“Il Protocollo Italia Albania è stato presentato dal Governo italiano come una misura innovativa ed efficace per il controllo dell’immigrazione, ma nella sostanza si configura come un ennesimo modello di detenzione generalizzata e allontanamento fisico della persona migrante”. È quanto si legge nel recente rapporto “Oltre la frontiera” del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), la principale coalizioni nazionale di organizzazioni impegnate nel campo della protezione internazionale, del diritto dell’immigrazione e delle politiche migratorie, di cui fanno parte: A BUON DIRITTO, ACAT ITALIA, ACLI, ACTIONAID, AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA, ARCI, ASGI, AVVOCATO DI STRADA ONLUS, CARITAS ITALIANA, CENTRO ASTALLI, CGIL, CIES, CIR, CNCA, COMMISSIONE MIGRANTI E GPIC MISSIONARI COMBONIANI ITALIA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO, COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII, CONNGI, DANISH REFUGEE COUNCIL ITALIA, EMERGENCY, EUROPASILO, FCEI, FOCUS – CASA DEI DIRITTI SOCIALI, FONDAZIONE MIGRANTES, FORUM PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE, INTERNATIONAL RESCUE COMMETTEE ITALIA, INTERSOS, LEGAMBIENTE, MEDICI DEL MONDO ITALIA, MEDICI PER I DIRITTI UMANI, MOVIMENTO ITALIANI SENZA CITTADINANZA, MEDICI SENZA FRONTIERE ITALIA, OXFAM ITALIA, REFUGEES WELCOME ITALIA, SAVE THE CHILDREN, SENZA CONFINE, SOCIETÀ ITALIANA MEDICINA DELLE MIGRAZIONI, UIL, UNIRE.
Il protocollo è un modello che normalizza il trasferimento forzato e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di governo della mobilità. Le implicazioni sono molteplici e preoccupanti: dalla riduzione dello spazio di protezione giuridica per le persone migranti alla creazione di una zona d’ombra in cui il diritto rischia di restare sospeso, fino alla costruzione di un precedente che potrebbe essere replicato su scala più ampia. Si tratta di una trasformazione che interroga chiunque abbia a cuore non solo i diritti delle persone direttamente coinvolte, ma anche la tenuta delle istituzioni democratiche. Dopo tre tentativi falliti di applicare il protocollo Italia Albania, il governo Meloni sembra intenzionato a usare le due cattedrali alla propaganda – costruite a Shengjin e Gjadër – per altri scopi, ancora non meglio precisati. Il TAI in collaborazione con il gruppo di contatto sull’immigrazione del nostro Parlamento, ha organizzato altrettante missioni di monitoraggio con l’obiettivo di denunciare le pesanti criticità del protocollo e renderne evidenti i profili di illegittimità e di arbitrio. E il quadro che emerge dalle visite di monitoraggio effettuate è indiscutibile: i centri in Albania sono illegittimi e sbagliati sul piano etico, giuridico ed economico.
“Le procedure di rilevazione delle vulnerabilità, si legge nelle conclusioni del Report, sono portate avanti in condizioni del tutto inidonee, come evidenziato dalle evacuazioni successive alle prime attività di screening ma, anche, dalle evidenze riscontrate dalle delegazioni che si sono recate all’interno dei centri ed hanno parlato con le persone migranti. Il modello adottato si è rivelato incompatibile con la tutela dei diritti fondamentali. Le violazioni riscontrate sono numerose e sistematiche: valutazione delle vulnerabilità assolutamente inadeguata, con l’esclusione dal trasferimento effettuata in condizioni non idonee e senza un esame approfondito dei singoli casi; applicazione generalizzata delle procedure accelerate in frontiera, che comporta una torsione inaccettabile del diritto d’asilo e un indebolimento delle garanzie per i richiedenti protezione; trattenimento prolungato fin dalla “selezione” in mare, con le persone sottoposte a privazione della libertà personale già a bordo delle navi, senza alcun provvedimento formale e con tempi indefiniti; impossibilità per le persone di esercitare il diritto alla difesa in condizioni adeguate, a causa dell’isolamento, della difficoltà di accesso a un’assistenza legale effettiva e della rapidità delle procedure che impediscono una consapevolezza del quadro giuridico entro il quale va collocata la domanda di protezione Questa modalità di selezione arbitraria e superficiale, e le successive ulteriori mancanze, espongono tutte le persone coinvolte nell’attività di “salvataggio e soccorso” a rischi, conseguenti anche alle tensioni che potranno nascere dalle attività di profilazione, divisione e indirizzo delle persone tra l’Italia e l’Albania.”
Anche il dibattito sulla trasformazione di questi centri non rappresenta, sottolinea il TAI, un’opzione accettabile: significherebbe introdurre nuove violazioni eclatanti dei diritti fondamentali, rafforzando ulteriormente un sistema di detenzione arbitraria e ingiustificata. Nessun tentativo di riconfigurazione di questo modello può essere accettato: lo smantellamento delle strutture è l’unica prospettiva possibile.
Qui il Report: https://static.acli.it/wp-content/uploads/2025/02/Rapporto-Albania_def.pdf.