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Questioni internazionali

Trump e il nuovo disordine mondiale

La disputa tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, alla Casa Bianca non è avvenuta per caso. Al contrario, è stata una mossa calcolata, progettata per indicare a tutti, specialmente alle élite del Partito Repubblicano, il tipo di politica estera che Trump intende perseguire nei prossimi quattro anni.

Isolazionismo o globalismo?

La tensione tra le tendenze isolazioniste e globaliste nella politica estera degli Stati Uniti esiste da più di un secolo. Una delle espressioni più significative delle aspirazioni globaliste si è verificata nel 1918, quando il presidente Woodrow Wilson delineò i suoi Quattordici Punti, sostenendo un nuovo ordine mondiale dopo la Prima Guerra Mondiale e proponendo la creazione della Società delle Nazioni. Tuttavia, una volta formatasi, il Senato degli Stati Uniti si rifiutò di aderire, dimostrando la forte tendenza isolazionista degli Stati Uniti.

Gli americani hanno le loro ragioni per sostenere l’isolazionismo. Il fatto che il paese sia protetto geograficamente da due oceani e condivida confini solo con il Canada e il Messico garantisce una certa sicurezza. Inoltre, la sua posizione lontana da Europa e Asia rafforza l’inclinazione a evitare coinvolgimenti in conflitti stranieri. Un altro motivo di questo isolazionismo introspettivo è la grande dimensione e la diversità interna degli Stati Uniti. Essendo una federazione di 50 stati e con un territorio quasi 40 volte più grande del Regno Unito, molti americani ritengono di avere già abbastanza spazio per lo sviluppo e l’esplorazione, riducendo così la necessità di viaggiare e interagire con il resto del mondo.

Nonostante tutte queste condizioni, gli Stati Uniti adottarono una politica estera globalista dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sconfissero il Giappone e la Germania, per poi applicare una politica di contenimento globale nei confronti dell’Unione Sovietica. Durante questo periodo, gli Stati Uniti rappresentavano quasi il 40% della produzione economica mondiale. La necessità delle aziende americane di nuovi mercati internazionali e la crescente dipendenza dalle importazioni di petrolio resero le politiche globaliste un imperativo economico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, la Guerra Fredda giunse al termine. Tuttavia, un decennio dopo, gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono l’inizio di una nuova priorità mondiale: la lotta al terrorismo. L’amministrazione di George W. Bush invase l’Iraq e l’Afghanistan. Sebbene Barack Obama considerasse queste invasioni come errori strategici, la sua amministrazione mantenne in gran parte le politiche globaliste. Trump, al contrario, vinse le elezioni con lo slogan “Prima l’America” durante il suo primo mandato, segnando una svolta verso l’isolazionismo. Tuttavia, la sua presidenza non portò a cambiamenti sostanziali nella politica estera. Dopo Trump, l’amministrazione di Joe Biden ha riaffermato l’alleanza occidentale sotto la leadership degli Stati Uniti in risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

Caos in casa, caos nel mondo

Subito dopo la sua rielezione, il presidente Trump ha preso provvedimenti per ridurre il supporto all’Ucraina, adottando una retorica filorussa per allontanare gli Stati Uniti dal blocco occidentale e abbandonare il loro ruolo di garanti dell’ordine mondiale.

La posizione di Trump su due importanti zone di conflitto riflette un modello costante: schierarsi dalla parte dei più forti. Per quanto riguarda Gaza, suggerisce apertamente di espellere i palestinesi, un’idea che persino Israele si era astenuto dall’affermare apertamente. Sul fronte ucraino, descrive Zelensky (falsamente) come un dittatore impopolare che ha iniziato la guerra, un’accusa grave che nemmeno la Russia aveva osato fare.

Sul fronte estero, Trump ha seguito una politica di confronto con la Cina, che ha portato a un’escalation delle tensioni nel Mar Cinese Meridionale.

La proposta di Trump su Gaza viola il diritto internazionale e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. Le sue azioni nei confronti dell’Ucraina ignorano i trattati internazionali firmati da Stati Uniti e Russia per garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della cessione delle sue armi nucleari. Tuttavia, per Trump, tali impegni non sono importanti. Il suo unico principio guida è il potere.

Trump ha il potere di fare ciò che vuole nel breve periodo. È improbabile che i repubblicani al Congresso e la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, si oppongano a un presidente repubblicano appena eletto. Ma riuscirà a ottenere successo a lungo termine? Tre fattori importanti mettono in dubbio questa prospettiva.

In primo luogo, Trump ha vinto le elezioni con il sostegno di solo metà dell’elettorato, e i suoi indici di approvazione sono già scesi sotto il 50%. Le sue due principali politiche economiche – l’aumento dei dazi e l’espulsione di un numero ingente di immigrati – porteranno a un aumento dei prezzi e dell’inflazione. Tuttavia, ha intrapreso una campagna per ridurre i costi e, a differenza di altri popoli, gli americani hanno una bassa tolleranza per lo stallo economico.

In secondo luogo, Trump non ha molti alleati nella politica internazionale, a parte la Russia e Israele. In appena un mese, è riuscito a inasprire i rapporti con il vicino più prossimo degli Stati Uniti, il Canada, e con alcuni partner chiave europei. L’isolamento in termini di politica estera comporterà un costo economico per le imprese americane. È impossibile continuare a godere dei benefici economici dell’ordine globale mentre si cerca di distruggere lo stesso ordine.

La diminuzione delle vendite di Tesla in Europa e il calo dei prezzi delle azioni nell’ultimo mese indicano che le conseguenze economiche sono già iniziate.

In terzo luogo, Trump sta assumendo questi rischi geopolitici in un momento di agitazione interna. La sua decisione di nominare Elon Musk alla guida di una nuova organizzazione per la riduzione dei costi ha portato a licenziamenti di massa tra i dipendenti federali, e Musk ha pubblicamente deriso i burocrati in generale. Questo alimenta la percezione che l’amministrazione stia cercando il conflitto, sia all’interno del paese che all’estero.

Il successo finale di Trump rimane incerto. Ma una cosa è chiara: l’ordine mondiale che gli Stati Uniti guidavano un tempo è stato smantellato, e non da chiunque, ma dal presidente stesso.


L’autore: Ahmet T. Kuru è professore di scienze politiche negli Stati Uniti e autore di Islam, Autoritarismo e Sottosviluppo.


Traduzione dallo spagnolo di Laura Proja. Revisione di Thomas Schmid.

Pressenza IPA

Spagna, manifesto contro il riarmo e la guerra in Europa

Diverse organizzazioni pacifiste e il Comitato di coordinamento delle ONG spagnole contro il riarmo e la guerra hanno lanciato il manifesto “No al riarmo e alla guerra in Europa”.

Da Pressenza, ci uniamo nell’evidenziare il grave momento che stiamo attraversando, in cui i leader dell’Unione Europea e i suoi governi – appoggiati da alcuni media – stanno diffondendo una narrazione falsa e egoistica per giustificare il riarmo, seminando paura per prendere decisioni senza trasparenza, con urgenza e ignorando differenti prospettive.

Stanno diffondendo una storia che parla di presunti nemici e di una possibile invasione… tutto questo per giustificare l’aumento delle spese militari, che si tradurrà in grandi benefici per alcune élite economiche e in minori investimenti nell’istruzione, nella sanità… e nella libertà di espressione, come sta già accadendo.

Ecco il link diretto per firmare (si può firmare anche dall’Italia): https://forms.komun.org/manifiesto-contra-el-rearme-y-la-guerra-en-europa


Manifesto

“No al riarmo e alla guerra in Europa”

Esiste qualcuno, in Europa o in qualsiasi altra parte del mondo, che non desideri proteggere i propri cari da una possibile minaccia? Chi non vorrebbe allontanare la terribile ombra della violenza dalla propria vita e da quella dei propri cari? Chi non sogna un futuro in cui i propri figli e le proprie figlie, quelli degli amici e vicini, possano vivere in pace, crescere come individui, avere un lavoro dignitoso, abitare un pianeta sano, avere un tetto sopra la testa, accedere alla cultura e a relazioni sociali arricchenti e costruttive, e vivere una vita libera da qualsiasi forma di violenza?

La società ha bisogno della sicurezza che deriva da un sistema sanitario e scolastico pubblico di qualità per tutti. I giovani necessitano di una casa in cui vivere e i nostri anziani non vogliono vedere minacciate le loro pensioni. E, soprattutto, non vogliamo che i nostri figli e nipoti siano costretti a vivere l’orrore della guerra.

In che misura, esattamente, l’aumento sfrenato delle spese militari che i governi europei propongono di approvare senza dibattito pubblico, senza trasparenza o dettagli e con urgenza, contribuisce a questo futuro di pace? Quanto di questi miliardi sarà destinato a migliorare l’istruzione, la salute, la terribile situazione abitativa, la precarietà culturale, l’armonia ambientale o la solidarietà internazionale? Non sarebbe forse necessario investire in maggiori sforzi politici e diplomatici che, di fronte alle minacce di aggressione, cerchino nuove strade di dialogo?

È stupido, semplicistico o ingenuo desiderare questo, difendere la pace e la giustizia sociale? È forse più intelligente, elaborato e maturo credere che i venti di guerra, il linguaggio guerrafondaio e l’impegno per le armi porteranno un futuro migliore?

No, non accettiamo la guerra. Il riarmo dell’Europa non porterà pace, non contribuirà al miglioramento dei rapporti, ma ci avvicinerà alla guerra. I contesti militaristi sono spesso accompagnati da un regresso dei diritti, delle libertà e delle politiche sociali, alimentano paura e preoccupazione nella società, creando l’ambiente ideale per la normalizzazione dei meccanismi di repressione e autoritarismo, come stiamo già cominciando a vedere.

Temiamo che questa strategia porti a una lunga guerra con la Russia, che non sarà portata avanti per difendere il diritto umanitario internazionale, la libertà, i diritti umani o proteggere i più deboli. Se così fosse, l’atteggiamento verso Netanyahu sarebbe lo stesso di quello verso Putin. Questa Europa che tace o, peggio, sostiene Israele nel suo genocidio a Gaza e in Cisgiordania e addirittura perseguita chi lo denuncia, deve ridefinire chiaramente quali sono i valori comuni la cui difesa viene addotta come giustificazione per il riarmo.

I cittadini del nostro Paese hanno ampiamente dimostrato in passato il loro impegno per la pace e le politiche contro la guerra. La nostra memoria collettiva recente comprende le massicce manifestazioni contro la guerra in Iraq, promossa illegalmente dal governo di José María Aznar, il movimento per rifiutare la permanenza del nostro Paese nella NATO, che ha mobilitato più del 43% dei voti in quel lontano referendum, e il movimento contro il servizio militare obbligatorio fino alla sua eliminazione nel 2001.

L’aumento della spesa militare europea – fino a 800 miliardi di euro in quattro anni – annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sarà realizzato attraverso un meccanismo di eccezione che eviterà il dibattito nei parlamenti e, in generale, un’informazione chiara e dettagliata per i cittadini europei.

Non possiamo e non vogliamo accettare che i fondi destinati ai nostri ospedali pubblici, alle scuole e università pubbliche, al sistema di assistenza per le persone non autosufficienti, alle politiche di protezione sociale per i momenti di difficoltà, alla lotta contro il cambiamento climatico, alla violenza di genere, al razzismo, alla protezione dalle emergenze e alla cooperazione vengano invece utilizzati per acquistare carri armati, fucili, aerei da combattimento e missili per la guerra, solo perché così hanno deciso le élite guerrafondaie che attualmente governano l’Europa e gli Stati Uniti.

La vera sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella che ci garantisce le nostre pensioni pubbliche, i medici di base, le cure gratuite negli ospedali pubblici per ogni malattia o disturbo, l’istruzione nelle scuole e università pubbliche che assicurano uguaglianza, il sistema di borse di studio, i sussidi di disoccupazione in caso di bisogno, il Reddito Minimo Vitale, i vigili del fuoco che intervengono sugli incendi nelle nostre montagne o soccorrono le persone in emergenza nelle città, oltre allo sviluppo di politiche pubbliche femministe per difendere e proteggere i diritti delle donne e combattere la violenza sessista.

I conflitti bellici vengono progettati in comodi uffici, ma sono le persone a pagarne le conseguenze. Ecco perché questo è un momento estremamente importante per dissipare la crescente tensione e difendere un modello di pace, di benessere sociale e di estensione dei diritti per tutti. Il momento attuale richiede responsabilità, politiche coraggiose, lungimiranza e una cultura di pace.

Ci opponiamo alla guerra, perché non vogliamo la pace dei cimiteri, perché la storia ci dimostra che l’unica via realistica per raggiungere la pace non è quella militare, ma quella politica. Mettetevi al lavoro e lavorate per la pace, lo esigiamo.


Traduzione dallo spagnolo di Laura Proja. Revisione di Thomas Schmid.

Redacción España

La ripresa dei bombardamenti su Gaza

La recente ripresa dei bombardamenti su Gaza ha portato con sé nuove sofferenze per la popolazione civile, aggravando una situazione di perenne conflitto che sembra non conoscere soluzione.

Promuovere una cultura della pace e della fraternità diventa non solo necessario, ma urgente.

La pace, infatti, non è semplicemente l’assenza di guerra, ma un processo dinamico che richiede impegno, dialogo e reciproco rispetto tra i popoli.

La fraternità, che implica una solidarietà autentica tra tutti gli esseri umani, si configura come la base per la costruzione di una convivenza pacifica.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha sottolineato più volte l’importanza di lavorare per la pace.

In particolare, durante il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di qualche anno fa, ha affermato che “la pace è un cammino di speranza e di responsabilità“.

Egli ha insistito sul fatto che la pace non può essere un obiettivo passeggero, ma deve essere un impegno costante, che coinvolge tutte le dimensioni della vita umana, dalla politica all’economia, fino alla cultura e all’educazione.

Il Papa ha anche affermato che “la fraternità e l’amicizia sociale” sono essenziali per superare le divisioni, per abbattere i muri dell’odio e per costruire ponti di solidarietà.

La ripresa delle ostilità a Gaza però, evidenzia tragicamente quanto siano lontani dall’essere realizzati questi principi.

I bombardamenti, che provocano la morte di innocenti, la distruzione di infrastrutture e la perdita di speranza, rappresentano un chiaro segno che le vie della diplomazia e del dialogo sono ancora insufficientemente percorse.

Le cause di questa violenza sono complesse e radicate in decenni di conflitto, ma la mancanza di uno spazio di incontro tra le parti continua ad alimentare il rancore e la paura.

La pace, quindi, non può essere raggiunta semplicemente con una tregua momentanea, ma richiede un mutamento profondo nelle mentalità e nelle azioni politiche.

In questo scenario, l’invito di Papa Francesco a “costruire una cultura della pace” è più che mai pertinente.

La pace deve diventare parte integrante della formazione delle nuove generazioni, insegnando il valore della giustizia, del rispetto e della compassione.

Solo attraverso la promozione di una cultura della pace e della fraternità si potrà sperare in un futuro in cui conflitti come quello israelo-palestinese non siano più la norma, ma un brutto e lontano ricordo.

(riceviamo e pubblichiamo dalla agenzia stampa Interris.it)

Redazione Italia

Il Canada deve affrontare scelte fondamentali

Le dichiarazioni radicali del nuovo presidente americano hanno galvanizzato la società e il governo canadese. Hanno unito i canadesi e migliorato notevolmente le possibilità del partito liberale al governo di vincere le prossime elezioni. Il Presidente Trump ha minacciato di annettere il Canada, il che significherebbe più che raddoppiare il territorio degli Stati Uniti. Trump si è ripetutamente rivolto al primo ministro canadese chiamandolo “governatore del 51° Stato”. Ha anche introdotto nuovi e drastici dazi doganali (tariffe nel linguaggio di Trump) sulle importazioni dal Canada, una misura che ha un impatto negativo sull’economia canadese.

Queste turbolenze hanno messo in evidenza la dipendenza del Canada dagli Stati Uniti. Non è la prima volta che i rischi di tale dipendenza diventano evidenti. Ad esempio, durante l’ epidemia di COVID-19, gli americani hanno sottratto forniture mediche vitali destinate al Canada. All’epoca sostenevo che il Canada avrebbe dovuto ridurre la sua dipendenza dal vicino meridionale e diversificare le sue catene di approvvigionamento e, più in generale, ristrutturare le sue relazioni economiche e finanziarie. Con il potere americano in declino, invitavo Ottawa a emanciparsi da Washington.

Tuttavia, il governo canadese non ha ascoltato l’appello lanciato, ovviamente, da molti altri oltre a me. Ciò è stato particolarmente ironico, dato che il Canada aveva a lungo consigliato all’Ucraina di prendere le distanze dal suo potente vicino, la Russia, fin dall’indipendenza politica dell’Ucraina nel 1991.

Ci sono modi graduali e non bellicosi per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti stringendo legami più stretti con altre potenze. Eppure, invece di migliorare le relazioni con Cina, India e Russia – tutte e tre con tassi di crescita economica impressionanti – il Canada le ha peggiorate. Il governo Trudeau ha invece compiuto tentativi apparentemente atavici di riavvicinamento all’Europa. Tuttavia, la salute economica in declino della maggior parte delle nazioni europee rende l’integrazione economica con esse poco vantaggiosa.

Le sanzioni europee contro la Russia – adottate per volere di Washington – e la distruzione di un importante gasdotto proveniente da quel Paese, molto probabilmente eseguita da parte degli Stati Uniti, hanno seriamente compromesso la Germania (tasso di crescita meno 0,3), tradizionalmente considerata la locomotiva industriale d’Europa. Le aperture del Canada verso l’Europa potrebbero quindi rivelarsi insufficienti a mitigare i danni causati dal potente vicino meridionale.

In uno dei suoi ultimi discorsi da primo ministro, Trudeau ha ribadito la determinazione del suo governo a resistere alle azioni punitive americane. Ha lamentato il fatto che “gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale contro il Canada, il loro partner e alleato più stretto, il loro amico più caro. Allo stesso tempo, parlano di lavorare positivamente con la Russia, placando Vladimir Putin…”. È improbabile che questo tipo di rimprovero possa ammorbidire la posizione di Trump.

Sebbene il Canada si sia impegnato ad aumentare il proprio budget militare, ciò non ha lo scopo di scoraggiare l’esplicita minaccia di annessione da parte degli Stati Uniti, anche se nessun altro Paese sta cercando di porre fine all’esistenza stessa del Canada. La nuova enfasi sul rafforzamento delle forze armate è ufficialmente giustificata dalla percezione di una minaccia da parte di Cina e Russia, oltre che dalla necessità di aiutare l’Ucraina a sostenere il suo sforzo bellico.

Le forze canadesi rimangono profondamente integrate con le loro controparti americane e, in ogni caso, la resistenza armata è impensabile come mezzo per salvaguardare l’indipendenza del Canada. Pochi canadesi si offrirebbero volontari per ripetere il tragico errore dell’Ucraina di combattere il suo più potente vicino orientale. Per questo motivo, le risorse promesse ai militari dovrebbero essere utilizzate per rafforzare lo stato sociale canadese, soprattutto per aiutare gli indigenti, il cui numero è in costante aumento, e per riorientare l’attività economica verso le regioni in costante crescita.

Poiché il Canada si trova di fronte a una vera e propria minaccia esistenziale da parte degli Stati Uniti, il suo governo deve cercare alleanze alternative. Si può solo sperare che il nuovo governo liberale di Mark Carney trovi la forza di prendere iniziative coraggiose. L’annunciata revisione dell’acquisto di 88 caccia F-35 dalla Lockheed Martin sembra giustificare questa speranza. I cambiamenti radicali in atto a Washington richiedono una trasformazione altrettanto radicale delle relazioni internazionali di Ottawa.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Yakov M. Rabkin

Palestina: coloni israeliani hanno ferito il regista palestinese Hamdan Ballal, premio Oscar

I coloni israeliani hanno attaccato un gruppo di palestinesi a Massafer Yatta, ferendone alcuni e l’esercito ha arrestato le vittime.

Una delle vittime è il co-regista di “No Other Land”, il documentario che ha vinto l’Oscar. Hamdan Ballal era a Susiya, uno dei villaggi di Massafer Yatta insieme ad altri abitanti del villaggio.

Un gruppo di 10 coloni ha iniziato ad aggredirli con lancio di pietre, secondo testimoni oculari. Ballal è stato colpito alla testa e stava perdendo molto sangue ed è stata chiamata d’urgenza un’ambulanza della Mezzaluna rossa palestinese, per prestare le prime cure e ricoverarlo.

L’arrivo dei soldati ha bloccato tutto. Ballal è stato letteralmente trascinato con forza fuori dall’ambulanza e portato via insieme ad altri tre palestinesi. Nessuno dei coloni aggressori è stato fermato. Fino a stamattina non si conosceva ancora dove fosse stato portato il regista premio Oscar.

Nel pomeriggio di oggi, Lea Tsemel, l’avvocata di Hamdan Ballal, ha annunciato il suo imminente rilascio e riferito che il suo assistito e altri due palestinesi avevano trascorso la notte sul pavimento di una base militare, con gravi ferite riportate in seguito all’aggressione  dei coloni.

Hamdan Ballal è stato rilasciato nel tardo pomeriggio di oggi.

Farid Adly

Declassificazione “JFK Files”: la CIA contaminava lo zucchero da Cuba destinato all’URSS

L’operazione dell’agenzia di spionaggio americana mirava a rovinare il gusto del cibo per i consumatori e a infliggere perdite finanziarie all’Unione Sovietica.

Le spie americane contaminarono 800 sacchi di zucchero inviati su una nave da carico da Cuba all’URSS negli anni ’60, come hanno rivelato i file appena rilasciati sull’assassinio di John F. Kennedy.
Uno dei file analizzati dal giornalista e blogger Ben Norton e dal Washington Post documenta una “operazione clandestina” della Central Intelligence Agency (CIA) pochi mesi prima della crisi dei missili di Cuba del 1962.

Nell’agosto di quell’anno, la CIA venne a conoscenza di una nave da carico che trasportava 80.000 sacchi di zucchero di canna da 90 chili verso l’URSS, secondo un documento declassificato inviato al generale Edward Lansdale, che all’epoca era vice segretario aggiunto del Pentagono per le operazioni speciali e aveva una lunga storia di collaborazione con la CIA.

https://x.com/BenjaminNorton/status/1902872474729189751

Le spie americane decisero quindi di lanciare un’operazione speciale per contaminare il carico. Vennero a sapere che la nave in questione avrebbe attraccato brevemente a Porto Rico per piccole riparazioni allo scafo e avrebbe dovuto scaricare una parte del suo carico.

“Attraverso un’operazione clandestina, che non è stata rilevata e non è rintracciabile, siamo riusciti a contaminare 800 di questi sacchi di zucchero”, ha riferito il giornale. Secondo la CIA, i sacchetti contaminati avrebbero poi rovinato l’intero carico, rendendolo “inadatto al consumo umano o animale in qualsiasi forma”.

Il piano, tuttavia, non era quello di avvelenare il popolo sovietico, ma solo di inacidire il suo gusto per la vita.

“Il contaminante che abbiamo utilizzato conferisce allo zucchero un ineluttabile sapore amaro e nauseabondo, che nessun processo potrà eliminare”, affermano le spie, sostenendo che non è ‘in alcun modo pericoloso per la salute’. I responsabili dell’operazione ritenevano comunque che avrebbe “rovinato il gusto del consumatore per qualsiasi cibo o bevanda per un periodo di tempo considerevole”.

Secondo il documento, in caso di successo, l’operazione avrebbe inflitto all’Unione Sovietica perdite finanziarie comprese tra i 350.000 e i 400.000 dollari dell’epoca. Il destino della spedizione rimane poco chiaro, poiché RT non è riuscita a trovare alcun dato sovietico relativo al caso.
Nel 1960, gli Stati Uniti imposero il primo serio embargo contro Cuba, bloccando tutti gli acquisti di zucchero dal Paese tra le altre misure. La mossa avvenne in risposta alla Rivoluzione cubana, che pose fine al governo del dittatore Fulgencio Batista, sostenuto dagli Stati Uniti.
Washington chiese anche agli alleati della NATO di abbandonare le importazioni di zucchero cubano. L’URSS intervenne allora, diventando uno dei principali importatori di zucchero di Cuba.

https://cubasi.cu/en/news/jfk-files-cia-contaminated-sugar-destined-soviet-union
https://www.helsinkitimes.fi/world-int/26387-jfk-files-cia-contaminated-sugar-destined-for-ussr.html
https://www.radiohc.cu/en/noticias/internacionales/379369-jfk-files-cia-contaminated-sugar-destined-for-the-soviet-union
https://menafn.com/1109348017/CIA-secretly-contaminates-800-bags-of-sugar-destined-for-Soviet-Union-in-early-1960s

 

 

Lorenzo Poli

Fermate Israele, non rimaniamo in silenzio: a Gaza e in Cisgiordania muore l’umanità

Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU insieme ai Governi del mondo non fermeranno il governo israeliano, Netanyahu ed i suoi ministri non si fermeranno. Ormai è chiaro agli occhi di tutti: l’inazione o peggio ancora la complicità della comunità internazionale rappresentano un vero e proprio semaforo verde agli eccidi contro la popolazione palestinese e alla sottrazione della loro terra.

I nostri Governi non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Il progetto di deportazione dei palestinesi dalla striscia di Gaza si avvicina di più ogni giorno che la guerra miete vittime innocenti, che gli ospedali vengono distrutti, che gli aiuti umanitari sono tenuti fuori da una cintura ermetica nel tentativo di colpire con la sete, la fame e per assenza di medicinali la popolazione civile. La rottura della tregua, la ripresa delle ostilità pregiudica inoltre anche la vita stessa degli ostaggi, dei quali continuiamo a chiederne la liberazione così come chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi illegalmente detenuti.

D’altronde la repressione delle manifestazioni dei familiari degli ostaggi da un lato e dall’altro la violenza e gli arresti indiscriminati in Cisgiordania – come nel caso del Premio Oscar 2025 Hamdan Ballal – evidenziano la volontà di affrontare con la violenza e il sopruso ogni dissenso: l’esatto contrario di ciò che ci si aspetterebbe da una democrazia.

Facciamo appello alla società civile italiana ed europea, ai Sindaci, alle forze democratiche ed associative, alle organizzazioni sindacali, agli intellettuali, artisti, uomini e donne di tutte le fedi, affinché levino forte la propria voce e si mobilitino in ogni città per costringere governi, Unione Europea e Onu ad assumere una immediata iniziativa politico-diplomatica per fermare il massacro.
Mobilitiamoci in ogni città per:

  • un cessate il fuoco immediato e duraturo
  • la fine del blocco degli aiuti e l’assedio alla popolazione da parte israeliana
  • il varo di sanzioni economiche nei confronti d’Israele e la sospensione dell’accordo di partenariato Ue/Israele
  • il blocco reale di tutte le commesse di armamenti
  • il riconoscimento da parte dell’Italia e della Ue dello Stato di Palestina
  • l’adozione di “provvedimenti ombrello da parte della Ue” a protezione dei giudici internazionali della Corte e del tribunale dell’Aja dalla sanzioni e dalle ritorsioni decise dall’amministrazione USA

Rete Italiana Pace e Disarmo

Trump e il nuovo disordine mondiale

La disputa tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, alla Casa Bianca non è avvenuta per caso. Al contrario, è stata una mossa calcolata, progettata per indicare a tutti, specialmente alle élite del Partito Repubblicano, il tipo di politica estera che Trump intende perseguire nei prossimi quattro anni.

Isolazionismo o globalismo?

La tensione tra le tendenze isolazioniste e globaliste nella politica estera degli Stati Uniti esiste da più di un secolo. Una delle espressioni più significative delle aspirazioni globaliste si è verificata nel 1918, quando il presidente Woodrow Wilson delineò i suoi Quattordici Punti, sostenendo un nuovo ordine mondiale dopo la Prima Guerra Mondiale e proponendo la creazione della Società delle Nazioni. Tuttavia, una volta formatasi, il Senato degli Stati Uniti si rifiutò di aderire, dimostrando la forte tendenza isolazionista degli Stati Uniti.

Gli americani hanno le loro ragioni per sostenere l’isolazionismo. Il fatto che il paese sia protetto geograficamente da due oceani e condivida confini solo con il Canada e il Messico garantisce una certa sicurezza. Inoltre, la sua posizione lontana da Europa e Asia rafforza l’inclinazione a evitare coinvolgimenti in conflitti stranieri. Un altro motivo di questo isolazionismo introspettivo è la grande dimensione e la diversità interna degli Stati Uniti. Essendo una federazione di 50 stati e con un territorio quasi 40 volte più grande del Regno Unito, molti americani ritengono di avere già abbastanza spazio per lo sviluppo e l’esplorazione, riducendo così la necessità di viaggiare e interagire con il resto del mondo.

Nonostante tutte queste condizioni, gli Stati Uniti adottarono una politica estera globalista dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sconfissero il Giappone e la Germania, per poi applicare una politica di contenimento globale nei confronti dell’Unione Sovietica. Durante questo periodo, gli Stati Uniti rappresentavano quasi il 40% della produzione economica mondiale. La necessità delle aziende americane di nuovi mercati internazionali e la crescente dipendenza dalle importazioni di petrolio resero le politiche globaliste un imperativo economico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, la Guerra Fredda giunse al termine. Tuttavia, un decennio dopo, gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono l’inizio di una nuova priorità mondiale: la lotta al terrorismo. L’amministrazione di George W. Bush invase l’Iraq e l’Afghanistan. Sebbene Barack Obama considerasse queste invasioni come errori strategici, la sua amministrazione mantenne in gran parte le politiche globaliste. Trump, al contrario, vinse le elezioni con lo slogan “Prima l’America” durante il suo primo mandato, segnando una svolta verso l’isolazionismo. Tuttavia, la sua presidenza non portò a cambiamenti sostanziali nella politica estera. Dopo Trump, l’amministrazione di Joe Biden ha riaffermato l’alleanza occidentale sotto la leadership degli Stati Uniti in risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

Caos in casa, caos nel mondo

Subito dopo la sua rielezione, il presidente Trump ha preso provvedimenti per ridurre il supporto all’Ucraina, adottando una retorica filorussa per allontanare gli Stati Uniti dal blocco occidentale e abbandonare il loro ruolo di garanti dell’ordine mondiale.

La posizione di Trump su due importanti zone di conflitto riflette un modello costante: schierarsi dalla parte dei più forti. Per quanto riguarda Gaza, suggerisce apertamente di espellere i palestinesi, un’idea che persino Israele si era astenuto dall’affermare apertamente. Sul fronte ucraino, descrive Zelensky (falsamente) come un dittatore impopolare che ha iniziato la guerra, un’accusa grave che nemmeno la Russia aveva osato fare.

Sul fronte estero, Trump ha seguito una politica di confronto con la Cina, che ha portato a un’escalation delle tensioni nel Mar Cinese Meridionale.

La proposta di Trump su Gaza viola il diritto internazionale e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. Le sue azioni nei confronti dell’Ucraina ignorano i trattati internazionali firmati da Stati Uniti e Russia per garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della cessione delle sue armi nucleari. Tuttavia, per Trump, tali impegni non sono importanti. Il suo unico principio guida è il potere.

Trump ha il potere di fare ciò che vuole nel breve periodo. È improbabile che i repubblicani al Congresso e la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, si oppongano a un presidente repubblicano appena eletto. Ma riuscirà a ottenere successo a lungo termine? Tre fattori importanti mettono in dubbio questa prospettiva.

In primo luogo, Trump ha vinto le elezioni con il sostegno di solo metà dell’elettorato, e i suoi indici di approvazione sono già scesi sotto il 50%. Le sue due principali politiche economiche – l’aumento dei dazi e l’espulsione di un numero ingente di immigrati – porteranno a un aumento dei prezzi e dell’inflazione. Tuttavia, ha intrapreso una campagna per ridurre i costi e, a differenza di altri popoli, gli americani hanno una bassa tolleranza per lo stallo economico.

In secondo luogo, Trump non ha molti alleati nella politica internazionale, a parte la Russia e Israele. In appena un mese, è riuscito a inasprire i rapporti con il vicino più prossimo degli Stati Uniti, il Canada, e con alcuni partner chiave europei. L’isolamento in termini di politica estera comporterà un costo economico per le imprese americane. È impossibile continuare a godere dei benefici economici dell’ordine globale mentre si cerca di distruggere lo stesso ordine.

La diminuzione delle vendite di Tesla in Europa e il calo dei prezzi delle azioni nell’ultimo mese indicano che le conseguenze economiche sono già iniziate.

In terzo luogo, Trump sta assumendo questi rischi geopolitici in un momento di agitazione interna. La sua decisione di nominare Elon Musk alla guida di una nuova organizzazione per la riduzione dei costi ha portato a licenziamenti di massa tra i dipendenti federali, e Musk ha pubblicamente deriso i burocrati in generale. Questo alimenta la percezione che l’amministrazione stia cercando il conflitto, sia all’interno del paese che all’estero.

Il successo finale di Trump rimane incerto. Ma una cosa è chiara: l’ordine mondiale che gli Stati Uniti guidavano un tempo è stato smantellato, e non da chiunque, ma dal presidente stesso.


L’autore: Ahmet T. Kuru è professore di scienze politiche negli Stati Uniti e autore di Islam, Autoritarismo e Sottosviluppo.


Traduzione dallo spagnolo di Laura Proja. Revisione di Thomas Schmid.

Pressenza IPA

Spagna, manifesto contro il riarmo e la guerra in Europa

Diverse organizzazioni pacifiste e il Comitato di coordinamento delle ONG spagnole contro il riarmo e la guerra hanno lanciato il manifesto “No al riarmo e alla guerra in Europa”.

Da Pressenza, ci uniamo nell’evidenziare il grave momento che stiamo attraversando, in cui i leader dell’Unione Europea e i suoi governi – appoggiati da alcuni media – stanno diffondendo una narrazione falsa e egoistica per giustificare il riarmo, seminando paura per prendere decisioni senza trasparenza, con urgenza e ignorando differenti prospettive.

Stanno diffondendo una storia che parla di presunti nemici e di una possibile invasione… tutto questo per giustificare l’aumento delle spese militari, che si tradurrà in grandi benefici per alcune élite economiche e in minori investimenti nell’istruzione, nella sanità… e nella libertà di espressione, come sta già accadendo.

Ecco il link diretto per firmare (si può firmare anche dall’Italia): https://forms.komun.org/manifiesto-contra-el-rearme-y-la-guerra-en-europa


Manifesto

“No al riarmo e alla guerra in Europa”

Esiste qualcuno, in Europa o in qualsiasi altra parte del mondo, che non desideri proteggere i propri cari da una possibile minaccia? Chi non vorrebbe allontanare la terribile ombra della violenza dalla propria vita e da quella dei propri cari? Chi non sogna un futuro in cui i propri figli e le proprie figlie, quelli degli amici e vicini, possano vivere in pace, crescere come individui, avere un lavoro dignitoso, abitare un pianeta sano, avere un tetto sopra la testa, accedere alla cultura e a relazioni sociali arricchenti e costruttive, e vivere una vita libera da qualsiasi forma di violenza?

La società ha bisogno della sicurezza che deriva da un sistema sanitario e scolastico pubblico di qualità per tutti. I giovani necessitano di una casa in cui vivere e i nostri anziani non vogliono vedere minacciate le loro pensioni. E, soprattutto, non vogliamo che i nostri figli e nipoti siano costretti a vivere l’orrore della guerra.

In che misura, esattamente, l’aumento sfrenato delle spese militari che i governi europei propongono di approvare senza dibattito pubblico, senza trasparenza o dettagli e con urgenza, contribuisce a questo futuro di pace? Quanto di questi miliardi sarà destinato a migliorare l’istruzione, la salute, la terribile situazione abitativa, la precarietà culturale, l’armonia ambientale o la solidarietà internazionale? Non sarebbe forse necessario investire in maggiori sforzi politici e diplomatici che, di fronte alle minacce di aggressione, cerchino nuove strade di dialogo?

È stupido, semplicistico o ingenuo desiderare questo, difendere la pace e la giustizia sociale? È forse più intelligente, elaborato e maturo credere che i venti di guerra, il linguaggio guerrafondaio e l’impegno per le armi porteranno un futuro migliore?

No, non accettiamo la guerra. Il riarmo dell’Europa non porterà pace, non contribuirà al miglioramento dei rapporti, ma ci avvicinerà alla guerra. I contesti militaristi sono spesso accompagnati da un regresso dei diritti, delle libertà e delle politiche sociali, alimentano paura e preoccupazione nella società, creando l’ambiente ideale per la normalizzazione dei meccanismi di repressione e autoritarismo, come stiamo già cominciando a vedere.

Temiamo che questa strategia porti a una lunga guerra con la Russia, che non sarà portata avanti per difendere il diritto umanitario internazionale, la libertà, i diritti umani o proteggere i più deboli. Se così fosse, l’atteggiamento verso Netanyahu sarebbe lo stesso di quello verso Putin. Questa Europa che tace o, peggio, sostiene Israele nel suo genocidio a Gaza e in Cisgiordania e addirittura perseguita chi lo denuncia, deve ridefinire chiaramente quali sono i valori comuni la cui difesa viene addotta come giustificazione per il riarmo.

I cittadini del nostro Paese hanno ampiamente dimostrato in passato il loro impegno per la pace e le politiche contro la guerra. La nostra memoria collettiva recente comprende le massicce manifestazioni contro la guerra in Iraq, promossa illegalmente dal governo di José María Aznar, il movimento per rifiutare la permanenza del nostro Paese nella NATO, che ha mobilitato più del 43% dei voti in quel lontano referendum, e il movimento contro il servizio militare obbligatorio fino alla sua eliminazione nel 2001.

L’aumento della spesa militare europea – fino a 800 miliardi di euro in quattro anni – annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sarà realizzato attraverso un meccanismo di eccezione che eviterà il dibattito nei parlamenti e, in generale, un’informazione chiara e dettagliata per i cittadini europei.

Non possiamo e non vogliamo accettare che i fondi destinati ai nostri ospedali pubblici, alle scuole e università pubbliche, al sistema di assistenza per le persone non autosufficienti, alle politiche di protezione sociale per i momenti di difficoltà, alla lotta contro il cambiamento climatico, alla violenza di genere, al razzismo, alla protezione dalle emergenze e alla cooperazione vengano invece utilizzati per acquistare carri armati, fucili, aerei da combattimento e missili per la guerra, solo perché così hanno deciso le élite guerrafondaie che attualmente governano l’Europa e gli Stati Uniti.

La vera sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella che ci garantisce le nostre pensioni pubbliche, i medici di base, le cure gratuite negli ospedali pubblici per ogni malattia o disturbo, l’istruzione nelle scuole e università pubbliche che assicurano uguaglianza, il sistema di borse di studio, i sussidi di disoccupazione in caso di bisogno, il Reddito Minimo Vitale, i vigili del fuoco che intervengono sugli incendi nelle nostre montagne o soccorrono le persone in emergenza nelle città, oltre allo sviluppo di politiche pubbliche femministe per difendere e proteggere i diritti delle donne e combattere la violenza sessista.

I conflitti bellici vengono progettati in comodi uffici, ma sono le persone a pagarne le conseguenze. Ecco perché questo è un momento estremamente importante per dissipare la crescente tensione e difendere un modello di pace, di benessere sociale e di estensione dei diritti per tutti. Il momento attuale richiede responsabilità, politiche coraggiose, lungimiranza e una cultura di pace.

Ci opponiamo alla guerra, perché non vogliamo la pace dei cimiteri, perché la storia ci dimostra che l’unica via realistica per raggiungere la pace non è quella militare, ma quella politica. Mettetevi al lavoro e lavorate per la pace, lo esigiamo.


Traduzione dallo spagnolo di Laura Proja. Revisione di Thomas Schmid.

Redacción España

La ripresa dei bombardamenti su Gaza

La recente ripresa dei bombardamenti su Gaza ha portato con sé nuove sofferenze per la popolazione civile, aggravando una situazione di perenne conflitto che sembra non conoscere soluzione.

Promuovere una cultura della pace e della fraternità diventa non solo necessario, ma urgente.

La pace, infatti, non è semplicemente l’assenza di guerra, ma un processo dinamico che richiede impegno, dialogo e reciproco rispetto tra i popoli.

La fraternità, che implica una solidarietà autentica tra tutti gli esseri umani, si configura come la base per la costruzione di una convivenza pacifica.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha sottolineato più volte l’importanza di lavorare per la pace.

In particolare, durante il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di qualche anno fa, ha affermato che “la pace è un cammino di speranza e di responsabilità“.

Egli ha insistito sul fatto che la pace non può essere un obiettivo passeggero, ma deve essere un impegno costante, che coinvolge tutte le dimensioni della vita umana, dalla politica all’economia, fino alla cultura e all’educazione.

Il Papa ha anche affermato che “la fraternità e l’amicizia sociale” sono essenziali per superare le divisioni, per abbattere i muri dell’odio e per costruire ponti di solidarietà.

La ripresa delle ostilità a Gaza però, evidenzia tragicamente quanto siano lontani dall’essere realizzati questi principi.

I bombardamenti, che provocano la morte di innocenti, la distruzione di infrastrutture e la perdita di speranza, rappresentano un chiaro segno che le vie della diplomazia e del dialogo sono ancora insufficientemente percorse.

Le cause di questa violenza sono complesse e radicate in decenni di conflitto, ma la mancanza di uno spazio di incontro tra le parti continua ad alimentare il rancore e la paura.

La pace, quindi, non può essere raggiunta semplicemente con una tregua momentanea, ma richiede un mutamento profondo nelle mentalità e nelle azioni politiche.

In questo scenario, l’invito di Papa Francesco a “costruire una cultura della pace” è più che mai pertinente.

La pace deve diventare parte integrante della formazione delle nuove generazioni, insegnando il valore della giustizia, del rispetto e della compassione.

Solo attraverso la promozione di una cultura della pace e della fraternità si potrà sperare in un futuro in cui conflitti come quello israelo-palestinese non siano più la norma, ma un brutto e lontano ricordo.

(riceviamo e pubblichiamo dalla agenzia stampa Interris.it)

Redazione Italia