Nel ricordare che nella giornata di domani 29 marzo è stata convocata dalle opposizioni turche una nuova manifestazione a sostegno di Ekrem Imamoglu, pubblichiamo l’importante reportage redatto da un docente dell’Università Jean Jaurès di Tolosa che vi vive da oltre 20 anni ad Istanbul_
Dal 19 marzo 2025, data dello spettacolare arresto di 100 persone legate alla Municipalità metropolitana di Istanbul – tra cui il carismatico sindaco Ekrem İmamoğlu – stiamo assistendo in Turchia a un movimento sociale totale la cui complessità impedisce qualsiasi lettura troppo rapida e parziale. Dinamiche e processi molto diversi si mescolano e interferiscono. È importante restare ragionarci: senza fare previsioni, per cercare di vedere le cose più chiaramente, può essere utile distinguere le diverse dimensioni di questa reazione popolare di portata eccezionale. Per non cadere in un’analisi troppo generalizzante, senza riprendere aspetti certamente molto importanti ma più ampiamente trattati (come lo scatenamento dell’arbitrio e della violenza da parte delle forze dell’ordine, la criminalizzazione degli oppositori, gli attacchi al diritto all’informazione, la disinformazione organizzata o l’infondatezza delle accuse mosse, ecc.), bisogna tenere conto di sei dimensioni per cercare di comprendere meglio cosa sta accadendo: temporale, sociologica, generazionale, economica, partitica/politica/ideologica e, infine, geografica.
1) Dimensione temporale
Questi eventi dovrebbero essere inseriti in cronologie internazionali, locali e nazionali, sia lunghe, medie e brevi. Sebbene le prime manifestazioni abbiano avuto luogo la sera del 19 marzo, l’arresto di İmamoğlu rientra in una serie di attacchi lanciati dal governo centrale contro i municipi dell’opposizione, siano essi nelle mani del DEM (curdo) o del CHP [Il Partito Popolare Repubblicano, in turco: Cumhuriyet Halk Partisi o CHP, è un partito repubblicano, socialdemocratico, nazionalista e laico, fondato nel 1923 da Mustafa Kemal Atatürk. È membro dell’Internazionale socialista e membro associato del Partito dei socialisti europei. Dal 2002 è il principale partito di opposizione al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo -AKP di Erdogan-. Il simbolo del CHP è composto da sei frecce, che richiamano i sei principi dell’ideologia kemalista, di cui il partito è il rappresentante storico].
La novità relativa è che ora le autorità prendono di mira direttamente anche i comuni del CHP: alla fine di ottobre 2024, il sindaco del CHP del distretto più grande di Istanbul, Esenyurt (oltre un milione di abitanti), è stato arrestato e sostituito da un amministratore provvisorio. Così, ben prima del 19 marzo, si erano verificati raduni di protesta davanti al municipio di Esenyurt: troppo marginali per attirare l’attenzione, ma non erano comunque trascurabili. L’Ordine degli avvocati di Istanbul, uno dei più grandi al mondo, è stato destituito! – e non bisogna dimenticare neanche il licenziamento dell’intero gruppo dirigente eletto, il Consiglio dell’Ordine, all’inizio di gennaio 2025. L’ondata di arresti di sostenitori del riavvicinamento turco-curdo (un elenco di 6.000 persone è stato reso pubblico da un procuratore) avvenuta nel febbraio 2025 fa parte dello stesso clima politico molto degradato che esisteva prima del 19 marzo. Allo stesso modo, nell’est del paese, dove dieci sindaci erano stati estromessi dal marzo 2024, in sfida al verdetto delle urne, ci sono state proteste. Ma è stato reso quasi invisibile perché è considerato “endemico” a causa del contesto repressivo permanente. Quindi, se l’Est del Paese è abituato (almeno dal 2015/2016) a questi colpi di Stato antidemocratici contro i funzionari comunali, per l’Ovest si tratta di un fenomeno più recente. Allo stesso tempo, da mesi si moltiplicano le azioni legali – principalmente per corruzione – intentate dal governo centrale contro i comuni del CHP (ricordiamo anche l’arresto, il 13 gennaio 2025, del sindaco di Beşiktaş, per anni distretto di punta del CHP).
La strategia volta a screditare il principale partito di opposizione è stata in qualche modo rafforzata dopo le cocenti sconfitte dell’AKP (di Erdogan) alle elezioni comunali del marzo 2024. Un altro elemento relativo alla dimensione temporale: il precedente movimento di protesta sociale a Gezi (maggio/giugno 2013) continua a mobilitarsi (o addirittura a perseguitare) il potere che ha tenuto in prigione per anni figure chiave di questo movimento. Gezi è onnipresente anche nell’immaginario dell’opposizione, che ora vi fa esplicito riferimento – in diversi aspetti – a questo grande precedente, per alimentare il movimento attuale. Gezi appare oggi come un momento chiave da cui attingere per l’azione intrapresa ora.
La dimensione temporale è anche quella, nel dettaglio, della sequenza, delle variazioni di intensità e della capacità di perdurare delle manifestazioni dal 19 marzo. Unita alla dimensione geografica, ci mostra, da un lato, terreni sporadici (caratterizzati da momentanei scatti di rabbia, rapidamente soffocati), e terreni più stabili, dall’altro, che ogni sera sono luoghi di espressione del malcontento. È proprio la questione della sostenibilità della rabbia a preoccupare le autorità e a spingerle a decretare ulteriori giorni di vacanza dopo la tradizionale festa di fine Ramadan (30/31 marzo e 1° aprile). Come per disinnescare la protesta e confondere la questione studentesca con la presunta consensuale noncuranza dei momenti familiari/nazionali/religiosi.
2) Dimensione sociologica
Se tralasciamo il dato generazionale (vedi punto seguente), la sociologia del movimento attuale è molto eterogenea. I quartieri con un profilo dominante di “classe media”, o addirittura le classi abbienti, sono attivi e scendono in piazza a Istanbul, e abbiamo visto università private (chiamate università “di fondazione”) con un pubblico molto chic (Bilkent, Koç, Bilgi, ecc.) partecipare al movimento; ciò include molti altri canali e reti nello spazio sociale. Molto sentita è anche la protesta contro l’alto costo della vita, l’aumento degli affitti e gli attacchi alle politiche sociali nei comuni del CHP. Sebbene i quartieri operai abbiano finora aderito al movimento solo attraverso alcuni partiti e organizzazioni di estrema sinistra, alcune organizzazioni che rappresentano le minoranze e alcuni sindacati, i più modesti sono presenti tra la folla che manifesta davanti ai municipi, minacciati dagli interventi arbitrari del governo centrale. Ma il costo dell’ingresso nel movimento nei quartieri operai – largamente dominanti a Istanbul, dove circa il 40% delle famiglie non ha ancora un reddito regolare – è ovviamente più alto. La repressione muscolare lontano dalle telecamere, stigmatizzazione a livello di quartiere, espulsione dai sistemi di assistenza sociale statali e parastatali…
3) La dimensione generazionale
Questa, solo fino a un certo punto, grazie Bourdieu, è transclassista. E’ evidente e sembra essere al centro dell’attenzione dei commentatori dal 19 marzo. Le folle che periodicamente riempiono le strade sono infatti uno spettacolo di giovani partecipanti. Ricordiamolo è un paese che resta, almeno rispetto ai paesi dell’Europa occidentale, assai giovane. Le principali vittime della violenza sfrenata della polizia e degli arresti e della carcerazione, sono i giovani. Denunciano la mancanza generale di libertà in tutti gli ambiti, l’assenza di prospettive (politiche e professionali) e il funzionamento gerontocratico del sistema partitico e mediatico. Il discorso diffuso attraverso cartelli e slogan rivela immaginari ibridi propri di una fascia d’età socializzata nell’era dei social network e soprattutto una forte frustrazione di una generazione che in tutta la sua vita ha conosciuto solo il partito-stato-AKP. Richiedono un posto a pieno titolo nei giochi politici ed economici, spazi di espressione e riconoscimento, un rinnovamento dei quadri e delle forme di gestione a tutti i livelli. Denunciano il costo degli affitti nelle grandi città, le poche opportunità offerte dalle lauree universitarie per le quali sacrificano la loro giovinezza in un sistema scolastico stordente e il pesante arcaismo autoritario della vita politica. “Siamo figli rivoluzionari di genitori conservatori” è uno degli slogan più noti, anche nelle città di provincia che non si prevedeva avrebbero partecipato, nemmeno per un breve periodo, alla “festa (che si vuol fare del regime di Erdogan). L’esplosione di rabbia sembra addirittura spazzare via i confini partitici e ideologici e rivelare, al di là di essi, una comunità di preoccupazioni concrete e di aspirazioni frustrate.
4) La dimensione economica
E’ già stata accennata indirettamente. Si tratta ovviamente di un aspetto fondamentale e spesso giustamente sottolineato dagli osservatori. Tralascerò gli aspetti macroeconomici (inflazione galoppante, enorme svalutazione della moneta nazionale, ecc.). Ciò che emerge dalle attuali mobilitazioni è sia la denuncia di una situazione economica disastrosa quanto quella di un’economia politica scandalosa. Nel mirino ci sono le politiche agricole definite dagli importatori a spese dei produttori, la monopolizzazione delle rendite (minerarie, turistiche, immobiliari, ecc.) da parte di una frazione privilegiata e l’esternalizzazione sistematica dei costi sociali e ambientali. Ciò spiega una delle forme assunte dal movimento attuale, quella del boicottaggio. Boicottare i marchi, le aziende e i luoghi di consumo più palesemente legati alla cricca aggrappata al potere. Orchestrato dal principale partito di opposizione, questo movimento di boicottaggio, che sembra essere seguito a partire dai caffè aperti nelle università dai figli dei ministri e dei dirigenti del partito, ha scatenato la furia del governo, che accusa gli oppositori di sabotare l’economia nazionale. Di nuovo la criminalizzazione.
5) La dimensione partigiana e ideologica
Non mi dilungherò su questo argomento. Mi limiterò a menzionare due cartelli che hanno attirato l’attenzione e che esprimono chiaramente il rifiuto massiccio dell’attuale proposta partitica da parte dei giovani che manifestano. “Conquisteremo la religione senza l’AKP, Atatürk senza il CHP, la patria senza l’MHP, i curdi senza l’HDP, noi siamo il popolo”.
Quanto all’altro: “Voglio il mio paese. Né Tayyip né Ekrem. Non mi aspetto un salvatore. Lasciamo che ognuno sia responsabile del proprio destino. E che la nostra resistenza sia eterna”.
Si potrebbe dire molto su questi due slogan. Da notare la permanenza dei valori di riferimento della socializzazione politica a lungo termine in Turchia (patria, religione, Atatürk, ecc.), l’atteggiamento stufo nei confronti dei partiti esistenti e la chiara espressione del desiderio dei cittadini di prendere in mano il proprio destino. La presenza di partiti affermati varia a seconda del motivo della rabbia, nonché della sociologia e dell’età media dei partecipanti.
Nei pressi dei municipi saccheggiati, il CHP è in prima linea e si muove in testa; nei cortei studenteschi c’è molto poco, se non addirittura per niente. Altrove, al di fuori delle coorti studentesche, la strada è divisa tra partiti di estrema sinistra (TKP, TİP, DİP, Emek, ecc.) e le loro organizzazioni giovanili. I sostenitori dei partiti di estrema destra anti-AKP non manifestano apertamente sotto lo striscione del partito: sono gruppi di giovani all’interno di marce studentesche, riconoscibili dai loro slogan e da alcuni segni di affiliazione. Il futuro del movimento dipenderà dalle possibilità di articolazione con movimenti sociali più profondi e stabili, come il movimento dei lavoratori, il movimento femminista, il movimento curdo e il movimento per i diritti ambientali e degli animali. Come detto prima ci sono alcuni legami con il movimento dei lavoratori (il sostegno degli studenti di un’università privata ai lavoratori che da mesi non vengono pagati in un cantiere edile nel loro campus) e con il movimento per i diritti degli animali (messi in pericolo da progetti di sterminio).
6) La dimensione geografica
Essa riassume in un certo senso tutte le altre e permette di mettere in luce la singolarità di questo movimento sociale totale. Questo aspetto deve essere affrontato su più scale, evidenziando le innovazioni intervenute. In tutto il Paese, abbiamo una sorta di geografia inversa: mentre le regioni curde orientali sono rimaste calme, ad eccezione dei comuni rubati già menzionati, le città conservatrici sono state teatro di manifestazioni di piazza senza precedenti nella loro storia. Sebbene le dimostrazioni fossero occasionali, è senza precedenti assistere alle rivolte in città come Konya, Elazığ, Osmangazi, Sakarya (dove un manifestante ha mostrato un ritratto di Robespierre!) e Yozgat. Ciò può essere visto come una conseguenza della politica di sviluppo frenetico delle università su tutto il territorio nazionale a partire dalla metà degli anni 2000. Da notare anche l’ingresso degli agricoltori, in stile europeo, nel settore dei trattori.
Sempre su scala nazionale, è importante sottolineare come questo movimento stia riproponendo a livello locale e dando nuova voce a lotte, a volte un po’ dimenticate, contro il potere centrale: luoghi di disastri minerari (e non mancano), luoghi di lotte ecologiche contro le dighe o l’estrazione incontrollata ed ecodistruttiva di minerali, luoghi di disastri sismici. Quanto a quest’ultimo, dal 19 marzo la voce delle popolazioni di alcuni dipartimenti colpiti dai terremoti del febbraio 2023 risuona in modo singolare. “Ci avete lasciato sotto le macerie. Ma non vi lasceremo il paese”. “Hatay#” recitava un cartello durante le proteste di piazza ad Antakya/Antiochia, devastata due anni fa.
Su scala più fine, e limitatamente alla metropoli di Istanbul, è necessario sottolineare la grande differenza rispetto a Gezi: ciò è dovuto alla perdita di centralità di Taksim e del viale pedonale di İstiklâl, preventivamente bloccati dalle forze di sicurezza.
Detto questo, è necessario distinguere tra le sedi fisse dell’opposizione costituita: in primo luogo, l’edificio centrale della municipalità metropolitana (Saraçhane) e i suoi dintorni (l’acquedotto di Valente e la moschea di Şeyzade), gli edifici delle municipalità distrettuali espropriate (Esenyurt e Şişli) e le università e i loro dintorni (l’Università di Istanbul e Piazza Beyazıt in primo luogo). L’altra originalità risiede nella natura mobile delle manifestazioni e nell’investimento spontaneo delle strade: gli studenti hanno inventato nuovi percorsi di protesta, collegando le università e sfidando le consuete misure di sicurezza statiche. Si tratta quindi di una nuova geografia dell’espressione pubblica del malcontento che sta emergendo con l’uscita forzata da Taksim e l’invenzione di nuovi percorsi.
Anche se è ovviamente troppo presto per prevederne l’evoluzione o trarne qualche insegnamento, possiamo comunque sottolineare che il “movimento del 19 marzo” – chiamiamolo così per il momento – unisce forze sociali e politiche molto diverse, tocca territori molto diversi (alcuni dei quali solitamente discreti o addirittura totalmente silenziosi). Si differenzia dal movimento Gezi del 2013 per il maggiore coinvolgimento dei giovani universitari, la partecipazione di città di provincia notoriamente conservatrici e sotto controllo, l’eterogeneità dei riferimenti ideologici o culturali invocati e il ruolo minore degli attori “istituzionalizzati” dell’opposizione (camere di commercio, partiti di sinistra e di estrema sinistra, sindacati).
Da un punto di vista politico, a questo punto, sorgono due domande. È possibile la strutturazione e la politicizzazione della rabbia plurale, data la scelta di repressione implacabile adottata dalle autorità? E poi, in questo processo di politicizzazione, quale ruolo può svolgere il CHP, il principale partito di opposizione? Non può pretendere il monopolio dell’energia della rabbia e dell’immaginazione politica attualmente dispiegate, nonostante l’immenso successo delle primarie organizzate nell’emozione del colpo di Stato, il 22 marzo 2025, per designare il suo candidato per le elezioni presidenziali del 2028 (partecipazione 10 volte superiore a quella prevista prima del 19 marzo e trionfo del candidato alla candidatura İmamoğlu, allora già in carcere).
Vedi Capitolo 4 “249 contro 301 ossessione sicuritaria e rassegnazione organizzata nell’affrontare i rischi ambientali e sanitari: il caso turco (di Jean François Pérouse e Sümbül Kaya), in Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici nel Mediterraneo, pp. 65-69 – scaricabile gratuitamente
E anche
Kaya S. 2017. “Anatomie de l’armée en Turquie après la tentative du coup d’État du 15 juillet 2016”, «Mouvements», 2 (90), 19-29.
Pérouse J.F. (in coll. con T. Coanus) 2006. Villes et risques. Regards croisés sur quelques cités “en danger” Parigi: Economica, Anthropos.
Pérouse J.F. 2014. “Le « mouvement de Gezi » ou le choc des systèmes de valeurs environ- nementales dans la Turquie en croissance”, «Méditerranée», 123, 2014, 49-56.
Pérouse J.F. 2017. Istanbul-Planète. La ville monde du XXIe siècle, Parigi: La Découverte.
Redazione Italia