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Pace e Disarmo

Un nuovo Manifesto di Ventotene?

Lo sguardo sulla Terra da un satellite artificiale ha lasciato folgorati quasi tutti gli astronauti che lo hanno potuto gettare, tanto da indurre alcuni a cambiare completamente il loro modo di pensare. La Terra, ha dichiarato uno di loro, mi è apparsa un corpo unico, tutto interconnesso, molto fragile, tormentato dagli interventi umani. Quelle prime immagini pervenute dallo spazio avevano folgorato anche James Lovelock e Lynn Margulis, spingendoli a elaborare la teoria, o la visione, di Gaia: la Terra è un unico grande organismo che si autoregola, tenuto in vita da tutto ciò che la ricopre e la popola – acqua, aria, suolo ed ecosistemi – mentre molti degli interventi umani ne sono la malattia. E’ la verità dell’Antropocene, l’era della trasformazione della realtà fisica della Terra, ma anche della sua devastazione, da parte della specie umana.

Niente ci avvicina alla Terra più di quello sguardo da lontano. Per questo quelle immagini andrebbero mostrate, illustrate, commentate e approfondite il più spesso possibile nelle scuole, sui media e in ogni sede del discorso pubblico, perché parlano più e meglio di qualsiasi teoria e ne sono premesse e complementi indispensabili.

Con la crisi climatica e ambientale ci stiamo avvicinando a grandi passi all’orlo di un baratro da cui non si torna indietro. Molti ne sono consapevoli, ma pochi (e tra questi la quasi totalità dell’establishment politico, finanziario, industriale e dei media di tutto il mondo) trovano la voglia, la forza o la capacità di misurarsi con il problema. Molti altri abitanti della Terra ne percepiscono il rischio in modo indistinto e irriflesso a partire da quanto sta cambiando sotto i loro occhi: non solo il clima, soprattutto quando sono vittime di eventi metereologici estremi, ma anche “la natura”, il vivente e persino l’ambiente costruito e manomesso. Pochi ne sono realmente all’oscuro. A spingere il carro dell’indifferenza è per lo più l’attaccamento ad abitudini o privilegi a cui non si sa rinunciare, ma soprattutto la paura di rimanere soli e indifesi, molto più di una vera adesione alle tesi di coloro che hanno fatto del negazionismo climatico una professione, per lo più ben retribuita dall’industria del petrolio e affini. Ma nessuno, comunque, sembra vedere nella guerra, nelle tante guerre in corso, un acceleratore micidiale della crisi climatica e ambientale, e con essa, e per essa, anche della nostra umanità.

Per noi che invece siamo consapevoli della minaccia esistenziale (è una parola di moda) rappresentata dalla crisi climatica e da tutto ciò che ne consegue, la guerra è il culmine e il punto di approdo di un modo di agire e pensare diffuso, indotto dai poteri dominanti, che da decenni hanno consapevolmente deciso di sacrificare la salvaguardia della nostra vita su questo pianeta all’imperativo della “crescita” del prodotto interno lordo (il PIL); che altro non è che ciò che Marx, e tanti con lui, chiamavano – e ora non chiamano più – “accumulazione del capitale”.

Quindi, tutto ok per quanto riguarda la decarbonizzazione, purché non intralci la crescita, anzi, purché contribuisca, in tutto o in parte, ad alimentarla. Se no, lasciamola perdere! Così è stato lungo tutta la trentennale sequenza delle CoP per l’attuazione dell’Accordo Quadro sul Clima, che hanno continuato a riunire ogni anno decine e decine di migliaia di “addetti ai lavori” senza mai definire né imporre delle misure efficaci, e avvolgendo invece tutto in un velo di ipocrisia. Trump, con il suo negazionismo climatico a base ostentatamente affaristica e antiscientifica, non ha fatto che accelerare la fuga dalla decarbonizzazione delle tante banche, imprese e istituzioni che vi si erano – a parole – impegnate, ma che, fiutando l’aria, avevano già imboccato la propria ritirata anche prima del suo ritorno al governo degli Stati Uniti.

Ma la guerra in Ucraina, come le altre in corso, avrebbe dovuto far riflettere: sostenerle, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo, è la negazione assoluta di ogni aspirazione, progetto o ipotesi di conversione ecologica. Perché sotto il cappello della conversione ecologica si raccoglie tutto ciò che risulta condizione o conseguenza di una transizione energetica effettiva: pace, ambiente, diritto alla vita, dignità, democrazia, decentramento, eguaglianza, salute, istruzione, mentre la guerra, con il suo consumo di combustibili e materiali, l’inquinamento di suolo, aria e acque, la devastazione di edifici, impianti, strade, ponti, macchinari, la distruzione di vite e di esistenze, il comando che non può essere discusso, è la negazione di tutte quelle cose.

Ma quelle distruzioni non sono forse anche un arresto della crescita, dell’accumulazione del capitale, dell’economia? No: accumulazione del capitale non è la stessa cosa che capitale accumulato. La prima è un processo, il motore dello sviluppo capitalistico e della società che esso modella, il secondo è uno stock di beni che può anche essere azzerato, purché la prima non si interrompa, anche ricominciando da capo. Così la produzione bellica, per sostituire, integrare, accrescere le armi impiegate o distrutte in guerra può alimentare la crescita al posto delle industrie che non lo fanno più, come quella dell’auto, o non possono essere attive sotto le bombe, come quella delle costruzioni. Dunque, anche per l’Europa la guerra non è un’alternativa alla crescita, come lo è invece alla conversione ecologica, anzi, ne sta diventando il supporto. Anche per questo, nei tre anni della guerra in Ucraina, non c’è stata una sola iniziativa o un solo cenno di mediazione da parte dell’Unione Europea o di uno dei suoi Stati membri.

Non possiamo più, se mai l’abbiamo fatto, continuare ad affidarci a coloro che hanno da tempo imboccato quella strada; la loro cultura, i loro interessi, le loro abitudini, la loro ignoranza vanno tutte in quella direzione. Né possiamo contare sulle divergenze tra i Governi degli Stati europei per un’inversione di rotta. Ci vuole un taglio netto tra chi sta ai vertici ed è responsabile di quella deriva e tutti coloro che si ritrovano alla base della piramide sociale e vorrebbero vivere in un mondo diverso e senza guerre.

Il percorso per invertire rotta passa attraverso il ritiro della delega concessa a Stati e Governi, che peraltro l’hanno da tempo ceduta, a loro volta, alla finanza internazionale. E lo sviluppo dell’iniziativa di base non può darsi che abbandonando l’ossessione dei confini da “difendere” dai migranti e da nemici costruiti ad arte, per lo più con la menzogna.

Il confederalismo democratico del Rojava, multietnico, egualitario, partecipato e femminista, un processo in corso, ma forse anche la constatazione che l’obiettivo dei due Stati in Palestina è ormai irrealizzabile, e che l’unica soluzione prospettabile, un sogno a venire, certamente “a lungo termine”, è la convivenza, su un piede di parità, di due comunità diverse in un unico territorio che non sia più uno Stato, alludono entrambe alla direzione che dovrebbe imboccare una rifondazione dell’Europa orientata non alla guerra ma alla conversione ecologica.

Di fronte ai venti di guerra che stanno investendo l’Europa, occorre un ripensamento radicale come quello che oltre ottant’anni fa, nel pieno dell’offensiva nazifascista, aveva indotto tre militanti imprigionati e isolati in uno sperduto angolo dell’Europa a concepirne la rinascita in una visione che allora sembrava assurda. Rispetto a loro abbiamo il vantaggio di non essere solo in tre, ma molti di più, di non essere prigionieri, ma ancora liberi di circolare e confrontarci e di non essere già in piena guerra mondiale, ma di poterla ancora fermare. Forse è arrivato il momento di redigere insieme un nuovo “Manifesto di Ventotene” o qualcosa di analogo, adattato al nostro tempo, per prospettare una rinascita dal basso dell’Europa tenendo ferma la rotta della conversione ecologica. Può sembrare un’utopia assurda, ma certo non più pazza di quella che aveva ispirato i Tre di Ventotene.

 

Guido Viale

Dalla sala delle Nazioni Unite fino a Milano: un viaggio nel cuore del disarmo nucleare

Il 21 marzo 2025, presso Base Gaia a Milano, si è svolta una serata dedicata al disarmo nucleare. L’evento ha avuto inizio con la proiezione del documentario “L’inizio della fine delle armi nucleari” di Alvaro Orus, che ha fornito una panoramica sugli sforzi globali per eliminare queste armi e promuovere un mondo più sicuro. Tra i narratori c’è Ican – Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari – che porta in luce quanto il contributo della società civile sia stato fondamentale in questi anni per la crescita del progetto TPAN.

Dopo la proiezione la giornalista Greta Triassi ha condiviso le sue impressioni e informazioni raccolte durante la Terza conferenza degli Stati parte del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), tenutasi a New York. Triassi ha evidenziato i temi discussi durante l’incontro, tra cui:

  • I ruoli istituzionali e la società civile
  • La geopolitica attuale in collisione con il progetto del TPAN
  • L’introduzione al TPAN
  • L’Italia e l’Europa
  • Impressioni ed emozioni dell’esperienza nella sede Onu a New York

La serata ha rappresentato un’opportunità per approfondire tematiche cruciali legate al disarmo nucleare e per riflettere sull’importanza di iniziative come il TPAN nel promuovere un mondo libero da armi nucleari. Il pubblico è intervenuto con interesse e curiosità, tanto da stimolare un nuovo progetto di comunicazione, riguardo la divulgazione del trattato, al fine di informare e restituire la giusta consapevolezza a più società civile possibile. Si è così pensato di strutturare una serie itinerante di seminari per divulgare e portare ovunque il progetto Ican, incrementando il  coinvolgimento di tutti in questo dialogo antinucleare.

Presto saranno comunicate le prime date del tour.

Redazione Milano

Trasformiamo la piazza del 5 aprile in un movimento di massa

Firma anche tu l’appello contro la guerra, trasformiamo la piazza del 5 aprile in un movimento di massa.
Contro la guerra, contro le politiche dell’Europa. Che la piazza del 5 aprile lanci un movimento di massa.
La città futura, 23/03/2025

Negli ultimi tre anni, noi firmatari di questo Appello, come innumerevoli altri cittadini e cittadine, abbiamo vissuto in un clima paranoico dominato da russofobia, razzismo, islamofobia, bellicismo. La guerra in Ucraina ha prodotto, per volontà delle classi dirigenti europee, una spaventosa impennata dei prezzi, senza il corrispettivo aumento di salari, stipendi e pensioni.

Il balzo in alto dei costi delle materie prime è stato causato dalle folli politiche anti-russe degli Stati europei. Ma nonostante un gigantesco dispendio di fondi, per armare l’esercito dell’Ucraina, e per sostenerne l’economia già fallita, la guerra ha solo prodotto centinaia di migliaia di morti, su entrambi i fronti, portando alla facilmente prevedibile sconfitta di Kiev, e alla perdita di territorio a favore della Russia.
Volgendo lo sguardo a Sud, gli accadimenti in Palestina hanno rivelato tutta la ferocia di cui è capace questo Occidente in crisi, economica e di egemonia, assetato di sangue e di profitto tanto da sacrificare persino le più basilari norme dei diritti umani.

Di fronte a questo colossale fallimento della azione e della ideologia occidentale, la classe dirigente europea e italiana ci propone un piano di riarmo a tappe accelerate che saremo costretti a pagare con un ulteriore smantellamento dello stato sociale, una nuova riduzione dei salari e l’accettazione della guerra come un fatto “normale”, ivi compresa la guerra atomica.

In questa situazione di estremo pericolo, e di fronte allo strapotere mediatico dei signori della guerra, ogni iniziativa che si ponga decisamente contro il riarmo ed in difesa dei diritti sociali, politici e civili va sostenuta e moltiplicata. La piazza romana del prossimo 5 aprile, convocata dal Movimento Cinque Stelle, non può essere vista come una semplice iniziativa, seppur lodevole, di un partito. L’opposizione alle politiche belliciste, affamatrici delle popolazioni e pericolosamente promotrici di una vera e propria “guerra dei mondi”, è ben più estesa della platea costituita dai militanti di quel partito.

Le politiche di guerra (all’insegna dell’insopportabile, quanto pericoloso “si vis pacem, para bellum”) mettono a repentaglio la sopravvivenza dell’intero Pianeta, considerando gli armamenti nucleari disponibili in Russia, Usa e in minor misura, in altri Paesi che fatalmente sarebbero coinvolti in un conflitto mondiale, perché la guerra alla Federazione Russa caldeggiata da von der Leyen e complici, a questo ci sta conducendo.

Inoltre, queste politiche belliciste danneggiano pesantemente la nostra condizione materiale e la nostra libertà di espressione. I primi a farne le spese saranno i nostri figli e nipoti che non avranno la possibilità di fruire di strutture e servizi scolastici degni, di un servizio sanitario adeguato, e degli stessi diritti civili che il governo Meloni sta drasticamente riducendo, mirando ad azzerarli. La guerra nasconde la verità e uccide i diritti.

Per tutte queste ragioni, noi proponenti di questo Appello, affermiamo che, al di sopra delle differenze di impostazione, sia necessario e anzi urgente trasformare una manifestazione indetta da un singolo partito in una mobilitazione di massa. Perciò invitiamo tutti coloro (lavoratori, impiegati, pensionati, studenti, inoccupati) che condividono le nostre preoccupazioni, le organizzazioni sindacali e politiche, il mondo associazionistico, che hanno a cuore le sorti dell’Italia, dell’Europa e del mondo a trasformare la piazza romana del 5 aprile in una manifestazione corale, che sia il lancio di un movimento di massa contro il delirio guerrafondaio solleticato da giornalisti irresponsabili e intellettuali stanchi, ansiosi di protagonismo.

Angelo D’Orsi Storico
Elena Basile Ambasciatrice scrittrice editorialista
Francesca Fornario Autrice satirica
Alexander Hobel Docente di Storia contemporanea
Gabriele Germani Autore – OttolinaTv/Multipopolare
Vadim Bottoni Analista economico
seguono altre firme

qui puoi firmare l’appello:

Contro la guerra, contro le politiche dell’Europa. Che la piazza del 5 aprile lanci un movimento di massa.

 

 

Redazione Italia

Palestina: sconcertante silenzio internazionale di fronte allo sterminio

Il Comitato nazionale dell’ANPI lancia un appello a tutte le forze democratiche, alle istituzioni, ad ogni persona di buon senso e di buona volontà, perché in ogni modo e in ogni luogo si operi per contrastare la violentissima ripresa dello sterminio di palestinesi di Gaza da parte delle forze armate israeliane su ordine del loro governo.

Lo sterminio sta avvenendo in uno sconcertante silenzio internazionale, in particolare dell’Unione Europea e del nostro Paese, nonostante sia oramai evidente che l’obiettivo del governo israeliano è la deportazione dei palestinesi dalla striscia di Gaza e in alternativa il loro massacro, che la parte migliore della società israeliana si sta ribellando davanti a questa tragedia, che sono stati abbandonati al loro destino gli ostaggi israeliani ancora vivi nelle mani di Hamas rompendo il percorso di tregua, che lo spaventoso macello in corso avviene col pieno appoggio degli Stati Uniti.

Il silenzio dell’Italia e dell’Unione Europea davanti a ciò che sta avvenendo le condanna ad una incancellabile responsabilità storica e manifesta tragicamente ancora una volta la doppiezza della loro politica estera, ove si adottano in modo evidente due pesi e due misure quando sono calpestati nel modo più atroce i diritti umani.

Invitiamo con forza le istituzioni italiane e europee ad assumere ogni misura per contrastare questo massacro, compresa la cessazione di invio di armi, la sospensione di ogni accordo commerciale con Israele, che è subordinato dall’art. 2 del relativo trattato al rispetto dei diritti umani, la fermissima dichiarazione ai diplomatici israeliani della condanna nei confronti del governo del loro Paese.

Leggi tutto su www.anpi.it

ANPI Nazionale

Spagna, manifesto contro il riarmo e la guerra in Europa

Diverse organizzazioni pacifiste e il Comitato di coordinamento delle ONG spagnole contro il riarmo e la guerra hanno lanciato il manifesto “No al riarmo e alla guerra in Europa”.

Da Pressenza, ci uniamo nell’evidenziare il grave momento che stiamo attraversando, in cui i leader dell’Unione Europea e i suoi governi – appoggiati da alcuni media – stanno diffondendo una narrazione falsa e egoistica per giustificare il riarmo, seminando paura per prendere decisioni senza trasparenza, con urgenza e ignorando differenti prospettive.

Stanno diffondendo una storia che parla di presunti nemici e di una possibile invasione… tutto questo per giustificare l’aumento delle spese militari, che si tradurrà in grandi benefici per alcune élite economiche e in minori investimenti nell’istruzione, nella sanità… e nella libertà di espressione, come sta già accadendo.

Ecco il link diretto per firmare (si può firmare anche dall’Italia): https://forms.komun.org/manifiesto-contra-el-rearme-y-la-guerra-en-europa


Manifesto

“No al riarmo e alla guerra in Europa”

Esiste qualcuno, in Europa o in qualsiasi altra parte del mondo, che non desideri proteggere i propri cari da una possibile minaccia? Chi non vorrebbe allontanare la terribile ombra della violenza dalla propria vita e da quella dei propri cari? Chi non sogna un futuro in cui i propri figli e le proprie figlie, quelli degli amici e vicini, possano vivere in pace, crescere come individui, avere un lavoro dignitoso, abitare un pianeta sano, avere un tetto sopra la testa, accedere alla cultura e a relazioni sociali arricchenti e costruttive, e vivere una vita libera da qualsiasi forma di violenza?

La società ha bisogno della sicurezza che deriva da un sistema sanitario e scolastico pubblico di qualità per tutti. I giovani necessitano di una casa in cui vivere e i nostri anziani non vogliono vedere minacciate le loro pensioni. E, soprattutto, non vogliamo che i nostri figli e nipoti siano costretti a vivere l’orrore della guerra.

In che misura, esattamente, l’aumento sfrenato delle spese militari che i governi europei propongono di approvare senza dibattito pubblico, senza trasparenza o dettagli e con urgenza, contribuisce a questo futuro di pace? Quanto di questi miliardi sarà destinato a migliorare l’istruzione, la salute, la terribile situazione abitativa, la precarietà culturale, l’armonia ambientale o la solidarietà internazionale? Non sarebbe forse necessario investire in maggiori sforzi politici e diplomatici che, di fronte alle minacce di aggressione, cerchino nuove strade di dialogo?

È stupido, semplicistico o ingenuo desiderare questo, difendere la pace e la giustizia sociale? È forse più intelligente, elaborato e maturo credere che i venti di guerra, il linguaggio guerrafondaio e l’impegno per le armi porteranno un futuro migliore?

No, non accettiamo la guerra. Il riarmo dell’Europa non porterà pace, non contribuirà al miglioramento dei rapporti, ma ci avvicinerà alla guerra. I contesti militaristi sono spesso accompagnati da un regresso dei diritti, delle libertà e delle politiche sociali, alimentano paura e preoccupazione nella società, creando l’ambiente ideale per la normalizzazione dei meccanismi di repressione e autoritarismo, come stiamo già cominciando a vedere.

Temiamo che questa strategia porti a una lunga guerra con la Russia, che non sarà portata avanti per difendere il diritto umanitario internazionale, la libertà, i diritti umani o proteggere i più deboli. Se così fosse, l’atteggiamento verso Netanyahu sarebbe lo stesso di quello verso Putin. Questa Europa che tace o, peggio, sostiene Israele nel suo genocidio a Gaza e in Cisgiordania e addirittura perseguita chi lo denuncia, deve ridefinire chiaramente quali sono i valori comuni la cui difesa viene addotta come giustificazione per il riarmo.

I cittadini del nostro Paese hanno ampiamente dimostrato in passato il loro impegno per la pace e le politiche contro la guerra. La nostra memoria collettiva recente comprende le massicce manifestazioni contro la guerra in Iraq, promossa illegalmente dal governo di José María Aznar, il movimento per rifiutare la permanenza del nostro Paese nella NATO, che ha mobilitato più del 43% dei voti in quel lontano referendum, e il movimento contro il servizio militare obbligatorio fino alla sua eliminazione nel 2001.

L’aumento della spesa militare europea – fino a 800 miliardi di euro in quattro anni – annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sarà realizzato attraverso un meccanismo di eccezione che eviterà il dibattito nei parlamenti e, in generale, un’informazione chiara e dettagliata per i cittadini europei.

Non possiamo e non vogliamo accettare che i fondi destinati ai nostri ospedali pubblici, alle scuole e università pubbliche, al sistema di assistenza per le persone non autosufficienti, alle politiche di protezione sociale per i momenti di difficoltà, alla lotta contro il cambiamento climatico, alla violenza di genere, al razzismo, alla protezione dalle emergenze e alla cooperazione vengano invece utilizzati per acquistare carri armati, fucili, aerei da combattimento e missili per la guerra, solo perché così hanno deciso le élite guerrafondaie che attualmente governano l’Europa e gli Stati Uniti.

La vera sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella che ci garantisce le nostre pensioni pubbliche, i medici di base, le cure gratuite negli ospedali pubblici per ogni malattia o disturbo, l’istruzione nelle scuole e università pubbliche che assicurano uguaglianza, il sistema di borse di studio, i sussidi di disoccupazione in caso di bisogno, il Reddito Minimo Vitale, i vigili del fuoco che intervengono sugli incendi nelle nostre montagne o soccorrono le persone in emergenza nelle città, oltre allo sviluppo di politiche pubbliche femministe per difendere e proteggere i diritti delle donne e combattere la violenza sessista.

I conflitti bellici vengono progettati in comodi uffici, ma sono le persone a pagarne le conseguenze. Ecco perché questo è un momento estremamente importante per dissipare la crescente tensione e difendere un modello di pace, di benessere sociale e di estensione dei diritti per tutti. Il momento attuale richiede responsabilità, politiche coraggiose, lungimiranza e una cultura di pace.

Ci opponiamo alla guerra, perché non vogliamo la pace dei cimiteri, perché la storia ci dimostra che l’unica via realistica per raggiungere la pace non è quella militare, ma quella politica. Mettetevi al lavoro e lavorate per la pace, lo esigiamo.


Traduzione dallo spagnolo di Laura Proja. Revisione di Thomas Schmid.

Redacción España

Venezia, corteo contro il genocidio in Palestina

Grande partecipazione ieri, sabato 22 marzo, alla manifestazione contro il genocidio in Palestina. Grazie al capillare lavoro di informazione eseguito dal Comitato contro la Guerra e il Razzismo di Marghera, numerosa è stata la presenza della comunità bengalese e degli studenti.

Il presidio si è trasformato in un corteo ben organizzato, che è partito dalla stazione Santa Lucia ed è arrivato fino al Ponte di Rialto. Almeno 400 partecipanti, nonostante la manifestazione sia stata organizzata con pochissimo preavviso.

Slogan, striscioni e manifesti hanno comunicato a veneziani e turisti la solidarietà al popolo palestinese e la denuncia del genocidio in atto. Molti gli slogan, anche in inglese, contro il silenzio dell’Europa, la complicità dei governi e la politica assassina di Israele.

Rincuora constatare che le persone non sono disposte ad assuefarsi alla guerra, alle violazione dei diritti e delle leggi internazionali, che la gente non accetta di assistere indifferente allo sterminio di un popolo.

Maria Grazia Gagliardi

 

Redazione Italia

L’inganno del riarmo europeo

parte prima: l’impossibile deterrenza

Da quando i ministeri della guerra dei singoli Paesi sono diventati, con buona dose di ipocrisia, “ministeri della difesa”, il riarmo e la crescita delle spese militari vengono mistificati come necessità per opporsi al “cattivo” che ovviamente è sempre “l’altro”. Questa è anche la logica della UE che vuole riarmarsi per opporsi al presunto pericolo che viene dalla Russia.

Va detto che purtroppo questa ipotesi, dichiarata come “deterrenza”, gode di una certa credibilità nell’opinione pubblica, forse perché richiama il vecchio “equilibrio del terrore” che si determinò all’epoca della guerra fredda.

Noi, al contrario, restiamo fedeli alla pace incondizionata e all’idea del disarmo unilaterale, come unica condizione di umanità e progresso civile. E se un nemico più forte attacca si reagisce con la forza della resistenza popolare che può essere strategicamente vincente contro qualunque nemico, come dimostrano il Vietnam e l’Afghanistan che hanno rispedito a casa gli Usa, vale a dire l’esercito di gran lunga più attrezzato e più forte del mondo.

Mi rendo conto, tuttavia, che la mia è una posizione etica e di principio che sicuramente non avrà convinto i “pragmatici” sostenitori della “deterrenza”. A questo punto, allora, con una “finzione retorica”, assumiamo (senza credervi) il punto di vista di chi la pensa diversamente da noi per mostrare che anche in questo caso, si giunge a conclusioni assurde sul piano logico e irreali sul piano pratico. La deterrenza europea è in sostanza, e innanzitutto, un inganno propagandistico.

Partiamo intanto da un paio di premesse.
Innanzitutto non si capisce che senso ha parlare di riarmo del nostro continente se si considera il fatto che l’UE, più i paesi europei della NATO, Regno Unito in testa, spendono già oggi in armamenti quattro volte più della Russia e decisamente più di Russia e Cina messe insieme.

Seconda considerazione: quale interesse potrebbe avere la Russia ad attaccare l’Europa? Stiamo parlando del paese col territorio più vasto del mondo e con enormi ricchezze naturali, ma con una esigua popolazione di appena 143,8 milioni di abitanti (al 2023). Attaccare l’Europa per vincerla e controllarla sarebbe semplicemente un suicidio. Inoltre non credo proprio che gli Usa, malgrado le follie di Trump, se ne starebbero tranquilli a guardare, e neppure i paesi del BRICS+, attuali alleati della Russia, credo accetterebbero in silenzio una tale evenienza.

Ma sorvoliamo anche su tutto questo.
La deterrenza europea resta una impossibile utopia per almeno due ragioni. La prima è che l’Europa è un insieme differenziato di Stati, seppure alleati, e non avrà mai un esercito unico e un comando unificato se non in condizioni estreme che tuttavia non possono essere predeterminate in tempo di pace, seppure di “pace armata”. Questa è una debolezza che non può essere superata.

La seconda questione riguarda la inadeguatezza tecnologica degli armamenti che l’Europa può, e con ogni probabilità potrà in futuro, mettere in campo. Partiamo dalla deterrenza nucleare. In Europa possiedono armi nucleari il Regno Unito (225 testate) e la Francia (280 testate), a fronte delle 4380 della Russia. Qualcuno dice però che non conta il numero, ma il solo fatto di averle, e allora non si capisce perché l’Europa dovrebbe riarmarsi anche con armi convenzionali. Qualcun altro dice che non è così, e allora bisognerà prendere atto che le capacità d’impiego (tramite missili da terra, bombardieri dal cielo e sottomarini dal mare) sono nettamente inferiori a quelle dei russi. Per quanto riguarda, poi, gli armamenti convenzionali resta una evidente arretratezza tecnologica dell’Europa soprattutto per quanto concerne le telecomunicazioni e la guerra aerea.

L’unica soluzione, a meno di non volere scommettere sui tempi lunghi, sarebbe quella di rivolgersi agli Usa, che tuttavia non credo siano disponibili a condividere il meglio a loro disposizione, a meno di non mantenerne il controllo a distanza potendone attivare o disattivare i dispositivi d’impiego in qualsiasi momento.
Se dunque il riarmo europeo è sul piano militare qualcosa di assolutamente senza senso, cosa altro si nasconde (se si nasconde) dietro una tale ipotesi?

parte seconda: riarmo ed economia

Il progetto del riarmo europeo prevede una spesa di 800 miliardi per i prossimi quattro anni, di cui 150 a carico della Comunità Europea, e i restanti 650 da addebitare ai singoli Stati dell’Unione, senza tuttavia contabilizzarli entro le regole del “patto di stabilità”. In pratica una truffa a tutti gli effetti! Infatti: la possibilità che viene concessa ai singoli paesi di poter spendere in armamenti senza avere sul collo il fiato della Banca Centrale Europea e dei burocrati di Bruxelles, non significa che quelle cifre non andranno ad incrementare ulteriormente il debito pubblico, con effetti letali per i paesi maggiormente indebitati come l’Italia.

Il risultato sarà un ulteriore taglio alla spesa sociale che corrisponderà in pratica alla quasi completa dismissione del servizio sanitario nazionale e del servizio scolastico, già oggi fortemente in crisi. A ciò si aggiungano, inoltre, le gravi penalizzazioni che riguarderanno il sistema previdenziale e assistenziale.

Chi avrà tutto da guadagnare da questa situazione sarà innanzitutto la Germania, che non avrà solo la possibilità di spendere di più rispetto ai paesi più indebitati, ma che potrà ribadire il suo ruolo di preminenza politica in ambito continentale, riaffermando con forza quale collante dell’Unione il “ricatto del debito”, da fare valere come in passato nei confronti dei consociati. Da questa situazione, però, i nostri vicini tedeschi potrebbero ricavare non solo vantaggi politici, ma anche nuove opportunità per rilanciarsi sul piano economico.
La Germania si trova al momento in una condizione di grave recessione economica. La perdita del gas russo da acquistare a prezzi molto vantaggiosi è venuta a coincidere e a sommarsi con la crisi dell’auto, da sempre considerato il punto di forza dell’economia teutonica. Si tratta di una difficoltà globale del settore a cui si aggiunge il fatto che le aziende tedesche hanno praticamente perso la battaglia strategica intorno all’auto elettrica nei confronti dei competitori statunitensi e cinesi.

Non è dunque un caso che il nuovo governo tedesco, appena insediato, in perfetto accordo con i burocrati di Bruxelles, abbia pensato alla nuova economia di guerra come ad un grande piano di riconversione produttiva, che prevede la trasformazione dell’industria dell’auto in industria bellica.
Per la Germania, ciò che a me pare veramente in ballo, più che una questione puramente militare, è l’esigenza di rilanciare quel ruolo di preminenza economica che da sempre è stato costitutivo della stessa Unione Europea, e che vedeva l’economia tedesca dominare i mercati continentali, ridotti ad una sorta di suo mercato interno grazie all’uso della moneta unica. Come sempre la guerra è un ottimo mezzo per fare profitti.

Un’ultima questione: poiché la geopolitica è un mondo in continuo divenire e nessuno può dire con certezza cosa ci riserverà il futuro, è pure possibile (per me anche pressocché certo, ma su questo non voglio insistere) che “il pericolo russo” venga archiviato tra qualche anno come una preoccupazione del passato. Siamo sicuri che a quel punto la Polonia e la stessa Francia saranno così contente di avere ai loro confini una Germania armata fino ai denti? (Lo dico come motivo di riflessione pure per quanti, anche agitando in modo strumentale il Manifesto di Ventotene, immaginano un’Europa unita e armata. Anche noi siamo per una  “fratellanza” tra  i popoli, ma senza armi e senza frontiere. Una circostanza che, tuttavia, non immaginiamo  probabile in tempi brevi).

Antonio Minaldi

Le radici patriarcali del riarmo

Ursula Von del Leyen ritiene che l’unico modo di sventare la crisi esistenziale dell’Unione europea sia “riarmarsi”: ha già 27 eserciti a disposizione, più quattro di complemento; spende in armi una volta e mezza più della Russia da cui si sente minacciata, ma ritiene che occorra spendere il doppio, da ripartire tra l’industria delle armi degli Stati Uniti e quelle di ogni singolo Stato membro; comprese le fabbriche di armi atomiche di Francia e Gran Bretagna, in barba a quanto deliberato dall’Assemblea generale dell’Onu che le ha messe al bando.

Certo, con tutti quei soldi si potrebbe “risanare la Sanità”, ma forse anche l’istruzione e un po’ di ambiente, che sono da diversi anni troppo trascurati.

Il fatto è che per “riarmarsi” le armi non bastano.

Ci vogliono anche uomini disposti a combattere, ma l’Europa – e l’Italia più di tutti – sembra esserne a corto: più dell’Ucraina, che quelli da mandare al fronte li ha consumati quasi tutti tra morti, feriti, invalidi, imboscati a pagamento, disertori e renitenti.

A giustificare quel senso di superiorità che dovrebbe sostenere gli europei nella guerra, naturalmente per difendersi, ci ha comunque pensato, dal palco del 15 marzo di Piazza del Popolo, Roberto Vecchioni, snocciolando il rosario delle perle (letterarie) che «gli altri» non hanno. Mentre a promuovere una nuova leva di combattenti disposti a uccidere e a morire e un sano spirito guerriero ha provveduto oltre a Galli della Loggia, Antonio Scurati, con un articolo illustrato da autentici lanzichenecchi.

Ma qui sta il problema: non (solo) negli 800 miliardi a cui attingere per comprare sistemi d’arma per uccidere i nemici, e sistemi di sorveglianza per individuare i bersagli e respingere i migranti.

Bensì, e molto di più, in quell’intreccio tra il primatismo eurocentrico vantato da Vecchioni e il perduto spirito guerriero rimpianto da Scurati e Galli della Loggia.

Che cos’è quell’intreccio?

È il virilismo di chi vede nella guerra, e nel saperla fare (e vincere, a qualsiasi costo) il complemento e il completamento ineludibile di un’umanità che non tradisca la sua storia di guerre, stragi, efferatezze e sofferenze inflitte dagli uomini ad altri esseri umani: cioè la quintessenza del maschilismo e del patriarcato, anche quando quel “sentire” e soprattutto quel “subire” ha riguardato e riguarda sia uomini che donne.

Per questo è limitativo contrapporre allo spirito guerriero che sta dilagando su tutti i media e, a seguire, sui social e nel discorso politico, la rassegna di quanto di meglio si potrebbe fare con quegli 800 miliardi e più.

Il richiamo a quello spirito bellico non sente ragioni e travolge tutto, in attesa che chi non ne è stato ancora investito – la maggioranza dei cittadini europei, ma anche degli abitanti della Terra – venga travolto dal vento di quel “maggio radioso” ben noto alla storia patria, ma simile se non uguale in tanti altri Stati europei nel corso dei due ultimi secoli e più.

Ne risulta, in quella contrapposizione tra Occidente e Oriente mai rinnegata, o tra democrazia e dispotismo, “pezza forte” del primatismo Nato-centrico e bianco, una inversione delle parti: mentre rinuncia a farsi forte della maggior libertà che le donne si sono conquistate con le loro lotte nei rispettivi paesi, l’”Occidente democratico” sta riproducendo al suo interno i modelli del dispotismo orientale e del maschilismo islamico: il cittadino impregnato di virilismo guerriero – e per forza di cose, patriarcale – che si cerca di promuovere assomiglia sempre più a quel prototipo maschilista oggi impersonato da Putin non meno che da Trump, ma che ha un riscontro preciso nei capi carismatici del Jihad islamico o della teocrazia iraniana, quella contro cui sono in lotta le donne libere di tutti i paesi islamici al grido di «Donna Vita Libertà».

Ma anche le madri e le mogli che In Russia come in Ucraina protestano contro il sequestro dei loro uomini mandati al fronte.

Non sono le bombe e i razzi degli Stati Uniti e di Israele a minare lo Stato islamico, né le bande jihadiste sostenute da Erdogan a portare democrazia e libertà in Siria.

In entrambi i casi la minaccia esistenziale per i regimi islamici è rappresentata dalla rivolta delle donne contro l’oppressione a cui la loro controparte maschile non sa e non vuole rinunciare.

Ed è il confederalismo democratico del Rojava, egualitario, multietnico, partecipato e femminista a rappresentare una minaccia mortale per il maschilismo dei regimi islamici, mentre vent’anni di guerra e occupazione della Nato hanno fatto regredire allo zero assoluto la condizione delle donne afghane.

D’altronde, neanche la democrazia è mai stata esportata da qualche parte con le armi.

Perché una cultura e una politica contrarie al vento guerriero che soffia in Europa si possa affermare è necessario riconoscere che anche da noi la sacrosanta battaglia contro il velleitario riarmo dell’Europa non può svilupparsi che a partire dalla capacità di scovare, riconoscere, smascherare e dissolvere di tutte le forme in cui il modello patriarcale, virilista e guerriero si presenta nelle diverse circostanze della vita quotidiana, prima ancora che nelle forme di potere attraverso cui si esercita.

Una battaglia a cui tutte e tutti ci dovremmo sentire chiamati dal riconoscimento del ruolo che spetta alle forme più radicali dei movimenti femministi.

Guido Viale

La ripresa dei bombardamenti su Gaza

La recente ripresa dei bombardamenti su Gaza ha portato con sé nuove sofferenze per la popolazione civile, aggravando una situazione di perenne conflitto che sembra non conoscere soluzione.

Promuovere una cultura della pace e della fraternità diventa non solo necessario, ma urgente.

La pace, infatti, non è semplicemente l’assenza di guerra, ma un processo dinamico che richiede impegno, dialogo e reciproco rispetto tra i popoli.

La fraternità, che implica una solidarietà autentica tra tutti gli esseri umani, si configura come la base per la costruzione di una convivenza pacifica.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha sottolineato più volte l’importanza di lavorare per la pace.

In particolare, durante il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di qualche anno fa, ha affermato che “la pace è un cammino di speranza e di responsabilità“.

Egli ha insistito sul fatto che la pace non può essere un obiettivo passeggero, ma deve essere un impegno costante, che coinvolge tutte le dimensioni della vita umana, dalla politica all’economia, fino alla cultura e all’educazione.

Il Papa ha anche affermato che “la fraternità e l’amicizia sociale” sono essenziali per superare le divisioni, per abbattere i muri dell’odio e per costruire ponti di solidarietà.

La ripresa delle ostilità a Gaza però, evidenzia tragicamente quanto siano lontani dall’essere realizzati questi principi.

I bombardamenti, che provocano la morte di innocenti, la distruzione di infrastrutture e la perdita di speranza, rappresentano un chiaro segno che le vie della diplomazia e del dialogo sono ancora insufficientemente percorse.

Le cause di questa violenza sono complesse e radicate in decenni di conflitto, ma la mancanza di uno spazio di incontro tra le parti continua ad alimentare il rancore e la paura.

La pace, quindi, non può essere raggiunta semplicemente con una tregua momentanea, ma richiede un mutamento profondo nelle mentalità e nelle azioni politiche.

In questo scenario, l’invito di Papa Francesco a “costruire una cultura della pace” è più che mai pertinente.

La pace deve diventare parte integrante della formazione delle nuove generazioni, insegnando il valore della giustizia, del rispetto e della compassione.

Solo attraverso la promozione di una cultura della pace e della fraternità si potrà sperare in un futuro in cui conflitti come quello israelo-palestinese non siano più la norma, ma un brutto e lontano ricordo.

(riceviamo e pubblichiamo dalla agenzia stampa Interris.it)

Redazione Italia

Manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese a Palermo

La Giornata della Terra Palestinese nasce come risposta di movimenti, attivisti e intellettuali palestinesi contro l’occupazione israeliana. Il 30 marzo 1976 fu indetta una protesta contro il piano di esproprio israeliano in Galilea per espandere gli insediamenti sionisti. Alla vigilia della mobilitazione, le forze israeliane schierarono migliaia di soldati, arrestarono i leader locali e attaccarono i villaggi palestinesi, ferendo numerosi abitanti. Il giorno successivo, la repressione causò sei morti.

La Giornata della Terra ha segnato un punto di svolta nella lotta palestinese e noi la celebriamo come una giornata di azione unitaria che unisce i palestinesi di tutto il mondo e le persone di tutto il mondo in solidarietà con la Palestina.

Alla luce della protratta situazione di estrema criticità in tutti i Territori Palestinesi, il giorno 30 marzo alle 10:30 ci uniremo in un corteo, che partirà da piazza Sant’Antonino a Palermo, a cui invitiamo tutti/e a livello regionale per pretendere con forza i seguenti punti:

• Cessate il fuoco permanente a Gaza e fine dell’occupazione.
• Apertura dei valichi per gli aiuti umanitari.
• Indagini indipendenti sui crimini di guerra nei tribunali internazionali.
• Fine della colonizzazione e dell’apartheid in Cisgiordania e Gaza.
• Diritto al ritorno dei profughi palestinesi (Risoluzione ONU 194).
• Liberazione dei prigionieri, in particolare minorenni e detenuti amministrativi.
• Elezioni libere e democratiche nei territori occupati.
• Riconoscimento della resistenza palestinese come legittima.
• Boicottaggio commerciale, militare, tecnologico e accademico delle istituzioni sioniste.
• Stop agli accordi diplomatici con Israele e inizio di sanzioni.
• Ritiro delle truppe italiane dal Medio Oriente e dal Mar Rosso.
• Smilitarizzazione della Sicilia, con la chiusura di basi militari come Sigonella e il MUOS di Niscemi, e STOP ai piani di riarmo europeo.
• Fine della complicità del governo Meloni con lo stato criminale sionista.
– Scarcerazione immediata di ANAN YAESH e fine della complicità italiana con Israele nella persecuzione dei palestinesi sul nostro territorio

Comunità palestinese di Palermo e Our Voices

Redazione Palermo