Propaganda col fatto. L’esperienza italiana fra il 1870 e il 1874.
L’espressione “propaganda col fatto” è generalmente avvolta da un alone negativo. Ritengo invece che essa sia la prima manifestazione di quella coerenza tra mezzi e fini che ha caratterizzato fin dal suo apparire il movimento anarchico; ritengo inoltre che la tattica messa in pratica dalla tendenza comunista anarchica organizzatrice sia la più conseguente e completa continuazione di tale strategia.
Preferisco l’espressione “propaganda col fatto” alla più comune “propaganda del fatto” perché la seconda può essere confusa con l’apologia di atti che, pienamente giustificati nel contesto storico e sociale in cui si svolsero, perdono di significato se considerati in senso assoluto come esempio sempre e comunque dell’azione anarchica. Al contrario di propagandare il fatto, la strategia della propaganda col fatto si pone l’obiettivo di far conoscere le aspirazioni del movimento anarchico compiendo atti in cui esemplarmente viene proposta la strategia di lotta e il modello di organizzazione sociale che preconizzano. È questo il senso preciso, a mio avviso, con cui il termine venne proposto nell’ambito della Internazionale Anti-Autoritaria e adottato dalla Federazione italiana della stessa. È implicita, in questa accezione, la comprensione del concetto che il primo fatto attraverso cui il movimento anarchico deve propagandare il proprio ideale era l’attività politica quotidiana, concetto che sarà sviluppato verso la fine del XIX secolo.
Accenni a questa strategia si possono trovare già in Michel Bakunin. Nelle “Lettere a un francese sulla crisi attuale” del 1870, egli affermava che l’Internazionale doveva diffondere i propri principi non con le parole, ma con i fatti, perché questa è la forma di propaganda più popolare, più potente e più irresistibile. Un’altra testimonianza ci viene dal populista russo Vladimir Karpovich Debagory-Mokrievich, in visita a Bakunin a Locarno all’inizio del 1874, che venne informato che gli anarchici italiani stavano progettando un’insurrezione armata. Debagory-Mokrievich ricordò in seguito che Bakunin non si aspettava una rivoluzione su larga scala, spiegando di aver concepito l’insurrezione nei termini della tattica nota in seguito come “propaganda col fatto”.
L’insurrezione del 1874, avvenuta prima che il termine prendesse piede, è un esempio di tale strategia, e delle differenti posizioni emerse nel movimento anarchico nei confronti della sua concreta applicazione.
Negli anni 1873 e 1874 l’Italia conobbe la sua peggiore crisi economica dopo l’unificazione. Gli effetti causati dall’inizio della transizione da un’economia agricola/artigianale a un’economia industriale cominciavano a farsi sentire. Le politiche fiscali draconiane attuate dal ministro delle Finanze Sella alla fine degli anni Sessanta del XIX secolo non erano riuscite a pareggiare il bilancio e l’emissione di enormi quantità di cartamoneta da parte del governo; ciò aveva causato una speculazione selvaggia e un’inflazione incontrollata. I cattivi raccolti di due anni consecutivi provocarono un aumento dei prezzi, tanto che a metà del 1873 i lavoratori di alcune città erano costretti a spendere fino a un terzo del loro salario giornaliero per acquistare un chilogrammo di pane. Il malcontento popolare cresceva costantemente di fronte all’aumento dei prezzi e della disoccupazione. Gli scioperi per aumenti di salario e le manifestazioni contro l’alto costo della vita si moltiplicarono a Firenze, Livorno, Pisa, Roma, nelle province napoletane e nel Lazio centrale per tutto il 1873, per poi diffondersi a nord nella primavera successiva, a Forlì, Imola, Mantova, Parma, Cremona e Padova, dove le truppe repressero i rivoltosi. I disordini raggiunsero il culmine nei mesi di giugno e luglio del 1874, quando i granai vuoti attendevano il nuovo raccolto e le ultime scorte di grano e altri cereali diventavano scarse e più costose. In una ventina di città e paesi della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, grandi folle di dimostranti – spesso composte da donne e bambini – protestarono contro i prezzi dei generi alimentari, assaltarono fornai e commercianti di cereali, saccheggiarono i negozi di pane e attaccarono i treni carichi di grano. Nonostante il dispiegamento di tutte le truppe e i carabinieri disponibili, le agitazioni popolari sembravano incontenibili.
Due fattori spinsero la Federazione italiana all’azione immediata nel 1874: oltre alle aspettative rivoluzionarie, la paura di perdere il sostegno della base e la necessità di competere con i mazziniani e i garibaldini.
Avendo acquisito la maggior parte dei propri membri dai democratici, l’Internazionale avrebbe potuto facilmente perderli di nuovo se gli anarchici non si fossero dimostrati degni successori delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento, specialmente dopo gli esempi ispiratori della Comune di Parigi e della ribellione spagnola del 1873. Andrea Costa, allora uno dei protagonisti dell’insurrezione e successivamente primo deputato socialista, mette ancora più a fuoco la questione: le agitazioni popolari del 1873 e 1874 convincono gli anarchici che “era giunta l’occasione se non di provocare la rivoluzione sociale in Italia, almeno di dare un esempio pratico che dimostrasse al popolo ciò che volevamo e di propagare le nostre idee con prove di fatti”.
Il fallimento del 1874 avrebbe dovuto spingere la Federazione italiana ad un ripensamento rispetto alla fiducia negli istinti rivoluzionari delle masse e all’uso esclusivo delle tattiche insurrezionali. Di conseguenza, avrebbe dovuto essere aperta alla raccomandazione di dare maggiore enfasi al sindacalismo e alla lotta economica, soprattutto perché molti anarchici, tra cui Bakunin, avevano da tempo riconosciuto il potenziale rivoluzionario del sindacalismo. Vedremo invece come la risposta della Federazione italiana sia stata l’accentuazione dell’intransigenza.
Tiziano Antonelli
Nell’immagine: Bologna 1874 – arresto degli internazionalisti (da L’illustrazione italiana)
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