motivi”. Cinque procure stanno indagando, e noi confidiamo sul fatto che qualcuno abbia il coraggio di andare fino in fondo e dimostrare, come risulta palese, che questo è un abuso di potere, non altro.
Quarta considerazione: siamo convinti che non ci fosse alcun bisogno di usare questo software militare per spiarci: da un lato siamo sottoposti da quando esistiamo a ogni tipo di controllo, anche attraverso l’utilizzo di intercettazioni ambientali, telefoniche, pedinamenti e quant’altro. Tutto questo è parte delle inchieste giudiziarie condotte in questi anni nei nostri confronti, alle quali non ci siamo mai sottratti, e che sempre hanno dimostrato l’assoluta estraneità al reato che ci viene sempre contestato: il famigerato “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Cosa cercavano dunque i servizi segreti, e in particolare l’Aise, attraverso lo spionaggio? Forse nomi e cognomi di rifugiati potenziali testimoni presso la Corte Penale Internazionale, dei crimini commessi dai capi milizie in Libia, con i quali il Governo collabora?Le informazioni carpite dai nostri telefoni a chi dovevano arrivare? Ai vari Almasri, Trebelsi, Al Kikli? La differenza tra le intercettazioni disposte da qualche procura e queste, definite preventive e inutilizzabili nei processi, è che si tratta di materiali utili solo a costruire dossier, schedature, etc e dunque anche “scambiabili” con i propri partner criminali in cambio magari di qualcos’altro.
Dopo due mesi dunque, il “segreto di Stato” è miseramente crollato. Sappiamo che questi signori hanno molto potere nelle loro mani, sappiamo che questo è un messaggio di intimidazione per tante persone migranti e rifugiate, per noi e le nostre famiglie. Sappiamo che la mafia libica è presente nel nostro paese e può raggiungerci in ogni momento per farci del male. Ma anche loro, il Sottosegretario Mantovano per primo, devono sapere che non l’avranno vinta.
Non ci ritireremo a vita privata, continueremoa tentare di salvare le vite degli ultimi della terra, quelli che vengono considerati scarti dell’umanità, coloro che si mettono in movimento con la speranza di trovare una vita possibile e dignitosa, e invece vengono respinti dalle politiche criminali del regime dei confini. Per noi non sono scarti, ma pietre angolari da cui partire per edificare un mondo nuovo, più giusto per tutti e tutte. Un mondo dove il Mediterraneo non sia più una orrenda fossa comune ma un mare di pace e di solidarietà tra i popoli che lo abitano. Il coraggio non risiede nel non avere paura, ma nel superare la paura. Tutte e tutti insieme .
Siamo tornate in presidio per reclamare a gran voce la liberazione dalle accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per Marjan Jamali e Amir Babai, sottoposti per altro a carcerazione preventiva da più di un anno. Oggi, 27 marzo, ribadiamo con fermezza il nostro sdegno verso il muro di leggi che lo Stato italiano ha alzato per trovare un capro espiatorio dietro chi in realtà fugge per ottenere protezione. Protezione che Marjan cercava per sé stessa e per il figlio di 8 anni, quando nell’ottobre 2023 sono arrivati sulle sponde di un mare non più (o forse mai) culla di civiltà, ma tomba per le speranze di chi sogna una vita migliore.
Nell’udienza dello scorso 24 marzo presso il Tribunale penale di Locri Marjan rende la sua testimonianza forte e chiara, ripercorrendo i motivi che l’hanno spinta a lasciare il teocratico Iran nel quale era esposta ai pericoli di un ex marito violento, a cui per la legge misogina iraniana spettava l’affidamento esclusivo del figlio al compimento dei suoi 8 anni. Racconta e dimostra di aver pagato 14 mila euro ai veri trafficanti (9mila per sé e 5000 per il figlio), entra nei dettagli di quel lungo viaggio in cui ha subito un tentativo di stupro, da quelle stesse persone che – per vendetta – l’hanno poi accusata di essere parte dell’equipaggio e che poi si sono resi irraggiungibili. Le accuse a Jamali si basano sulle dichiarazioni di soli tre passeggeri – su ben 102 – che appena sbarcati hanno sostenuto che la donna aveva il ruolo di raccogliere i cellulari prima della partenza.
Sulla base di questa sola testimonianza, per altro raccolta senza ulteriori approfondimenti dalle stesse persone che le hanno promesso ritorsioni, per la procura avrebbe svolto “mansioni meramente esecutive e di collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio turco”. Ma l’uomo che ha materialmente condotto la barca, l’egiziano Faruk chiamato in qualità di testimone e che ha già patteggiato la pena ha dichiarato in udienza che Marjan e Amir erano migranti come tutti gli altri e non c’entravano niente con l’organizzazione. Come se non bastasse, appena arrivata è stata separata dal figlio e arrestata senza che le venissero date spiegazioni. Lo ha potuto riabbracciare a distanza di 7 mesi nei quali è stata reclusa nel carcere di Reggio Calabria. Adesso Marjan si trova ai domiciliari e con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, misure oppressive che chiediamo siano revocate in attesa della conclusione del processo prevista per il 28 maggio.
Altrettanto inspiegabile è la vicenda di Amir Babai, un uomo resosi doppiamente “colpevole”: sia di scappare da un regime oppressivo per costruirsi una vita migliore e sia di aver difeso Marjan, sulla barca, dal tentativo di violenza che stavano mettendo in atto proprio coloro che poi hanno accusato anche lui di essere uno scafista. Sono ormai più di 500 giorni che Babai sta scontando, recluso in carcere, una ingiusta, afflittiva ed ingiustificata misura cautelare di cui chiediamo l’immediata revoca.
Migrare non è un reato, l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione e il successivo decreto Cutro sono strumenti che non risolvono i flussi migratori, ma che li criminalizzano e fuorviano dalla ricerca dei veri colpevoli e trafficanti.
Comitato Free Marjan Jamali
Comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte
Aggiornamento: mentre il Tribunale di Locri ha rigettato la richiesta di modifica della misura cautelare, il Tribunale del Riesame a Reggio l’ha revocata, restituendo la libertà a Marjan.