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Ventotene

Manifesti strappati. La polemica su Ventotene

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene nel corso del dibattito alla Camera sul tema del piano di riarmo europeo ha avuto il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su un documento politico che, probabilmente, non sono in molti a conoscere.

Nelle ore successive al durissimo scontro che si è consumato in aula tra deputati di maggioranza e opposizione, moltissime testate ne hanno riportato ampi stralci o, addirittura, lo hanno pubblicato per intero.

Il Manifesto di Ventotene andrebbe letto, dall’inizio alla fine, per diversi motivi. Intanto, è sempre utile e interessante accostarsi al frutto di una elaborazione politica e teorica maturata nel drammatico contesto della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni subite dagli antifascisti che lo redassero. In secondo luogo, è opportuno sapere di cosa si sta parlando specialmente adesso che il tema dell’Europa e del suo ruolo politico nello scenario internazionale sta animando il dibattito in Italia, anche e soprattutto per via della manifestazione europeista dello scorso 15 marzo (a tal proposito rimandiamo alla lettura dell’ottimo articolo di Massimo Varengo pubblicato in prima pagina su Umanità Nova n. 8 del 23/03/2025).

«Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto» – questo il titolo originale – è, in realtà, un testo profondamente incompreso. Tanto incompreso quanto strumentalmente utilizzato, nel corso dei decenni, per finalità che poco o nulla hanno a che fare con la visione ideale e politica dei suoi estensori: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Tre antifascisti di diversa estrazione ma tutti e tre accomunati da una postura radicalmente eterodossa e originale rispetto alle grandi narrazioni ideologiche del loro tempo e alle rispettive famiglie politiche di riferimento. È per questo che il loro Manifesto viene spesso definito come un documento visionario: concepire ed elaborare nelle sofferenze del confino, in piena guerra e in un momento in cui le sorti del conflitto sembravano arridere al nazismo e al fascismo, l’idea di un’Europa unita e federale che superasse e archiviasse per sempre la centralità degli stati-nazione, fu un atto estremamente coraggioso e lungimirante. Si voleva scardinare, infatti, tutto quello che fino a quel momento aveva creato i presupposti per l’affermazione dei totalitarismi e della carneficina bellica: il nazionalismo, il militarismo, l’autoritarismo fondato sulla volontà di sopraffazione. E furono sottoposte a profonda revisione critica anche le tradizionali formule con le quali intraprendere la trasformazione sociale in senso egualitario. Effettuando uno scarto teorico assolutamente inedito, gli estensori del Manifesto individuarono una nuova faglia che sarebbe stata necessaria, dopo la fine delle ostilità, a individuare la vera frattura tra posizioni conservative e posizioni progressiste: non più il maggiore o minore grado di democrazia o socialismo da istituire, ma la maggiore o minore disponibilità a impegnarsi per la creazione di un «solido stato internazionale».

È evidente che noi anarchici non abbiamo mai condiviso, né mai potremo farlo, un impianto ideologico di questo tipo, fondato comunque sull’esistenza di strutture statuali benché federaliste o sovranazionali. Il nostro è un federalismo libertario dove lo stato non c’è perché cede il passo a comunità autogestite che cooperano liberamente. Tra l’altro, la parola “anarchia” ricorre un paio di volte in quel testo con una connotazione neanche troppo positiva, e gli stessi anarchici confinati a Ventotene espressero a Ernesto Rossi tutte le loro perplessità, pratiche e teoriche, di fronte all’idea di un grande stato europeo. Ma non è questo il punto.

Ci preme piuttosto sottolineare, da anarchici, che non ci è mai sfuggito il valore intrinseco di quella proposta politica finalizzata, comunque, a sparigliare le carte da molti punti di vista. Una proposta alimentata da un afflato internazionalista che, di fatto, non ha mai trovato realizzazione e che, anzi, fu soffocato sul nascere appena finita la guerra con la divisione del mondo in blocchi.

E allora, diciamo le cose come stanno. Nonostante lo consideri ufficialmente come un suo documento fondativo, l’Unione europea non ha mai espresso in alcun modo le istanze profonde di quel Manifesto. Non ci pare proprio, infatti, che questa istituzione – così come la conosciamo – possa considerarsi la felice realizzazione di quanto prefigurato a Ventotene più di ottant’anni fa. L’Unione europea dei burocrati, del potere finanziario, delle politiche di austerità che hanno affamato la Grecia (e non solo), delle direttive che distruggono le economie, della brutale repressione dei migranti, dei centri per il rimpatrio, dei morti in mare, delle frontiere, del coinvolgimento nelle guerre di mezzo mondo e dell’attuale corsa agli armamenti, è qualcosa di molto diverso da quegli Stati uniti d’Europa immaginati da Spinelli, Rossi e Colorni. Eppure, nonostante tutto, i partecipanti alla piazza del 15 marzo agitavano il Manifesto di Ventotene preso in regalo con Repubblica, rivendicando a gran voce la necessità di spendere un mare di soldi pubblici per armare fino ai denti gli eserciti di ogni stato europeo così come vorrebbe Ursula von der Leyen.

Quanto a Meloni, in molti hanno sottolineato la superficialità e la malafede con la quale ha strumentalmente citato alcuni passaggi che le facevano comodo per svilire il contenuto del Manifesto di Ventotene e buttarla in caciara. Si tratta, guarda caso, di quelle parti che esprimono molto chiaramente la matrice socialista e progressista di chi lo scrisse. Quell’Europa federale concepita a Ventotene era un ambito politico improntato all’equità e alla giustizia sociale tanto che a Giorgia Meloni ha fatto molta impressione – tra le altre cose – il riferimento alla «dittatura del partito rivoluzionario». Evidentemente, la presidente del consiglio non ha letto il passaggio successivo in cui si chiarisce che quel partito creerà «le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato». In quel testo, la parola «partito» va intesa come «schieramento» o, meglio, come «movimento» e non indica, di certo, il partito unico di un regime totalitario, magari dal retrogusto sovietico. Si tratta, piuttosto, di quella avanguardia – più culturale che politica – che dovrà incaricarsi di creare le condizioni affinché il nuovo paradigma europeista, refrattario a ogni tipo di autoritarismo di impronta nazionale, diventi la nuova cornice condivisa per garantire un futuro di pace, libertà e giustizia sociale.

«Questa non è la mia Europa» ha chiarito Meloni, credendo così di delegittimare il Manifesto di Ventotene. E noi aggiungiamo che ha perfettamente ragione. Quella non è la sua Europa perché Meloni non è neanche in grado di affrontare una tale complessità teorica. Né possiamo dimenticare che la presidente del consiglio, dopotutto, raccoglie l’eredità politica di quella banda di criminali che trascinò il nostro paese nella dittatura e nella guerra mandando al confino anche gli autori di quel documento.

È chiaro a tutti e non deve sorprendere che l’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni non sia quella di Meloni. Ma è altrettanto chiaro che non sia nemmeno quella di Michele Serra, del Partito democratico o di Ursula von der Leyen.

 

Alberto La Via

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L’UE non ha ancora realizzato il vero sogno di Ventotene

(Riceviamo e pubblichiamo dalla giornalista e scrittrice Giancarla Codrignani)

Nel 1867 – erano in corso le guerre risorgimentali – a Ginevra si svolgeva il congresso della Ligue Internationale de la Paix et de la Liberté, un movimento che aveva guadagnato consenso a tutti i livelli e riceveva il gradimento dai governanti del tempo.

Pubblicarono un giornale Le Etats-Unis d’Europe – pensate che titolo ! – e intendevano mettere in guardia i governi: se mancava il coraggio di radicali riforme, prima o poi i conti li avrebbe saldati una guerra “mondiale”.

Oggi anche tra i molti che sentono il bisogno di più Europa non è stato chiaro il messaggio di una manifestazione improvvisata che sostanzialmente, in termini affettuosi, richiamava il paese ad abbracciare un sogno per un risveglio decisivo per tradurlo in realtà.

Giusto partire dal una meditazione sul Manifesto di Ventotene purché lo si legga tutto.

Perché, proprio alla fine, sostiene che la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa, deve costituire un saldo stato federale il quali disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali.

Altiero Spinelli ragionava così nel 1941, dal confino in cui testimoniava l’antifascismo degli uomini (e delle donne) liberi.
Nel 1954 era d’accordo con De Gasperi per votare la CED, la Comunità Europea di Difesa.

Quando fu eletto nel 1979 dalla prima elezione europea (partecipazione italiana: 85,65%), volò a Bruxelles carico del sogno dello Stato federale rimasto, dal 1957, una Comunità Economica Europea.
Lavorò senza risparmio fino alla morte (1986), amareggiato dalla mancata condivisione dell’attività del Parlamento europeo da parte della sinistra italiana faticosamente arrivata alla moneta unica, ma non ancora al bilancio comune stoltamente frenato da nazioni politicamente “sovraniste per sé” e non per i nostri “Stati Uniti”.

Che, per essere tali e magari “federali”, debbono conquistare i requisiti degli stati: Spinelli tornava da Bruxelles spesso furibondo, ma se qualcuno si associava alla sua rabbia, frenava “no, arrabbiarsi non serve, bisogna ricominciare da dove si è interrotto”.

Anche se ci si inquieta, bisogna capire il senso della comunque necessaria costruzione.

Sentire che è sogno, ma anche interesse.

Infatti se avessimo l’unità politica con il Covid senza l’Europa non avremmo avuto i vaccini gratis.
Se avessimo l’unità politica, saremmo il più grande mercato commerciale del mondo, superiore agli Stati Uniti d’America.

Che ci fanno paura, ma è reazione condizionata: da un pezzo le due Grandi Potenze si vengono rivelando tigri di carta: analisi recenti e considerazioni critiche attuali ne mostrano la fragilità.

Oggi Ursula von der Leyen, dice che dobbiamo prepararci alla guerra.

Quale se le armi da produrre per la difesa europea andranno in funzione nel 2030?
Intanto riarmiamo gli eserciti nazionali?

Ci si deve attendere uno dei soliti “incidenti” che gli storici cercheranno di leggere in documenti sempre segretati, che servirà a fornire alla Nato di ricorrere all’art. 5 che obbliga all’intervento solidale dell’Ue?

Von det Leyen presiede la Commissione, ma non governa nessuno Stato Federale secondo forme costituzionalmente previste e ancora inesistenti neppure se si approvasse l’esercito europeo a sostituzione della Nato.

D’altra parte non si possono abolire gli eserciti nazionali senza predisporre la formazione di uno Stato Maggiore che governi il coordinamento della strategia.

I pacifisti che hanno sempre sostenuto il principio del risparmio che si realizza con un solo esercito al posto di 27 attuali, sanno che non ci sono bacchette magiche e per qualche anno continuerebbe il regime misto.

In realtà ai tempi della CED una Ue militare avrebbe avuto bisogno di condividere la politica estera e probabilmente ne sarebbe derivata l’unità politica.

Per ora il parlamentare europeo, come quello nazionale, può essere pacifista integrale, magari anche antimilitarista, ma deve superare passo dopo passo tutti i passaggi necessari al raggiungimento definitivo degli Stati Uniti d’Europa, tanto più venendo da un paese a cui finora ha fatto comodo essere difeso o dalla Nato o direttamente dagli Usa.

“La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà”: la firma in calce di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi fa pensare che davvero dal 1941 sono passati troppi decenni: ci sembra duro prendere atto di quanto la paura ha indotto la maggioranza pressoché assoluta del Parlamento europeo a votare la risoluzione su “difesa e riarmo”, con il piano ReArm Europe
.
Se i singoli paesi sono divisi, non si deve assolutamente pensare che ci sia inevitabile la subalternità agli “uomini forti”. Forse ci sfuggono le opportunità.

Redazione Italia