Il giornalista americano Vincent Bevins propone un saggio,“Se noi bruciamo, dieci anni di rivolte senza rivoluzione”, recentemente uscito presso Einaudi, in cui attraverso un lungo viaggio d’inchiesta in vari Paesi, racconta e analizza le ribellioni del periodo 2010-2020. Un libro importante su cui riflettere.
Sin dalle loro origini i movimenti rivoluzionari nati nell’Ottocento si sono posti la questione di quale modello organizzativo adottare.
In particolare con la nascita del movimento operaio la questione è diventate fondamentale. Le principali componenti, comunista, socialista e anarchica, si sono confrontate anche con toni aspri, un dibattito che come sappiamo ha comportato lacerazioni, scissioni e anche conflitti drammatici.
In particolare la vittoriosa rivoluzione russa ha sostanzialmente ridotto a due le visioni: da un lato quella leninista, incentrata sul partito d’avanguardia, rigidamente formato da militanti di professione, con il compito di guidare le dinamiche sociali e il nuovo Stato socialista, una linea come sappiamo degenerata nell’autoritarismo, nel dispotismo dei quali lo stalinismo è stato il drammatico e criminale interprete; dall’altra la linea libertaria, da non considerare piattamente “spontaneista”, quindi immune da qualunque modello organizzativo, ma incentrata su modalità non verticistiche, esplicitate dalla varie esperienze consiliari, tese a creare una società socialista non statalista, ma comunitaria e il più possibile orizzontale. Esperienze eredi di quello che David Graeber ha sintetizzato nel concetto di “comunismo diffuso” che ha caratterizzato le varie fasi della storia dell’umanità. In sostanza le “società senza Stato” o, citando il saggio di Pierre Clastres “Le società contro lo Stato”.
Il Novecento ci ha consegnato il fallimento delle principali rivoluzioni che hanno visto i rispettivi partiti comunisti andare al potere. Al di là delle peculiarità delle varie società e della loro storia, a deragliare è stato il modello rivoluzionario tradizionale, la ipotizzata “dittatura del proletariato”, già di per sé sbagliata, ha dato vita alla dittatura del partito e alla sviluppo di un imponente sistema poliziesco di controllo con tutte le relative, risapute, conseguenze.
Con l’avvento del terzo millennio i movimenti che sono nati in varie parti del mondo, nella maggior parte dei casi hanno visto affermarsi il secondo modello: dalla rivolta di Seattle del 1999 e la crescita delle istanze altermondialiste, alle rivolte scoppiate successivamente nei diversi continenti, la concezione classica e ortodossa è stata soppiantata da dinamiche strutturate, almeno apparentemente, sulla falsa riga dei vecchi principi libertari.
E proprio alla storia delle ribellioni tra il 2010 e il 2020 è dedicato un testo importante sul quale vale la pena riflettere. Ci riferiamo a “Se noi bruciamo” (Einaudi 2024, 376 pagine, 32 euro) scritto dal giornalista americano Vincent Bevins. Il sottotitolo è già eloquente: dieci anni di rivolte senza rivoluzioni, e fa già prefigurare il leit motiv che caratterizza il volume. Bevins, nonostante i suoi 40 anni, ha alle spalle una considerevole esperienza giornalistica che a partire dal 2011 quando è stato corrispondente in Brasile del “Los Angeles Times”, lo ha portato in diverse parti del mondo, scrivendo successivamente per altre importanti testate, Financial Times, Whashington Post, The Guardian, per citarne solo alcune, lavoro che gli ha consentito di seguire le varie rivolte.
Il suo lavoro ci accompagna in un lungo viaggio in Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud, Cile, Spagna e Grecia. Ribellioni diverse tra loro, nate su istanze non uguali, al contrario del movimenti altermondialista, su obiettivi dissimili e in certi casi molto specifici, ma che nello stesso tempo hanno in comune la spontaneità, l’assenza dei soggetti classici novecenteschi.
La prima scintilla a dare fuoco alla prateria si accende in Tunisia, dicembre 2010, con il terribile suicidio del giovane ambulante Mohamed Bouazizi che crediamo non conoscesse il gesto simile che alcuni decenni addietro aveva compiuto Jan Palach a Praga, ma scelse questa spettacolare modalità per togliersi la vita. A quanto si disse la decisione fu provocata dall’arroganza di un funzionario pubblico, ma la rivolta cui diede vita cuoceva sotto le ceneri in considerazione del regime di Ben Ali.
La Tunisia diede il via alle cosiddette “primavere arabe”. Dall’Egitto di Piazza Tahir a Il Cairo, a Gezi Park a Istanbul, per proseguire in Bahrain e Yemen la ribellione si diffonde, fino a toccare, sempre nella diversità di obiettivi e soggetti in campo nonché di governi al potere, Brasile, Cile in America Latina, Hong Kong e Corea del Sud in Asia, Spagna, Grecia e Ucraina in Europa.
L’autore si sofferma con dovizia di particolari sul Brasile dove è stato a lungo a San Paolo in qualità di corrispondente del Los Angeles Times, scrivendo anche per il quotidiano nazionale Fohla.
La vicenda brasiliana è emblematica: siamo nel 2013 al governo c’è il Partito di Lula, capo dell’esecutivo Dilma Roisseff nella grande città paulista è sindaco Fernando Haddad anche lui del PT. A scatenare il putiferio è l’aumento del costo del biglietto dei trasporti pubblici.
Può sembrare una inezia, ma in un Paese dove, nonostante gli indubbi successi delle politiche di Lula, pur con tutti i limiti, c’è una strutturale povertà, la scelta può pesare sulle tasche dei ceti popolari.
Il Movimento Passe Livre era già attivo da otto anni e attento alle dinamiche e problematiche urbane. E lui a promuovere la protesta dandosi una modalità “orizzontale”. Al suo interno ci sono punk, anarchici, attivisti vari, alcuni alle prime armi. Inizialmente a scendere in strada sono poche migliaia, ma la dura repressione poliziesca, le cui immagini inondano i social e anche le tv, ha l’effetto di moltiplicare la partecipazione, fino ad una gigantesca manifestazione di due milioni di persone, dove inevitabilmente c’è tutto e il contrario di tutto. Alla fine Haddad, come già fatto da sindaci di altre città, deve cedere e ritirare il provvedimento, ma la protesta ha gradualmente mutato volto e protagonisti, è sfuggita di mano a chi l’ha iniziata. Il Movimento Pass Livre è soppiantato dalle formazioni di destra, dagli strati sociali che hanno sempre avversato il governo socialdemocratico del Partito dei lavoratori. L’esito di tutto è noto: una inchiesta giudiziaria pilotata dalla destra porterà alle false accuse contro la Rousseff, all’arresto di Lula e al governo il fascista Bolsonaro.
Ci siamo dilungati sul Brasile, tra le varie vicende narrate da Bevins, perché in parte sintetizza determinate caratteristiche che contraddistinguono le rivolte narrate: scoppia la protesta, la brutale repressione poliziesca favorisce una partecipazione di massa prima impensabile, i social sono uno strumento prezioso per l’organizzazione e la denuncia, in un primo momento la ribellione sembra raggiungere i suoi scopi, sia se si tratta di una rivendicazione specifica, sia se bisogna cacciare il Mubarak o il Ben Ali di turno. Ma poi gradualmente a passare all’incasso sono le forze della reazione e ci si ritrova con Bolsonaro ( anche se dopo alcuni anni è stato Lula a tornare al governo), Al Sisi e via elencando.
Alla fine l’autore lascia spazio alle riflessione e ai bilanci su questi dieci anni; a distanza di tempo chiede ai protagonisti di allora quale lezione hanno tratto, cosa secondo loro non ha funzionato.
I brasiliani Mayara Viviana del Movimento Pass Livre e Fernando Haddad, già sindaco di San Paolo, seppure hanno vissuto la vicenda rivestendo ruoli molto diversi, danno la stessa risposta: nao existe vacuo politico, il vuoto politico non esiste. Se anche momentaneamente togli le redini del potere a chi lo detiene, si crea un vuoto che qualcuno riempirà immediatamente. Scrive Bevins che anche altri hanno dato la stessa risposta. “Pensavamo che la rappresentanza fosse elitarismo, ma in realtà è l’essenza della democrazia”. C’è chi, come Artem Tidva, giovane ucraino di sinistra che ha partecipato alla rivolta di piazza Maidan, confessa addirittura di “aver smesso di credere all’autorganizzazione” e afferma che prima era “più anarchico”.
Non tutte le persone ascoltate si sono orientate su queste posizioni, ma “la maggior parte sì”. Addirittura il brasiliano Rodrigo Nunes, già attivo all’inizio del millennio nel movimento altermondialista, sostiene scherzando un “leninismo in rete”.
Ma al di là di queste suggestioni o pentimenti, le stesse vicende narrate da Bevins mostrano che dietro il presunto spontaneismo, c’erano anche dinamiche organizzate. Del resto la stessa tradizione anarchica, come abbiamo ricordato all’inizio, presupponeva una organizzazione di base.
E nelle stesse piazze citate erano ben presenti gruppi strutturati, di varia ideologia. Per esempio in Ucraina, l’eterogenea Maidan ha sostanzialmente subito l’egemonia dell’estrema destra, seppure con una partecipazione minoritaria di militanti come Artem.
Forse il deficit maggiore di buona parte di queste esperienze è stata una scarsa presenza di “classe”. I soggetti sociali erano alquanto vari, esplicitando un evidente interclassismo. In questo senso un conto è protestare a New York o a Parigi, un altro a Il Cairo e fanno riflettere le parole di un rivoluzionario egiziano. Nel primo caso se ” la protesta non funziona dopo fai carriera nei media o all’università, qui se fallisci tutti i tuoi amici vanno in prigione o finiscono ammazzati”.
Per rimanere nel contesto arabo un sociologo iraniano sottolinea come nelle “primavere” fosse assente “un radicalismo che ha caratterizzato la maggior parte delle rivoluzioni del XX secolo”, riferendosi agli anni Settanta, che “condividevano un potente impulso socialista, antimperialista, anticapitalista”.
In conclusione è difficile dipanarsi di fronte ad una complessità di questioni di tale portata. Sicuramente non ci sembra ideale far rientrare dalla finestra, ciò che la storia ha definitivamente fatto uscire dalla porta principale. Rifugiarsi in una specie di “neoleninismo” è quanto mai fuorviante. Il problema non è la falsa contrapposizione tra un ipotetico “spontaneismo” e “orizzontalismo” e una forma organizzativa di un certo tipo. Forse sarebbe opportuno guardare alle esperienze migliori di questo inizio di millennio, alcune certamente presenti nelle vicende narrate, e capire come valorizzarle, attingendo anche da quel pensiero femminista che sicuramente, sul piano delle modalità organizzative, delle relazioni personali e sociali ha molto da insegnarci.
Senza dimenticarci che l’umanità è “un legno storto”, che dietro le vicende storiche piccole e grandi del passato e del presente ci sono le singole persone con tutto ciò che ne consegue.