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Ecologia ed Ambiente

Quale futuro possibile con l’impiego del nucleare civile?

Incontro/dibattito sul possibile futuro dell’Energia Nucleare in Italia e le sue possibili ricadute sul territorio siciliano
26 marzo 2025 h. 17
Spazio Mediterraneo, Legambiente Sicilia (Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo)

Il 26 marzo prossimo, organizzato dall’Istituto Gramsci Siciliano e ospitato da Legambiente Sicilia, si svolgerà un confronto sui pro e sui contro per la ripresa della produzione di energia nucleare in Italia. Ne discuteranno Federico Butera, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale, del Politecnico di Milano, e Alessandro Di Maio, professore ordinario di Impianti Nucleari dell’Università di Palermo.

Tutti e due hanno ricoperto ruoli importanti di consulenza istituzionale, e hanno opinioni e visioni differenti sull’argomento, che è diventato particolarmente “caldo” da quando, a fine gennaio, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha presentato un disegno di legge finalizzato all’inserimento del nucleare sostenibile nel futuro mix energetico nazionale.

Scopo dell’incontro è quello di informare gli interessati sui diversi aspetti del nucleare civile, da quelli economici a quelli dell’approvvigionamento del combustibile nucleare, alla sicurezza sia degli impianti sia dell’ambiente circostante, allo smaltimento delle scorie. Si parlerà dei reattori cosiddetti di nuova generazione e dei tempi prevedibili della loro entrata in funzione, si tratterà delle ipotesi di utilizzazione del processo di fusione nucleare e dei suoi potenziali vantaggi rispetto al processo di fissione, attualmente l’unico disponibile.

Un primo tema scottante, nell’ipotesi dell’approvazione del disegno di legge citato, riguarderà la messa a punto del piano nazionale per la collocazione degli impianti nucleari di nuova generazione sul territorio nazionale, piano che potrà coinvolgere le regioni meridionali e quindi anche prevedere che la Sicilia possa ospitarne uno, malgrado la considerazione che il nostro territorio offre condizioni ottimali per lo sfruttamento di risorse rinnovabili.

Un secondo tema, meno cogente ma pur sempre sullo sfondo, riguarda l’inclusione, tra i 64 siti italiani dove installare impianti di stoccaggio delle scorie nucleari, di quattro in altrettante provincie della nostra regione.

Insomma, che peso avrà il nucleare nel futuro energetico del Paese, e quali prospettive si aprono per la Sicilia?

Redazione Sicilia

“Riapriamo le porte degli immobili fantasma”: la Campagna del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio

Dati dell’ISTAT certificano che nel nostro Paese quasi un terzo delle abitazioni esistenti risulta essere inutilizzato, vuoto, sfitto. Si tratta di un ingente patrimonio di oltre 10 milioni di abitazioni non occupate e di queste 5 milioni e mezzo sono “abitazioni vuote o occupate esclusivamente da persone non dimoranti abitualmente”. Quindi, 5 milioni di abitazioni (e più) sono sprangate e in declino.

Siamo di fronte ad un patrimonio abitativo che potrebbe ospitare una media di 10/12 milioni di abitanti e consentire l’azzeramento di tutte le previsioni edificatorie dei nostri Comuni. Un dato enorme, quasi sempre trascurato, al quale vanno sommati i tanti capannoni produttivi/commerciali/agricoli sparsi sui territori. Uno stock immenso di edifici “passivi”, privi di quella “funzione sociale” richiamata con lucida concretezza dall’articolo 42 della nostra Costituzione.

Gran parte di questo patrimonio immobiliare inutilizzato versa, poi, in stato di abbandono o degrado, ledendo l’estetica paesaggistica dei territori e creando condizioni di pericolo e di minaccia alla sicurezza dei cittadini. Questa rilevante parte edificata, che non assolve più a un “ruolo” sociale, quasi sempre non è presa in alcuna considerazione quando i nostri Enti locali si cimentano con Piani Regolatori o Piani di Gestione del Territorio che prevedono ampie possibilità di nuove costruzioni e, ovviamente, di ulteriori danni alle collettività causati dal conseguente consumo di suolo. Comuni che dovrebbero, invece, porsi l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo senza penalizzare i bisogni della popolazione, attraverso azioni in grado di rimettere a loro disposizione proprio quell’ingente stock immobiliare oggi inutilizzato.

Il Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, già attivo con una Proposta di legge per l’arresto del consumo di suolo e il riuso dei suoli urbanizzati, ha avviato da tempo una nuova campagna rivolta ai Comuni affinché intervengano sugli immobili privati in stato di abbandono, tornando ad esercitare il loro diritto di proprietà, in linea con una corretta interpretazione e applicazione dell’articolo 42 della Costituzione, secondo le tesi di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, che ha puntualmente ricostruito la genesi della proprietà, che vede le sue radici nella proprietà collettiva, la quale precede storicamente la proprietà individuale e ancora oggi mantiene la sua prevalenza logica e giuridica su quest’ultima: https://www.youtube.com/watch?v=qjffb85On7Q.

Occorre ovviamente che i Comuni si dotino di un Regolamento comunale basato su una corretta applicazione dell’articolo 42 della Costituzione Italiana relativo alla “funzione sociale” che la proprietà privata deve assicurare alla collettività. Il comune marchigiano di Terre Roveresche (PU) ha già adottato, dal 2017, il regolamento. L’esperienza di questo Comune pionieristico è in atto da quasi dieci anni e ha già ottenuto sette acquisizioni al patrimonio comunale, dimostrando che si tratta di una strada applicabile ovunque. Ma le Amministrazioni comunali hanno bisogno di essere incentivate dalle cittadine e dai cittadini, i quali possono invitare – per esempio – i propri amministratori ad approfondire il tema per analizzare l’esempio virtuoso di Terre Roveresche.

Il Forum nazionale Salviamo il Paesaggio ha messo a punto per i Comuni un vero e proprio iter procedurale: 1. Attuare un censimento del patrimonio immobiliare esistente nel Comune, mettendo in luce il dato numerico di quanto già presente in condizioni di inutilizzo, i beni inutilizzati e/o derelitti di proprietà pubblica, privata o di altra natura che si trovino in uno stato di abbandono e/o di degrado, i beni che possano determinare danni per l’ambiente, pericoli per la pubblica o privata incolumità, preoccupazioni per le testimonianze culturali e storiche, i beni che possano essere occasione per attività e comportamenti illeciti, i beni in qualunque modo abbandonati e/o inutilizzati e quindi non più rispondenti ad alcuna funzione sociale e/o che possano ledere l’interesse generale, così come disciplinato dalla nostra Costituzione repubblicana nonché dall’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

2. Affrontare il tema sia all’interno del Consiglio comunale sia attraverso pubbliche assemblee, aperte a tutta la cittadinanza, per una necessaria disseminazione culturale e presa di coscienza individuale e collettiva.

3. Individuare e predisporre un elenco di beni aventi le caratteristiche di “beni comuni”, pubblicandoli all’interno del sito web del Comune, e definire un protocollo di responsabilità che disciplini l’utilizzo dei singoli beni individuati.

4. Emettere un’Ordinanza intimando ai relativi proprietari di adottare (entro 120 giorni) tutti i provvedimenti necessari per eliminare eventuali condizioni di pericolo e urgenti opere di messa in sicurezza degli immobili, condizioni di pregiudizio alla sanità e igiene pubblica, ripristino delle condizioni di decoro dei beni fatiscenti o in stato di abbandono e inutilizzo, perseguimento della “funzione sociale”.

5. Decorsi i 120 giorni dalla notifica dell’atto, i proprietari hanno facoltà di presentare le proprie deduzioni o richiedere una proroga di 180 giorni. Decorso inutilmente il termine senza che sia stato adempiuto a quanto intimato dall’amministrazione, il Comune avrà la facoltà di acquisire (dichiarare acquisito il bene, ope constitutionis) al patrimonio del Comune e iniziare la procedura relativa, mediante deliberazione del Consiglio Comunale, successivamente trascritta nei pubblici registri immobiliari.

Spesso però i Comuni non dispongono di risorse finanziarie per ristrutturare/manutenere il bene immobile acquisito. Per questo, il Forum nella sua Proposta di legge per l’arresto del consumo di suolo e il riuso dei suoli urbanizzati, purtroppo ancora “ferma al palo”, ha inserito il recupero della “funzione sociale” dei beni abbandonati, che, se tornassero nuovamente nelle disponibilità delle nostre Comunità, renderebbero ancora più semplice imboccare la strada della crescita zero urbanistica: stop alle nuove edificazioni e contemporaneo riutilizzo di tutto l’ingente patrimonio oggi inutilizzato.

Qui per scaricare tutti i materiali: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2025/03/immobili-privati-in-stato-di-abbandono-e-costituzione-la-repubblica-torna-ad-esercitare-il-suo-diritto-di-proprieta/.

Giovanni Caprio

Il cibo è solidarietà e non lusso per pochi

Milano, 23 marzo: pomodoro nella veranda dall’affitto milionario del ristorante Cracco

Oggi alle ore 8.00, quattro persone aderenti alla campagna Il Giusto Prezzo di Ultima Generazione sono entrate nel Ristorante Cracco in Galleria Vittorio Emanuele e hanno versato il contenuto di tre bottiglie di passata di pomodoro in veranda.

Per la seconda volta in una settimana, torniamo a gridare contro l’assurdità di un paese dove una cena di lusso costa quanto la spesa mensile di una famiglia. E ancora, da Carlo Cracco, solo silenzio. Gli chiediamo: è normale che una cena costi quanto la spesa mensile di una famiglia? Qual è il prezzo giusto per chi lavora duramente nei campi per noi? Dopotutto, il cibo è il suo mestiere. Una risposta, Cracco, dovrebbe avercela.

Giacomo, 34 anni, consulente legale ha dichiarato durante l’azione: “Questa volta abbiamo portato un simbolo dello sfruttamento agricolo: la passata di pomodoro. Agricoltori e braccianti lavorano per briciole, schiacciati da prezzi che non coprono i costi, mentre la crisi climatica inaridisce il suolo. Il governo Meloni e Lollobrigida esaltano il Made in Italy, ma abbandonano chi lo produce. Un sistema che arricchisce pochi e nasconde la fatica dietro prodotti iconici.

Lo stesso meccanismo che permette a un ristorante come Cracco di far pagare una cena quanto una spesa mensile: mentre i clienti gustano piatti da centinaia di euro, migliaia di lavoratori lottano per sopravvivere. Chi vuole la qualità deve pagare a prezzo d’oro, questa è la vera ingiustizia.”

La richiesta rivolta a Carlo Cracco è di aprire le porte del suo ristorante, ogni giovedì, offrendo pasti gratuiti a persone al di fuori della sua abituale clientela. Un gesto simbolico per sostenere chi sta affrontando difficoltà, dimostrando che la buona cucina può essere anche un atto di solidarietà.

Per dare forza a questa iniziativa, abbiamo creato una mail dedicata a Carlo Cracco. Chiediamo che il ristorante Cracco in Galleria doni pasti gratuiti!
Invitiamo tutti a inviare un messaggio a questo link, esprimendo il proprio supporto e chiedendo con determinazione che Cracco abbracci questa causa.

Digos vieta il pranzo in Galleria Vittorio Emanuele

Per contrastare questa realtà, ieri abbiamo organizzato un pranzo di piazza in Piazza Mercanti, dopo che la Digos ci ha impedito di farlo in Galleria Vittorio Emanuele. Nonostante lo spostamento forzato, una trentina di persone si sono unite a noi, dimostrando che la solidarietà non si lascia fermare.

Ci dispiace molto che un evento del genere non possa svolgersi proprio nel cuore di un luogo simbolo delle diseguaglianze come la Galleria. A quanto pare, certe realtà il Comune di Milano preferisce nasconderle agli occhi dei turisti e della gente “per bene”.

Massimiliano, uno degli organizzatori del pranzo di piazza ha esplicitato: “Il cibo è solidarietà, è dignità, è il cuore della nostra tradizione. Non può essere un lusso per pochi.
È stato un pasto aperto a tutti, per creare un momento di comunità, condivisione e cura: stare insieme attorno al cibo, raccontare storie, sostenersi a vicenda.”

Il governo Meloni è impegnato a rincorrere Trump, Musk e a trovare equilibri tra Washington e Bruxelles. Nel frattempo, la Premier e suo cognato Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vendono la favola del contadino-patriota: il simbolo dell’Italia che lavora, fatica e produce. Ma la realtà è ben diversa. Chi lavora la terra è abbandonato: sommerso dalla burocrazia e dal fango delle alluvioni, schiacciato da regole fatte per i grandi gruppi, non per chi coltiva ogni giorno. Le campagne italiane non sono cartoline idilliache: sono fatte di salari da fame, sfruttamento e aziende agricole in ginocchio. Il governo esalta il Made in Italy, ma lascia morire chi lo produce.

Questo governo si riempie la bocca con slogan sulle “famiglie,” ma ignora gli affitti insostenibili, i salari da fame, le bollette che divorano gli stipendi. Quando servono soldi per la ricostruzione o per i benefit sociali, il governo taglia. Ma per 800 miliardi di riarmo, i soldi si trovano. I nostri governanti e politici non vedono la crisi climatica e sociale perché vivono nel privilegio.
Ma noi gliela mettiamo davanti agli occhi, rendendogli impossibile ignorarla.

Cosa chiede la campagna Il Giusto Prezzo?

PROTEGGERE I RACCOLTI: L’agricoltura italiana sta affrontando una crisi senza precedenti. Siccità, ondate di calore, grandinate e alluvioni devastano i campi, compromettendo raccolti e coltivazioni. Dobbiamo proteggere i raccolti e, per farlo, è necessario promuovere una transizione verso un nuovo sistema agricolo che sia resiliente e sostenibile economicamente ed ecologicamente.

AGGIUSTARE I PREZZI: Il costo degli alimenti nei supermercati sta diventando insostenibile, mentre ai produttori arriva solo una minima parte del prezzo finale. Chiediamo alle Istituzioni di intervenire immediatamente per garantire un giusto prezzo al cibo, equo per chi compra e per chi produce.

FAR PAGARE I RESPONSABILI: Chi rompe paga. Vogliamo che a finanziare questa transizione verso un sistema agricolo più sostenibile non siano le nostre tasse ma siano, piuttosto, gli extraprofitti dei reali responsabili della crisi attuale – la finanza, la GDO, i top manager delle multinazionali del cibo e l’industria del fossile.

 

Ultima Generazione

Un nuovo Manifesto di Ventotene?

Lo sguardo sulla Terra da un satellite artificiale ha lasciato folgorati quasi tutti gli astronauti che lo hanno potuto gettare, tanto da indurre alcuni a cambiare completamente il loro modo di pensare. La Terra, ha dichiarato uno di loro, mi è apparsa un corpo unico, tutto interconnesso, molto fragile, tormentato dagli interventi umani. Quelle prime immagini pervenute dallo spazio avevano folgorato anche James Lovelock e Lynn Margulis, spingendoli a elaborare la teoria, o la visione, di Gaia: la Terra è un unico grande organismo che si autoregola, tenuto in vita da tutto ciò che la ricopre e la popola – acqua, aria, suolo ed ecosistemi – mentre molti degli interventi umani ne sono la malattia. E’ la verità dell’Antropocene, l’era della trasformazione della realtà fisica della Terra, ma anche della sua devastazione, da parte della specie umana.

Niente ci avvicina alla Terra più di quello sguardo da lontano. Per questo quelle immagini andrebbero mostrate, illustrate, commentate e approfondite il più spesso possibile nelle scuole, sui media e in ogni sede del discorso pubblico, perché parlano più e meglio di qualsiasi teoria e ne sono premesse e complementi indispensabili.

Con la crisi climatica e ambientale ci stiamo avvicinando a grandi passi all’orlo di un baratro da cui non si torna indietro. Molti ne sono consapevoli, ma pochi (e tra questi la quasi totalità dell’establishment politico, finanziario, industriale e dei media di tutto il mondo) trovano la voglia, la forza o la capacità di misurarsi con il problema. Molti altri abitanti della Terra ne percepiscono il rischio in modo indistinto e irriflesso a partire da quanto sta cambiando sotto i loro occhi: non solo il clima, soprattutto quando sono vittime di eventi metereologici estremi, ma anche “la natura”, il vivente e persino l’ambiente costruito e manomesso. Pochi ne sono realmente all’oscuro. A spingere il carro dell’indifferenza è per lo più l’attaccamento ad abitudini o privilegi a cui non si sa rinunciare, ma soprattutto la paura di rimanere soli e indifesi, molto più di una vera adesione alle tesi di coloro che hanno fatto del negazionismo climatico una professione, per lo più ben retribuita dall’industria del petrolio e affini. Ma nessuno, comunque, sembra vedere nella guerra, nelle tante guerre in corso, un acceleratore micidiale della crisi climatica e ambientale, e con essa, e per essa, anche della nostra umanità.

Per noi che invece siamo consapevoli della minaccia esistenziale (è una parola di moda) rappresentata dalla crisi climatica e da tutto ciò che ne consegue, la guerra è il culmine e il punto di approdo di un modo di agire e pensare diffuso, indotto dai poteri dominanti, che da decenni hanno consapevolmente deciso di sacrificare la salvaguardia della nostra vita su questo pianeta all’imperativo della “crescita” del prodotto interno lordo (il PIL); che altro non è che ciò che Marx, e tanti con lui, chiamavano – e ora non chiamano più – “accumulazione del capitale”.

Quindi, tutto ok per quanto riguarda la decarbonizzazione, purché non intralci la crescita, anzi, purché contribuisca, in tutto o in parte, ad alimentarla. Se no, lasciamola perdere! Così è stato lungo tutta la trentennale sequenza delle CoP per l’attuazione dell’Accordo Quadro sul Clima, che hanno continuato a riunire ogni anno decine e decine di migliaia di “addetti ai lavori” senza mai definire né imporre delle misure efficaci, e avvolgendo invece tutto in un velo di ipocrisia. Trump, con il suo negazionismo climatico a base ostentatamente affaristica e antiscientifica, non ha fatto che accelerare la fuga dalla decarbonizzazione delle tante banche, imprese e istituzioni che vi si erano – a parole – impegnate, ma che, fiutando l’aria, avevano già imboccato la propria ritirata anche prima del suo ritorno al governo degli Stati Uniti.

Ma la guerra in Ucraina, come le altre in corso, avrebbe dovuto far riflettere: sostenerle, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo, è la negazione assoluta di ogni aspirazione, progetto o ipotesi di conversione ecologica. Perché sotto il cappello della conversione ecologica si raccoglie tutto ciò che risulta condizione o conseguenza di una transizione energetica effettiva: pace, ambiente, diritto alla vita, dignità, democrazia, decentramento, eguaglianza, salute, istruzione, mentre la guerra, con il suo consumo di combustibili e materiali, l’inquinamento di suolo, aria e acque, la devastazione di edifici, impianti, strade, ponti, macchinari, la distruzione di vite e di esistenze, il comando che non può essere discusso, è la negazione di tutte quelle cose.

Ma quelle distruzioni non sono forse anche un arresto della crescita, dell’accumulazione del capitale, dell’economia? No: accumulazione del capitale non è la stessa cosa che capitale accumulato. La prima è un processo, il motore dello sviluppo capitalistico e della società che esso modella, il secondo è uno stock di beni che può anche essere azzerato, purché la prima non si interrompa, anche ricominciando da capo. Così la produzione bellica, per sostituire, integrare, accrescere le armi impiegate o distrutte in guerra può alimentare la crescita al posto delle industrie che non lo fanno più, come quella dell’auto, o non possono essere attive sotto le bombe, come quella delle costruzioni. Dunque, anche per l’Europa la guerra non è un’alternativa alla crescita, come lo è invece alla conversione ecologica, anzi, ne sta diventando il supporto. Anche per questo, nei tre anni della guerra in Ucraina, non c’è stata una sola iniziativa o un solo cenno di mediazione da parte dell’Unione Europea o di uno dei suoi Stati membri.

Non possiamo più, se mai l’abbiamo fatto, continuare ad affidarci a coloro che hanno da tempo imboccato quella strada; la loro cultura, i loro interessi, le loro abitudini, la loro ignoranza vanno tutte in quella direzione. Né possiamo contare sulle divergenze tra i Governi degli Stati europei per un’inversione di rotta. Ci vuole un taglio netto tra chi sta ai vertici ed è responsabile di quella deriva e tutti coloro che si ritrovano alla base della piramide sociale e vorrebbero vivere in un mondo diverso e senza guerre.

Il percorso per invertire rotta passa attraverso il ritiro della delega concessa a Stati e Governi, che peraltro l’hanno da tempo ceduta, a loro volta, alla finanza internazionale. E lo sviluppo dell’iniziativa di base non può darsi che abbandonando l’ossessione dei confini da “difendere” dai migranti e da nemici costruiti ad arte, per lo più con la menzogna.

Il confederalismo democratico del Rojava, multietnico, egualitario, partecipato e femminista, un processo in corso, ma forse anche la constatazione che l’obiettivo dei due Stati in Palestina è ormai irrealizzabile, e che l’unica soluzione prospettabile, un sogno a venire, certamente “a lungo termine”, è la convivenza, su un piede di parità, di due comunità diverse in un unico territorio che non sia più uno Stato, alludono entrambe alla direzione che dovrebbe imboccare una rifondazione dell’Europa orientata non alla guerra ma alla conversione ecologica.

Di fronte ai venti di guerra che stanno investendo l’Europa, occorre un ripensamento radicale come quello che oltre ottant’anni fa, nel pieno dell’offensiva nazifascista, aveva indotto tre militanti imprigionati e isolati in uno sperduto angolo dell’Europa a concepirne la rinascita in una visione che allora sembrava assurda. Rispetto a loro abbiamo il vantaggio di non essere solo in tre, ma molti di più, di non essere prigionieri, ma ancora liberi di circolare e confrontarci e di non essere già in piena guerra mondiale, ma di poterla ancora fermare. Forse è arrivato il momento di redigere insieme un nuovo “Manifesto di Ventotene” o qualcosa di analogo, adattato al nostro tempo, per prospettare una rinascita dal basso dell’Europa tenendo ferma la rotta della conversione ecologica. Può sembrare un’utopia assurda, ma certo non più pazza di quella che aveva ispirato i Tre di Ventotene.

 

Guido Viale

È possibile una transizione energetica che tuteli l’ambiente, la biodiversità e il suolo?

La domanda è stata posta agli esperti intervenuti al convegno sul tema AGRICOLTURA, PAESAGGIO, ENERGIA SOLARE organizzato a Mortara sabato 22 marzo dall’Associazione Futuro Sostenibile in Lomellina ODV.

Vi hanno partecipato Niccolò Rizzati, ricercatore alla Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università di Piacenza, e Caterina Grimaldi, referente dell’associazione di protezione ambientale Gruppo di intervento giuridico (GrIG) che dal 2022 ha svolto 85 ricorsi, 35 costituzioni di parte civile in procedimenti penali e oltre 3˙500 azioni legali e iniziative di tutela del patrimonio ambientale e storico-culturale italiano, in più di 3˙000 dei casi ottenendo l’intervento delle amministrazioni pubbliche competenti o della magistratura.

L’incontro con loro ha coinvolto i cittadini della Lomellina ad affrontare la questione del consumo di suolo provocato dalla diffusione delle “piantagioni” di impianti fotovoltaici che incombe sui terreni agricoli del territorio e a conoscere le potenzialità del sistema agrivoltaico, ovvero dell’installazione di pannelli fotovoltaici che permettono l’uso dei campi simultaneamente per l’agricoltura e per la produzione di energia elettrica.

Il sistema definito agrivoltaico nel saggio scientifico Combining solar photovoltaic panels and food crops for optimising land use: Towards new agrivoltaic schemes pubblicato nel 2011 e dall’Istituto Fraunhofer, un ente tedesco che aggrega 76 centri accademici e di ricerca dediti alla verifica delle soluzioni di scienza applicata e il cui direttore Adolf Goetzberger nel 1981 aveva immaginato possibile “coltivare patate sotto ai pannelli fotovoltaici (Kartoffeln untern dem Kollektor, in Sonnenenergie  – n° 3 / 1981) e dal Clean Energy Council australiano agrisolare, è evoluto dalle sperimentazioni di solar sharing (condivisione solare) condotte dal 2004 in Giappone, dove l’ingegner Akira Nagashima sviluppò dei prototipi di strutture fisse e rimovibili.

La sua implementazione, che in Europa è perseguita dalle strategie del Green Deal e in Italia è incentivata dal PNRR, parrebbe congeniale in Lomellina, un’area agroindustriale estesa in 3 milioni di metri quadrati, popolata da oltre 214 mila abitanti residenti in 57 comuni: «Con questa iniziativa che ha focalizzato l’attenzione sull’impiego del fotovoltaico in relazione al consumo del suolo e alle sinergie con l’agricoltura abbiamo iniziato un percorso indirizzato alla promozione della formazione di comunità energetiche – ha annunciato Alda La Rosa, presidente dell’associazione Futuro Sostenibile in Lomellina  – Una prospettive che necessita di valutare le soluzioni tecnologiche e, allo scopo, disporre di quanto più aggiornate e approfondite informazioni riguardo a pregi e benefici e a pericoli e svantaggi di ciascuna alternativa».

Le molteplici, e complesse, correlazioni tra sviluppo economico, innovazione tecnologica, salvaguardia della biodiversità e dell’ambiente, tutela del suolo e protezione del paesaggio rurale sono questioni molto attenzionate in Lomellina, una zona agroindustriale al centro della Pianura Padana.

Nell’area, compresa tra il Po, il Sesia e il Ticino, si producono moltissimi beni alimentari di pregio, in particolare tipicità come la cipolla rossa di Breme e specialità come il salame d’oca di Mortara, e sono coltivati ortaggi, fagioli, colza, orzo, farro, grano saraceno e granturco, girasoli e soia e, principalmente, il riso.

L’associazione Futuro Sostenibile in Lomellina infatti ha sede in un antico borgo rurale, Castello d’Agogna, dove nella struttura attrezzata con laboratori di analisi e nell’annessa Azienda Agricola Sperimentale opera il Centro Ricerche sul Riso dell’Ente Nazionale Risi istituito nel 1931 per perseguire la “tutela della produzione risicola nazionale e delle attività industriali e commercio che vi sono connesse” con attività finalizzate al miglioramento della produzione e della trasformazione del prodotto.

Recentemente l’associazione è intervenuta, insieme ad altre 31 ecologiste e ambientaliste della provincia pavese, sulla questione dello smaltimento dell’amianto e del processo di trattamento del cemento-amianto nelle discariche della circoscrizione e, in particolare, della Lomellina, che confina con il Monferrato dove dal 1907 fino al 1986 è stato incessantemente attivo uno stabilimento della multinazionale Eternit.

di Maddalena Brunasti

RIFERIMENTI :

·       Associazione Futuro Sostenibile in Lomellina ODV

·       Rete Comitati e Associazioni Ambiente Pavese

·       associazione di protezione ambientale GrIG

Redazione Piemonte Orientale

Australia, barriere coralline a rischio scomparsa entro il 2055

A causa del riscaldamento globale, la Grande Barriera Corallina meridionale ha registrato gravi livelli di sbiancamento dei coralli, dati che mostrano un preoccupante aumento del fenomeno. Gli oceani, sempre più caldi e acidi, stanno vivendo profondi squilibri che, secondo alcune stime, potrebbero provocare la scomparsa di grandi barriere coralline entro il 2055.

Gli studi allarmanti sulla Grande Barriera Australiana

A rivelare la gravità della situazione è stato il team di biologi dell’Università di Sydney, che nel gennaio 2025 ha pubblicato la ricerca “Catastrophic bleaching in protected reefs of the Southern Great Barrier Reef”. Lo studio documenta livelli di sbiancamento mai registrati prima e l’impatto devastante su una vasta gamma di specie di coralli.

“Per oltre 161 giorni – afferma lo studio condotto dal team della professoressa Maria Byrne della School of Life and Environmental Sciences – abbiamo monitorato la salute di 462 colonie di coralli, partendo dal picco dell’ondata di calore al raffreddamento autunnale e invernale. A febbraio e aprile rispettivamente il 66% e l’80% delle colonie erano sbiancate. A maggio il 44% delle colonie sbiancate era morto e il 53% a luglio. A luglio il 31% delle colonie era ancora sbiancato e il 16% si era ripreso”.

I seri rischi a cui sono sottoposte le barriere coralline sono stati analizzati anche da tre scienziati, Renée O. Setter, Erik C.Franklin e Camillo Mora con lo studio “Co-occurring anthropogenic stressors reduce the timeframe of environmental viability for the world’s coral reefs”, presentato nel 2022 alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Nell’analisi, gli autori esplorano come i disturbi antropogenici, come il riscaldamento globale e l’inquinamento, stanno ponendo sfide senza precedenti all’esistenza degli ecosistemi, con stime sulla velocità con cui gli stressor antropici riducono il tempo di sostenibilità ambientale delle barriere coralline, sia in Australia che nel mondo. Il professor Setter e gli altri colleghi scienziati hanno dimostrato che l’anno in cui le condizioni diventeranno inadatte alla sopravvivenza di una barriera corallina è il 2055, tenendo presente più fattori di stress ambientale. In base a un’analisi realizzata considerando tutti i fattori di rischio, tali condizioni si presenteranno entro il 2035.

Perché dovremmo preoccuparci?

Nonostante la gravità del fenomeno, non tutti comprendono a pieno le implicazioni del “coral bleaching” sulla nostra sopravvivenza. La distruzione delle barriere coralline, infatti, ha effetti diretti non solo sulla biodiversità marina, ma anche sulla sicurezza alimentare, sull’economia e sulla protezione costiera.  “I servizi ecosistemici cruciali che le barriere coralline tropicali forniscono come habitat per una vasta biodiversità e nel fornire sicurezza alimentare, entrate e protezione della costa per l’umanità – conclude la ricerca dell’Università di Sidney – dipendono dall’integrità dei coralli, organismi fondamentali. In un oceano che si riscalda rapidamente, le barriere coralline sono in pericolo. Come conferma la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), il quarto evento globale di sbiancamento dei coralli è iniziato nei Caraibi ed è stato seguito dallo sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina. Le temperature più elevate da secoli hanno così causato gravi impatti in vaste aree del mondo”.

La rapida distruzione delle barriere coralline, accelerata dal riscaldamento globale, minaccia non solo la biodiversità marina, ma anche l’alimentazione e la protezione costiera. Senza un’azione immediata, le barriere coralline potrebbero scomparire entro il 2055, con conseguenze devastanti per il nostro pianeta.

Federica Mantovani della 5C del Liceo Scienze Umane “Duchessa di Galliera”, Genova, nel contesto del ciclo sull’Antropocene promosso dal Campus del Cambiamento.

 

Redazione Italia

Ultima Generazione al Macdonald’s di Varese

ULTIMA GENERAZIONE: VARESE, IN AZIONE AL MCDONALD’S

Volantini per denunciare un sistema di sfruttamento del lavoro e distruzione della terra

Varese, 24 marzo 2025 – Oggi, alle ore 13.30 in via Giuseppe Bolchini, cinque persone aderenti alla campagna Il Giusto Prezzo di Ultima Generazione, sono entrate presso il ristorante McDonald’s Varese Stadio.

Le persone hanno aperto degli striscioni con scritto Il Giusto Prezzo e Ultima Generazione e distribuito volantini, per presentare la nuova campagna il “Giusto Prezzo”, parlare con i clienti del fast food e denunciare i danni ecologici e di salute che causa il sistema alimentare e di sfruttamento del lavoro promosso da McDonald’s e da Inalca (azienda italiana di produzione di carne che collabora con la multinazionale statunitense).

Sul posto è intervenuta la polizia che ha identificato i partecipanti.

RISPONDIAMO ALLA PROPOSTA DEL PROF BURIONI

Un lavoratore di McDonald’s percepisce un salario di 6,50 € l’ora.
Un compenso ridicolo rispetto alla fatica e ai ritmi massacranti che deve affrontare ogni giorno.

Ma forse questo il professor Burioni, che dopo la nostra azione da Cracco ci invita con sdegno a protestare da McDonald’s, non lo sa.

Curioso poi che un uomo di scienza sembri suggerire McDonald’s come soluzione per le famiglie italiane, ignorando il fatto che parliamo di cibo ultra-processato, pieno di aromi sintetici, studiato per creare dipendenza e prodotto da un sistema che devasta l’ambiente.

Deforestazione, allevamenti intensivi, spreco di risorse: tutto per continuare a vendere hamburger a basso costo a discapito del pianeta.
Diteci, professore, è una nuova linea guida nutrizionale o solo un consiglio su dove stare zitti e buoni?

Paolo, 23 anni, cuoco locale ed ex dipendente di McDonald’s, ha dichiarato: Noi chiediamo un Giusto Prezzo per loro, che lavorano duramente per preparare i pasti di McDonald’s e vengono ripagati con appena 6,50 € all’ora.
Un compenso miserabile rispetto ai ritmi estenuanti e alla fatica che sopportano ogni giorno. Dov’è la giustizia in questo? E non sono solo loro.

Dietro il bancone c’è un’intera filiera di lavoratori sfruttati, invisibili, senza diritti, che rendono possibile questa produzione di massa. Un sistema che calpesta le persone e ci vende cibo che ci fa ammalare.

Ma allora, qual è il vero prezzo di tutto questo? Non esiste un “giusto prezzo” per la nostra salute fisica e mentale, giusto?!

TRE EURO E NOVANTA PER UN PASTO DA MCDONALD’S NON SONO UN GIUSTO PREZZO

E’ stata questa la campagna della multinazionale americana dal 19 febbraio al 18 marzo scorso.
Ma quello di McDonald’s è un cibo che fa ammalare di obesità e di diabete, prodotto con lo sfruttamento delle risorse naturali, dei grandi allevamenti intensivi con enormi emissioni di CO2, dei lavoratori del settore agricolo in tutto il pianeta.

LA CAMPAGNA “IL GIUSTO PREZZO”

Viviamo in un mondo distorto, avvolto in una totale illusione di abbondanza.
Passeggiando tra le luci dei supermercati, con scaffali traboccanti e frutti perfetti, nessuno vede cosa si nasconde dietro: eventi climatici estremi che distruggono i raccolti, case, vite, e piccoli agricoltori schiacciati da prezzi imposti, debiti e regole scritte per avvantaggiare solo la grande distribuzione organizzata, l’agribusiness e i manager delle multinazionali.
Per questo, la crisi climatica è sempre più spesso sinonimo di chiusura della propria azienda. Dall’altra parte, le famiglie italiane vedono i prezzi dei beni e servizi essenziali salire inesorabilmente, mentre i salari sono fermi da anni.

COSA CHIEDIAMO?

PROTEGGERE I RACCOLTI: L’agricoltura italiana sta affrontando una crisi senza precedenti.
Siccità, ondate di calore, grandinate e alluvioni devastano i campi, compromettendo raccolti e coltivazioni.
Dobbiamo proteggere i raccolti e, per farlo, è necessario promuovere una transizione verso un nuovo sistema agricolo che sia resiliente e sostenibile economicamente ed ecologicamente.

AGGIUSTARE I PREZZI: Il costo degli alimenti nei supermercati sta diventando insostenibile, mentre ai produttori arriva solo una minima parte del prezzo finale.
Chiediamo alle Istituzioni di intervenire immediatamente per garantire un giusto prezzo al cibo, equo per chi compra e per chi produce.

FAR PAGARE I RESPONSABILI: Chi rompe paga.
Vogliamo che a finanziare questa transizione verso un sistema agricolo più sostenibile non siano le nostre tasse ma siano, piuttosto, gli extraprofitti dei reali responsabili della crisi attuale – la finanza, la GDO, i top manager delle multinazionali del cibo e l’industria del fossile.

Ultima Generazione

La guerra per la crescita, la crescita per la guerra

Luigino Bruni, economista e teologo, scrive: «Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità europea, ha confermato la tesi di Montesquieu: “L’effetto naturale del commercio è il portare la pace” (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi: “Gran fonte di guerre è il commercio”, perché “lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste” (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, – si chiede Bruni – il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà?». (Luigino Bruni, Come il capitalismo si sta alleando con la cultura bellica e illiberale. – Avvenire, martedì 25 febbraio 2025).

Sulla stessa linea di ricerca il giurista Gustavo Zagrebelsky: «La globalizzazione sembrò a molti promettere un futuro in cui la concorrenza commerciale illimitata avrebbe sostituito la guerra. È un abbaglio che viene da lontano. Trecento anni fa, quel burlone di Voltaire, nella IV lettera filosofica, s’era commosso: “Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corte reali: vi troverete riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’un con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta”». (Gustavo Zagrebelsky, Facilitatori di pace al tempo di guerra – la Repubblica, 31 dicembre 2024).

L’idea che l’economia in un mercato più o meno regolamentato conduca alla pace – oltre che al benessere materiale per tutti i popoli che vogliano seguire tale modello – è ancora ampiamente condivisa e sostenuta dalle liberaldemocrazie e dalle socialdemocrazie. Come abbiamo visto, affonda le sue radici nel liberalismo dell’Illuminismo, da Montesquieu a Voltaire fino a Kant, per incontrare Jeremy Bentham e Herbert Spencer e approdare a Norman Angell, premio Nobel per la pace nel 1933. L’economia come veicolo per la pace, dopo la Seconda guerra mondiale, trova sostenitori in Lord John Maynard Keynes, Kenneth Boulding e negli Economists for Peace and Security.

Ultimamente, dopo il ritorno delle guerre in Europa, un gruppo di economisti keynesiani di sinistra, tra cui Emiliano Brancaccio, ha prodotto un appello The Economic Conditions for the Peace (pubblicato dal Financial Times il 17 febbraio 2023) che chiede di «creare le condizioni economiche per la pacificazione mondiale prima che le tensioni militari raggiungano un punto di non ritorno».

L’approccio che seguono gli economisti per la pace è pragmatico, basato su dati evidenti e perciò ritenuto più convincente. Facendo leva sugli interessi concreti delle persone è possibile convincere i governi a non sprecare risorse nelle guerre. La pace conviene, evidentemente, anche da un punto di vista strettamente economico. Applicando criteri di valutazione “costi-opportunità” della macroeconomia classica, “a conti fatti”, il solo mantenimento di uno stato permanente di deterrenza armata anche in “tempo di pace” sottrae denaro allo sviluppo economico e sociale. A ciò va aggiunta la distruzione netta e diretta di risorse materiali nel corso degli inevitabili conflitti militari (perdita di capitale fisso, umano, sociale, naturale). (Si legga anche quanto scrive Raul Caruso in Economia di pace, Il Mulino, 2017).

La tesi degli economisti per la pace è che – al netto di altre motivazioni d’ordine ideologico e identitario, religiose, razziali, nazionaliste che possono portare i popoli a odiarsi e aggredirsi – lo scontro per motivi economici può sempre essere ricomposto usando gli stessi strumenti che regolano le attività economiche – senza ricorrere alle guerre. Una corretta politica economica, infatti, dovrebbe tendere a un equo accesso alle risorse e a una giusta redistribuzione degli utili consentendo di soddisfare le esigenze di tutte le popolazioni della Terra, rappacificandole. È la teoria della crescita economica in un sistema regolato di libera concorrenza variamente illustrata da metafore come quelle dei “vasi comunicanti” o della marea che alza nel porto tutte le barche (quelle dei ricchi e quelle dei poveri) o del trickle-down effect (sgocciolamento della ricchezza). Le politiche economiche democratiche sono state viste come “antidoto” alla legge primordiale del più forte praticata in altre fasi del capitalismo sfociate nel colonialismo e nell’imperialismo.

Lo sviluppo economico per il benessere di tutte e tutti come arma di pace, quindi?

Teoricamente l’idea che persone, comunità e popoli intenti a migliorare le proprie condizioni materiali collaborino e cooperino gli uni con gli altri per massimizzare i risultati del proprio lavoro è quanto di più bello e desiderabile si possa immaginare. La società che tutti vogliamo è operosa e pacifica.

Il guaio, il “baco” che fa fallire l’idea dello sviluppo progressivo del benessere economico, si annida dentro il modello stesso della crescita economica.

Se si assume, infatti, come scopo ultimo dell’attività economica quello dell’aumento indefinito e illimitato dei beni e dei servizi da offrire alle persone si innesca una corsa competitiva tra le imprese senza fine. Si finisce per perdere di vista lo scopo (il benessere, non il consumo) e il senso dell’impresa economica (soddisfare bisogni autentici delle persone, non accumulare valori monetari). La crescita per la crescita trasforma il mezzo (l’economia) in fine. Ciò che Serge Latouche ha apostrofato in vari modi: “paneconomia”, “apoteosi dell’economia”, “totalitarismo dell’economia”, ossia che: «La monetizzazione di ogni cosa provoca il collasso delle significazioni.» (Serge Latouche, L’invenzione dell’economia, Bollati e Boringhieri, 2010).

Si finisce così per mettere in moto un «Un ciclo – bene descritto dall’antropologo Jason Hickel – che si autoalimenta, un tapis roulant in continua accelerazione: il denaro diventa profitto che diventa più denaro che diventa più profitto». La crescita è un imperativo strutturale, una legge ferrea del capitalismo, poiché il suo fine non è l’utilità del prodotto che l’impresa capitalista mette sul mercato ma il profitto che la sua vendita permette di realizzare. Da qui la necessità di creare continuamente nuovi mercati, nuovi oggetti, nuovi bisogni. «Se non si cresce si crolla» (Jason Hickel, Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta. Il Saggiatore 2020. Titolo originale: Less Is More: How Degrowth Will Save The World).

L’economia iscritta nella logica della crescita non conduce, quindi, a realizzare un equilibrato sistema di relazioni tra gli esseri umani e men che meno tra questi e gli ecosistemi naturali. Al contrario scatena rivalità e promuove le competizioni, incentiva l’avidità, non tiene conto dei limiti biogeofisici del pianeta (il metabolismo naturale). L’economia della crescita non assomiglia affatto al “dolce commercio” immaginato da Montesquieu e nemmeno alla “globalizzazione che funziona” ipotizzata da Joseph Stiglitz. Al contrario l’economia che ha al centro le ragioni del capitale ha bisogno, ieri come oggi, delle cannoniere che presidiano le rotte mercantili e gli oleodotti, di basi militari che controllano le zone di influenza, di eserciti sul campo che occupano i giacimenti minerari e i pozzi di petrolio e di polizia nelle piazze.

Mai dalla Seconda guerra mondiale ci sono state tante guerre aperte come oggi. Mai la spesa militare è schizzata come dopo il crollo del muro di Berlino.

Tornando a Luigino Bruni: «Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.»

C’è un difetto di origine nel sistema economico oggi imperante – chiamiamolo con il suo nome: capitalismo – che lo rende strutturalmente inadatto alla pace. Il motore di questa economia è l’avidità e il risultato non può che essere rivalità, ostilità e antagonismo tra le persone, tra le comunità, tra gli stati. Per “ripudiare” la guerra e togliere il fucile dalla spalla dell’economia è necessario inventare e praticare un’economia di pace. Un’economia disarmata, war free.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 54 di Aprile- Maggio 2025: “L’Europa che non c’è“ – pubblicato anche su attac-italia

 

Paolo Cacciari

Ultima Generazione, tre processi la scorsa settimana

La scorsa settimana presso i tribunali di Firenze e Roma si sono tenute le udienze di tre processi a carico di Ultima Generazione.

Firenze – 17 marzoimbrattamento del MEF; persone coinvolte 5, capi di imputazione: art. 110 cp; art. 18 TULPS, artt. 110, 639 cp. Il giudice ha rinviato l’udienza al 19 maggio 2025

Roma – 18 marzocoloramento fontana Quattro Fiumipersone coinvolte 4, capi di imputazione: artt. 110, 112, c.1 c.p., art.  518 duodecies c. 2 c.p. Il giudice ha aggiornato il processo all’11 settembre 2025

Roma – 20 marzoblocco Tor di Quinto; persone coinvolte 10, capi di imputazione: artt. 110 e 112 c.1 c.p.; art. 340 c.1 c.2 c.p. Il giudice ha fissato la prossima udienza predibattimentale al 2 ottobre 2025

Al via la campagna “Il giusto prezzo”

L’Italia sta affrontando una crisi agricola senza precedenti. Il prezzo dell’olio, della frutta e di altri generi alimentari di base è raddoppiato negli ultimi dieci anni. Dietro questi aumenti ci sono fenomeni climatici estremi come siccità, alluvioni e grandinate, che stanno mettendo in ginocchio l’agricoltura italiana. Ma la crisi non colpisce solo i consumatori: anche gli agricoltori si trovano in difficoltà, schiacciati tra la crisi climatica e le logiche della grande distribuzione organizzata, che li costringe a vendere i loro prodotti a prezzi irrisori. Oggi su 100 euro di spesa solo 7 ritornano al produttore: serve un’alleanza di produttori e consumatori, entrambi vittime dell’inflazione climatica. Per affrontare questa emergenza e costruire un’alleanza tra agricoltori e famiglie italiane preoccupate per il futuro, abbiamo lanciato martedì 19 febbraio la nostra nuova campagna: “Il Giusto Prezzo”.

Cosa chiediamo?

Proteggere i raccolti: L’agricoltura italiana sta affrontando una crisi senza precedenti. Siccità, ondate di calore, grandinate e alluvioni devastano i campi, compromettendo raccolti e coltivazioni. Dobbiamo proteggere i raccolti e per farlo è necessario promuovere una transizione verso un nuovo sistema agricolo che sia resiliente e sostenibile economicamente ed ecologicamente.

Aggiustare i prezzi: Il costo degli alimenti nei supermercati sta diventando insostenibile, mentre ai produttori arriva solo una minima parte del prezzo finale. Chiediamo alle Istituzioni di intervenire immediatamente per garantire un giusto prezzo al cibo, equo per chi compra e per chi produce.

Far pagare i responsabili: Chi rompe paga. Vogliamo che a finanziare questa transizione verso un sistema agricolo più sostenibile non siano le nostre tasse ma siano, piuttosto, gli extraprofitti dei reali responsabili della crisi attuale – la finanza, la GDO, i top manager delle multinazionali del cibo e l’industria del fossile.

Prossimi processi:

I nostri canali

Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web:

Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.

Ultima Generazione

Inceneritore Montello Spa, Paola Pollini: “Presentata nuova interrogazione alla giunta regionale”

Ho presentato una nuova  interrogazione, alla Giunta regionale, sul progetto del nuovo impianto di incenerimento di rifiuti presentato dalla società Montello Spa, già operativa nel settore del trattamento e riciclo dei rifiuti in provincia di Bergamo. Le criticità sollevate sono molteplici e tutte dovrebbero portare ad un deciso, quanto ovvio, rigetto del progetto da parte degli enti interessati. In primo luogo sul sito in questione è presente un “criterio ostativo” relativamente alle fasce di rispetto ai territori di pregio delle produzioni DOC e DOCG, che per legge costituiscono aree “non idonee” alla localizzazione di impianti di smaltimento di rifiuti, come è l’impianto di termovalorizzazione proposto dalla società.
Inoltre, il sito risulta confinante con il PLIS dei Castelli del Tomenone, oltre che a due aree caratterizzate da elementi di secondo livello della Rete ecologica regionale: a nord il PLIS delle Valli d’Argon e a sud un contesto di elevata naturalità costituito da paesaggio collinare debolmente antropizzato con presenza di versanti boscati.
Senza dimenticare che il Piano Regionale dei Rifiuti afferma che la Lombardia, e soprattutto i lombardi, non abbiano bisogno di nuovi inceneritori perché quelli già esistenti (dodici) necessitano di importare rifiuti da fuori regione per poter funzionare. Di conseguenza, la realizzazione del 13esimo inceneritore, significherebbe non lo spegnimento di un altro bensì l’aumento dell’import di rifiuti, confermando per la Lombardia in non ambito titolo di pattumiera d’Italia.
Se tutto ciò non bastasse, basterebbe che la provincia di Bergamo attivasse la procedura prevista da una recente norma regionale, che chiamerò “Ecowatt” dal nome dell’inceneritore sulla quale è stata costruita e che si trova in provincia di Lodi. La norma prevede che tutti gli iter di autorizzazione di nuovi inceneritori, o di potenziamento di esistenti, siano sospesi fin tanto che Regione non approva una delibera contenente nuovi criteri localizzativi e comunque non oltre il 31 ottobre.
La delibera dovrebbe raccogliere le osservazioni formulate dalle Province che intendono tutelare i propri territori oggetto di richiesta di realizzazione di nuovi inceneritori, come quello della Montello, o di potenziamento di esistenti come quello della “Ecowatt” nel lodigiano. L’effetto è un immediato stop della procedura autorizzativa che potrebbe, anche da solo, essere sufficiente per far desistere il proponente dal voler proseguire nell’iter che, salvo nuovi criteri escludenti, dovrebbe comunque ricominciare dopo il 31 ottobre.
Se la norma fosse effettivamente applicabile al caso in questione, la Conferenza di Servizi del prossimo 21 maggio dovrebbe chiudersi in pochi minuti, stabilendo la sospensione dell’iter autorizzativo e un aggiornamento a dopo il 31 ottobre.
Paola Pollini, MoVimento 5 Stelle

Redazione Sebino Franciacorta