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educazione

Le Giornate del sapere circolare

Il 5 e 6 aprile a Monteloro, sulle colline di Firenze si svolgeranno le “Giornate del sapere circolare” dedicate a insegnanti e educatrici/ori: un acceleratore di conoscenze e un moltiplicatore di spunti e relazioni che permette di prendere contatto con diversi approcci e tante tecniche didattiche e educative, scegliere quelle più interessanti e magari delineare con più chiarezza un proprio percorso di gestione d’aula e di insegnamento o di specializzazione. L’iniziativa si basa su un approccio di reciprocità fondato sull’esigenza e la voglia di condividere, confrontarsi e ampliare le proprie e altrui conoscenze e competenze.

Con questa iniziativa di sapere circolare, il Comitato di Educazione in Natura (CEN) propone due giorni di scambi, autoformazione e sperimentazione dedicati a insegnanti e educatrici/ori impegnati nell’età dell’infanzia (3-6 anni), delle elementari – scuola primaria (6-11 anni) e medie-scuola secondaria di I° livello (11- 14 anni).

Un’iniziativa durante la quale i presenti potranno partecipare a una serie di incontri tematici e pratici, avere contatti diretti con diversi approcci e tecniche, materiali e strumenti vari e con differenti insegnanti e educatrici/ori con cui scambiare idee e esperienze. Nei due giorni del sapere circolare infatti, si svolgeranno oltre 20 match tra insegnanti, oltre 10 incontri di approfondimento su argomenti specifici, 5 aree educative di confronto. Non solo ascolto: infatti chi ha sviluppato tecniche e approcci didattici particolari, potrà presentarli agli altri insegnanti, contribuendo concretamente al concetto di sapere circolare.

La filosofia del sapere circolare parte dalla volontà di una libera condivisione di saperi, dove i partecipanti non sono formatori o discenti, ma professionisti con più o meno esperienza e con specifici percorsi e competenze, che si ritrovano per offrire qualcosa della loro esperienza e ricevere qualcosa da molte altre esperienze.

“Ci sono momenti in cui il bisogno di trasformazione diventa necessario e condiviso. E nel mondo dell’educazione e della didattica siamo in uno di questi momenti” – afferma Vittoria Brioschi, Presidente del Comitato Promotore per l’educazione in Natura-. “Progetti trasversali nelle scuole pubbliche, la diffusione dell’outdoor education, la crescente letteratura su diversi approcci pedagogici e la ricerca di nuove modalità per coinvolgere gli studenti e fare didattica: non sono più esperimenti isolati ma una tendenza diffusa che sta cercando un modo per esprimersi, diventare energia e nuova voglia di accompagnare nell’apprendimento e di imparare” – conclude Vittoria.

“E’ un percorso che il Comitato ha iniziato con il convegno “Educazione e natura: un’offerta pubblica possibile?” tenutosi a settembre 2024 presso il Monastero di Montebello vicino a Urbino, sul dialogo tra approcci pedagogici e educativi – continua Gherardo Noferi, coordinatore dell’iniziativa – e che prosegue con le Giornate del sapere circolare: un’iniziativa di confronto, scambio di buone pratiche e tecniche didattiche tra insegnanti e educatori: su quanto di innovativo è presente in diversi progetti educativi in natura e nelle scuole. Una contaminazione tra approcci diversi, uno scambio libero e coinvolgente – conclude Gherardo – dove i protagonisti del lavoro più bello del mondo possono ritrovare la voglia di partecipare al cambiamento in corso, trovando nuovi strumenti e idee da portare ai loro alunni”.

Le giornate del sapere circolare sono organizzate dal Comitato di educazione in natura, in collaborazione con la realtà affiliata EnB Educazione nel Bosco e M51.

Per informazioni www.educazioneinnatura.org

Redazione Toscana

25 marzo 1970. Gli S.O.S dal terremoto nella prima radio libera d’Italia

Il 25 e il 26 marzo 1970 i collaboratori di Danilo Dolci Franco Alasia e Pino Lombardo a Partinico (PA) denunciarono le difficili condizioni dei terremotati del Belice attraverso la prima radio libera della storia d’Italia. Dopo 26 ore l’intervento della polizia, con grande spiegamento di forze, interruppe le trasmissioni. Parte dei testi trasmessi furono pubblicati da Danilo Dolci ne “Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi” (Laterza Ed. 1970).

“Sos, Sos… la popolazione del Belice è abbandonata, qui tra lo Jato e il Carboi viviamo nello sfascio, siamo dei poveri cristi… Sos, Sos… aiutateci, questa è la radio dei poveri cristi, l’unico mezzo che abbiamo per farci sentire. L’articolo 21 della Costituzione dice che tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Non ci fermeremo …” era uno dei messaggi trasmessi da Alasia e Lombardo, in anni in cui Danilo Dolci scriveva sui muri “Chi tace è complice”.

La chiamavano “radio della nuova Resistenza”, sul modello delle radio-ombra clandestine che avevano reso possibile l’informazione tra i partigiani della Seconda Guerra Mondiale, era un’antenna che informava dal basso, come espressione alternativa nei confronti di uno Stato assente. A oltre mezzo secolo di distanza, anche se oggi il monopolio della RAI non esiste più, anche dopo la nascita di internet, in un mondo nel quale la comunicazione è condizionata dal dominio del più forte, ascoltare democraticamente ogni voce è la base di ogni osmosi creativa tra gli esseri umani.

La radio allora era uno stadio del lavoro educativo di Dolci, che si sarebbe via via perfezionato attraverso gli studi sulla maieutica e sulla comunicazione. Secondo Dolci infatti trasmettere e comunicare sono due attitudini molto differenti, che esprimono due diverse culture, opposte nel concepire e gestire le relazioni. Trasmettere esclude la reciprocità nelle relazioni e avanza l’intenzione di subordinare e dominare. Comunicare, fondato sul dialogo e sul confronto, sviluppa dibattito, porta ad azioni condivise, accresce davvero il senso della comunità, il superamento di una contrapposizione, indirizzando il progresso sociale. Trattandosi di comportamenti che influenzano i rapporti di potere, avremmo bisogno di comprendere e strutturare tali relazioni per arrivare alla risoluzione dei conflitti. A questo fine Danilo Dolci ha proposto la maieutica reciproca: evoluzione culturale che oggi, purtroppo, è un’utopia se si analizzano le dinamiche che i capi di stato stabiliscono nell’illusione di arrivare alla pace.

Nell’anniversario della prima radio libera d’Italia, il 25 marzo alle 11.00, Pino Lombardo – ultimo protagonista, dopo la scomparsa di Alasia – Amico Dolci, figlio di Danilo e Ottavio Navarra incontreranno al Liceo Impastato di Partinico Maurizio Piscopo per un confronto con docenti e studenti sulla lezione “dolciana”.

 

Bruna Alasia

Il capitalismo della conoscenza

Il tempo si è velocizzato. Tutto corre.

Naturalmente trascina anche noi.

I ragazzi delle superiori spesso si annoiano: in genere finiscono per “fare i compiti”, ma conoscono 5G e sono tentati di farsi fare le ricerche.

Restano ignoranti, ma le vecchie generazioni facevano le ricerche sulla Treccani; quando si è imposto Internet non c’era preparazione per insegnare come fare ricerche non solo sul pc, ma sul cellulare.

Lo smartphone è diventato un oggetto di culto, non quello che in realtà è uno strumento prezioso, frutto dell’ingegnosità umana, ma che è uno strumento che “serve” e va usato per ciò che giova, non per tutti i contatti futili che ha generato.

Capisci di più se stai dentro le chat, se mandi migliaia di whatsapp non necessarie, per “restare in contatto” con tanti che chiami “amici” anche se non li conosci e non li vedrai mai ?

O ancora se pratichi gli scambi, anche di insulti, di oscenità, di politica, di odio e comunque viscerale dei social?

Il capitalismo odierno imprigiona il tempo.

Già Zuckenberg e Bezos, prima di Elon Musk, in vent’anni hanno messo insieme patrimoni che nessuno aveva mai immaginato, costruiti da quanti non si rendono conto che, ogni tastino che pigiano, loro ci guadagnano.

Cinquant’anni fa i progressisti reagivano all’”imperialismo delle multinazionali”.

Nessuno ha percepito che non lo chiamiamo “imperialismo”, ma domina non solo le condizioni di vita – anche se ieri l’impiegata della casa di fronte ha ricevuto il licenziamento via what’s up – ma le coscienze.

Da quando Musk collabora con la presidenza Tramp, anche gli altri boss del digitale si sono allineati e Zuckerberg ha tolto il controllo di sicurezza a Facebook e Istagram.

A prescindere dalle tante considerazioni che si possono fare sull’abuso delle nuove tecnologie, è evidente che siamo entrati nel capitalismo della conoscenza.

Purtroppo imprevedibile, anche se Mc Luhan ha pubblicato ‘Il mezzo è il messaggio’ nel 1964 e abbiamo visto intristire la sezioni di partito a partire dall’arrivo della televisione.

Ovviamente adesso si comprende che non bisognava preferire “Lascia o raddoppia” alla relazione del segretario, ma che bisognava trovare i modi di rinnovare l’interesse per un fare politica che non è concorrenziale all’ uso del tempo libero.

Da diversi anni succede che persone che usano le tecnologie quotidianamente per ragioni di lavoro, nella pausa pranzo telefonano ad Amazon per farsi portare una pizza in ufficio invece di andare sanamente al bar dell’angolo e la sera si fanno un gioco elettronico.

Sono molti i modi con cui si usano male le cose buone che scienza e tecnologia ci forniscono e ci obbligano a cambiare l’approccio al mondo.

Perché la conoscenza è davvero il modo con cui il progresso – o il regresso – vengono condizionati dalle masse: per capire le dinamiche trasformative occorre capirle.

Non nel senso di essere laureati in cosmologia per capire che siamo in ritardo nel chiedere che la politica europea si affretti ad approvare regole sull’uso dello spazio da quando siamo condizionati dai satelliti.

I fumetti sono sempre stati pieni di guerre stellari, ma incominciamo a pensare che ci si potrebbe anche arrivare se è vero che Elon Mask ha regalato la copertura dalle interferenze russe all’Ucraina (se Trump gli dicesse di toglierla, cambierebbe la trattativa per por fine alla guerra con la Russia).

La quale, a sua volta, con o senza satelliti nella precedente elezione di Trump aveva appoggiato la sua candidatura contro quella dei democratici.

Non una grande novità: per strumentalizzare il popolo bastava Menenio Agrippa che incartò le proteste della plebe nel 494 a.C. raccontando la storia che il corpo “non sa”, solo la testa “sa”: e quelli che “sanno” comandano.

Abbiamo avuto le ideologie, non ci hanno aiutato se bastano i social a farmi votare o non votare: perché dovremmo farlo se “sono tutti uguali”, “è tutto un magna-magna”, “non ce l’hanno fatta nemmeno “i Cinque Stelle” che avevano sconfitto la povertà”.

Siamo vulnerabili e per primi sono vulnerabili i movimenti di buona volontà privi di fiducia delle istituzioni e più attrezzati alla protesta che alla ricerca di uscire dal disagio e rifare la coscienza delle Istituzioni.

Che Pierpaolo Pasolini sempre complicato definiva “commoventi”.

Sono arrivata adesso a capire l’emozione di vedere che a nessuno sta a cuore il Parlamento, dove vive la rappresentanza degli interessi del popolo sovrano che a sua volta vota il governo e l’opposizione di cui siamo i responsabili.

Le elezioni politiche del 2022 ci hanno dato un governo votato da due terzi dell’elettorato.

Un terzo non è “rappresentato” e non ne prova dispiacere: non si cura del diritto di cittadinanza in un tempo in cui i diritti vanno rideclinati, non peggiorati se l’Italia – ma non solo l’Italia – va a destra.

Sconfortati e indifferenti non possono perdere la coscienza della libertà.

Che, anche se è sempre individuale prima di essere collettiva, fino a quando sarà difesa dalla libertà di stampa se i giornali perdono pubblico e la lettura elettronica è diversa.

Dobbiamo difenderla prima di qualunque censura o riduzione o cambio di direzioni, bisogna sentirsi liberi perché vogliamo prevenire.

( riceviamo e pubblichiamo dalla giornalista Giancarla Codrignani )

Redazione Italia

Intelligenza Artificiale tra benefici e rischi

L’intelligenza artificiale affascina tanto quanto terrorizza.

È certamente vero che un uso consapevole e responsabile delle tecnologie possa portare grandi utilità.

Si pensi anche soltanto a quelle attività nelle quali occorre acquisire ed elaborare un quantitativo immenso di dati o ai progressi possibili in ambito medico.

Pure fuori discussione sono, per converso, i rischi collegati a un uso irresponsabile o poco consapevole dell’intelligenza arti-ficiale, che vanno dagli problemi per la sicurezza dei dati personali agli attacchi informatici, alla crescente disuguaglianza economica e alla perdita di lavoro.

Certamente un passo in avanti è stato compiuto a livello normativo europeo.

Nell’agosto dello scorso anno è entrato in vigore il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

Proposta dalla Commissione nell’aprile 2021 e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio nel dicembre 2023, la legge sull’IA affronta i potenziali rischi per la salute, la sicurezza e i diritti fondamentali dei cittadini.

Definisce requisiti e obblighi chiari a sviluppatori e operatori per quanto riguarda gli usi specifici dell’IA, riducendo nel contempo gli oneri amministrativi e finanziari per le imprese.

Il regolamento mira a promuovere lo sviluppo e la diffusione responsabili dell’intelligenza artificiale e prevede un meccanismo di entrata in vigore delle diverse misure in date differenti.

A decorrere dal 2 febbraio, per esempio, sono entrati in vigore alcuni divieti quali:

– riconoscimento facciale: è vietato l’uso di IA per creare database basati su immagini acquisite in modo massivo da internet o con sistemi di videosorveglianza senza consenso. Eccezioni sono previste per scopi di sicurezza, con opportuna supervisione legale;

– manipolazione del comportamento: sono vietati i sistemi che influenzano in modo subliminale o manipolativo le persone, specialmente se mirati a soggetti vulnerabili;

– categorizzazione biometrica: non è consentito l’uso dell’intelligenza artificiale per classificare individui in base a caratteristiche sensibili come razza, orientamento politico o religioso;

– polizia predittiva: è proibito l’uso di intelligenza artificiale per prevedere crimini basandosi esclusivamente su profili personali;

– riconoscimento delle emozioni: non è consentito attuarlo nei luoghi di lavoro o nelle scuole (con alcune eccezioni mediche).

Le prossime tappe sono già definite.
Il 2 agosto 2025 entreranno in vigore le regole di governance e gli obblighi per i modelli di IA generici, e dal 2 agosto 2026 si applicheranno le norme sui sistemi IA ad alto rischio.

Meritocrazia Italia invoca una riflessione etica e culturale in materia di IA e ritiene che la tecnologia non vada demonizzata, per le innegabili utilità portate al progresso e per le opportunità che offre in ogni campo e ritiene che possa rappresentare una svolta epocale, ma soltanto se ancorata a scelte e comportamenti eticamente responsabili.

Su questa convinzione, avanza da tempo proposte volte al contenimento dei rischi connessi all’uso della tecnologia. Ha già sottoposto all’attenzione delle Istituzioni una proposta di T.U. sulla gestione delle piattaforme social, per la maggiore re-sponsabilizzazione dei proprietari delle piattaforme e per la promozione di un’educazione all’uso consapevole della Rete,fra giovani e meno giovani.

Insiste sulla necessità di promuovere nuovi percorsi formativi, per l’acquisizione delle competenze necessarie a un mercato del lavoro in progressiva evoluzione, perché il cambiamento è utile se si è davvero pronti ad affrontarlo.

A tal proposito, Meritocrazia reitera l’invito già formulato da tempo alle Istituzioni, di convocare con urgenza un tavolo mi-nisteriale, che coinvolga tutti i ministeri, per approntare uno schema di fattibilità e definire ambiti di intervento di queste nuove forme di gestione del bene umano.

Stop war.

(riceviamo e pubblichiamo da Walter Mauriello, Presidente Meritocrazia Italia)

Redazione Italia

Balcani. Chi era Svetlana Broz e cosa ci ha insegnato sul coraggio civile

Il 22 marzo scorso è venuta a mancare Svetlana Broz. Cardiologa, scrittrice e attivista per i diritti umani, durante e dopo le guerre jugoslave si è battuta per promuovere un sentimento di solidarietà interetnica e di coraggio civile nella regione.

Chi era Svetlana Broz?

Nata a Belgrado il 7 luglio 1955, Svetlana Broz era la figlia minore di Žarko Leon Broz e Zlata Jelinek, originaria di Tuzla, in Bosnia Erzegovina. Un cognome, il suo, che porta con sé tutto il peso della storia jugoslava: Svetlana era infatti la nipote di Josip Broz, il maresciallo Tito, leader della lotta partigiana contro il nazi-fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale e presidente della Jugoslavia fino alla sua morte nel 1980. Durante un intervento nella trasmissione televisiva Face To Face del 6 aprile 2024, quando le è stato chiesto cosa Tito avesse lasciato in eredità alla sua famiglia, ha risposto così: “Di materiale, nulla. Ci ha lasciato qualcosa di non materiale: l’antifascismo. Fino a che respireremo, ci batteremo contro i fascisti”.

Per quanto riguarda la sua carriera, tra il 1970 e il 1975 Svetlana Broz ha lavorato come giornalista indipendente, per poi laurearsi in medicina nel 1980, specializzandosi in cardiologia. L’anno seguente è entrata a far parte dell’Accademia medica militare, dove ha lavorato fino al 1999 e, dopo l’inizio della guerra in Bosnia Erzegovina nel 1992, ha prestato assistenza medica alle popolazioni colpite dal conflitto, durato fino al 1995.

Contro ogni divisione

Proprio durante il periodo in Bosnia Erzegovina, Svetlana Broz ha avuto modo di entrare in contatto con pazienti di ogni etnia – serbi, croati, bosgnacchi (bosniaci musulmani) – e di conoscere le loro storie. Ispirata dalle loro esperienze di solidarietà interetnica, in cui le persone hanno trovato il coraggio di superare le divisioni, Svetlana Broz ha iniziato a raccogliere le loro testimonianze.

Da questo lavoro durato anni è nato il suo primo libro, Dobri ljudi u vremenu zla (“I giusti al tempo del male”), pubblicato nel 1999. Una raccolta di 90 testimonianze – 30 per ogni gruppo etnico – di persone comuni che, nonostante differenze culturali o religiose, si sono trovate accumunate dalla brutalità della guerra. Lungi dall’essere solo una cruda narrazione, questo libro è soprattutto un messaggio di speranza, che dimostra come il male non sia mai assoluto.

Nel 2000 si è trasferita a Sarajevo, dove ha fondato Gariwosa la sezione bosniaca dell’organizzazione non governativa Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide), per promuovere l’educazione al coraggio civile. “Le persone in questa regione [i Balcani, ndr] mancano di coraggio civile, definito come la capacità di resistere, opporsi e disobbedire a tutti coloro che abusano del proprio potere per i propri scopi e violano le leggi e i diritti umani altrui”, ha affermato in un’intervista. Da allora, Svetlana Broz non ha mai smesso di combattere contro l’odio etnico e di portare la sua battaglia in giro per il mondo: ha infatti insegnato in 52 università negli Stati Uniti e 80 in Europa.

In seguito all’assassinio di Duško Kondor, docente aderente a Gariwosa, ucciso nel 2007 prima di poter testimoniare a un processo per crimini contro l’umanità, Svetlana Broz ha istituito il Premio Kondor per il coraggio civile. Per il suo impegno nel dimostrare che il coraggio civile è la base su cui costruire un futuro stabile per le nuove generazioni, e per la sua lotta contro i nazionalismi, le sono stati conferiti numerosi premi internazionali, oltre alla cittadinanza onoraria della città di Tuzla.

Un’eredità da preservare

L’attivismo di Svetlana Broz è stato una risposta concreta alle divisioni etniche e ai nazionalismi che hanno segnato e continuano a segnare la regione. Oggi, i Balcani stanno attraversando uno dei periodi più turbolenti degli ultimi anni.

Da una parte la Bosnia Erzegovina sta vivendo una situazione sempre più fragile, in cui Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese, continua ad alimentare la retorica della divisione e dell’odio interetnico, mettendo seriamente a rischio l’unità del paese e la stabilità dell’intera regione.

Dall’altra, in Serbia continuano le proteste contro il regime del presidente Vučić. L’ampio coinvolgimento della società civile nei movimenti di protesta fa sperare in un risveglio del coraggio civile e della capacità di resistere dei “giusti” a chi abusa del proprio potere.

In un momento storico che vede i Balcani nuovamente scossi su più fronti le battaglie di Svetlana Broz non solo restano attuali, ma rappresentano un’eredità da difendere con quel coraggio che lei stessa ha sempre cercato di ispirare nelle persone.

Martina Marazzini,East Journal,24 Marzo 2025

East Journal

“Comprendere i conflitti. Educare alla pace”

Pisa, lunedì 14 aprile alle 16:30, Aula magna dell’IIS E. Santoni in Largo Concetto Marchesi, 12

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita a partecipare alla presentazione degli atti del I Convegno Nazionale ‘Comprendere i conflitti. Educare alla pace’, a Pisa lunedì 14 aprile alle 16:30 presso l’aula magna dell’IIS E. Santoni in Largo Concetto Marchesi, 12.

In un contesto politico, economico e sociale, in cui il riarmo dell’Europa e la riconversione dell’economia a fini di guerra sono al centro del dibattito diventa cruciale la necessità di costruire vasto consenso verso gli eserciti e le guerre globali, prova ne siano l’aumento della spesa militare e la militarizzazione dei territori, temi per altro di grandissima attualità.

Serena Tusini, docente di scuola superiore e una delle promotrici dell’Osservatorio, ha studiato le strategie di comunicazione del ministero della Difesa analizzando, nel dettaglio e nella sua capillarità, le strutturate azioni per raggiungere questo consenso a partire dalle quotidiane incursioni nei processi di formazione delle nuove generazioni.

Chiederemo al sociologo Charlie Barnao, che ha studiato i sistemi di addestramento delle forze militari e dell’ordine e come i processi di militarizzazione impattano sul patrimonio culturale dell’intera società, se esiste una correlazione tra gli atti di nonnismo che hanno frequentemente caratterizzato istituzioni chiuse come le caserme e le violenze di piazza ad opera della Forze dell’Ordine.

Infine con Annabella Coiro, esperta di comunicazione non violenta, esploreremo il ruolo che la Scuola può e deve avere nel difficile processo di costruzione di una cultura della pace, con particolare riguardo verso le esperienze delle scuole che praticano resistenza all’autoritarismo e strategie educative non violente.

Le relazioni che presenteremo sono solo un assaggio dei contributi che abbiamo raccolto per analizzare e studiare i processi di militarizzazione della società da diversi punti di vista.

Svelare i meccanismi che animano “la cultura della difesa” è un primo passo per contrastare una dilagante retorica ideologica che risulta funzionale a presentare il lato “buono” dell’opera delle forze militari, nascondendo sotto il tappeto una semplice verità: gli eserciti servono semplicemente per fare la guerra.

L’iniziativa, rivolta in particolare a docenti e componente studentesca delle scuole di ogni ordine e grado, è aperta a tutta la cittadinanza.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

24 Marzo. Giornata Internazionale del Diritto alla Verità

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in occasione della Giornata Internazionale del Diritto alla Verità in relazione con gravi Violazioni dei Diritti Umani e della Dignità delle Vittime, istituita dall’ONU per il 24 marzo, invita le scuole di ogni ordine e grado a riflettere su questa importante ricorrenza e a promuovere iniziative didattiche finalizzate alla sensibilizzazione degli studenti sui temi della giustizia, della memoria e della tutela dei diritti fondamentali.

La data del 24 marzo fu scelta per onorare la memoria di Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato nel 1980 mentre celebrava una messa.

Romero fu un difensore instancabile dei diritti umani, denunciando pubblicamente le atrocità e le repressioni perpetrate durante la guerra civile salvadoregna.

La sua morte divenne un simbolo della lotta per la giustizia e la verità.

Questa giornata rappresenta un’occasione per ricordare tutte le vittime di abusi e soprusi perpetrati da regimi autoritari, conflitti armati e sistemi repressivi.

È un momento di riflessione sul valore della verità come strumento di giustizia e riconciliazione, nonché un invito alla società civile e alle istituzioni affinché si impegnino nella difesa della dignità umana e nella lotta contro l’impunità.

Il diritto alla verità è essenziale per il riconoscimento delle sofferenze delle vittime e per garantire che tali tragedie non si ripetano.

In un’epoca segnata dalla disinformazione e dalla manipolazione della memoria storica, è fondamentale che la scuola educhi i giovani alla ricerca della verità, al rispetto dei diritti umani e alla consapevolezza del valore della democrazia e della libertà.

Il 2025 vede ancora numerose sfide nel garantire il diritto alla verità.

Molte nazioni devono affrontare il passato violento, con conflitti recenti e continui abusi dei diritti umani.

Tra le principali problematiche globali vi sono:
conflitti in corso e impunità: in molte zone di guerra, le violazioni dei diritti umani continuano senza che i colpevoli siano perseguiti;
restrizioni alla libertà di espressione: giornalisti e attivisti che cercano di portare alla luce le ingiustizie subiscono minacce, detenzioni arbitrarie o, nei casi più gravi, vengono assassinati; sparizioni forzate e detenzioni illegali: migliaia di persone nel mondo scompaiono ogni anno a causa di regimi repressivi o gruppi armati;
uso della tecnologia per la manipolazione della verità: la disinformazione e la censura digitale rappresentano nuove sfide nel garantire l’accesso alle informazioni reali.

Per contrastare questi problemi, molte organizzazioni e attivisti promuovono iniziative volte a preservare la memoria storica e a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Alcune delle azioni più rilevanti includono: archivi della memoria: la digitalizzazione delle testimonianze e dei documenti storici aiuta a preservare le prove delle violazioni dei diritti umani; commissioni per la verità e la riconciliazione: operative in diversi paesi, queste istituzioni forniscono piattaforme per testimonianze e raccomandazioni per la giustizia; educazione ai diritti umani: scuole e università in tutto il mondo integrano nei loro programmi lo studio delle violazioni passate per formare una coscienza collettiva sul tema.

Invitiamo i docenti ad organizzare momenti di riflessione nelle classi attraverso:
letture e approfondimenti su figure emblematiche della lotta per la verità e la giustizia, come Monsignor Óscar Romero, assassinato il 24 marzo 1980 per il suo impegno a favore dei diritti umani in El Salvador;
testimonianze e incontri con esperti, storici, giornalisti e attivisti per i diritti umani;
proiezioni di documentari e film dedicati alla memoria delle vittime di violazioni dei diritti umani; laboratori creativi per stimolare la produzione di testi, poesie, disegni e manifesti ispirati al tema della verità e della giustizia;
discussioni e dibattiti per sviluppare il pensiero critico e promuovere una cittadinanza attiva e consapevole.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani si impegna a fornire materiali di supporto e suggerimenti didattici per agevolare le attività nelle scuole e rafforzare la cultura della legalità e della tutela dei diritti fondamentali.

Chiediamo a tutti gli istituti scolastici di documentare le attività svolte e di condividere le esperienze attraverso i canali ufficiali, affinché la voce delle nuove generazioni possa contribuire a costruire un futuro fondato sulla giustizia, sulla memoria e sul rispetto della dignità umana.

Con l’auspicio che la scuola continui ad essere un baluardo di verità e di impegno civile, rivolgiamo un sentito ringraziamento a tutti i docenti che con passione e dedizione lavorano quotidianamente per formare cittadini consapevoli e responsabili.

Invitiamo ad inviare al CNDDU (email: coordinamentodirittiumani@gmail.com) le proposte educative e le iniziative realizzate per l’occasione.

Riceviamo questo articolo dal prof. Romano Pesavento Presidente CNDDU(Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani).

Redazione Italia

Disabilità. 35% giovani subisce violenza in rete

Disabilità, Cyber Security Foundation: 35% giovani subisce violenza in rete
A Roma secondo incontro. Coinvolti oltre 210 ragazzi impresa Capodarco

“I dati sono allarmanti: oltre il 35% dei bambini e ragazzi con disabilità ha subito almeno un episodio di violenza (fisica, emotiva, sessuale, psicologica o verbale) legato all’uso di servizi di messaggistica, piattaforme social o di gaming online”.

I dati sono emersi oggi a Roma in occasione del secondo incontro formativo organizzato dalla Cyber Security Foundation nell’ambito del progetto dedicato alla sensibilizzazione sui rischi cibernetici e alla divulgazione della cultura della cyber security per le persone con disabilità.

L’evento, che si è svolto presso il Teatro Gianelli, ha coinvolto oltre 210 giovani con disabilità e i loro formatori, riunendo le tre scuole romane di Capodarco Formazione Impresa Sociale.

L’iniziativa è nata dal protocollo d’intesa tra le due organizzazioni e mira a fornire “strumenti concreti” per un utilizzo sicuro delle risorse informatiche e una “gestione consapevole” delle informazioni sui social network.

L’incontro ha visto la partecipazione di figure di primo piano nel panorama della sicurezza digitale, esponenti delle istituzioni ed esperti, tra cui gli operatori dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), della Polizia Postale e dei Carabinieri del Comando Generale, dei partner che hanno sostenuto l’iniziativa, oltre ai membri della Cyber Security Foundation.

I lavori si sono aperti con il messaggio di saluto della ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, che ha ricordato come “affrontare il tema della cybersecurity per le persone con disabilità significa offrire strumenti concreti per una maggiore tutela e consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali.

Questo progetto rappresenta un passo significativo in tale direzione, garantendo formazione e sensibilizzazione su un tema di grande attualità e rilevanza per tutti.

È fondamentale- ha proseguito il ministro- continuare a lavorare insieme e investire per assicurare un accesso sicuro alle risorse digitali e favorire l’inclusione, affinché nessuno venga lasciato indietro anche nel contesto digitale e soprattutto possa muoversi in totale sicurezza”.

In Italia, intanto, “oltre 10 milioni di persone hanno subito violazioni informatiche (il 32% appartiene alla ‘Generazione Z’)- hanno fatto sapere nel corso dell’incontro- e tra le fasce più deboli della popolazione la probabilità di cadere vittima di truffe, adescamento online e attacchi informatici è ancora più elevata”.

Secondo recenti studi, inoltre, il 30% delle persone con disabilità è a rischio di esclusione sociale, una condizione che le rende particolarmente vulnerabili alle minacce della rete: dall’uso improprio dei social network alla gestione non sicura delle credenziali di accesso ai servizi digitali, dal cyberbullismo fino alla manipolazione psicologica.

“I dati sulle violazioni digitali parlano chiaro: le persone con disabilità sono tra le più esposte ai pericoli del web, eppure sono spesso escluse dai percorsi di educazione alla sicurezza informatica.

È una lacuna che non possiamo permetterci- ha sottolineato Marco Gabriele Proietti, fondatore e presidente della Cyber Security Foundation-

In un’epoca in cui la digitalizzazione permea ogni aspetto della vita quotidiana le persone con disabilità si trovano spesso ad affrontare barriere invisibili ma insidiose, che ne limitano la sicurezza e l’autonomia online.

Per questo, il nostro impegno, in sinergia con istituzioni e imprese, è rivolto a fornire loro strumenti concreti e competenze adeguate per muoversi in rete con consapevolezza, proteggendo la loro identità digitale e riducendo i rischi legati all’utilizzo delle tecnologie”.

Questo progetto, dunque, non è solo “un’opportunità di formazione- ha proseguito Proietti- ma segna un passo decisivo verso la costruzione di un ecosistema digitale realmente inclusivo, dove la sicurezza non sia un privilegio, ma un diritto garantito a tutti, indipendentemente dalle capacità individuali. Informarsi e formarsi per proteggersi”.

All’intervento di Eleonora Borgiani, componente del Cda della Fondazione e ideatrice del progetto, che ha spiegato gli scopi dell’iniziativa, hanno fatto seguito le parole di Matteo Macina, vicepresidente operativo della Fondazione.

Il vicequestore della Polizia di Stato, Claudia Lofino, ha evidenziato il ruolo della Polizia Postale nella protezione degli utenti online e nella gestione delle denunce, mentre il Tenente Colonnello, Fabio Ibba, e il Sottotenente, Alessio Di Santo del Comando Generale dei Carabinieri, hanno illustrato la “crescente minaccia cyber” e gli strumenti per contrastarla.

Marco Centenaro, Officer ACN, ha chiarito invece le principali strategie di prevenzione dei crimini informatici.

Infine, Vittorio Baiocco, membro del Comitato Tecnico Scientifico della Cyber Security Foundation, ha affrontato il tema del corretto utilizzo dei social network e della protezione della privacy.

L’incontro si inserisce nel più ampio impegno della Cyber Security Foundation per diffondere la cultura della sicurezza digitale e prevenire le minacce informatiche, con un’attenzione particolare alle categorie più esposte ai rischi del web.

Attraverso iniziative formative dedicate, la Fondazione, infatti, coinvolge attivamente anche studenti e studentesse nelle scuole italiane, promuovendo un “uso cosciente e sicuro della rete”.

(riceviamo da Cyber Security Foundation e da Capodarco Formazione Impresa Sociale https://www.comunitadicapodarco.it/ )

Redazione Italia

W il Sant’Elia… ma anche i suoi bambini! È un bene comune, se ne chiede anche la pubblica fruizione

facciata dell’Asilo

Pubblichiamo il comunicato del “Comitato Como a Misura di Famiglia”, costituitosi su iniziativa di genitori i quali da anni attendono una soluzione per i bambini del Sant’Elia che dal 2019 sono stati “spostati” in altri plessi scolastici, in cui vivono con estremo disagio giacché gli spazi non sono adatti ai piccoli tra i 3 e 6 anni. Inoltre chiedono un serio confronto con le autorità preposte per trovare alternative sostenibili alla situazione emergenziale, ovvero  – quanto meno – “avere garanzie sugli accorpamenti prossimi”, affinché siano realizzate soluzioni che assicurino standard di qualità[accì]

 

Da cittadini gioiamo dell’apertura del Sant’Elia per le giornate Fai, ma da genitori ci sorgono delle riflessioni. Il Comitato Como a misura di famiglia NON intende sia utile inserirsi nella questione “Sant’Elia ritorni scuola o non ritorni scuola”… è una scelta che non riguarda solo i servizi all’infanzia ma un’architettura eccezionale di cui si auspica una soluzione per riaprirla alla città e a chi la vuole visitare.

Vogliamo però portare l’attenzione sui bambini che frequentavano il Sant’Elia e che nel 2019 sono stati “spostati” in alcune aule della scuola primaria Gobbi di via Viganò. Qui, loro e i bambini che si sono succeduti in questi anni, vivono grandi disagi perché gli spazi di una scuola primaria non sono adatti per bambini 3/6 anni! … e quindi dal 2019 quei bambini in classe non vedono fuori dalle finestre perché sono alte come quelle di una scuola coi banchi (per diversi anni sono stati sollevati dalle maestre per raggiungere i water troppo alti per loro)… oltre alle limitazioni dovute alla convivenza con la primaria che impone precisi orari per l’uso degli spazi e per il tipo di attività.

Nonostante le numerose richieste di confronto e di soluzioni alternative rivolte dalle maestre alle amministrazioni comunali in questi anni, la situazione di disagio persiste.

In questo giorno di festa per Sant’Elia chiediamo all’amministrazione comunale:

– quale soluzione a lungo termine intende dare a quei bambini?

 – in che tempi questo problema sarà risolto?

– perché non è stata trovata una soluzione all’interno del piano di riorganizzazione delle scuole?

Sono poco più di 400 i bambini che a Como nei prossimi due anni vedranno la loro scuola chiusa o accorpata secondo il programma comunale deliberato a ottobre 2024.

Come è possibile che in un piano così massivo non siano stati considerati i bambini del Sant’Elia che da anni attendono una soluzione?

E inoltre quali garanzie hanno i genitori che gli accorpamenti prossimi siano realizzati garantendone la qualità?

Ai pubblici amministratori le ardue risposte! (ndr)

comoamisuradifamiglia@gmail.com

 

 

Redazione Italia

La scuola non è ancora un diritto per tutte/i

Soltanto il 40,5%, il 16,7% e l’1,1%. Sono le percentuali – rilevate dall’ISTAT – che indicano il livello di accessibilità delle scuole (statali e non statali) italiane per tutte le studentesse e gli studenti con diversi tipi di disabilità.

Infatti il 40,5% delle scuole della penisola risulta non accessibile a chi ha una disabilità motoria a causa di barriere fisiche. La mancanza di un ascensore o la presenza di un ascensore non adatto alle persone con disabilità rappresentano le barriere più diffuse (50%). Frequenti sono anche le scuole sprovviste di servo scala interno (37%), bagni a norma (26%) o rampe interne per il superamento di dislivelli (25%). Talvolta si riscontra anche la presenza di scale o porte non a norma (rispettivamente 7% e 3%).

Nelle scuole dell’Italia Settentrionale si registrano valori di poco superiori alla media nazionale (44%), mentre i livelli un po’ più bassi si riscontrano nel Mezzogiorno (37%). La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta, con il 76% di scuole accessibili, mentre la Liguria e la Campania si distinguono per la più scarsa presenza di scuole prive di barriere fisiche (solo il 30%).

Un’ulteriore criticità riguarda la disponibilità di parcheggi con posti auto destinati alle persone con disabilità di cui sono dotate meno della metà delle scuole (44%). Questa carenza è piuttosto diffusa a livello nazionale, con lievi differenze a favore delle scuole del Nord, dove i posti auto dedicati sono presenti nel 48% delle scuole.

Ancora più difficoltoso l’accesso per le persone con disabilità sensoriali, che deve comprendere anche gli ausili senso-percettivi destinati all’orientamento di alunne e alunni. Soltanto il 16,7% delle scuole dispone di segnalazioni visive per studentesse e studenti con sordità o ipoacusia, mentre le mappe a rilievo e i percorsi tattili, necessari a rendere gli spazi accessibili ad alunne/i con cecità o ipovisione, sono presenti entrambi solo nell’1,1% delle scuole. La situazione riguarda tutto il territorio nazionale, con poche differenze tra il Nord e il Sud.

Dal 1948 vige in Italia una Costituzione che indica come compito della Repubblica la rimozione degli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3) e dichiara che la scuola è aperta a tutti (art. 34).

Il 21 marzo 1970 è stato emanato un Decreto Ministeriale sulle norme tecniche per l’edilizia scolastica: stabilisce che ogni edificio scolastico dovrà essere tale da assicurare la sua utilizzazione anche da parte di alunne/i con disabilità (art. 3.0.7), che le scuole con più di un piano dovranno essere munite di un ascensore adeguato (art. 3.8.2) e che ogni scuola dovrà essere dotata almeno di un bagno accessibile (art. 3.9.2).

Negli anni successivi sono state approvate decine di normative nazionali e regionali per l’eliminazione delle barriere architettoniche e localizzative, ma il quadro attuale rilevato dall’ISTAT è sconfortante. Di fatto la scuola italiana ancora oggi non costituisce un diritto effettivo per tutte le persone.

Janusz Korczak, pedagogista polacco direttore dell’orfanatrofio di Varsavia, nel 1920 scriveva: “In una delle case per bambini di Parigi ho visto due diverse ringhiere di scale: una alta per gli adulti, una più bassa per i piccoli. Oltre a questo, il genio dell’inventore si è esaurito con un banco di scuola. È poco, molto poco.” Dopo oltre un secolo la via per l’accessibilità è ancora impervia.

Rocco Artifoni