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Manifesti strappati. La polemica su Ventotene

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene nel corso del dibattito alla Camera sul tema del piano di riarmo europeo ha avuto il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su un documento politico che, probabilmente, non sono in molti a conoscere.

Nelle ore successive al durissimo scontro che si è consumato in aula tra deputati di maggioranza e opposizione, moltissime testate ne hanno riportato ampi stralci o, addirittura, lo hanno pubblicato per intero.

Il Manifesto di Ventotene andrebbe letto, dall’inizio alla fine, per diversi motivi. Intanto, è sempre utile e interessante accostarsi al frutto di una elaborazione politica e teorica maturata nel drammatico contesto della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni subite dagli antifascisti che lo redassero. In secondo luogo, è opportuno sapere di cosa si sta parlando specialmente adesso che il tema dell’Europa e del suo ruolo politico nello scenario internazionale sta animando il dibattito in Italia, anche e soprattutto per via della manifestazione europeista dello scorso 15 marzo (a tal proposito rimandiamo alla lettura dell’ottimo articolo di Massimo Varengo pubblicato in prima pagina su Umanità Nova n. 8 del 23/03/2025).

«Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto» – questo il titolo originale – è, in realtà, un testo profondamente incompreso. Tanto incompreso quanto strumentalmente utilizzato, nel corso dei decenni, per finalità che poco o nulla hanno a che fare con la visione ideale e politica dei suoi estensori: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Tre antifascisti di diversa estrazione ma tutti e tre accomunati da una postura radicalmente eterodossa e originale rispetto alle grandi narrazioni ideologiche del loro tempo e alle rispettive famiglie politiche di riferimento. È per questo che il loro Manifesto viene spesso definito come un documento visionario: concepire ed elaborare nelle sofferenze del confino, in piena guerra e in un momento in cui le sorti del conflitto sembravano arridere al nazismo e al fascismo, l’idea di un’Europa unita e federale che superasse e archiviasse per sempre la centralità degli stati-nazione, fu un atto estremamente coraggioso e lungimirante. Si voleva scardinare, infatti, tutto quello che fino a quel momento aveva creato i presupposti per l’affermazione dei totalitarismi e della carneficina bellica: il nazionalismo, il militarismo, l’autoritarismo fondato sulla volontà di sopraffazione. E furono sottoposte a profonda revisione critica anche le tradizionali formule con le quali intraprendere la trasformazione sociale in senso egualitario. Effettuando uno scarto teorico assolutamente inedito, gli estensori del Manifesto individuarono una nuova faglia che sarebbe stata necessaria, dopo la fine delle ostilità, a individuare la vera frattura tra posizioni conservative e posizioni progressiste: non più il maggiore o minore grado di democrazia o socialismo da istituire, ma la maggiore o minore disponibilità a impegnarsi per la creazione di un «solido stato internazionale».

È evidente che noi anarchici non abbiamo mai condiviso, né mai potremo farlo, un impianto ideologico di questo tipo, fondato comunque sull’esistenza di strutture statuali benché federaliste o sovranazionali. Il nostro è un federalismo libertario dove lo stato non c’è perché cede il passo a comunità autogestite che cooperano liberamente. Tra l’altro, la parola “anarchia” ricorre un paio di volte in quel testo con una connotazione neanche troppo positiva, e gli stessi anarchici confinati a Ventotene espressero a Ernesto Rossi tutte le loro perplessità, pratiche e teoriche, di fronte all’idea di un grande stato europeo. Ma non è questo il punto.

Ci preme piuttosto sottolineare, da anarchici, che non ci è mai sfuggito il valore intrinseco di quella proposta politica finalizzata, comunque, a sparigliare le carte da molti punti di vista. Una proposta alimentata da un afflato internazionalista che, di fatto, non ha mai trovato realizzazione e che, anzi, fu soffocato sul nascere appena finita la guerra con la divisione del mondo in blocchi.

E allora, diciamo le cose come stanno. Nonostante lo consideri ufficialmente come un suo documento fondativo, l’Unione europea non ha mai espresso in alcun modo le istanze profonde di quel Manifesto. Non ci pare proprio, infatti, che questa istituzione – così come la conosciamo – possa considerarsi la felice realizzazione di quanto prefigurato a Ventotene più di ottant’anni fa. L’Unione europea dei burocrati, del potere finanziario, delle politiche di austerità che hanno affamato la Grecia (e non solo), delle direttive che distruggono le economie, della brutale repressione dei migranti, dei centri per il rimpatrio, dei morti in mare, delle frontiere, del coinvolgimento nelle guerre di mezzo mondo e dell’attuale corsa agli armamenti, è qualcosa di molto diverso da quegli Stati uniti d’Europa immaginati da Spinelli, Rossi e Colorni. Eppure, nonostante tutto, i partecipanti alla piazza del 15 marzo agitavano il Manifesto di Ventotene preso in regalo con Repubblica, rivendicando a gran voce la necessità di spendere un mare di soldi pubblici per armare fino ai denti gli eserciti di ogni stato europeo così come vorrebbe Ursula von der Leyen.

Quanto a Meloni, in molti hanno sottolineato la superficialità e la malafede con la quale ha strumentalmente citato alcuni passaggi che le facevano comodo per svilire il contenuto del Manifesto di Ventotene e buttarla in caciara. Si tratta, guarda caso, di quelle parti che esprimono molto chiaramente la matrice socialista e progressista di chi lo scrisse. Quell’Europa federale concepita a Ventotene era un ambito politico improntato all’equità e alla giustizia sociale tanto che a Giorgia Meloni ha fatto molta impressione – tra le altre cose – il riferimento alla «dittatura del partito rivoluzionario». Evidentemente, la presidente del consiglio non ha letto il passaggio successivo in cui si chiarisce che quel partito creerà «le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato». In quel testo, la parola «partito» va intesa come «schieramento» o, meglio, come «movimento» e non indica, di certo, il partito unico di un regime totalitario, magari dal retrogusto sovietico. Si tratta, piuttosto, di quella avanguardia – più culturale che politica – che dovrà incaricarsi di creare le condizioni affinché il nuovo paradigma europeista, refrattario a ogni tipo di autoritarismo di impronta nazionale, diventi la nuova cornice condivisa per garantire un futuro di pace, libertà e giustizia sociale.

«Questa non è la mia Europa» ha chiarito Meloni, credendo così di delegittimare il Manifesto di Ventotene. E noi aggiungiamo che ha perfettamente ragione. Quella non è la sua Europa perché Meloni non è neanche in grado di affrontare una tale complessità teorica. Né possiamo dimenticare che la presidente del consiglio, dopotutto, raccoglie l’eredità politica di quella banda di criminali che trascinò il nostro paese nella dittatura e nella guerra mandando al confino anche gli autori di quel documento.

È chiaro a tutti e non deve sorprendere che l’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni non sia quella di Meloni. Ma è altrettanto chiaro che non sia nemmeno quella di Michele Serra, del Partito democratico o di Ursula von der Leyen.

 

Alberto La Via

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Convocazione Assemblea Antimilitarista

ASSEMBLEA ANTIMILITARISTA

Reggio Emilia, 6 aprile

L’assemblea antimilitarista si riunirà domenica 6 aprile dalle ore 10:00 presso il circolo Berneri, in via Don Minzoni 1/d a Reggio Emilia

con il seguente ordine del giorno:

1) report dalle assemblee locali;

2) riarmo europeo, spese militari, economia di guerra, anche alla luce dell’evoluzione degli scenari internazionali;

3) Propaganda di guerra: militarizzazione del linguaggio, rilancio della cultura nazionalista, occupazione delle scuole, asservimento dei corpi e delle coscienze in vista di un allargamento del conflitto.

4) prossime iniziative dell’assemblea;

5) varie ed eventuali.

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Costruire l’impossibile. Balkan Anarchist Bookfair 2025

Thessaloniki (Grecia) 15-18 maggio

Assemblea organizzativa della BAB2025

La Fiera del Libro Anarchico dei Balcani non ha mai riguardato solo i libri. L’abbiamo sempre intesa come uno strumento in più per rafforzare i nostri collettivi, le nostre organizzazioni, le nostre relazioni e le nostre reti a livello locale, regionale e internazionale, come uno spazio in cui scambiare le nostre idee e i nostri progetti e in cui confrontare le nostre pratiche, i nostri modelli organizzativi e le nostre esperienze di lotta, la nostra partecipazione ai movimenti sociali. Nel settembre 2024, in un’assemblea congiunta tenutasi a Thessaloniki con tutti i collettivi della città che hanno risposto all’invito a partecipare all’assemblea organizzativa, ci siamo posti l’obiettivo di riunire il maggior numero possibile di compagni da tutti i Balcani per discutere, in modo organizzato, i nostri accordi e disaccordi e fare proposte concrete per lotte e azioni comuni. Abbiamo concordato di avere come ordine del giorno iniziale per la BAB2025 i temi comuni discussi alle BAB di Lubljiana e Pristina (2023 e 2024) e abbiamo iniziato a costituire i diversi gruppi di lavoro.

Abbiamo anche concordato che la nostra prima azione comune sarebbe stata la partecipazione di Thessaloniki alle giornate di azione contro la guerra, il militarismo e il nazionalismo, decise dall’assemblea BAB di Pristina per la prima decade di ottobre 2024. In questo contesto, si è tenuto un evento aperto in una piazza di un quartiere operaio di Thessaloniki con la partecipazione di un anarchico obiettore dell’esercito di Tel-Aviv e una manifestazione nel centro della città, con il motto centrale “Fight war not wars”.

Argomenti di BAB 2025

L’agenda iniziale del BAB 2025, concordata nel settembre 2024, comprende i seguenti temi più ampi, per i quali sono stati istituiti i rispettivi gruppi di lavoro al fine di preparare le discussioni organizzate:

– Capitale, Stato, guerra e risposte anarchiche,

– Oppressione di genere, resistenza al patriarcato e femminismo anarchico,

– Frontiere, migrazioni, resistenza alla Fortezza Europa,

– Crisi climatica, capitalismo e lotte per la terra e la libertà,

– Prigionieri anarchici e solidarietà,

– Squat anarchici e centri sociali autonomi,

– Media anarchici, infrastrutture editoriali, archivi di movimento.

Su proposta dei collettivi di Salonicco e Atene, è stato aggiunto un ulteriore tema:

– Educazione libertaria/autoeducazione.

La lista è aperta ad altre proposte. Inoltre, oltre ai temi comuni, ci saranno presentazioni, workshop, concerti, mostre, proiezioni, incontri/pratiche sportive e una marcia anticapitalista, antistatale e internazionalista contro la guerra. Potete inviare le vostre proposte a: bab2025[at]riseup[dot]net

Gruppi di coordinamento e gruppi di lavoro

Per quanto riguarda i temi, abbiamo ritenuto che non sarebbe stato produttivo tentare di elaborare testi comuni e omogenei da parte dei rispettivi sottogruppi dell’assemblea organizzativa, poichè questa impostazione avrebbe sostanzialmente riassunto le posizioni, ma non ci sarebbe stato spazio per l’espressione di approcci diversi, soprattutto su questioni su cui sappiamo che ci sono disaccordi.

Crediamo fermamente che i punti di analisi e di azione comuni possano essere trovati meglio quando i punti di disaccordo vengono riflessi e discussi con rispetto e chiarezza. Proponiamo quindi la creazione di gruppi di coordinamento per i diversi temi che garantiscano:

che gli eventi organizzati presentino tutti i diversi approcci politici in modo equo, chiaro e paritario e con la più ampia partecipazione possibile di relatori provenienti da tutte le aree geografiche dei Balcani; che ci sia tempo sufficiente per la discussione; che le posizioni principali dei relatori siano già pubblicate, in traduzione inglese, sul sito web di BAB2025 con largo anticipo rispetto alla Fiera del Libro Anarchico dei Balcani di Salonicco.

Oltre a questi gruppi di coordinamento, sono stati istituiti diversi gruppi di lavoro per coordinare e anticipare le questioni relative a ospitalità, catering, accessibilità, attività per bambini, gestione del sito web, traduzione, grafica/stampa, attività culturali, info-point, ecc. In particolare, l’assemblea organizzatrice desidera fornire assistenza nei casi in cui siano necessari i visti per i partecipanti per raggiungere la Grecia, nonché contribuire finanziariamente alle spese di viaggio dei partecipanti che non possono pagare.

Per ulteriori informazioni, contattare bab2025@riseup.net

Gli inviti dettagliati dei gruppi di coordinamento dei temi politici e gli annunci dei gruppi di lavoro saranno inviati gradualmente alla mailing list Balkan Solidarity e saranno anche pubblicati sul sito web https://bab2025.espivblogs.net/.

In questo invito iniziale per BAB2025 includiamo il quadro generale di discussione proposto dal rispettivo gruppo di coordinamento per ogni tema politico:

Capitale, Stato, guerra e risposte anarchiche

Stiamo assistendo alla normalizzazione della guerra, eppure non siamo riusciti a costruire un movimento internazionalista, anticapitalista e contro la guerra. L’assenza di un intervento coerente e orientato a livello internazionale del movimento anarchico/antiautoritario contro questo presente e futuro distopico può indicare il fatto che siamo entrati in una nuova era, che gli strumenti analitici del passato non possono interpretare. Non si tratta né del mondo bipolare della Guerra Fredda, né del mondo unipolare dominato dall’Occidente che le è succeduto, ma di un nuovo sistema mondiale in formazione, che costruisce alleanze di potere e distrugge vite, società e intere regioni in un ambiente globale di crisi.

Oppressione di genere, resistenza al patriarcato e femminismo anarchico

Intendiamo il patriarcato come parte integrante dello Stato e del Capitale, ma anche come un sistema di potere che tuttavia mantiene una relativa autonomia nelle nostre vite. Negli ultimi anni, la questione di genere ha acquisito visibilità nella sfera pubblica, poiché gli episodi documentati di violenza di genere – dai femminicidi, alle aggressioni, alle uccisioni di persone queer – sono in rapido e palese aumento, mentre allo stesso tempo i nostri diritti riproduttivi sono costantemente presi di mira dalle politiche statali e dalla retorica religiosa. L’ascesa del nazionalismo porta a un maggiore conservatorismo istituzionale: i nostri corpi sono ridotti a oggetti di violenza o a macchine riproduttive per alimentare i voraci appetiti del militarismo e della guerra. In questa condizione, la necessità di collettivizzare le nostre lotte e i nostri progetti a livello transnazionale trascende le specificità di ogni località e ci chiama a fondere le nostre prospettive e a portare a sintesi le nostre azioni.

Frontiere, migrazioni, resistenza alla Fortezza Europa

Da tempo vediamo che le politiche contro l’immigrazione occupano sempre più spazio nel dibattito pubblico. La retorica anti-immigrazione ha il potere non solo di rovesciare i governi, ma anche di plasmare la percezione dominante della vita umana e di determinarne il valore. Mentre gli Stati si impegnano in una feroce competizione e sono spinti a nuove guerre, il tradizionale razzismo della Fortezza Europa (cioè le politiche di “integrazione” degli immigrati come forza lavoro sottopagata) si sta trasformando in politiche di vera e propria disumanizzazione e sterminio. In un momento in cui parti sempre più ampie delle popolazioni vengono considerate sacrificabili, noi come movimento dobbiamo analizzare ed esprimerci contro queste politiche, per sviluppare tutte le possibilità esistenti per comunità di lotta fra abitanti locali e migranti insieme.

Crisi climatica”, capitalismo e lotte per la terra e la libertà

La crisi climatica, dovuta principalmente all’attività umana, è uno dei problemi più importanti del nostro tempo. Negli ultimi anni si è assistito a un saccheggio senza precedenti delle risorse naturali. In diverse aree geografiche dei Balcani, i disastri su larga scala si verificano sempre più frequentemente e con intensità crescente. Le montagne vengono invase, le foreste vengono disboscate, i fiumi vengono inquinati e progetti disastrosi ottengono da un giorno all’altro permessi ambientali, in nome del progresso verde. Contro un modello di sviluppo continuo e di profitto che non rispetta gli ecosistemi e la vita nel suo complesso, è più che urgente stabilire le nostre condizioni e le nostre proposte per una vita degna di essere vissuta da tutt* e per tutt* in termini equi e veramente ecologici.

Prigionieri anarchici e solidarietà

Dobbiamo la massima solidarietà a coloro che sono imprigionati per la loro attività politica e/o identità. Questo gruppo discute e coordina le pratiche di sostegno ai prigionieri politici nei Balcani e affronta le carenze organizzative.

Squat anarchici e centri sociali autonomi

Nel contesto della crisi capitalistica e dell’intensa repressione, osserviamo le nostre città sottomettersi al business del turismo e ospitare sempre più attività mediate dalle merci e dal profitto. Si tratta di una forma di privatizzazione dello spazio pubblico che allontana le persone dalle città. Gli squat vengono sgomberati e diventa sempre più difficile garantire le condizioni materiali di esistenza per i centri sociali. Eppure l’esistenza dei centri sociali è vitale per la sostenibilità delle relazioni di solidarietà tra le persone che cercano di respirare in un mondo soffocante. Riteniamo necessario che questi progetti si incontrino e si scambino esperienze e pensieri, oltre a creare reti sulla base del sostegno reciproco.

Media anarchici, infrastrutture tipografiche ed editoriali, archivi di movimenti sociali

Nell’attuale contesto di crisi capitalistica multiforme e di intensa repressione, l’esistenza e il rafforzamento delle infrastrutture di movimento (anarchico, antiautoritario, auto-organizzato) è estremamente importante. Più specificamente, l’obiettivo di BAB2025 è quello di evidenziare e sostenere progetti editoriali, tipografie, media di controinformazione, archivi di movimenti sociali, stazioni radio auto-organizzate, così come infrastrutture digitali e hacklab provenienti dalle geografie balcaniche.

Educazione libertaria/autoeducazione

In una società capitalista, patriarcale e razzista, i bambini rom, rifugiati e immigrati vengono emarginati ed esclusi dal sistema educativo pubblico. Riconosciamo l’autonomia dei bambini e dell’infanzia e cerchiamo di coesistere e comunicare con loro attraverso relazioni paritarie, costruendo e riproducendo la cultura collettiva che vogliamo vivere. Consideriamo essenziale lo scambio di esperienze sull’auto-organizzazione e la creazione di strutture legate all’educazione, siano esse progetti per bambini o collettivi di auto-educazione per adulti.

La BAB2025 non è solo quattro giornate nel maggio 2025, è un processo continuo!

In questa fase lo Stato sta abolendo il “contratto sociale” e si sta ritirando completamente dai suoi presunti obblighi nei confronti della società, limitandosi al ruolo di poliziotto, oppressore e guardia carceraria e servendo apertamente gli interessi del mercato. Il parlamentarismo, apparentemente un modo per esercitare pressioni al fine di ottenere nuovi benefici sociali o difendere vecchi diritti sociali e di classe, è chiaramente in via di estinzione, poiché i poteri oggi, per riprodursi, contano sulla paura della gente, piuttosto che sulle promesse elettorali di un futuro migliore.

Il sistema mondiale di sfruttamento sembra disposto a impegnarsi in una serie infinita di guerre, alla ricerca di un nuovo equilibrio attraverso la distruzione e l’aumento del profitto capitalistico. Nel frattempo, ci sono segni evidenti di una vera e propria crisi, la crisi ambientale, che mette in ombra tutte le altre “crisi” successive degli ultimi anni.

L’autorganizzazione non è più uno slogan. È una necessità sociale. I mesi che precedono la BAB di Thessaloniki sono una scommessa aperta, un processo di fermentazione delle nostre idee comuni e la creazione congiunta di un luogo di incontro per l’organizzazione della solidarietà, della resistenza e della lotta. Un luogo dove il disaccordo sarà accolto con attenzione, rispetto e comprensione reciproca, dove condivideremo e ricomporremo, dove la ricchezza, la bellezza e la vitalità delle idee e delle pratiche anarchiche dissolveranno l’indegnità, l’intolleranza e la disumanità: Mille rose nere contro la rassegnazione e il cannibalismo sociale.

Un vecchio motto recita: “Lottiamo per l’impossibile prima di trovarci di fronte all’impensabile”. Ebbene, l’impensabile è già qui, l’utopia non sembra più impossibile. È l’unica opzione realistica.

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NUOVE LOTTE NEI CAMPI FLEGREI: Popolazione, ambiente, dinamiche di classe

di Enrico Voccia

Nell’aprile dell’anno scorso, una interessante mobilitazione popolare è avvenuta nell’area dei Campi Flegrei, tra Napoli ed immediata provincia; una mobilitazione che ha visto fin dall’inizio la presenza del gruppo anarchico “Francesco Mastrogiovanni” della FAI, anche perché una parte dei suoi militanti abitano proprio in zona. Questa lotta è stata il punto di partenza di un articolo che ha cercato di riflettere sul rapporto fra territori, rischi ambientali e rapporti di classe, pubblicato su Umanità Nova n° XX del 2024.

Per chi non volesse/potesse recuperare l’articolo, ne sintetizziamo brevemente i punti salienti per comprendere le successive attuali riflessioni. L’area dei Campi Flegrei, una caldera vulcanica attiva vicino a Napoli, è un territorio di enorme bellezza naturale e storica, ma anche di elevato rischio sismico. Negli anni ’70, un’intensa attività bradisismica portò all’evacuazione del Rione Terra di Pozzuoli, un evento traumatico per la comunità locale, che subì una deportazione forzata senza adeguate contropartite. Dal 2005 l’area è nuovamente interessata da fenomeni bradisismici, con un recente picco di attività sismica nell’aprile 2024, che ha generato forte preoccupazione nella popolazione. La gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni è stata giudicata insufficiente, portando alla nascita di comitati popolari per tutelare gli interessi degli abitanti.

La bellezza della zona fa sì che la speculazione turistica incomba sull’area, con il rischio, che si è materializzato con il Rione Terra di Pozzuoli, che eventuali evacuazioni siano sfruttate per favorire le multinazionali del turismo a discapito della popolazione locale. Occorre pertanto costruire rapporti di forza sul territorio per garantire che eventuali allontanamenti siano temporanei e che i territori non siano abbandonati alla speculazione.

L’esperienza dei terremoti dell’Irpinia (dove i movimenti popolari riuscirono ad ottenere la ricostruzione dei propri paesi) e de l’Aquila (dove un movimento più debole ha visto alla fine un fenomeno “Rione Terra” su larga scala), evidenzia l’importanza della presenza di movimenti popolari organizzati per difendere i diritti degli abitanti e contrastare gli interessi capitalisitici. Nella fattispecie, il bradisismo è un fenomeno permanente ed è fondamentale una gestione continua e non emergenziale del territorio, con un’adeguata redistribuzione delle risorse economiche per garantire la sicurezza e il benessere della popolazione.

Cos’è accaduto in quest’ultimo anno? Il fenomeno bradisismico si è diradato e, con esso, la capacità dei movimenti di attrarre larghe fette della popolazione. Il che, d’altronde, è comprensibile: le persone del territorio che non hanno una formazione politica ed un’abitudine alla militanza la quale, di conseguenza, permetta loro una precisa e costante comprensione della posta in gioco sia a livello naturalistico sia a livello sociale, si mobilitano quando il problema è evidente, quando le loro case diventano inagibili e/o le continue scosse li portano in uno stato d’ansia di difficile sopportazione. In mancanza di una tale evidenza del problema, è facile vengano meno.

È da notare che questo fenomeno è presente anche nei movimenti della sinistra radicale che, pure, una tale coscienza dovrebbero averla, ma che sono radicati in zone del territorio napoletano relativamente distanti dall’area dei Campi Flegrei e, di conseguenza, sentono meno nell’immediato il problema e, nonostante i vari appelli, salvando la pace di qualche singolo, sono stati assenti nelle mobilitazioni. Si tratta, quest’ultima di una visione delle cose assai miope: il problema è davvero generale.

L’Italia è particolarmente vulnerabile al rischio idrogeologico a causa della sua conformazione geografica e delle attività umane: quasi il 94% dei comuni italiani è esposto a rischi legati a frane, alluvioni ed erosione costiera. Se consideriamo anche i rischi sismici e vulcanici, l’Italia diventa uno dei Paesi europei più esposti a fenomeni naturali. Circa il 44% del territorio italiano è classificato a rischio sismico medio-alto, con regioni come Abruzzo, Calabria, Sicilia e Campania particolarmente vulnerabili. Inoltre, l’Italia ospita alcuni dei vulcani più attivi d’Europa, come l’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli, che rappresentano un rischio significativo per le aree circostanti.

Combinando i rischi idrogeologici, sismici e vulcanici, emerge allora un quadro complesso in cui gran parte del territorio italiano è soggetto a potenziali e spesso incombenti pericoli naturali, per cui la questione del rapporto delle popolazioni col territorio dovrebbe essere ben presente, almeno nella coscienza dei militanti che vogliono, come si usava dire un tempo, un mondo nuovo e possibile. Miope appare allora l’atteggiamento di chi, sentendo le scosse ma non vedendo le crepe nei muri delle proprie abitazioni, lo ritiene un problema secondario – domani invece della caldera dei campi flegrei potrebbe svegliarsi il Vesuvio, il vulcano presente all’altro capo di Napoli che si affaccia sul suo lato est. Abbiamo fatto un esempio molto partenopeo, ma i dati che abbiamo esposto prima mostrano come si potrebbero fare esempi simili dalle Alpi alla Sicilia. Di conseguenza, il rapporto delle popolazioni con il proprio territorio e le dinamiche di classe che possono innescarsi dovrebbero essere all’attenzione continua di chi lotta per un mondo migliore.

Chiudiamo però con la cronaca del presente. Il 13 marzo 2025, si è verificato un terremoto di magnitudo 4.6, il più forte registrato negli ultimi 40 anni nell’area dei Campi Flegrei. Questo evento è stato accompagnato da uno sciame sismico con altre scosse di magnitudo 3.5 e 3.9 nei giorni successivi. Il fenomeno del bradisismo ha raggiunto un sollevamento del suolo di circa 140 cm nella caldera centrale, con una velocità di sollevamento di 3 cm al mese, raddoppiata rispetto ai dati precedenti. L’attività vulcanica e sismica è strettamente correlata alla dinamica della caldera vulcanica sottostante, che continua a essere monitorata attentamente.

Sono state allestite strutture di accoglienza, come una tendostruttura a Fuorigrotta, per ospitare i cittadini evacuati: il governo ha dichiarato lo stato di mobilitazione della Protezione Civile per i territori di Pozzuoli, Bacoli e Napoli occidentale. Sono stati evacuati 163 nuclei familiari, per un totale di 388 persone e si è avviato un piano straordinario per analizzare la vulnerabilità degli edifici pubblici e privati e rafforzare le infrastrutture essenziali. La cosa più interessante, però, è stata la reazione dei movimenti, che stavolta ha raggiunto livelli di aggregazione e di iniziativa popolare abbastanza interessanti.

L’assemblea popolare si è nuovamente formata, stavolta ssumendo il ruolo di unico strumento decisionale e partecipativo per risolvere i bisogni che si presentano quotidianamente. I momenti più rilevanti di questa lotta, che sviluppa costantemente solidarietà, mutuo soccorso e rivendicazioni, per risolvere nel concreto i bisogni delle persone, sono stati tanti. I più rilevanti e significativi sono stati: l’occupazione per quattro giorni e notti della municipalità di Bagnoli, l’occupazione dell’ex base NATO a Bagnoli e il presidio di contestazione alla riunione clandestina del ministro Piantedosi insieme ai sindaci di Napoli, Pozzuoli e Bacoli. Oltre a questi momenti di maggiore visibilità, importantissime sono le tante assemblee di piazza svoltesi in vari luoghi, che garantiscono una ampia partecipazione fondata sulla azione diretta delle persone interessate, senza delegare nulla a nessuno.

Il problema più delicato e importante in questo momento è la sistemazione di tutte le persone che non hanno più una casa agibile. L’unico modo per risolvere questo problema in modo dignitoso è quello di dare subito un alloggio sicuro, confortevole e degno di questo nome a tutti gli sfollati. La cosa è possibile e realizzabile facilmente: basta espropriare tutte le ville ed appartamenti sfitti nonché gli alberghi che si trovano subito fuori dalla zona a rischio. In ogni caso, l’assemblea popolare ha stilato un appello con la esplicitazione della democrazia diretta, del rifiuto della delega e con dieci punti rivendicativi; appello discusso, approvato e condiviso da tutti.

Ovviamente c’è la consapevolezza, da parte di tutti i partecipanti all’assemblea, che solo continuando a lottare in prima persona, uniti e con determinazione, si riuscirà a costruire un percorso di lotta che porterà alla soddisfazione dei nostri bisogni. Speriamo di riuscire a mantenere nel tempo questi livelli della mobilitazione ma, ovviamente, non possiamo sapere se questo succederà. Di sicuro, il gruppo Mastrogiovanni continuerà ad essere presente, come ha fatto fin dall’inizio, a fianco di chi lotta.

Di seguito pubblichiamo il documento-verbale uscito dall’assemblea della X Municipalità occupata:

Verbale della I Assemblea Popolare della X Municipalità occupata. Nella giornata di Mercoledì 5 Marzo, presso i locali della sede della X Municipalità, nell’aula Sandro Pertini, si tenuta un’assemblea popolare con gli abitanti di Bagnoli e dei Campi Flegrei. II tema dell ‘assemblea ha riguardato le conseguenze sugli abitanti della crisi bradisismica e le recenti evoluzioni riguardanti i programmi di bonifica e rigenerazione urbana dell’area ex-Italsider. L’assemblea si è tenuta nei locali della sede della X Municipalità occupata per la richiesta di tenere celermente un incontro informativo sulla situazione sismica e sulle conseguenze sugli edifici e le misure in campo per il sostegno alle persone, con l’assoluta prerogativa di convocarla sul territorio di Bagnoli, per poter permettere agli abitanti di potervi partecipare attivamente, contro l’attuale convocazione del consiglio monotematico su Bagnoli previsto per il 10 Marzo a via Verdi. L’assemblea afferma due principi fondamentali: respingimento di ogni logica della delega, rifiutando la possibilità di poter destinare ad un piccolo gruppo di persone o a qualche singolo rappresentante la qualità di portavoce del territorio, si richiede quindi la convocazione urgente di un incontro pubblico sul territorio; costituzione di un’assemblea popolare permanente dei Campi Flegrei e di un comitato di controllo permanente sugli effetti del bradisismo. L’assemblea ha approvato all’unanimità le seguenti rivendicazioni rispetto la situazione attuale: 1. controlli e censimento a tappeto per la stabilità di edifici pubblici e privati a carico dello Stato; 2. soluzioni alternative e sostenibili per gli eventuali sfollati da edifici a rischio; 3. blocco dei mutui e degli affitti per tutte e tutti gli sfollati; 4. indennità per le notti insonni per i lavoratori e le lavoratrici costretti a recarsi a lavoro nei giorni successivi le scosse; 5. adeguamento e revisione immediata delle vie di fuga attualmente esistenti parametrate al numero di abitanti per contrastare fenomeni di congestione del traffico veicolare; 6. apertura di punti fissi nella ex base Nato, nelle aree sicure dell’ex Italsider e nella Mostra d’OItremare, con la creazione di punti di raccolta e ristoro comprensivi di letti, accesso a bagni e docce, cibo, in particolare per persone con disabilità, fragilità, bambini/e e anziani; 7. creazione di presidi fissi per il supporto medico e specialmente per il supporto psicologico con la possibilità di immediata presa in carico presso i centri di salute mentale delle ASL territoriali per affrontare il carico di ansie e preoccupazioni relativo alla situazione sismica; 8. mappatura delle persone non autosufficienti per interventi domiciliari tempestivi in caso di scossa; 9. blocco e annullamento della cementificazione prevista nei Campi Flegrei, fermando subito tutti i nuovi progetti di edilizia privata. L’assemblea respinge ogni possibilità di separazione tra T’attuale situazione bradisismica e la complessiva opera di rigenerazione urbana sul territorio. Abbiamo bisogno di libero accesso al mare, della spiaggia pubblica e del parco urbano. Nella situazione di difficoltà creata dal bradisismo le scelte individuali lasciano indietro le persone fragili o che non possono permettersi soluzioni alternative, l’unica possibilità che abbiamo per sostenere tutte e tutti prevede l’adozione di soluzioni collettive. Assemblea popolare della X Municipalità Occupata

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LA SALUTE NON È IN VENDITA: 7 aprile giornata di lotta per la salute

In questo momento storico contrassegnato dalla volontà di guerra e da un periodo di crisi profonda non solo nel nostro paese, si evidenzia più che mai il violento assalto che in tutti i paesi sta subendo la sanità, stretta tra le forze che tentano di trasformarla in merce e profitto, tra quelle che premono per un rapporto pubblico-privato e tra quelle che lottano per un servizio pubblico, gratuito e di qualità per le masse popolari.

Sono queste ultime che anche quest’anno il 7 aprile, in occasione della Giornata Mondiale della Salute, uniti dallo slogan “la salute non è in vendita”, si mobiliteranno a livello europeo contro lo strapotere dei capitalisti, il cui scopo è quello di continuare a speculare ovunque possano accaparrarsi profitti accettabili a scapito della salute e della vita umana.

Le politiche attuate in questi anni per contrastare la crisi economica, politica e culturale hanno prodotto degli effetti che hanno determinato un deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, impoverendo complessivamente la nostra vita. L’intensificazione dello sfruttamento, la diffusione del lavoro nero, l’incremento della nocività, la precarietà, la distruzione dell’ambiente e delle risorse, la creazione di tecnologie non al servizio del benessere collettivo, fino allo smantellamento del sistema sanitario: questi elementi sono tutti indicatori di un inevitabile decadimento della salute.

La privatizzazione di tutto il sistema sanitario pubblico legata alla logica del libero mercato, sia relativamente ai prezzi dei farmaci, sia al sistema assistenziale governato dalle assicurazioni si è tradotta nel binomio cura-lavoro: o si muore perché non si ha lavoro, o si muore di lavoro per mancanza di sicurezza.

Negli anni ’80, dalla prima pagina dell’Unità, Napolitano lanciava un monito: “bisogna abolire lo stato sociale.” Questa affermazione la dice lunga, sulle indicazioni date alla classe politica sul progetto politico da realizzare e su chi doveva realizzarlo: proporre un nuovo modello di controllo senza perdere l’occasione per mercificare ancora di più la domanda di salute, dalla quale estorcere lauti profitti.

In questo modo si realizzava quanto Monti aveva enunciato: l’introduzione del sistema assicurativo, attraverso un metodo che estorceva il consenso dei cittadini e ne impediva la capacità di reazione.

Una strategia politica adottata già da diversi anni. Per portare un esempio concreto, quando si vuole dismettere un ospedale lo si svuota gradualmente dei servizi, fino a renderlo inefficiente, inducendo l’utenza a rivolgersi altrove, prevenendo così le naturali azioni di opposizione della cittadinanza, la quale si adatta alla situazione che progressivamente si delinea. Così è successo anche per la scuola pubblica.

La classe dominante agisce sulle masse attraverso un fine lavoro psicologico che si basa sull’adattamento, capacità fondante del “sistema uomo” per realizzare i propri obiettivi, affinando le armi del controllo sociale, Covid insegna.

Questa politica non poteva prescindere, per andare in porto, da due condizioni: l’adesione e il consenso dei cittadini. Tutto ciò convincendoli che il concetto universale di salute deve essere modificato nell’ottica del risparmio, dei lavoratori, convincendoli che il concetto stesso di lavoro sanitario, deve essere sempre meno rivolto alla cura, e sempre più alla logica del profitto, per cui non è importante quello che si fa concretamente, ma il giro di soldi che genera.

La situazione attuale è già molto avanti in questo senso: la gratuità delle cure, rese inaccessibili per molti, è già stata compromessa dall’introduzione di ticket elevatissimi sulle prestazioni e sui farmaci e tagli pesantissimi sono stati effettuati ai servizi con pesanti ricadute sui pazienti e sui lavoratori della sanità. Infatti i ritmi di lavoro sono aumentati al punto da mettere a rischio la sicurezza degli utenti e dei lavoratori stessi.

In una situazione considerata così grave e nella quale si chiedono “sacrifici a tutti”, col pretesto che mancano le risorse, si accelera la così detta ”quarta rivoluzione industriale”, che offre l’occasione di adottare misure non più graduali, anche in settori come la sanità, terreno appetibile per i grandi colossi industriali, trasformando la sanità sul modello 4.0.

L’adozione di tecnologie digitali consentirà alla “catena del valore” di cogliere una serie di vantaggi che garantiranno l’aumento della produttività e competitività delle imprese, restituendo così completamente la sanità pubblica alle logiche di mercato. Una logica che non ha subito nessuna inversione, anzi, nei diversi paesi europei, per rispondere alla crisi economica e alla riduzione delle risorse pubbliche per il Welfare, da anni era già in corso una ri-progettazione dei sistemi sanitari, investendo e mobilitando risorse pubbliche e private addizionali nella Sanità digitale: un grosso business e una fonte inesauribile di profitto, per la quale sono stati stanziati dal Ministro della Salute 172.898,380,00 milioni di euro. Una scelta che, tra le altre cose, si avvarrà dell’aiuto e della complicità dell’alleato Israele, considerato leader mondiale nel campo dell’Intelligenza artificiale, nella medicina e nei sistemi sanitari. Un contributo considerato “significativo per l’assistenza sanitaria in tutto il mondo”, omettendo il suo utilizzo per rafforzare la sorveglianza di massa in un territorio sotto assedio e contro un popolo verso il quale sta perpetuando un genocidio.

Sorge allora spontanea la domanda: come opporsi a questo stato di cose? La strada maestra è, innanzitutto, non delegare ai responsabili e ai complici di questa grave situazione, essere protagonisti della nostra vita, della nostra sicurezza, della nostra salute. Possiamo farlo attraverso l’informazione e la denuncia come forme primarie di prevenzione, la solidarietà reciproca e lo studio collettivo, la lotta e la mobilitazione popolare, la partecipazione l’organizzazione, sempre al fianco degli anziani, dei disabili, dei pazienti, dei lavoratori e delle lavoratrici, che hanno pagato un tributo altissimo (durante il Covid) rispetto alla loro condizione e nello svolgimento della propria professione al servizio della collettività.

Di fronte a quest’attacco il nostro pensiero e la nostra azione politica deve assicurare centralità alla lotta per la salute nella sua dimensione collettiva, una lotta da portare avanti uniti e organizzati per il diritto alla salute e il diritto alla cura contro un sistema che genera solo morte, miseria, malattie, distruzione e guerre.

Gina De Angeli

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GLI SCIOPERI CONTRO LA GUERRA DEL MARZO 1943: Prove generali per l’insurrezione antifascista di classe

Nel ciclo lungo del sindacalismo di Stato

Gli scioperi del marzo 1943, evento mito della narrazione antifascista, si collocano all’interno di un lungo ciclo storico che insieme registrava rotture traumatiche e continuità. La forma-sindacato storica, basata su autonomia e conflitto, era mutata da tempo; continuità sorprendenti invece, nei modi dell’azione rivendicativa dal basso, riemergevano dai gorghi delle guerre civili. Tournant novecenteschi dirompenti avevano insomma stravolto i connotati del vecchio mondo. La guerra europea era stata atto fondativo dello Stato amministrativo moderno, con la regolazione dall’alto dei conflitti sociali attraverso lo strumento normativo della Mobilitazione industriale, per la gestione primaria dell’interesse della Nazione. Da quel momento il sindacato entrava nello Stato e lo Stato entrava nel sindacato, in un connubio indissolubile, abbraccio mortale ed eterno. A seguire, con la sanguinosa sconfitta del sindacalismo “rosso” in Italia, si erano sviluppati processi di accentuata de-sindacalizzazione. La promulgazione della “Carta del lavoro” nel 1927, disegnava intanto lo Stato corporativo. Lo “sbloccamento” del 1928 comportava la delimitazione della rappresentanza all’ambito federale e il conseguente deperimento della sua dimensione politica generale e di sintesi sul territorio. Neppure l’idea corporativa, ispirata alla collaborazione di classe, era un quid novi dell’era fascista. E aveva fra l’altro salde radici nel movimento cattolico, nell’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII e nel “Fermo proposito” di Pio X.

Benché le relazioni si svolgessero in un quadro di accentuato autoritarismo, il modello che si affermava non era quindi nuovo, ma precedeva e seguiva l’arco temporale di vigenza della dittatura mussoliniana. In esso si ritrovavano: rottura del rapporto rappresentanza-tutela; fine della rappresentanza confederale e sindacale di fabbrica; scambio conflitto / contratto collettivo. La dottrina corporativa fra l’altro, terza via teorica fra capitalismo e collettivismo, rivelando la sua fragile dimensione utopica, restava sovrastata da una politica economica protezionistica, da paese industrializzato, succube dei grandi ceti imprenditoriali. E le suggestioni bolscevizzanti lanciate da Ugo Spirito nel 1932, sulla “Corporazione proprietaria” (ossia a favore delle nazionalizzazioni e contro la libera proprietà), sulla risoluzione del sindacalismo nel corporativismo integrale, rimanevano lettera morta. Si esauriva quindi sul nascere ogni velleità di declinare “a sinistra” la dottrina corporativa. Dopo il 1945 lo Stato avrebbe restaurato la propria autorità “democratica” attraverso le istituzioni di massa, cui cedeva poteri delegati in materia sociale ed economica. In cambio il nuovo sindacato confederale avrebbe rinunciato a porsi come forza potenzialmente antisistema. Ricostruzione, ideologia produttivista e ripresa industriale sarebbero stati poi i punti cardine su cui veniva indirizzato il movimento operaio, ormai fattosi garante del supremo interesse della Nazione. Lo scenario sociale e politico, tra primo e secondo dopoguerra, radicalmente cambiato era irriconoscibile. Il sindacato, persa la sua indipendenza e autonomia, lasciava il primato al partito, in particolare, per quanto riguarda l’Italia, ai tre partiti che, incardinatisi all’uopo nei primi anni Quaranta, avrebbero condizionato la gestione stessa dei sindacati per un lungo mezzo secolo, fino cioè al collasso del sistema politico con tangentopoli.

Gli scioperi del marzo 1943 erano dunque la rottura gagliarda e rabbiosa di questo stato perdurante di cose, contro la guerra fascista prima di tutto, per il pane, per il lavoro e la libertà. Ma erano anche, nel modo, un’indicazione di prospettiva per l’imminente liberazione, “stato nascente” di un futuro promesso radioso, poi rivelatosi amaro in alcuni suoi risvolti e per le evidenti continuità.

Uno sciopero ribelle e antifascista

Gli accordi di Palazzo Vidoni del 1925 tra Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni avevano sancito sul piano normativo una situazione che ormai era già stata conseguita di fatto, manu militari, con l’azione squadristica, ossia la fine formale dei sindacati liberi (USI, CGdL e CIL, ma anche le combattive federazioni SFI ferrovieri e FILM lavoratori del mare). Inoltre si sanciva l’assoluto divieto di sciopero, l’abolizione delle commissioni interne di fabbrica, l’avocazione allo Stato corporativo della rappresentanza unica del lavoro. L’abolizione ope legis della conflittualità nei rapporti di lavoro era stata infine confermata con l’entrata in vigore, nel 1931, del nuovo Codice Rocco che, espressamente (articoli 330-333, 502-508) vietava sanzionandolo lo sciopero. Questa fuga in avanti della norma giuridica, nell’era del consenso dispiegato, mera riaffermazione propagandistica della forza dello Stato fascista, di un regime prono alle esigenze della grande industria, si sarebbe in realtà dimostrata, un’autentica debolezza, specie nel contesto bellico.

Il carovita aggravato dal difficile approvvigionamento dei generi alimentari e dalla borsa nera, l’opposizione popolare alla politica guerrafondaia fascista, il malcontento generale e la rabbia per i lutti e le condizioni economiche patite dai familiari dei combattenti, i licenziamenti e la dura repressione antioperaia nel triangolo industriale del nord Italia, creavano una miscela sociale esplosiva. I pesanti bombardamenti alleati sulle città industriali italiane, divenute obiettivo militare, seminavano morte e distruzione, e, insieme alle stragi nazifasciste avrebbero costituito l’immane prezzo da pagare per una guerra ai civili devastante.

Tra il 1942 e il 1944, ivi compreso il passaggio “repubblichino”, una lunga serie di scioperi auto-organizzati e di proteste e interruzioni del lavoro nei settori industriali portanti, metallurgico, chimico ed estrattivo, si disseminava nel paese (minatori di Carbonia e del Valdarno, operai dell’Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, ecc.). L’input organizzativo veniva principalmente o dalle persistenti tradizioni libertarie, socialiste e anarcosindacaliste, come nei casi milanese e del comparto minerario, o dall’attivismo clandestino di giovani militanti comunisti presenti all’interno delle stesse strutture sindacali fasciste. Protagoniste le donne. Ed era questo, si può dire, l’atto di nascita della Resistenza, ai prodromi dell’azione armata di massa.

Lo sciopero che iniziò il 5 marzo 1943 fu però il più grandioso e significativo. Incominciato alla FIAT si propagò, nell’arco di durata di dieci giorni, da Torino all’intero triangolo industriale coinvolgendo ben centomila operai. Nel capoluogo piemontese aveva riguardato man mano tutto l’assetto produttivo cittadino e del circondario, dalle Concerie alle Ferriere Piemontesi, dalle fabbriche tessili, alla Snia Viscosa e al Biscottificio Wamar…

Le richieste erano semplici: calmiere sui generi di prima necessità soprattutto alimentari, cessazione immediata della guerra, basta con la repressione nelle aziende sottoposte a una disciplina produttiva militarizzata.

La prima fabbrica a scioperare nell’area milanese era stata la Falck Concordia, reparto bulloneria, dove le forze fasciste, il giorno 22, intervenute per riportare l’ordine erano state respinte. Nell’ultima settimana di marzo le agitazioni si erano estese alle piccole fabbriche e alle grandi industrie spesso legate alla produzione bellica; a Milano: Pirelli, Alfa Romeo, Breda, Isotta Fraschini, Marelli, Caproni, Borletti, TIBB (Brown Boveri), OLAP…

La natura classista degli scioperi costituiva di per sé un vulnus notevole per il regime, perché marcava l’evidente naufragio del sistema corporativo su cui si pretendeva di fondare la struttura sociale del paese.

Vani erano stati gli interventi diretti in loco dei gerarchi per ricondurre alla ragione, con le buone o con le cattive, gli operai e le operaie ribelli. Tullio Cianetti, sottosegretario prossimo alla nomina di ministro delle Corporazioni, in visita al Cotonificio di Legnano, e Edoardo Malusardi, deputato della Camera dei fasci, ex-corridoniano e sindacalista fascista (nel dopoguerra dirigente della CISNAL), in visita alla Borletti, venivano violentemente contestati dalle operaie.

Ha raccontato Cianetti nelle sue memorie: “affrontai migliaia di operai che ripresero subito il lavoro, benché i fascisti si dimostrassero completamente passivi negli stabilimenti e purtroppo in qualche caso fomentassero gli scioperi. Fenomeno questo che mi impressionò enormemente”. Ma i ‘fascisti’ di cui parlava non erano altro che gli iscritti al sindacato di regime.

Il bilancio degli scioperi di marzo fu pesante, con arresti di massa e incarcerazioni, con cinquanta processati dai Tribunali militari territoriali, con la cattura e la deportazione in Germania di alcuni organizzatori e organizzatrici nel frattempo fattisi partigiani e partigiane.

In seguito all’evento vi era stata una riunione tempestosa del direttorio PNF a Palazzo Venezia, nella quale il Duce, imputando la responsabilità degli scioperi illegali all’incapacità degli organi e delle strutture del regime di avvertirne i sintomi premonitori, decideva di rimuovere dalle loro cariche con decorso immediato il segretario del partito Aldo Vidussoni (sostituito da Carlo Scorza), il capo della polizia Carmine Senise (cui subentrava Lorenzo Chierici), il ministro delle Corporazioni Carlo Tiengo, cui succedeva Cianetti.

“Sabotiamo la mobilitazione hitleriana e imponiamo la pace immediata”: così era intitolato il manifestino clandestino firmato Comitato per la Pace e la Libertà, datato Marzo 1943. “Il popolo – così scriveva – non deve attendere che a liberarci vengano gli anglo-americani o i russi. Sarebbe un’umiliazione: spetta a noi italiani scuotere il giogo che ci opprime da vent’anni. Spetta a noi cacciare via il fascismo dal governo del nostro paese, cacciar via i tedeschi che calpestano il nostro suolo”. E proseguiva invitando a sabotare e boicottare la macchina da guerra fascista, a non consegnare agli ammassi i prodotti agricoli e a non pagare tasse e imposte, a disertare e a rifiutarsi di combattere una guerra altrui, a ostacolare con ogni mezzo il trasporto di truppe e di materiale bellico.

La controparte, intimorita dagli scioperi, faceva un ultimo tentativo di ammansire le maestranze in agitazione concedendo “limitatamente alla durata della guerra” sia alle categorie interessate dall’azione nemica, sia quelle non interessate, delle particolari e graduate indennità giornaliere legate alla presenza. Ormai però era troppo tardi.

Giorgio Sacchetti

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Tra REMS, carceri e CPR

Violenze e abusi di Stato

Disumano sovraffollamento, abuso di psicofarmaci, altissimi tassi di suicidio e continue violenze da parte delle guardie verso detenut3. Questo è lo scenario italiano nei CPR e nelle carceri, mentre i nuovi manicomi stanno pian piano riaprendo in forma privata, alle spalle della legge Basaglia. Signor3, vi presento il lavoro a pieno regime del governo in camicia nera e del trio della morte Meloni-Nordio-Schillaci!

Partiamo prima da alcune considerazioni generali su salute mentale e carceri. Le sottilissime e dispotiche linee delineate dalla medicina, dagli stati, dalle chiese e dalla società tra comportamento normale e anormale, criminale e legale, malvagio e retto, accettabile o no, sono tra gli strumenti oppressivi più importanti del biopotere su cui si regge gran parte del sistema in cui viviamo e contro cui gli anarchici saranno sempre scettici e antagonisti.

Negli anni il potere ha sempre cercato di definire e categorizzare gli esseri umani così da poter avere un controllo su di loro perché, se io decido cosa e chi sei, allora io ho il controllo su di te, sulla tua anima, sul tuo corpo, sulle tue azioni e pure sul tuo territorio, e sarò solo io a decidere se siano accettabili o no i tuoi comportamenti e punirti o premiarti di conseguenza. Così, questo sistema ha contribuito fortemente a mettere esseri umani gli uni contro gli altri, uomini contro donne, bianchi contro neri, cristiani contro musulmani, ecc… Queste linee oppressive definiscono i contorni e le forme delle nazioni, delle città, dei corpi, delle menti, fino ad arrivare a definire quali emozioni siano accettabili e quali no.

Così, con questo chiaro intento dell’oppressore di mettere gli esseri umani dentro scatole sempre più piccole, sia fisiche che mentali, negli anni la medicina e, in particolare, la psichiatria di Stato si è adoperata a fare la sua parte e a ridefinire sempre di più la normalità, in una narrativa tutta a favore della classe dominate. Tra gli esempi più classici e più razzisti della medicina psichiatrica abbiamo la “drapetomania” (la mania di fuggire), un presunto disturbo mentale descritto dal medico statunitense Samuel Cartwright nel 1851, caratterizzato dai continui tentativi di fuga degli schiavi afroamericani dalle coltivazioni. Davvero non ci si capacitava come queste persone volessero a tutti i costi scappare dai loro padroni! Cose da pazzi!

La psichiatria è stata sempre usata per favorire strutture di categorizzazione di tendenza razzista e fortemente politicizzata in favore del dominatore di turno. Troviamo le figure degli psichiatri militari e accademici in tutte le colonie francesi, inglesi, italiane e anche sioniste/israeliane a giustificare la violenza dell’occupazione. Apre a Betlemme il primo manicomio nel 1922 sotto il regime britannico, che introduce per la prima volta pratiche psichiatriche coercitive per studiare la mente “indigena” e i suoi presunti deficit. Nel 1948 fu la volta dell’apertura di Kfar Shaul Mental Health Center, in seguito al massacro di Deir Yassin. In questo ultimo caso, i coloni sionisti crearono una struttura psichiatrica in alcune delle abitazioni che i palestinesi dovettero abbandonare. Come le prigioni, anche gli ospedali psichiatrici sono delle priorità per poter portare avanti il progetto fascista di colonizzazione dei corpi e delle menti, sia in “pace” che in guerra.

Più o meno nello stesso periodo storico, nel 1952, prende vita in America (e poi in tutto il mondo) il mostro a quattro teste: il DSM, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (voluto da quattro grosse istituzioni americane) considerato ancora oggi la bibbia dei professionisti della salute mentale. Per intenderci, lo stesso manuale che fino al 1974 (DSM-II) considerava l’omosessualità un disturbo mentale!

Questo manuale, operando apparentemente su piani diversi, ma in realtà con scopi molto simili, in parallelo allo sviluppo e l’ampliamento continuo del Codice penale e civile negli ultimi sessant’ anni, definisce sempre di più e con maglie sempre più strette, il normale dal patologico, il permissibile dal non. Così, come il numero di reati si fa sempre più grande, aumenta anche il numero di diagnosi di salute mentale che passano da 106 nel 1952 (DSM-I), a 297 nel DSM-IV TR, fino a ben 370 con l’ultimo DSM IV TR (2022). In contemporanea, solo negli ultimi 2 anni sono stati introdotti 24 nuove fattispecie di reato penale in Italia.

Paul Goodman (psicoterapeuta anarchico) negli anni Ottanta spiegava bene che in questa società malata, alienante e oppressiva sia i crimini che i problemi di salute mentale non sono altro che due facce della stessa medaglia. Riteneva il legame tra criminalità e sintomi di salute mentale profondamente intrecciato con le circostanze sociali, sostenendo che molti giovani nel provare ad adattarsi alla disumana realtà manifestano i loro problemi attraverso comportamenti che la società spesso criminalizza, anziché capirli come reazioni ad un disagio sociale e psicologico più profondo. Ma il fattore comune determinante di tutte le problematiche di salute fisica e mentale, come pure di quelle legate ad atti “criminali”, è sempre e solo lo stesso: la povertà.

Allora, guardiamo un po’ la situazione in Italia riprendendo statistiche dell’Associazione Antigone: al momento, abbiamo circa 62.000 detenut3 su un totale di circa 48.000 posti (tutta da discutere la questione legata a come e su che basi l’ingegneria biomedico-sociale possa decidere di quanti metri quadri minimi abbia bisogno una persona per sopravvivere senza impazzire). Arriviamo a tassi di sovraffollamento anche del 184%, con una media nazionale del 145%. La corte europea dei diritti dell’uomo ha sanzionato già più volte l’Italia, con un costo finanziario e morale. Molte persone sono convinte che senza le carceri avremmo pericolosissimi criminali in giro (al pari di Berlusconi, Trump e Netanyahu?) e invece non è così, perché moltissim3 sono in carcere per reati minori, il 33% ha pene inferiori ai 5 anni e il 70% è in attesa di giudizio. Alcune persone spesso sono in carcere in seguito a episodi isolati che non rispecchiano la loro vera natura o carattere. Per non parlare poi degli errori giudiziari. Inoltre, circa il 32% sono considerat3 tossicodipendenti, e il 76% sono malat3, affette da condizioni fisiche e psicologiche/psichiatriche (o meglio, psicosociali).

Ci vengono a dire che le prigioni “rieducano”, e invece no, anzi! Abbiamo un tasso di recidiva del 70% circa, non c’è nessuna riduzione di “criminalità”. Per chi durante la detenzione viene inserit3 in percorsi educativi, formativi e attività professionalizzanti la recidiva crolla drasticamente, ma queste realtà sono estremamente rare in Italia e comunque anch’esse sono in parte coercitive. Il carcere non è un deterrente neanche per i giovani, i quali, come gli adulti commettono “reati” sulla base delle loro condizioni di vita, marginalità, violenza, ingiustizie e povertà. Neanche per i minorenni il giustizialismo fascista si arresta, sebbene i reati dei minori negli ultimi dieci anni non siano cresciuti il numero di minori in detenzione sia aumentato.

Consideriamo ora la situazione dei detenuti stranieri e del razzismo delle carceri. Il carcere, oltre ad essere il simbolo vivente della violenza dello Stato è anche la rappresentazione fisica del razzismo. Nei centri di detenzione del Trentino il 61% sono stranieri, in Valle D’Aosta il 60%, in Liguria il 52%, in Lombardia il 45%, ma nella popolazione italiana gli stranieri costituiscono solo il 9%. Un simile fenomeno di disparità statistica lo si registra anche nelle carceri minorili.

Passando ad esaminare suicidi e uso di psicofarmaci, nelle carceri nel 2024 si sono registrati 88 suicidi su 243 decessi; 70 nel 2023; 85 nel 2022; 70 nel 2021. Sempre nel 2024, 1.800 detenut3 hanno cercato di togliersi la vita. Le condizioni disumane e disumanizzanti, il sovraffollamento, le continue violenze carcerarie, la poca speranza per il futuro, così pure la mancanza di supporto psicosociale sono enormi fattori di rischio che portano le persone all’ultimo atto estremo di dissenso e liberazione, il suicidio. Inoltre, nelle carceri si usano da sempre quantitativi preoccupanti di psicofarmaci di vario tipo, come ulteriore mezzo di controllo e contenimento senza un reale monitoraggio o piano terapeutico clinico. In particolare c’è un chiaro abuso dei seguenti farmaci:

Nozinam (fortissimo “antipsicotico” levomepromazina) che crea anche allucinazioni e viene spesso dato a persone con dipendenze; non ha alcuna efficacia terapeutica, ma serve solo a sedare. Molto usato anche il Rivotril – clonazepam – benzodiazepina, un “antipsicotico”, che tra gli effetti collaterali conosciuti ha anche quello di portare a comportamenti suicidari. Abbiamo poi Valium – diazepam – benzodiazepina –, quando le benzodiazepine sono sconsigliate dall’OMS perché portano velocemente a forme di dipendenza da queste. E infine vi è un largo impiego di stabilizzanti dell’umore vari, sotto il nome di SSRI (inibitori selettivi del reuptake di serotonina).

In questi istituti penitenziari che sono quasi ospedali psichiatrici, dove circa il 40% delle persone detenute soffre di problemi di salute mentale, spendiamo circa 2 milioni di euro l’anno in psicofarmaci, mentre le strutture che dovrebbero supportare le persone con “diagnosi psichiatriche”, le REMS (i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari), hanno una lista di attesa di circa 750 persone.

Abbiamo poi i costi di queste strutture detentive. Ogni detenut3 costa circa 140 euro al giorno, 8 milioni al giorno in Italia complessivamente, circa 3,3 MILIARDI l’anno! Tutti questi soldi tuttavia non servono per il mantenimento de3 detenut3 perché quasi il 95% della somma è usata per mandare avanti l’ISTITUZIONE TOTALE carceraria (stipendi, auto, ecc…).

Mentre il contratto sociale con lo Stato prevede che l’esistenza di questo sia giustificabile sulla base della protezione verso i cittadini, è in realtà evidente, oggi e nella storia, che tutti gli Stati sono abusanti e violenti verso i loro cittadini. Mettendoci in continuo pericolo economico, portandoci in situazioni belliche, lasciando che multinazionali inquinino i territori in modo irreparabile con rischi enormi per l’ecosistema, appoggiando costantemente le industrie del farmaco invece che favorire la prevenzione, svendendo beni comuni a favore di privati senza scrupoli. Le carceri sono l’esempio più evidente del fatto che sono gli Stati i veri serial killer, i violentatori e gli stupratori seriali, attraverso contesti di “rieducazione” basati sulla repressione, sull’alienazione, sulla violenza, sulla paura e sul contenimento fisico e biopsicologico. Dobbiamo superare l’idea che gli Stati con i loro strumenti siano i salvatori e i protettori dei cittadini! Tutte le carceri vanno chiuse adesso!

 

Gabriele Cammarata

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Manifesti strappati. La polemica su Ventotene

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene nel corso del dibattito alla Camera sul tema del piano di riarmo europeo ha avuto il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su un documento politico che, probabilmente, non sono in molti a conoscere.

Nelle ore successive al durissimo scontro che si è consumato in aula tra deputati di maggioranza e opposizione, moltissime testate ne hanno riportato ampi stralci o, addirittura, lo hanno pubblicato per intero.

Il Manifesto di Ventotene andrebbe letto, dall’inizio alla fine, per diversi motivi. Intanto, è sempre utile e interessante accostarsi al frutto di una elaborazione politica e teorica maturata nel drammatico contesto della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni subite dagli antifascisti che lo redassero. In secondo luogo, è opportuno sapere di cosa si sta parlando specialmente adesso che il tema dell’Europa e del suo ruolo politico nello scenario internazionale sta animando il dibattito in Italia, anche e soprattutto per via della manifestazione europeista dello scorso 15 marzo (a tal proposito rimandiamo alla lettura dell’ottimo articolo di Massimo Varengo pubblicato in prima pagina su Umanità Nova n. 8 del 23/03/2025).

«Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto» – questo il titolo originale – è, in realtà, un testo profondamente incompreso. Tanto incompreso quanto strumentalmente utilizzato, nel corso dei decenni, per finalità che poco o nulla hanno a che fare con la visione ideale e politica dei suoi estensori: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Tre antifascisti di diversa estrazione ma tutti e tre accomunati da una postura radicalmente eterodossa e originale rispetto alle grandi narrazioni ideologiche del loro tempo e alle rispettive famiglie politiche di riferimento. È per questo che il loro Manifesto viene spesso definito come un documento visionario: concepire ed elaborare nelle sofferenze del confino, in piena guerra e in un momento in cui le sorti del conflitto sembravano arridere al nazismo e al fascismo, l’idea di un’Europa unita e federale che superasse e archiviasse per sempre la centralità degli stati-nazione, fu un atto estremamente coraggioso e lungimirante. Si voleva scardinare, infatti, tutto quello che fino a quel momento aveva creato i presupposti per l’affermazione dei totalitarismi e della carneficina bellica: il nazionalismo, il militarismo, l’autoritarismo fondato sulla volontà di sopraffazione. E furono sottoposte a profonda revisione critica anche le tradizionali formule con le quali intraprendere la trasformazione sociale in senso egualitario. Effettuando uno scarto teorico assolutamente inedito, gli estensori del Manifesto individuarono una nuova faglia che sarebbe stata necessaria, dopo la fine delle ostilità, a individuare la vera frattura tra posizioni conservative e posizioni progressiste: non più il maggiore o minore grado di democrazia o socialismo da istituire, ma la maggiore o minore disponibilità a impegnarsi per la creazione di un «solido stato internazionale».

È evidente che noi anarchici non abbiamo mai condiviso, né mai potremo farlo, un impianto ideologico di questo tipo, fondato comunque sull’esistenza di strutture statuali benché federaliste o sovranazionali. Il nostro è un federalismo libertario dove lo stato non c’è perché cede il passo a comunità autogestite che cooperano liberamente. Tra l’altro, la parola “anarchia” ricorre un paio di volte in quel testo con una connotazione neanche troppo positiva, e gli stessi anarchici confinati a Ventotene espressero a Ernesto Rossi tutte le loro perplessità, pratiche e teoriche, di fronte all’idea di un grande stato europeo. Ma non è questo il punto.

Ci preme piuttosto sottolineare, da anarchici, che non ci è mai sfuggito il valore intrinseco di quella proposta politica finalizzata, comunque, a sparigliare le carte da molti punti di vista. Una proposta alimentata da un afflato internazionalista che, di fatto, non ha mai trovato realizzazione e che, anzi, fu soffocato sul nascere appena finita la guerra con la divisione del mondo in blocchi.

E allora, diciamo le cose come stanno. Nonostante lo consideri ufficialmente come un suo documento fondativo, l’Unione europea non ha mai espresso in alcun modo le istanze profonde di quel Manifesto. Non ci pare proprio, infatti, che questa istituzione – così come la conosciamo – possa considerarsi la felice realizzazione di quanto prefigurato a Ventotene più di ottant’anni fa. L’Unione europea dei burocrati, del potere finanziario, delle politiche di austerità che hanno affamato la Grecia (e non solo), delle direttive che distruggono le economie, della brutale repressione dei migranti, dei centri per il rimpatrio, dei morti in mare, delle frontiere, del coinvolgimento nelle guerre di mezzo mondo e dell’attuale corsa agli armamenti, è qualcosa di molto diverso da quegli Stati uniti d’Europa immaginati da Spinelli, Rossi e Colorni. Eppure, nonostante tutto, i partecipanti alla piazza del 15 marzo agitavano il Manifesto di Ventotene preso in regalo con Repubblica, rivendicando a gran voce la necessità di spendere un mare di soldi pubblici per armare fino ai denti gli eserciti di ogni stato europeo così come vorrebbe Ursula von der Leyen.

Quanto a Meloni, in molti hanno sottolineato la superficialità e la malafede con la quale ha strumentalmente citato alcuni passaggi che le facevano comodo per svilire il contenuto del Manifesto di Ventotene e buttarla in caciara. Si tratta, guarda caso, di quelle parti che esprimono molto chiaramente la matrice socialista e progressista di chi lo scrisse. Quell’Europa federale concepita a Ventotene era un ambito politico improntato all’equità e alla giustizia sociale tanto che a Giorgia Meloni ha fatto molta impressione – tra le altre cose – il riferimento alla «dittatura del partito rivoluzionario». Evidentemente, la presidente del consiglio non ha letto il passaggio successivo in cui si chiarisce che quel partito creerà «le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato». In quel testo, la parola «partito» va intesa come «schieramento» o, meglio, come «movimento» e non indica, di certo, il partito unico di un regime totalitario, magari dal retrogusto sovietico. Si tratta, piuttosto, di quella avanguardia – più culturale che politica – che dovrà incaricarsi di creare le condizioni affinché il nuovo paradigma europeista, refrattario a ogni tipo di autoritarismo di impronta nazionale, diventi la nuova cornice condivisa per garantire un futuro di pace, libertà e giustizia sociale.

«Questa non è la mia Europa» ha chiarito Meloni, credendo così di delegittimare il Manifesto di Ventotene. E noi aggiungiamo che ha perfettamente ragione. Quella non è la sua Europa perché Meloni non è neanche in grado di affrontare una tale complessità teorica. Né possiamo dimenticare che la presidente del consiglio, dopotutto, raccoglie l’eredità politica di quella banda di criminali che trascinò il nostro paese nella dittatura e nella guerra mandando al confino anche gli autori di quel documento.

È chiaro a tutti e non deve sorprendere che l’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni non sia quella di Meloni. Ma è altrettanto chiaro che non sia nemmeno quella di Michele Serra, del Partito democratico o di Ursula von der Leyen.

 

Alberto La Via

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Convocazione Assemblea Antimilitarista

ASSEMBLEA ANTIMILITARISTA

Reggio Emilia, 6 aprile

L’assemblea antimilitarista si riunirà domenica 6 aprile dalle ore 10:00 presso il circolo Berneri, in via Don Minzoni 1/d a Reggio Emilia

con il seguente ordine del giorno:

1) report dalle assemblee locali;

2) riarmo europeo, spese militari, economia di guerra, anche alla luce dell’evoluzione degli scenari internazionali;

3) Propaganda di guerra: militarizzazione del linguaggio, rilancio della cultura nazionalista, occupazione delle scuole, asservimento dei corpi e delle coscienze in vista di un allargamento del conflitto.

4) prossime iniziative dell’assemblea;

5) varie ed eventuali.

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