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People Power

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes

Filippine: Democrazia, memoria e riconciliazione di fronte al dilagante autoritarismo

39 anni fa, la Rivoluzione nonviolenta People Power che pose fine alla dittatura di Ferdinand Marcos segnò una svolta nella storia delle Filippine.

Nel 1983, il dittatore Ferdinand Marcos, sostenuto dagli Stati Uniti, ordinò l’assassinio del suo rivale Benigno Aquino e impose la censura dei media. Solo Radio Veritas sfidò l’oscuramento, scatenando proteste di massa settimanali. Nel 1986, messo alle strette, Marcos indisse delle elezioni lampo. Corazón Aquino, vedova di Benigno, si impose come leader dell’opposizione. Un esercito civile di 20.000 osservatori cercò di prevenire i brogli, ma Marcos dichiarò la vittoria. Nessuno gli credette. I legislatori abbandonarono il Congresso, i boicottaggi paralizzarono le sue aziende e la Chiesa lo condannò. Gli scioperi svuotarono strade e fabbriche. Una fazione militare tentò un colpo di Stato, ma Aquino insistette sulla resistenza pacifica.

Quando Marcos ordinò alle truppe di schiacciare il dissenso, il cardinale Jaime Sin invitò alla resistenza nonviolenta. Le suore si inginocchiarono davanti ai carri armati. I cittadini offrirono ai soldati riso, acqua e fiori. Le truppe si rifiutarono di sparare. Per tre giorni, il popolo paralizzò la nazione. Alla fine Marcos fuggì e Corazón Aquino assunse il potere.

Quel 25 febbraio non divenne solo la caduta di un dittatore, ma un simbolo della capacità del popolo di sanare vecchie ferite e di forgiare una pace democratica attraverso l’azione popolare.

Oggi le Filippine reagiscono al fatto che il presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore spodestato) ha cancellato la commemorazione ufficiale di questa data dal calendario delle festività. Ciò solleva profondi interrogativi sull’evoluzione della riconciliazione nazionale, sulla politica interna e sulla memoria storica del Paese.

L’eredità di un passato doloroso e la ricerca della riconciliazione

La Rivoluzione del 1986 non solo ha rovesciato un regime autoritario, ma ha simboleggiato la chiusura di un capitolo sanguinoso. Per molti, rimane un trionfo della protesta pacifica, una società che ricostruisce la propria identità sulla libertà e sulla giustizia.

Il popolo filippino, con la sua diversità culturale e la sua storia di resistenza, ha ripetutamente dimostrato un impegno al cambiamento. Alcuni sostengono che l’elezione di Marcos junior, nonostante la sua controversa “eredità”, rifletta il desiderio collettivo di verificare se le vecchie ferite possano trasformarsi in dialogo tra le strade e le élite. Questo tacito consenso non è una cieca accettazione del passato, ma una scommessa sulla speranza: la convinzione che una nazione forgiata nella lotta possa reinventarsi.

Forse molti hanno considerato l’elezione di Marcos Jr. come un’occasione per guarire, dando fiducia al figlio del dittatore. In questo senso, forse la società mirava a separare l’uomo dalla colpa storica della sua famiglia. Il voto non riguardava tanto il passato quanto un esperimento di riconciliazione, in cui convergono memoria e speranza. Da una prospettiva nonviolenta, il vero merito è delle persone che hanno cercato di trasformare i retaggi autoritari in opportunità di cambiamento. Questo è certo.

Il “potere delle strade” e la trasformazione della memoria storica

La decisione di abolire la festività non può essere vista in modo isolato. Per quasi quattro decenni, scuole, università e gruppi come Pace e Bene hanno mantenuto viva la memoria attraverso strumenti educativi – persino pagine da colorare sulla nonviolenza – per insegnare alle nuove generazioni la rivoluzione. Questo sforzo riflette un’aspirazione collettiva a onorare i sacrifici fatti per la libertà.

Tuttavia, è sorprendente che un governo democraticamente eletto ometta una pietra miliare che simboleggia la vittoria dei cittadini sull’oppressione. Questo potrebbe essere visto come un brusco tentativo di “chiudere la ferita” senza una riflessione nazionale, cancellando una lezione storica fondamentale: la vera trasformazione sociale richiede il riconoscimento dei torti subiti in passato.

Per molti filippini, la cancellazione della festa impoverisce la memoria collettiva. Ci si aspettava che Marcos Jr. avrebbe abbinato le politiche di riconciliazione a gesti simbolici in onore della lotta del popolo. Spostando la commemorazione al lunedì successivo – riducendo l’impatto socioeconomico – avrebbe affermato lo spirito della rivoluzione come pilastro della democrazia. Non facendolo, il progetto di trasformazione del suo governo appare ambiguo.

L’ambivalenza di Marcos Jr: Espiazione o continuità di una “eredità familiare”?

Il dilemma di Marcos Jr. risiede nel suo complesso rapporto con l’eredità familiare. La sua elezione segnala la volontà popolare di superare la dittatura, ma azioni come la cancellazione della festività riecheggiano ombre autoritarie.

Questa dualità divide la società filippina. Alcuni ritengono che la speranza di cambiamento del popolo sia genuina, confidando che le élite abbiano abbracciato la riparazione. In quest’ottica, l’elezione di Marcos Jr. è uno sforzo collettivo per trasformare il dolore in un futuro migliore.

I critici, tuttavia, sostengono che senza gesti simbolici o riforme strutturali, l’espiazione storica rimane vuota. L’annullamento della festività costituisce un pericoloso precedente. Non riprogrammarla – nonostante il minimo disagio socioeconomico – è visto come una riscrittura della storia, che mette a tacere i combattenti per la libertà.

Questo solleva domande più ampie: Le Filippine stanno soccombendo alle vecchie strutture di potere e alle influenze esterne, come la geopolitica statunitense, o stanno vivendo un vero e proprio rinnovamento? La risposta non è chiara e i timori di un regresso alimentano l’incertezza dell’opinione pubblica.

Un parallelo globale: Autoritarismo, poteri sospetti e l’era oscura della sorveglianza tecnologica

La situazione filippina rispecchia una tendenza globale. Negli ultimi due anni, la deriva autoritaria è aumentata in tutto il mondo.

Come notano Levitsky e Ziblatt in “Come muoiono le democrazie”, le democrazie moderne non crollano a causa di colpi di stato, ma grazie a leader eletti che svuotano le istituzioni, arricchiscono le élite e i ricchi patologici e soffocano le libertà. L’Ungheria, la Polonia e l’Italia, insieme a molti altri Paesi dell’America Latina e dell’Asia, riflettono questo spostamento verso il governo degli uomini forti e la disuguaglianza.

Nel frattempo, i progressi della sorveglianza tecnologica consentono ai governi di reprimere il dissenso in modo efficiente. Entro il 2025, i droni e l’intelligenza artificiale potrebbero sostituire facilmente la polizia di strada, soffocando la libera espressione. In questo contesto, l’abbandono della festa della democrazia nelle Filippine indica la volontà di sacrificare la memoria storica per una “stabilità” a vantaggio delle élite, una stabilità che genera il caos.

Riconciliazione o regresso  – uno sguardo critico sul futuro delle Filippine

Il paradosso filippino sta nell’equilibrio tra speranza e scetticismo. L’elezione di Marcos Jr. è stato un atto di fede nel superamento dell’autoritarismo. Tuttavia, cancellare la commemorazione senza compromessi suggerisce la persistenza delle vecchie strutture di potere.

A livello globale, la lotta contro il potere concentrato e la sorveglianza definisce la nostra epoca. La sfida delle Filippine è duplice: dimostrare che la riconciliazione è autentica e garantire che la trasformazione democratica non sia dirottata da interessi autoritari.

I filippini, con la loro eredità di resistenza pacifica, potrebbero creare un precedente in cui la memoria e la riconciliazione sono alla base della vera democrazia. Ma questo richiede che i leader, le élite e la società agiscano all’unisono, ricordando che il potere risiede nelle strade e nella capacità collettiva di trasformare la storia in giustizia.

Questo è il bivio che molte democrazie si trovano ad affrontare: capitolare all’autoritarismo o dare potere agli emarginati onorando le lotte del passato. Nelle Filippine, la risposta si manifesta quotidianamente attraverso atti di memoria, proteste pacifiche e politiche che valorizzino la storia. Solo così la nazione potrà trascendere il suo passato dittatoriale.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.

Ángel Sanz Montes