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Politica

Grazie, Letizia!

Nel pubblicare il comunicato stampa della Biblioteca delle Donne – Udipalermo, la Redazione locale di Pressenza si associa nel ricordo di Maria Letizia Colajanni, figura intellettuale storica dell’antifascismo palermitano e militante femminista e comunista impegnata nelle tante battaglie della sinistra contro tutte le forme di sfruttamento e le diseguaglianze, che ha sempre saputo coniugare pensiero critico e capacità d’azione [RedPA]

M.Letizia Colajanni non è più con noi. Da giugno stava male e temevamo questo momento. Un altro pezzo di storia di questa città va via lasciando un segno indelebile. Letizia aveva un cognome importante, impegnativo, di cui andava fiera. Una famiglia storica di democratici, comunisti, antifascisti impegnati fin da inizio ‘900 per la libertà, la giustizia sociale e il riscatto della Sicilia.

Ricordava quando bambina aiutava la madre che con Anna Nicolosi Grasso e Lina Caffaratto Colajanni, le formidabili donne dell’UDI di Palermo, confezionava i pacchi per le famiglie povere con i prodotti forniti da un’organizzazione delle Nazioni unite istituita per aiutare le popolazioni colpite dalla guerra.

É cresciuta nutrendosi di rigore intellettuale e di impegno, consapevole di essere parte di un noi, la società, che esige attenzione, partecipazione attiva, soprattutto se vogliamo lottare contro ingiustizie, soprusi, sfruttamento. Era convinta che si debba fare tutto ciò che sta nelle nostre possibilità per affermare la dignità di ogni essere umano e migliorare la società.

Essere al mondo implica assumersene senza alibi la responsabilità. La sua instancabile attività politica si caratterizzava per una pratica che coniugava sapientemente pensare e fare. Era la prima ad arrivare e l’ultima ad andare.

Pensare a M.Letizia fa venire in mente “Comporre una vita”, il bel libro di Mary Catherine Bateson. Lei riusciva, senza mai perdersi d’animo, con destrezza e armonia, come solo le donne sanno fare, a mettere insieme tante cose, differenti ma tutte egualmente importanti per lei. Molto legata al marito, Saverio Madonia, madre di tre figli, docente, preside, per anni impegnata nel PCI e nella CGIL, consigliera provinciale, dopo la pensione attiva militante e dirigente nell’ANPI Sicilia e nazionale.

E ancora brava tessitrice di relazioni, ospite affabile, ottima cuoca, pronta a dare le sue ricette e a suggerire consigli. Per questo ricordata da più parti. Una donna generosa, solidale, di grande intelligenza e di rigore morale che aveva una qualità oggi rara: sapere ascoltare.

Una donna che inseriamo con orgoglio nella tradizione di donne siciliane forti e coraggiose che hanno segnato positivamente la nostra storia e che noi donne di Udipalermo ci impegniamo a fare conoscere alle più giovani perché possano trarne nutrimento morale e intellettuale.

Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale – Udipalermo ETS

Redazione Palermo

Manifestazione a Cagliari: siamo tutti antifascisti

Promosso dal coordinamento antifascista cagliaritano ATZIONI ANTIFASCISTA DE CASTEDDU un corteo di alcune centinaia di persone ha percorso le vie del capoluogo sardo, ritmando lo slogan: SIAMO TUTTI ANTIFASCISTI!

L’iniziativa è nata fra gli studenti, nelle università, ma anche nelle scuole superiori e ne è la riprova la nutrita partecipazione di giovani. Perché, raccontano in prima persona, sono soprattutto i giovani ad essere più esposti alle intimidazioni fasciste nelle scuole, quelle stesse scuole pubbliche che vorrebbero instradarli verso il militarismo grazie ai progetti delle Forze Armate, nelle aule e poi nelle caserme. Tra l’altro in città si sono recentemente registrati alcuni episodi di aggressione a studenti ed attivisti, da parte di gruppi di estrema destra.

Uno studente al microfono ha voluto ricordare i motivi della manifestazione e ha voluto ricordare l’anarchico sardo Franco Serantini, ucciso dalla polizia durante una manifestazione a Pisa nel 1972, di cui scrisse Corrado Stajano nel libro “Il sovversivo”. Passato e presente, uniti dal filo dell’antifascismo. Erano presenti anche i sindacati di base, i nonviolenti, gli anarchici, le associazioni palestinesi, che hanno ricordato che Gaza e tutta la Palestina sono tutt’ora sotto minaccia di genocidio.

La presenza della sede di Casa Pound, formazione che si richiama al fascismo, in una strada adiacente al percorso, ha portato le forze dell’ordine a schierarsi in tenuta antisommossa e a blindare letteralmente le strade, impedendo l’afflusso anche ai passanti. Uno spiegamento di forze plateale, che è eufemistico definire eccessivo, che ha condizionato il clima interno al corteo, nonché gli spostamenti dei semplici pedoni. Ci domandiamo se una simile solerzia da parte degli apparati dello Stato potremo riscontrarla anche davanti alle aggressioni neofasciste. Ma gli antifascisti cagliaritani hanno dimostrato grande maturità, non accettando provocazioni e marciando uniti fino a piazza Costituzione. Già, quella costituzione nata dall’antifascismo e dalla resistenza, mai davvero realizzata e sempre meno applicata.

Il corteo di sabato 22 febbraio a Cagliari, è servito anche a ricordare che l’antifascismo ci deve accomunare, in un momento storico in cui c’è un triste e drammatico ritorno ad ideologie suprematiste.

Carlo Bellisai

Cosa succede se l’Ucraina va a nuove elezioni?

La complicità politica tra Trump e Zelensky – se mai ci fosse stata – sembra essere giunta al capolinea dopo le dichiarazioni del presidente americano secondo cui Zelensky sarebbe un dittatore con un tasso di approvazione intorno al 4%, reo di non voler convocare nuove elezioni.

Predire con certezza cosa avverrà nel prossimo futuro è pressoché impossibile.
Tuttavia, le iniziative dei vari attori coinvolti possono darci un’idea di ciò che è probabile che succeda.

Perché si è tornati a parlare di elezioni?

Il tema della legittimità del presidente ucraino è stato riproposto dopo che il mandato di Zelensky è scaduto a maggio dello scorso anno.

La costituzione ucraina, tuttavia, impedisce lo svolgimento delle elezioni durante la durata della legge marziale, motivo per cui l’attuale presidente è rimasto in carica – legalmente – oltre scadenza.

Perché, dunque, la posizione di Zelensky rimane un nodo da sciogliere? Le motivazioni sono varie.

Innanzitutto, bisogna ricordare che il fatto che Zelensky sia in carica legalmente non significa che la sua figura goda dello stesso tasso di approvazione di due anni fa. Anzi.

Nonostante i sondaggi in tempo di guerra lascino il tempo che trovano, è evidente che il presidente ucraino non goda più della stessa, quasi unanime stima di cui ha goduto nei primi mesi dopo l’inizio dell’invasione.

Questo cambiamento è fisiologico, ed è anzi sintomo di una società che, nonostante tutto, rimane dinamica e variegata.

Lo stesso Zelensky è conscio del fatto che la legge marziale non assicura il mantenimento del consenso, come dimostrano le sue recenti iniziative in politica interna – vedi, per esempio, le sanzioni all’ex presidente Petro Poroshenko.

Per il quadro che sta piano piano delineandosi, una rielezione di Ze (il cui tasso di approvazione è ben superiore al 4% inventato da Trump) potrebbe essere l’unico vero argine ad una restaurazione russofila e possibilmente antidemocratica.

Ma per fare ciò bisogna necessariamente ottenere la vidimazione delle urne.

Tutti contro Ze?

Un altro scoglio da affrontare, è evidente, riguarda la posizione dell’attuale presidente ucraino rispetto alle trattative in corso tra Russia e Stati Uniti.

Quello di Zelensky non è mai stato un problema di legittimità democratica (e ci si potrebbe chiedere, d’altronde, quale legittimità democratica possa avere Putin), ma di legittimità all’interno del quadro negoziale.

Da una parte Mosca ha ribadito che, nonostante le recenti aperture da parte ucraina, non è disposta a trattare con Zelensky.

Una posizione che il Cremlino ha tenuto per più di un anno e sulla quale si è rivelato abbastanza intransigente, rendendo pressoché impossibile il ritorno a posizioni più concilianti – se non a costo di una grande perdita in termini di credibilità politica.

Dall’altra parte c’è un Trump desideroso di chiudere l’affare nel minor tempo possibile, garantendosi il massimo del guadagno.

Come ha scritto la testata Riddle, quello del presidente statunitense è un “blitzkrieg diplomatico“, un tentativo di chiudere la partita immediatamente, anche, se necessario, abbandonando le formalità classiche dei negoziati.

Alla luce di questa interpretazione non stupiscono le dichiarazioni “scandalose” che hanno riempito i titoli dei giornali: come in ogni contrattazione, la prima cosa che si fa è puntare più in alto possibile, ben oltre ciò che è ragionevole pensare di ottenere.

Una strategia mediatica che Trump ha avuto modo di affinare in questi primi trenta giorni del suo mandato presidenziale nelle trattative con Canada, Messico, Europa, Panama.

Il rieletto presidente – nonostante una certa intesa con Putin ci sia – non è controllato dal Cremlino, come si legge spesso su social e media.

Le sue iniziative rispondono ad una logica politica esclusivamente transazionale e imprenditoriale, e non è un caso che le sue parole siano arrivate dopo l’iniziale rifiuto dell’accordo bilaterale sullo sfruttamento delle terre rare ucraine: se Zelensky risulta essere un ostacolo alle trattative e al guadagno, va tolto di mezzo, o comunque messo di fronte al fatto compiuto.

Il futuro, d’altra parte, sembra prospettare proprio questo tipo di percorso: trattative tra Russia e Stati Uniti per un cessate il fuoco – o almeno per la definizione preliminare dei quadri negoziali; pressioni sulla presidenza ucraina per accettare la situazione, passando eventualmente dalle urne; apertura di un canale diretto tra Mosca e Kyiv per la ridefinizione di una pace più stabile, in cui la sicurezza ucraina non è affidata a Washington ma ai partner europei.

Elezioni e complicazioni

A prescindere da cosa accadrà nel prossimo futuro, è certo che il processo elettorale, anche con la fine della legge marziale, non sarà scevro da complicazioni.

Innanzitutto ci sono delle difficoltà di carattere logistico e giuridico, prima tra tutte la questione del voto nelle regioni occupate.

Dove, come e chi voterebbe?

Quali implicazioni avrebbe la presenza di seggi nel quadro della definizione giuridica di questi territori?

Un problema che si presenta anche per i milioni di ucraini che vivono all’estero, tra Europa e Russia.

Un discorso a parte meriterebbero le minacce di ingerenza russa, in qualunque forma esse si presentino. Se Mosca ha giocato un ruolo nei processi elettorali di Romania e Moldova non è difficile immaginare le sfide incontro alle quali andrà la democrazia ucraina.

Infine, c’è da aspettarsi un panorama politico ucraino diverso da quello attuale.

Se lo scontento e le divisioni si stanno già manifestando tra i vari gruppi di potere rappresentati nella Verkhovna Rada (il Parlamento), un eventuale accordo raggiunto con Mosca – qualsiasi siano le condizioni accettate – getterebbe ulteriore benzina sul fuoco.

Come dopo ogni conflitto (e analogamente a quanto successe nel 2014) sarà da monitorare l’ascesa di figure provenienti dai ranghi militari, che potrebbero contribuire a creare un clima ancor più esplosivo.

East Journal

Laika. Die Rückkehr – Il Ritorno

Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa della street artist Laika

Roma, 24 febbraio 2025.

Questa mattina, davanti al Goethe Institut di Roma, in via Savoia, è apparsa una nuova opera della street artist Laika, intitolata “Die Rückkehr – Il Ritorno”.

Il poster raffigura Alice Weidel, leader del partito di estrema destra AfD, in uniforme nazista mentre si disegna in viso con un rossetto nero i baffi di Hitler.

Un’immagine forte che denuncia la crescita inquietante della destra estrema in Germania: AfD ha raddoppiato i voti, passando dal 10% al 20%, un segnale allarmante della crescente ondata nazionalista, razzista e xenofoba.

Un fenomeno che non riguarda solo la Germania, ma si inserisce in una più ampia deriva globale, alimentata dalla nuova amministrazione Trump-Musk, che tra saluti romani e deportazioni forzate, sta legittimando e rafforzando le ideologie suprematiste.

“La storia ci ha già mostrato dove porta questa deriva – afferma Laika –, e oggi assistiamo a un’escalation determinata non solo dall’odio, ma anche dalle disuguaglianze sociali e dalla frustrazione generata da fallimentari politiche di austerity prettamente a sostegno delle banche e dei grandi capitali, portate avanti sia dalla sinistra che dalla destra moderata.

Questo ha spinto le classi più povere a rifugiarsi nel nazionalismo estremo”.

L’artista mette in guardia sul pericolo di un ‘ritorno al passato’ – “il vero obiettivo di Weidel sono le elezioni del 2029. Bisogna impedirle di trasformarlo in un nuovo 1933.

Quest’onda nera non renderà l’Europa grande, la distruggerà. Bisogna salvare la democrazia”, conclude Laika.

Redazione Italia

Elezioni parlamentari in Germania: vince la destra, ma successo della Linke

L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) di Friedrich Merz, partito di centro destra, ha ottenuto il 28,6% delle preferenze, mentre l’estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD) è arrivata seconda con il 20,4%. Il Partito Socialdemocratico (SPD) dell’ex cancelliere Olaf Scholz si è fermato al 16,4%, perdendo nove punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti, i Verdi hanno ottenuto l’11,6% (- tre punti) e i liberali non hanno superato la soglia di sbarramento del 5%, così come l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW). L’affluenza alle urne (84%) è stata altissima.

Nel panorama delineato dalle elezioni tenutesi ieri spicca il successo della sinistra radicale, la Linke, con l’8,8% dei voti (nelle elezioni del 2021 si era fermata al 4,9%): si tratta di un segnale importante, perché la Linke ha mantenuto una posizione ferma in difesa dei migranti e del diritto d’asilo, mentre tutti gli altri partiti hanno inseguito le posizioni demagogiche e razziste dell’AfD. Ha mostrato la stessa fermezza nell’opposizione alla guerra e all’aumento delle spese militari e ha basato la campagna elettorale su temi sociali come il caro affitti, il costo della vita e la ridistribuzione della ricchezza tassando i miliardari e riducendo la pressione fiscale sul 90% della popolazione. La Linke ha inoltre avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni antifasciste in cui migliaia di persone hanno protestato per la scelta della CDU di collaborare con l’estrema destra per l’approvazione di misure restrittive sull’immigrazione.

Queste scelte coraggiose si sono tradotte in un grande aumento degli iscritti (31.000 in più da metà gennaio) e nell’appoggio dei giovani: la Linke è stata il partito più votato dagli elettori tra i 18 e i 29 anni. Merito anche di Heidi Reichinnek, 36 anni, la candidata di punta del partito e della sua intensa attività sui social media.

Tutto questo non sminuisce la gravità dell’ennesima “onda nera” che ha portato ancora una volta al successo elettorale una formazione di estrema destra e non fa ben sperare per il futuro. Se anche l’AfD verrà esclusa dal prossimo governo, possiamo aspettarci comunque una politica guerrafondaia e razzista; ragion di più per sottolineare l’importanza di un’opposizione ferma come quella che ci auguriamo porterà avanti la Linke, in Parlamento, nelle piazze e nei territori.

 

 

Redazione Italia

Il nuovo muro di Berlino spacca la Germania e l’Unione europea

1. Al di là delle dichiarazioni trionfalistiche del fronte dei popolari (CDU-CSU) che si apprestano a guidare il governo in Germana, e dei loro epigoni italiani, il voto tedesco ha confermato una profonda spaccatura del corpo sociale tedesco, ed europeo, che va ben oltre le percentuali elettorali. Il partito neo-nazista AFD vince in quasi tutte le regioni che in precedenza appartenevano alla DDR, con la sola eccezione della città di Berlino. La CDU è rimasta comunque al di sotto del suo obiettivo al 30 per cento e AFD, che i primi exit poll davano al 19 per cento, ha raggiunto il suo massimo, vicino al 21 per cento. La “grande coalizione” che si profila all’orizzonte potrà contare su una maggioranza risicata e avrà enormi difficoltà a governare su buona parte del paese, che ha una struttura federale che molti sottovalutano. Se si sommano i voti dell’AFD a quelli del raggruppamento BSW (“Bund Sarah Wagenknecht”) rimasto fuori dal Parlamento, nei land orientali si supera la maggioranza assoluta dei consensi espressi in favore delle destre xenofobe di diverso colore. Non si può trascurare come molte posizioni dell’AFD in materia economica e sulle politiche migratorie fossero condivise dalla coalizione rosso-bruna BSW, che pur non centrando l’obiettivo di superare la soglia del 5 per cento, ha conseguito significativi consensi in una tornata elettorale caratterizzata da una altissima affluenza (oltre l’84 per cento).

La risicata maggioranza di cui il neo cancelliere Merz potrà godere in Parlamento non permetterà una politica di recupero effettivo dei valori fondanti della democrazia in Germania, e la conciliazione auspicata della solidarietà e della sicurezza. Non è affatto escluso che in materia di immigrazione ed energia si possano ripetere interferenze da parte dell’estrema destra, che su questi temi si prepara già alle prossime scadenze elettorali. Altre intese tra popolari e AFD nei governi regionali, sul modello della remigration, o sulle politiche sociali, non sono affatto da escludere, e le prime vittime saranno gli immigrati e le loro famiglie. Subito dopo verrà il turno dei cittadini solidali e di chi si oppone alla ventata xenofoba che sta dilagando in Germania (e nel resto d’Europa). Sul fronte del conflitto in Ucraina il consenso interno verso l’accordo tra Putin e Trump, che si è consolidato soprattutto ad est, metterà a dura prova il richiamo alla “indipendenza” lanciato subito dopo la chiusura delle urme dal neo-premier in pectore Merz.

2. Il segretario della CDU Linnemann ha già lanciato la proposta di adottareuno stringato accordo di coalizione, soltanto 20 o 30 pagine, per un anno di governo e di individuare dieci grandi progetti per far fronte alla necessità di adottare decisioni immediate in materia di politica estera, della difesa, dell’ immigrazione ed economica. Si tenta di bloccare l’ascesa della destra e della sinistra, ma l’effetto più probabile delle politiche di destra/destra della CDU(CSU) in materia di immigrazione ed asilo potrebbe essere quello di costituire un trampolino di lancio per un ulteriore avanzata dell’AFD. E per un consolidamento del blocco sociale che guarda ai neo-nazisti come unica forza in grado di risolvere i problemi esistenziali avvertiti, soprattutto nella Germania est, da un ceto medio aggredito da una crescente percezione di insicurezza e da ceti popolari travolti dalla crisi economica.

Si potrà discutere per anni quanto  l’ultradestra xenofoba e suprematista di AfD sia definibile come neo-nazista, ma al di là dei documenti scritti, e delle opinioni personali, saranno le iniziative di propaganda permanente e le attività di governo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali che ne daranno conferma. Non allarmano certo le manifestazioni di nostalgici di un passato che non può ritornare nelle forme della segregazione e dell’annientamento fisico che l’Europa ha conosciuto nel secolo scorso. Ma al di là della simbologia, il contenuto suprematista e la logica di eliminazione su base etnica, attraverso le politiche di detenzione amministrativa e di deportazione forzata, costituiscono un rischio enorme per la democrazia, perché sono la cifra comune della nuova internazionale nera che usufruisce di tecnologie di controllo che permettono il superamento dei principi democratici dello Stato di diritto e la sostanziale impunità nella violazione dei diritti umani.

3. Si può dunque attendere, soprattutto sul piano mediatico, e dei finanziamenti, che arriveranno anche dall’estero, un rinnovato sostegno ai partiti europei di estrema destra da parte dell’amministrazione americana, che con il discorso di Vance alla conferenza di Monaco ha segnato un punto fermo.Ma non mancheranno i contributi meno visibili di Putin che, dopo gli accordi con Orban, ha tutto l’interesse a spaccare nel profondo la Germania per demolire definitivamente quello che rimane dell’Unione europea. Di certo si può prevedere che l’estrema destra tedesca, e l’internazionale “nera” guidata da Musk e da Trump che la sostiene, metteranno al centro delle loro politiche i piani di “remigrazione” in base ai quali decine di migliaia di immigrati già regolarmente residenti, come i profughi siriani, dovrebbero essere deportati nel loro paese di origine, magari definito di nuovo come un “paese sicuro”. L’attuazione dei nuovi Regolamenti previsti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dello scorso anno potrebbe essere caratterizzata da una ulteriore stretta repressiva, in contrasto con le garanzie dettate, anche in materia di diritto di asilo, dalle Costituzioni nazionali.

A livello europeo potrebbero essere proprio i partiti che si accingono a governare la Germania con una grande coalizione, opponendosi all’AFD, che proporranno l’inasprimento delle politiche di esternalizzazione, il ricorso ai rimpatri di massa degli “irregolari” e l’abbattimento sostanziale del diritto di asilo e dei diritti di cittadinanza degli stranieri. Politiche che anche in Germania accenderanno lo scontro tra i decisori politici e la giurisdizione e potrebbero portare, come in Italia, ad un ridimensionamento della indipendenza della magistratura a tutto vantaggio dei poteri dell’esecutivo. Su questo potrà rinnovarsi la convergenza delle destre europee con gli Stati Uniti. L’abbattimento dei sistemi di controllo giurisdizionale è tra gli obiettivi principali della internazionale nera guidata da Trump e da Musk, che sostiene in Germania la AFD ed in Italia Giorgia Meloni.

 

Fulvio Vassallo Paleologo

Non hanno visto arrivare i nuovi padroni

Tutti i commentatori che per anni si sono spesi in ogni modo per affermare, ribadire e confermare la “nostra” (cioè la “loro”) fedeltà atlantica adesso si stracciano le vesti perché “l’America” (cioè gli USA; le Americhe sono un’altra cosa) non è più la stessa. Il colpo è stato forte, ma il loro sconcerto durerà poco. Presto li vedremo allineati con i nuovi padroni, perché una politica autonoma e indipendente non sanno nemmeno concepirla. Non ci hanno mai pensato. Balbettano. Non saprebbero da dove cominciare.  Da un esercito comune? E giù a comprare armi: dagli USA. Non ha funzionato con un mercato e una moneta comuni, figuriamoci con le armi! Da un’unione politica? Ma quale, senza un programma comune? E quale potrebbe mai essere quel programma?

Uno solo: la conversione ecologica. Ma loro non lo sanno. Non ce n’è nessun altro che racchiuda in sé tutte le questioni che il nostro tempo ci impone di affrontare: pace, ambiente, diritto alla vita, salute, sicurezza, redditi, istruzione, convivenza, solidarietà. Non è il Green Deal, che è invece uno strumento di distrazione di massa, fatto per eludere i nodi più importanti con misure parziali, derogabili, mai spiegate, spesso respingenti, a volte dannose.

Un programma comune richiede la partecipazione di tutti, o delle componenti più attive, alla sua elaborazione attraverso i tre passi sintetizzati da Extinction Rebellion: informare tutti, agire dove è possibile, deliberare in assemblee aperte. Utopia? Certo. Ma è il momento di rivalutare la parola e la sua pratica. Che cosa è successo invece?

Non li hanno visti arrivare. Sicuri di poter continuare nei modi di sempre, non hanno visto arrivare gli uomini, le donne, le forze politiche, le “visioni” (le tanto disprezzate “ideologie) e soprattutto le pratiche che, in un Paese dietro l’altro, stanno conquistando il potere per trasformarlo in modo da non poterlo né doverlo più cedere per tutto il tempo a venire. Un passaggio che porta alla luce il vuoto di cui si sono alimentate per anni le politiche dell’”Occidente”, sia di destra che di sinistra.

Governavano – o fingevano di farlo, al servizio di personaggi assai più potenti – convinti che nessuno li avrebbe mai disturbati. E come? Con “l’austerità”, niente altro che il trasferimento di redditi, salute, sicurezza, cultura e dignità dal popolo che abita ai piani bassi della piramide sociale all’élite che ne occupa il vertice: un pugno sempre più ristretto di signori della finanza, dell’informazione, della guerra. Con la sottovalutazione sistematica della crisi climatica, trattando ogni evento meteo estremo, ogni disastro ambientale, come un caso a sé, abbandonando le vittime, o anche contrastandole quando cercavano di tirarsene fuori da sole. Con una convergenza sostanziale di intenti per “tener fuori” i migranti, costi quel che costi, dai confini di ogni nazione: gli uni facendosene un vanto e una bandiera, anche se le politiche adottate si traducono in nient’altro che in stragi, torture e massacri lontano dai nostri sguardi; gli altri cercando di sopire drammaticità e dimensioni della situazione, per nascondere che le loro non-politiche non ne sono che una replica.

Dunque, con la promozione di un cinismo diffuso, dell’indifferenza, vettore di fondo dell’irresistibile ascesa delle destre. E infine, con le guerre: scatenandole o adoperandosi per renderle comunque generali, insolubili, permanenti, sempre più atroci. Un’accelerazione, questa, della crisi climatica, della produzione di profughi, e della spoliazione dei poveri: armi invece di welfare, devastazione degli habitat invece di convivenza, spreco di beni e di vite invece di custodia della Terra.

Così i nuovi padroni del mondo possono continuare a fare quelle stesse cose (compresa la guerra: se non più qui, là) moltiplicandone gli effetti, ma presentandosi come gli unici in grado di inaugurare una nuova era: quella in cui si dice apertamente le cose come stanno e come si vuole che vadano. E poi le si fanno senza tentennamenti.

Tornare indietro non è più possibile: non c’è niente di attraente in quel passato che ci stanno mettendo dietro le spalle. E’ molto più seduttivo, invece, quello che promettono le nuove dittature, perché è facile da enunciare e impossibile da verificare. Il loro appeal non può più essere scalzato se non da una moltiplicazione di iniziative radicali che partano dalla base della piramide.

E’ quello che sostiene anche George Monbiot sul Guardian del 19.2: reti di vicinato, democrazia deliberativa, valorizzazione delle risorse locali. Una nuova politica che preveda, secondo la visione di Murray Bookchin, più diversità, più apertura alle diverse possibilità, più modularità, cioè replicabilità nei contesti più vari. Certo, sono necessarie anche politiche nazionali e globali, ma è ora di capire, sostiene Monbiot, che nessuno se ne occuperà, se non noi. Non c’è che da cominciare a mettersi insieme.

 

Guido Viale

Giuristi Università di Brescia: “Una stagione preoccupante per la tenuta della democrazia costituzionale in Italia”

Come docenti di materie giuridiche in un’Università pubblica, riteniamo doveroso, sul piano etico e
professionale, evidenziare alcuni tratti dell’azione dell’attuale maggioranza governativa che consideriamo allarmanti e potenzialmente lesivi della tenuta dell’ordinamento democratico delineato dalla nostra Costituzione. Ci riferiamo in particolare a due provvedimenti in discussione alle Camere che, se approvati nell’attuale formulazione, rischiano di innescare una pericolosa involuzione autoritaria del nostro ordinamento giuridico.

Il primo testo su cui desideriamo richiamare l’attenzione è il disegno di legge costituzionale in materia di
giustizia e di separazione delle carriere dei magistrati. A prescindere dal merito della riforma – che presenta numerosi profili critici che qui non possiamo esaminare in dettaglio – l’aspetto più preoccupante è il contesto in cui questa proposta si inserisce e l’obiettivo ultimo che persegue, come dichiarato apertamente dal Ministro della Giustizia (il Guardasigilli), dalla Presidente del Consiglio, e da autorevoli esponenti dell’area di governo.

Da mesi, infatti, assistiamo ad attacchi quotidiani nei confronti di magistrati che emettono decisioni non in linea con le aspettative della maggioranza politica. L’ambito dell’immigrazione – in particolare la gestione degli arrivi via mare e i centri di detenzione aperti in Albania – è emblematico: di fronte a provvedimenti amministrativi ritenuti illegittimi, la prassi consolidata consiste nell’attacco personale ai giudici, subito etichettati come “politicizzati”, tacciati di voler ostacolare la maggioranza dal realizzare appieno il proprio “vittorioso” progetto elettorale, che viene esaltato come indiscutibile mandato popolare, secondo una visione regressiva della democrazia e della rappresentanza parlamentare. Negli ultimi giorni, l’attacco alla giurisdizione ha perfino oltrepassato i confini nazionali, arrivando a coinvolgere la Corte Penale Internazionale (CPI). Il Ministro della Giustizia, di fronte all’iniziativa di espellere dal nostro Paese il membro di una milizia (sostenuta dal governo libico) sospettato di crimini contro l’umanità, ha difeso il proprio operato accusando la Corte di presunte violazioni procedurali. Il vero problema, però, non sta nella denuncia di possibili irregolarità, bensì nel fatto che il Ministro delegittimi la Corte e la sua funzione, pretendendo di sostituire il proprio giudizio a quello dell’autorità competente. Questo atteggiamento è emerso in modo evidente anche nell’intervento ufficiale al Senato, dove il Guardasigilli ha rivendicato un potere di valutazione nel merito delle decisioni della CPI, del tutto sprovvisto di fondamento normativo.

La premessa culturale dell’indirizzo politico che si intende perseguire appare molto chiara: si vuole far
credere all’opinione pubblica che il controllo di legalità operato dalla magistratura rappresenti un improprio ostacolo alla realizzazione dei progetti promossi dalla maggioranza uscita vincitrice dalle elezioni. In questa prospettiva, i/le magistrati/e vengono accusati/e di promuovere un proprio contro-obiettivo politico tutte le volte che ritengono illegittimo un provvedimento di derivazione politico-parlamentare, anziché limitarsi alla sua applicazione pedissequa. In questo schema argomentativo, piuttosto rozzo e semplificato, spariscono del tutto i previsti poteri di garanzia affidati alla Corte costituzionale alla quale invece i/le giudici, prima di applicarle, devono sottoporre le leggi che reputino in contrasto con la Costituzione. Analogamente si ignora – clamorosamente – l’ormai acquisita prevalenza, stabilita sul terreno costituzionale, del diritto europeo e internazionale sul diritto interno, che pacificamente non può trovare applicazione in sede giurisdizionale laddove contraddica norme di rango sovranazionale.

Ecco perché appare paradossale e distorsivo evocare la separazione delle carriere dei magistrati ordinari
addirittura come salvifico correttivo dell’ordinamento, ogniqualvolta un/a magistrato/a assuma una
decisione sgradita agli esponenti di governo: così connotando di un chiaro intento punitivo la riforma
costituzionale, che viene presentata come la soluzione ad una patologica ingerenza di una parte influente
della magistratura nel campo della politica. In qualità di studiosi/e di discipline giuridiche, un tale disegno ci appare in tutta la sua chiara pretestuosità e ci sembra pericoloso poiché in grado di veicolare, camuffandola, una oramai superata visione ottocentesca e pre-costituzionale dei rapporti tra poteri dello Stato, nella quale l’attività legislativa e, in generale, la regolamentazione della societas è concepita come libera da vincoli sovraordinati, segnatamente di natura costituzionale. E invece l’elemento essenziale degli ordinamenti democratici moderni è proprio quello di garantire, attraverso norme costituzionali rigide, la separazione del controllo giurisdizionale dall’esercizio del potere politico, al fine di meglio favorire, in concreto, il rispetto dei diritti fondamentali della persona che non sono più nella disponibilità di chi, pur legittimamente, detiene lo “scettro del comando”.

Il secondo provvedimento che reputiamo incompatibile con i principi di uno Stato costituzionale di diritto è il cd. disegno di legge Sicurezza, già approvato in prima lettura al Senato. Anche in questo caso non abbiamo qui lo spazio per entrare nel merito delle singole misure proposte, che hanno come cifra identificativa l’inasprimento degli strumenti di repressione del dissenso, sino al punto di arrivare a punire con la sanzione penale forme di protesta non violenta, come i blocchi stradali, o addirittura la resistenza passiva, nei casi di proteste all’interno delle carceri o dei luoghi di detenzione per stranieri. Per quanto poi riguarda direttamente il mondo dell’Università, desta gravissima preoccupazione il disposto dell’art. 31 del d.d.l, secondo cui i servizi di informazione, a tutela della “sicurezza nazionale”, potranno chiedere informazioni sulle attività di studenti e docenti, in deroga alla normativa a tutela della privacy e della protezione dei dati sensibili.

Da un lato, quindi, con le continue aggressioni mediatiche ai magistrati che assumono decisioni non gradite e con il progetto di separazione delle carriere, che mira a disgregare l’unità della magistratura ordinaria (in realtà ci si preoccupa solo della giustizia penale), si vuole polemicamente e primariamente punire la magistratura inquirente, impedendole di esercitare un controllo di legalità a tutto campo, inclusa la verifica sulla possibile commissione di reati ministeriali da parte degli esponenti del Governo; dall’altro lato, con le norme che reprimono il dissenso, si vogliono intimorire coloro che si oppongono a tali misure, rafforzando come mai prima nella storia della Repubblica gli strumenti repressivi dei movimenti di protesta.

La Storia (anche quella meno risalente) ci insegna che è proprio a partire dal contrasto alla magistratura e alla libera espressione del dissenso che prendono avvio le svolte in senso autoritario. Come cittadini/e, ma soprattutto come giuristi/e che incrociano e formano studenti/esse universitari/e, sentiamo il dovere di segnalare all’opinione pubblica la gravità del progetto che sta iniziando a prendere consistenza e di mettere le nostre competenze tecniche a disposizione delle associazioni e dei movimenti che intendano opporsi, innanzitutto sul piano culturale, a questa dilagante regressione giuridica, restando sempre disponibili a ragionare nel merito delle proposte avanzate da qualsiasi parte politica, ma anche saldamente ancorati al costituzionalismo democratico occidentale e alle sue conquiste culturali, che è nostro dovere non rinnegare né per moda né per paura di dispiacere il contingente potere politico.

Brescia, 15.2.2025

Un gruppo di docenti di materie giuridiche dell’Università di Brescia (29 firmatari su 62)
Proff.

Antonio D’Andrea, diritto costituzionale
Luca Masera, diritto penale                                                                                                                                              Cristina Alessi, diritto del lavoro
Adriana Apostoli, diritto costituzionale
Rosanna Breda, diritto privato
Margherita Brunori, diritto agrario
Arianna Carminati, diritto costituzionale
Daniele Casanova, diritto costituzionale
Chiara Di Stasio, diritto internazionale
Matteo Frau, diritto pubblico comparato
Elisabetta Fusar Poli, storia del diritto
Mario Gorlani, diritto costituzionale
Massimiliano Granieri, diritto privato comparato
Giulio Itzcovich, filosofia del diritto
Stefano Liva, diritto romano
Nadia Maccabiani, diritto costituzionale
Francesca Malzani, diritto del lavoro
Loredana Mura, diritto internazionale
Federica Paletti, storia del diritto

Paola Parolari, filosofia del diritto
Luca Passanante, diritto processuale civile
Andrea Perin, diritto penale
Marco Podetta, diritto costituzionale
Susanna Pozzolo, filosofia del diritto
Luisa Ravagnani, criminologia
Fabio Ravelli, diritto del lavoro
Carlo Alberto Romano, criminologia
Giovanni Turelli, diritto romano
Laura Zoboli, diritto commerciale

Redazione Sebino Franciacorta

Partito Comunista Venezuelano: “Parteciperemo alle elezioni del 25 maggio a fianco della Rivoluzione Bolivariana”

La direzione nazionale del Partito Comunista Venezuelano  smentisce categoricamente che la nostra organizzazione politica non parteciperà alle prossime elezioni del 25 maggio, in cui verranno eletti i deputati dell’Assemblea nazionale, dei governatorati e dei consigli legislativi.

Condanniamo il fatto che coloro che svolgono la funzione di leader della nostra organizzazione, il cui capo visibile è Oscar Figuera, utilizzino i simboli della nostra organizzazione per dire al popolo venezuelano e al mondo “che il Partito Comunista del Venezuela non parteciperà al prossimo processo elettorale”. Questo gruppo guidato da Oscar Figuera e dai suoi complici è stato espulso per essersi allineato all’estrema destra venezuelana e per aver condiviso il discorso dell’imperialismo nordamericano -USA-, nell’obiettivo di rovesciare il governo rivoluzionario del compagno operaio Nicolás Maduro.

Oggi più che mai, i comunisti di questa Patria di Bolívar e Chavez, ribadiamo il nostro impegno con la Rivoluzione Bolivariana e Chavista e saremo uniti in un unico blocco unitario attraverso il Grande Polo Patriottico Simon Bolivar nella ricerca di una Vittoria perfetta il 25 maggio, per continuare a garantire con i legislatori rivoluzionari, la costruzione delle leggi necessarie per la trasformazione della nostra Patria, per continuare a creare le condizioni per una Società Socialista, che garantisca al nostro popolo e in particolare alla classe operaia e contadina, la maggior somma possibile di felicità.

Mettiamo in guardia il movimento rivoluzionario dell’America Latina e del mondo dal farsi ingannare da coloro che oggi camminano mano nella mano con i settori fascisti in Venezuela. La storia ha dato ragione a coloro che hanno deciso di salvare il nostro glorioso Partito Comunista.

Oggi il nostro Partito è dove è sempre dovuto essere, accanto alla Rivoluzione Bolivariana, accanto al nostro popolo chavista.

Venezuela 20 febbraio 2025

DIREZIONE NAZIONALE DEL P.C.V.
ENRICO PARRA – PRESIDENTE DEL P.C.V.

(da Dario Rosso, inviato a Caracas del Comitato Italia-Venezuela Bolivariano)

Redazione Italia

Un inquietante nuovo mondo

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Parole scritte in carcere un secolo fa da Antonio Gramsci che di nuovo oggi appaiono profetiche. I mostri spuntano come funghi nel Nuovo come nel Vecchio Mondo e si stanno impossessando del pianeta. L’Unione Europea mostra la sua inconsistenza di fronte alle guerre che impazzano al suo interno sul fronte orientale e di fronte a essa sulla costa meridionale del Mediterraneo; una terza guerra, forse la più feroce, ha per target il popolo migrante. Le sinistre, incapaci di elaborare un progetto alternativo al neoliberismo e ai nazionalismi guerrafondai gestiti da oligarchi multimiliardari, battono in testa, sbandano, abdicano perdendo per strada la loro ragion d’essere. Qualche timido segnale positivo in una Germania che vira paurosamente a destra arriva dall’ottimo risultato della Linke, capace di coniugare questione sociale, opposizione alla guerra e solidarietà con i migranti. Mentre Gaza muore e i palestinesi sono vittime di un genocidio, in Ucraina un intero popolo è costretto da tre anni a combattere una guerra voluta dagli Stati uniti, pagata dall’UE e messa in essere dalla Russia.

Il pacifismo nel mondo è rauco, gli organismi mondiali tacitati, solo una voce autorevole si è alzata contro la guerra, quella di Papa Francesco, autorevole quanto inascoltato per una frase impietosa che ha squarciato il silenzio denunciando la Nato, andata “ad abbaiare alle porte della Russia”. Ha scritto il politologo inglese Richard Sawka: “L’esistenza della Nato si giustifica col bisogno di gestire le minacce provocate dal suo allargamento”. E mentre il neoeletto Trump, circondato dai saluti romani dei suoi miliardari, apre un dialogo ambiguo e prepotente con il guerrafondaio Putin per fare cessare quella guerra sanguinosa (magari per iniziarne un’altra più cogente contro la Cina), le sedicenti democrazie occidentali gridano allo scandalo.

Il sociologo Marco Revelli trova parole convincenti: “Abbiamo due grandi ex potenze imperiali, Russia e Usa, una declinata e una declinante, entrambe però con un arsenale nucleare capace di distruggere il pianeta. Dopo un periodo sciagurato di contrapposizione totale, hanno deciso di parlarsi”; Trump e Putin, aggiunge, “sono due criminali, se si scontrassero produrrebbero un conflitto devastante, quindi meglio che dialoghino piuttosto che confliggere”.

L’idea di uno stop alla guerra in Ucraina non dispiacerebbe, sotto sotto, anche alle destre italiane e non solo ai leghisti da sempre legati a Mosca, da cui hanno incassato almeno 49 milioni di euro, ma persino ai più appassionati sostenitori di Zelensky. Dice il Ministro all’Ambiente e Risorse Energetiche, il forzitaliota Gilberto Pichetto Fratin: “Fatta la pace si torna al gas russo”. Più che l’onor poté il digiuno, il gas che ci costava 20 euro al megawattora, con la guerra lo compriamo dagli Usa a 60 euro, ed è istruttivo che siano bastate le prime avvisaglie dell’accordo trumpiano per riportarlo sotto i 50 euro. Sempre troppo per l’Italia, dove continua la caduta della produzione industriale e dei già miseri salari, mentre riparte l’inflazione e i contratti di lavoro non vengono rinnovati.

In questo inquietante chiaroscuro, i neofascismi e i neonazismi prima emarginati nelle periferie dell’UE oggi fioriscono nel cuore del continente, dalla Francia alla Germania. In Italia governano e dettano legge, lo scettro è in mano a Giorgia Meloni sostenuta da un Salvini alla ricerca ossessiva di uno strapuntino alla corte dei tiranni e un Tajani postberlusconiano pronto a genuflettersi alla corte della donna sola al comando in cambio dello smantellamento del sistema giustizia. Meloni tenta di barcamenarsi tra Washington e Bruxelles, sempre più sbilanciata verso il nuovo corso Usa pur non potendo abbandonare del tutto i privilegi che le derivano dal feeling con Von der Leyen e riducono l’impatto negativo dovuto alle politiche spregiudicate e xenofobe, ma in fondo in fondo condivise da mezza Europa, sull’immigrazione (le deportazioni in Albania contestate dalla Corte europea per i diritti umani, i patti scellerati con la Libia, fino alla violazione del mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte dell’Aia per il torturatore e assassino Almasri, riportato a Tripoli con tutti gli onori).

Meloni, nano tra i giganti, tenta penosamente di accreditarsi come pontiere fra Trump e gli interessi europei, spiegando al primo che bisognerebbe evitare l’arma atomica contro Bruxelles e all’UE che sotto sotto Trump ci ama. Nessuno le crede, ma a Washington fa comodo una quinta colonna in Europa e i nuovi padroni degli Usa sono disposti ad applaudirla quando interviene, sia pure da remoto, all’assemblea dei conservatori americani dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Più che le parole della premier italiana conta la sua presenza, a differenza del leader dei neofascisti francesi che ha abbandonato l’adunanza a seguito del saluto romano dell’ideologo di Maga Steve Bannon. In Francia, a chi come i lepenisti aspira a governare conviene andarci piano con il tifo per i nazisti, e Marine non è Jean Marie. Evidentemente, in Italia il tabù del fascismo è già caduto.

Salvo ripensamenti, Giorgia Meloni, che pure di fronte ai saluti romani e alle motoseghe argentine aveva citato la lotta del popolo ucraino senza nominare la Russia, è pronta a votare all’Onu insieme a Mosca e Washington una risoluzione trumpiana che prepara la strada a un accordo sull’Ucraina senza Ucraina e senza UE. Ma per non smentirsi ne voterà anche un’altra di segno opposto che denuncia l’invasione dell’Ucraina e chiede il ritiro della Russia dai territori occupati. Solo su un punto Giorgia Meloni può rivendicare l’unità d’intenti tra Roma, Bruxelles e Washington: il micidiale riarmo generale con soldi inevitabilmente sottratti allo stato sociale, alla sanità e all’istruzione, che in Europa raccontano in funzione di una maggiore autonomia dall’America dei dazi. In realtà, il minacciato raddoppio della spesa in armi, fatto da ogni singolo Paese visto che l’UE non è un’entità politica, con missili e droni comprati dagli Usa aumenterebbe non l’autonomia ma la dipendenza. E già ora l’UE spende per la difesa il 58% in più di quanto spenda Putin, 730 miliardi contro i 461 della Russia.

In uscita sul mensile svizzero Area

Redazione Italia