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Non discriminazione

Il cibo è solidarietà e non lusso per pochi

Milano, 23 marzo: pomodoro nella veranda dall’affitto milionario del ristorante Cracco

Oggi alle ore 8.00, quattro persone aderenti alla campagna Il Giusto Prezzo di Ultima Generazione sono entrate nel Ristorante Cracco in Galleria Vittorio Emanuele e hanno versato il contenuto di tre bottiglie di passata di pomodoro in veranda.

Per la seconda volta in una settimana, torniamo a gridare contro l’assurdità di un paese dove una cena di lusso costa quanto la spesa mensile di una famiglia. E ancora, da Carlo Cracco, solo silenzio. Gli chiediamo: è normale che una cena costi quanto la spesa mensile di una famiglia? Qual è il prezzo giusto per chi lavora duramente nei campi per noi? Dopotutto, il cibo è il suo mestiere. Una risposta, Cracco, dovrebbe avercela.

Giacomo, 34 anni, consulente legale ha dichiarato durante l’azione: “Questa volta abbiamo portato un simbolo dello sfruttamento agricolo: la passata di pomodoro. Agricoltori e braccianti lavorano per briciole, schiacciati da prezzi che non coprono i costi, mentre la crisi climatica inaridisce il suolo. Il governo Meloni e Lollobrigida esaltano il Made in Italy, ma abbandonano chi lo produce. Un sistema che arricchisce pochi e nasconde la fatica dietro prodotti iconici.

Lo stesso meccanismo che permette a un ristorante come Cracco di far pagare una cena quanto una spesa mensile: mentre i clienti gustano piatti da centinaia di euro, migliaia di lavoratori lottano per sopravvivere. Chi vuole la qualità deve pagare a prezzo d’oro, questa è la vera ingiustizia.”

La richiesta rivolta a Carlo Cracco è di aprire le porte del suo ristorante, ogni giovedì, offrendo pasti gratuiti a persone al di fuori della sua abituale clientela. Un gesto simbolico per sostenere chi sta affrontando difficoltà, dimostrando che la buona cucina può essere anche un atto di solidarietà.

Per dare forza a questa iniziativa, abbiamo creato una mail dedicata a Carlo Cracco. Chiediamo che il ristorante Cracco in Galleria doni pasti gratuiti!
Invitiamo tutti a inviare un messaggio a questo link, esprimendo il proprio supporto e chiedendo con determinazione che Cracco abbracci questa causa.

Digos vieta il pranzo in Galleria Vittorio Emanuele

Per contrastare questa realtà, ieri abbiamo organizzato un pranzo di piazza in Piazza Mercanti, dopo che la Digos ci ha impedito di farlo in Galleria Vittorio Emanuele. Nonostante lo spostamento forzato, una trentina di persone si sono unite a noi, dimostrando che la solidarietà non si lascia fermare.

Ci dispiace molto che un evento del genere non possa svolgersi proprio nel cuore di un luogo simbolo delle diseguaglianze come la Galleria. A quanto pare, certe realtà il Comune di Milano preferisce nasconderle agli occhi dei turisti e della gente “per bene”.

Massimiliano, uno degli organizzatori del pranzo di piazza ha esplicitato: “Il cibo è solidarietà, è dignità, è il cuore della nostra tradizione. Non può essere un lusso per pochi.
È stato un pasto aperto a tutti, per creare un momento di comunità, condivisione e cura: stare insieme attorno al cibo, raccontare storie, sostenersi a vicenda.”

Il governo Meloni è impegnato a rincorrere Trump, Musk e a trovare equilibri tra Washington e Bruxelles. Nel frattempo, la Premier e suo cognato Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vendono la favola del contadino-patriota: il simbolo dell’Italia che lavora, fatica e produce. Ma la realtà è ben diversa. Chi lavora la terra è abbandonato: sommerso dalla burocrazia e dal fango delle alluvioni, schiacciato da regole fatte per i grandi gruppi, non per chi coltiva ogni giorno. Le campagne italiane non sono cartoline idilliache: sono fatte di salari da fame, sfruttamento e aziende agricole in ginocchio. Il governo esalta il Made in Italy, ma lascia morire chi lo produce.

Questo governo si riempie la bocca con slogan sulle “famiglie,” ma ignora gli affitti insostenibili, i salari da fame, le bollette che divorano gli stipendi. Quando servono soldi per la ricostruzione o per i benefit sociali, il governo taglia. Ma per 800 miliardi di riarmo, i soldi si trovano. I nostri governanti e politici non vedono la crisi climatica e sociale perché vivono nel privilegio.
Ma noi gliela mettiamo davanti agli occhi, rendendogli impossibile ignorarla.

Cosa chiede la campagna Il Giusto Prezzo?

PROTEGGERE I RACCOLTI: L’agricoltura italiana sta affrontando una crisi senza precedenti. Siccità, ondate di calore, grandinate e alluvioni devastano i campi, compromettendo raccolti e coltivazioni. Dobbiamo proteggere i raccolti e, per farlo, è necessario promuovere una transizione verso un nuovo sistema agricolo che sia resiliente e sostenibile economicamente ed ecologicamente.

AGGIUSTARE I PREZZI: Il costo degli alimenti nei supermercati sta diventando insostenibile, mentre ai produttori arriva solo una minima parte del prezzo finale. Chiediamo alle Istituzioni di intervenire immediatamente per garantire un giusto prezzo al cibo, equo per chi compra e per chi produce.

FAR PAGARE I RESPONSABILI: Chi rompe paga. Vogliamo che a finanziare questa transizione verso un sistema agricolo più sostenibile non siano le nostre tasse ma siano, piuttosto, gli extraprofitti dei reali responsabili della crisi attuale – la finanza, la GDO, i top manager delle multinazionali del cibo e l’industria del fossile.

 

Ultima Generazione

A rischio 1,3 milioni di bambini malnutriti in Nigeria ed Etiopia per crisi dei finanziamenti

A causa delle carenze di fondi in Etiopia e Nigeria quasi 1,3 milioni di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta grave potrebbero perdere l’accesso alle cure nel corso dell’anno, con un rischio maggiore di morte.
La crisi dei finanziamenti va ben oltre l’Etiopia e la Nigeria, sta accadendo in tutto il mondo e a farne le spese sono i bambini più vulnerabili.
L’UNICEF stima che più di 213 milioni di bambini in 146 Paesi e territori avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025.

Dichiarazione di Kitty van der Heijden, Vicedirettrice generale dell’UNICEF

23 marzo 2025 – “Negli ultimi 25 anni, abbiamo compiuto progressi significativi nell’affrontare la crisi globale della malnutrizione dei bambini. Dal 2000, il numero di bambini affetti da malnutrizione cronica è diminuito di 55 milioni, ovvero di un terzo. Nel 2024, l’UNICEF ed i suoi partner hanno raggiunto 441 milioni di bambini sotto i cinque anni con servizi per prevenire tutte le forme di malnutrizione, mentre 9,3 milioni di bambini hanno ricevuto cure per il grave deperimento e altre forme di malnutrizione acuta grave.

Questi progressi sono stati possibili grazie all’impegno dei Governi e alla generosità dei donatori – compresi quelli del Governo, del settore privato e delle organizzazioni filantropiche – il cui incessante sostegno è stato fondamentale per la prevenzione e il trattamento della malnutrizione infantile su scala globale.

Oggi, queste conquiste faticosamente ottenute vengono vanificate perché i partner umanitari e nutrizionali si trovano ad affrontare una crisi diversa e sempre più profonda, ovvero il forte calo dei finanziamenti per il nostro lavoro salvavita. Il problema non è solo la quantità delle riduzioni, il problema è anche il modo in cui sono state effettuate: in alcuni casi, all’improvviso e senza preavviso, non lasciandoci il tempo di mitigarne l’impatto sui nostri programmi per i bambini.

All’inizio di questa settimana, ho visto di persona le conseguenze della crisi dei finanziamenti visitando la regione di Afar, nel nord dell’Etiopia, e Maiduguri, nel nord-est della Nigeria. A causa delle carenze di fondi in entrambi i Paesi, quasi 1,3 milioni di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta grave potrebbero perdere l’accesso alle cure nel corso dell’anno, con un rischio maggiore di morte.

Ad Afar, una regione soggetta a siccità e inondazioni ricorrenti, ho visitato un’équipe mobile per la salute e la nutrizione che fornisce servizi salvavita alle comunità di pastori in aree remote prive di cliniche sanitarie. Queste squadre sono fondamentali per fornire ai bambini assistenza vitale, tra cui il trattamento di gravi deperimenti, vaccinazioni e farmaci essenziali.
Senza questi interventi critici, la vita dei bambini è in pericolo. Solo 7 delle 30 unità mobili per la salute e la nutrizione che l’UNICEF sostiene ad Afar sono attualmente operative, e questo è il risultato diretto della crisi globale dei finanziamenti.

Secondo le nostre stime, senza nuove fonti di finanziamento, a maggio l’UNICEF esaurirà le scorte di alimenti terapeutici pronti all’uso (RUTF) per il trattamento dei bambini affetti da grave deperimento, con conseguenze disastrose per i circa 74.500 bambini che, secondo le stime, in Etiopia hanno bisogno di cure ogni mese.
In Nigeria, dove circa 80.000 bambini al mese hanno bisogno di cure, potremmo esaurire le scorte di RUTF tra questo mese e la fine di maggio.

Tuttavia, l’attenzione non può essere concentrata solo sul RUTF o sul trattamento di un bambino quando diventa gravemente malnutrito. I programmi devono fornire servizi per evitare che in primo luogo i bambini diventino malnutriti, tra cui il sostegno all’allattamento, l’accesso all’integrazione di micronutrienti come la vitamina A e la garanzia di ricevere i servizi sanitari di cui hanno bisogno per altre malattie.
La crisi dei finanziamenti va ben oltre l’Etiopia e la Nigeria, sta accadendo in tutto il mondo e a farne le spese sono i bambini più vulnerabili.

La nostra più grande preoccupazione immediata è che anche un breve arresto delle attività critiche salvavita dell’UNICEF metta a rischio la vita di milioni di bambini in un momento in cui i bisogni sono già acuti. L’UNICEF stima che più di 213 milioni di bambini in 146 Paesi e territori avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025.

Siamo determinati a rimanere e a fornire assistenza ai bambini del mondo, soprattutto in un momento di bisogno senza precedenti. L’UNICEF si impegna a collaborare con i suoi partner per garantire che gli sforzi umanitari e di sviluppo globali rimangano efficienti, efficaci e responsabili.

Mentre nelle capitali di tutto il mondo sono in corso le revisioni dell’assistenza estera, voglio ricordare ai leader di Governo che ritardare l’azione non danneggia solo i bambini, ma fa aumentare i costi per tutti noi. Investire nella sopravvivenza e nel benessere dei bambini non è solo la cosa giusta da fare, ma è anche la scelta economicamente più vantaggiosa che un governo possa fare”.

UNICEF

Turchia: continua a crescere la mobilitazione contro l’incarcerazione del principale rivale di Erdoğan

Centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza sabato sera, 22 marzo, mentre il sindaco di Istanbul veniva arrestato con l’accusa di corruzione. L’opposizione promette di continuare la mobilitazione fino alla liberazione di Ekrem İmamoğlu.

Cresce la mobilitazione dell’opposizione turca nel quarto giorno di proteste, dopo l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e principale rivale del “sultano” Recep Tayyip Erdoğan. Il sindaco di Istanbul è stato incarcerato domenica 23 marzo per una montatura di reati connessi all’accusa di collusione con il terrorismo kurdo.

La sera di sabato 22 marzo, mentre il sindaco, accusato di frode, corruzione e terrorismo (a causa della sua alleanza locale con il partito filo-curdo DEM, accusato di essere legato alla guerriglia curda PKK), compariva davanti al procuratore, un’enorme folla di suoi sostenitori si è radunata davanti al municipio di Istanbul. La folla, stipata e a volte quasi soffocante, scandiva slogan ostili al governo o ridicolizzava il presidente Erdoğan. Non lontano da lì, nei pressi dell’acquedotto romano di Valente, la polizia ha bloccato l’accesso al viale Atatürk, che conduce alla simbolica piazza Taksim, che i dimostranti più determinati hanno cercato di raggiungere nonostante i gas lacrimogeni e una raffica di proiettili di plastica.

Gli scontri con le forze dell’ordine sono stati tuttavia limitati; gli organizzatori hanno più volte invitato i manifestanti a non attaccarle. “Dobbiamo tenere a freno le nostre emozioni, non ha senso attaccare la polizia”, ha detto Ahmet, 29 anni, che si è presentato indossando la maglia della squadra di calcio Fenerbahçe e un cartello di lotta contro il “colpo di stato” del governo. “Hanno distrutto l’economia del Paese, ci hanno tolto le libertà e ora stanno calpestando il nostro diritto di voto”, si lamenta. Non è membro del CHP, il principale partito di opposizione, laico e nazionalista, a cui appartiene İmamoğlu, ma domenica 23 marzo ha intenzione di recarsi presso la sede del partito per votare simbolicamente, come previsto da settimane, per designare il sindaco di Istanbul come candidato presidenziale del CHP. Ma la strategia di nominare ufficialmente il sindaco di Istanbul come candidato per le elezioni presidenziali del 2028 per proteggerlo dal crescente numero di procedimenti legali contro di lui ha avuto l’effetto opposto.

I ragazzi di Gezi
(NB: contro la gentrificazione e la distruzione del parco di Gezi per volere di Erdogan, nel 2013 ci fu una mobilitazione durissima che durò mesi)
Il giorno prima erano state arrestate 343 persone in tutto il Paese, alcune durante le proteste, altre, giovani studenti, a casa la mattina del 22 marzo. Questi arresti non hanno scoraggiato gli studenti che sono il grosso dei manifestanti radunati. Questa generazione non ha quasi nessuna esperienza con le proteste di massa, eppure molti di questi studenti si sono presentati preparati, dotati di occhiali protettivi e maschere per affrontare i gas lacrimogeni.

Le ultime manifestazioni di massa nelle strade della Turchia risalgono al 2013, durante le cosiddette proteste di Gezi Park a Istanbul, dirette contro lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, che durarono tre mesi e provocarono la morte di sette dimostranti.
“I ragazzi di Gezi sono cresciuti”, proclama un cartello tenuto da Ayten, una studentessa in infermieristica di 19 anni. Lo spirito umoristico e l’autoironia che caratterizzarono il movimento Gezi sono ancora presenti, dodici anni dopo, negli slogan e nei cartelli. “Sii quello che vuoi, ma non essere apolitico!” Proclama un altro cartello, che in realtà è una citazione del poeta e mistico sufi Mevlana, morto in Turchia nel 1237 e noto per la sua saggezza.

“La mia generazione è stata a lungo accusata di essere apolitica, amorfa”, spiega l’autrice ventunenne, “ma è un caso grave. Siamo politicizzati, la maggior parte dei miei compagni di classe è scesa in piazza e coloro che hanno troppa paura di farlo ci sostengono sui social media”.
I parallelismi con il movimento Gezi sono evidenti ovunque, forse anche nelle debolezze del movimento. La folla è infatti composta più da ragazzi istruiti provenienti dalle classi medie e alte che da quelli della classe operaia, e la gioventù curda, senza dubbio scettica riguardo a certi slogan nazionalisti, non è presente in gran numero.

Coraggio contagioso
Mentre tutti i partecipanti hanno chiesto l’anonimato, Ilker Köklük, 48 anni, ha insistito nel rivelare la sua identità: “Mi rifiuto di avere paura”, ha dichiarato il regista e drammaturgo. Le nostre richieste sono le stesse del tempo di Gezi: la protezione delle nostre libertà, delle minoranze, della natura, della cultura, di tutto ciò che è bello e che loro stanno attaccando”. “Non sono riusciti a creare una loro cultura, quindi stanno attaccando gli artisti”, aggiunge, poiché la repressione scatenata da mesi contro attivisti dell’opposizione, avvocati e giornalisti colpisce anche il mondo della cultura, compresi attori e attrici mainstream delle serie TV turche.

La famosa regista e produttrice cinematografica Ayse Barim è stata arrestata a gennaio per aver partecipato alle proteste di Gezi 12 anni fa, e alcuni dei suoi attori di alto profilo devono affrontare accuse di falsa testimonianza per essersi rifiutati di testimoniare contro di lei. Tuttavia, vuole restare fiduciosa: “Questa volta siamo più numerosi rispetto all’inizio di Gezi e, come allora, vediamo che il coraggio è contagioso, anche nelle roccaforti conservatrici della Turchia, sul Mar Nero o nell’Anatolia centrale, la gente marcia contro il governo”, osserva.

A poche strade di distanza, nel conservatore quartiere di Fatih, i negozianti siedono a sorseggiare il tè, restando svegli fino a tardi come al solito in questa notte di Ramadan. “Tutti questi giovani eccitati sono privi di adrenalina, fanno spettacolo e poi se ne vanno a casa”, liquidano con disprezzo i sostenitori del governo. “È illegale contestare una decisione del tribunale in questo modo, ma non sono favorevole al fatto che la polizia li disperda con la violenza; alla fine si stancheranno da soli”, ha affermato uno di loro. “Se necessario, il nostro Stato saprà come tagliare le teste che si alzano”, aggiunge un altro, in tono più minaccioso.

Davanti al municipio, la maggior parte dei dimostranti afferma di essere consapevole di giocare una delle sue ultime carte. “Se non vinciamo questa volta, non ci saranno più elezioni in questo Paese, o almeno saranno solo di facciata, come in Russia”, si preoccupa uno di loro. Su un palco improvvisato sul tetto di un autobus, oratori e musicisti si alternano. Prende posto il cantante e scrittore Zülfü Livaneli, quasi ottantenne. Ironicamente, cosa che sfugge ai manifestanti più giovani, l’artista aveva tentato di entrare in politica negli anni Novanta, prima di essere sconfitto alle elezioni comunali di Istanbul del 1994 da un certo Recep Tayyip Erdoğan, che avrebbe forgiato un destino nazionale basato su questa vittoria. Tre anni dopo, il leader islamista divenuto sindaco di Istanbul fu condannato a quattro mesi di carcere e gli fu interdetto a vita ogni impegno politico. Una sanzione che ebbe un forte impatto sulla sua popolarità e lo aiutò nella sua definitiva conquista del potere nel 2002.

Il parallelo con İmamoğlu è ovvio. Un destino simile attende forse il suo moderno rivale?
Sul palco, lo sfortunato Zülfü Livaneli si è lanciato nell’esecuzione di una delle sue canzoni più note, cantata in coro dal pubblico: “Ey Özgürlük”. Una canzone che non è altro che la messa in musica di una poesia scritta nel 1942, durante l’occupazione, dal poeta comunista francese Paul Eluard: “Nei miei quaderni di scuola. Sulla mia scrivania e sugli alberi. Sulla sabbia sulla neve. Scrivo il tuo nome […] E con il potere di una parola. Sto ricominciando la mia vita. Sono nato per conoscerti. Per darti un nome Libertà.”

Ma la fugace speranza della notte durò poco.
La domenica mattina Istanbul si è svegliata con il rumore dei clacson e delle pentole che sbattevano contro le finestre. Dopo quattro giorni di custodia della polizia, il sindaco della città è stato trasferito al carcere di Silivri, un sobborgo di Istanbul, tristemente famoso per essere il luogo in cui viene trattenuto un gran numero di prigionieri politici del Paese.

Yann Pouzols, 23 marzo 2025

https://www.mediapart.fr/journal/international/230325/en-turquie-la-mobilisation-contre-l-incarceration-du-principal-rival-d-erdogan-continue-prendre-de

Redazione Italia

Manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese a Palermo

La Giornata della Terra Palestinese nasce come risposta di movimenti, attivisti e intellettuali palestinesi contro l’occupazione israeliana. Il 30 marzo 1976 fu indetta una protesta contro il piano di esproprio israeliano in Galilea per espandere gli insediamenti sionisti. Alla vigilia della mobilitazione, le forze israeliane schierarono migliaia di soldati, arrestarono i leader locali e attaccarono i villaggi palestinesi, ferendo numerosi abitanti. Il giorno successivo, la repressione causò sei morti.

La Giornata della Terra ha segnato un punto di svolta nella lotta palestinese e noi la celebriamo come una giornata di azione unitaria che unisce i palestinesi di tutto il mondo e le persone di tutto il mondo in solidarietà con la Palestina.

Alla luce della protratta situazione di estrema criticità in tutti i Territori Palestinesi, il giorno 30 marzo alle 10:30 ci uniremo in un corteo, che partirà da piazza Sant’Antonino a Palermo, a cui invitiamo tutti/e a livello regionale per pretendere con forza i seguenti punti:

• Cessate il fuoco permanente a Gaza e fine dell’occupazione.
• Apertura dei valichi per gli aiuti umanitari.
• Indagini indipendenti sui crimini di guerra nei tribunali internazionali.
• Fine della colonizzazione e dell’apartheid in Cisgiordania e Gaza.
• Diritto al ritorno dei profughi palestinesi (Risoluzione ONU 194).
• Liberazione dei prigionieri, in particolare minorenni e detenuti amministrativi.
• Elezioni libere e democratiche nei territori occupati.
• Riconoscimento della resistenza palestinese come legittima.
• Boicottaggio commerciale, militare, tecnologico e accademico delle istituzioni sioniste.
• Stop agli accordi diplomatici con Israele e inizio di sanzioni.
• Ritiro delle truppe italiane dal Medio Oriente e dal Mar Rosso.
• Smilitarizzazione della Sicilia, con la chiusura di basi militari come Sigonella e il MUOS di Niscemi, e STOP ai piani di riarmo europeo.
• Fine della complicità del governo Meloni con lo stato criminale sionista.
– Scarcerazione immediata di ANAN YAESH e fine della complicità italiana con Israele nella persecuzione dei palestinesi sul nostro territorio

Comunità palestinese di Palermo e Our Voices

Redazione Palermo

Estendere il Reddito di Cittadinanza! Se non ora quando? Il welfare non è una spesa, ma un investimento!

Al Governo ed al Parlamento italiano

In un momento in cui è essenziale riconoscere che ciascun individuo è parte attiva e responsabile di una comunità, questo è il tempo in cui è necessario dare prova di aderire davvero al piano della società e ai suoi bisogni reali, questo è il tempo di garantire il diritto all’esistenza.

Ora è il tempo che ci mette davanti a cambiamenti sempre più repentini e alla necessità di strutture politiche e sociali adeguate. Sia per rispondere all’attuale emergenza sia per ridefinire una misura più universale di protezione sociale.

È il tempo di semplificare le misure, includere tutta la popolazione, garantire ciascun individuo a prescindere dalla appartenenza alla categoria del lavoro o non lavoro. Dopo i primi provvedimenti destinati agli ammortizzatori sociali è necessario garantire una universalità degli interventi.

L’Italia ha introdotto dal 2019 la misura del reddito di cittadinanza che ora, se opportunamente riformata in senso più universalistico e meno vincolante, può essere un importante strumento di sostegno alle persone, come diritto di esistenza.

Per questo riteniamo urgente:

– Espandere , ampliando significativamente la soglia di accesso , la misura del Reddito di Cittadinanza per raggiungere tutte e tutti coloro che sono escluse ed esclusi dagli ammortizzatori sociali;

– Semplificare le procedure ed i criteri di accesso e rendere l’erogazione immediata ;

– Riconoscere l’individualità della prestazione;

– Liberare la misura dai vincoli delle politiche attive, o altri obblighi , dispendiosi e ora quanto mai inefficaci;

– Utilizzare tutte le forme di finanziamento , anche dei fondi europei, destinate a sostenere la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza;

– Prevedere che le modifiche in senso universalistico della misura non si esauriscano nel periodo della “quarantena” o “dell’emergenza”, ma divengano strutturali , come fondamento di un nuovo Welfare finalmente inclusivo e garantistico.

Il welfare non è una spesa, ma un investimento!

Consiglio direttivo del Basic Income Network (BIN) Italia

firma la petizione
*Per le realtà sociali e collettive che vogliono aderire e inserire la loro firma in calce, inviare una mail a info@bin-italia.org

Redazione Italia

Dalla parte di Gaia Righetto: il governo Meloni vuole abolire la libertà di insegnamento

Continua la caccia del ‘minculpop meloniano’ ai docenti non allineati al nuovo corso inaugurato dal governo, per l’egemonia culturale dell’ultradestra nel “postventennio”, invocando provvedimenti disciplinari avverso stimatissimi insegnanti per fatti che non riguardano la loro attività professionale e che non hanno alcuna rilevanza giuridica sanzionatoria, bensì il legittimo esercizio delle libertà democratiche costituzionalmente tutelate. Una mal orchestrazione ideologica supportata dalla pattuglia massmediatica delle ben note testate filogovernative, al fin di fomentare odio verso i cd. “Cattivi maestri”, i cui casi confutati  – così come scritto nel comunicato di Potere al popolo che di seguito pubblichiamo –  «vengono portati all’attenzione della cronaca nazionale e addirittura in Parlamento»[accì]

Negli ultimi giorni abbiamo visto un preoccupante numero di casi di docenti sbattuti in prima pagina e minacciati di gravi provvedimenti disciplinari per fatti che non riguardano la loro attività professionale. Il potere politico viene utilizzato per fomentare odio verso i “cattivi maestri” e casi di nessuna rilevanza giuridica vengo portati all’attenzione della cronaca nazionale e addirittura in Parlamento.

Un intreccio letale di politici della maggioranza e stampa servile ha colpito Elena Maraga, una docente che nel suo tempo libero creava contenuti sulla piattaforma OnlyFans; Gaia Righetto, insegnante precaria di Treviso, accusata per il suo attivismo all’interno del centro sociale Django; una docente di Bologna che ha lasciato un’alunna libera di prendere in prestito dalla biblioteca il libro per ragazzi “Heartstopper”, caso editoriale negli USA e sceneggiatura di una serie Netflix sempre per ragazzi. A Ferrara é stata imposta una lezione “riparatoria” a una docente che aveva organizzato un incontro sui diritti umani in cui si parlava anche dei territori occupati in Cisgiordania, obbligandola ad ospitare in classe la propaganda sionista e antistorica di una rappresentante dell’Associazione “Italia-Israele”.

La caccia alle streghe non risparmia i docenti e gli studenti che propongono delle assemblee di istituto non gradite: a Mantova la Lega ha attaccato docenti e studenti di un liceo cittadino per aver organizzato un’assemblea sui quesiti referendari, a Milano è stato richiesto un contraddittorio per un’assemblea sulla violenza di genere a cui sarebbe intervenuta Non Una di Meno.

Lo scopo di questi attacchi è di creare nei docenti paura di fare attivismo, partecipare a una manifestazione o a un evento culturale caratterizzato politicamente, a scioperare, a esprimere pubblicamente le proprie opinioni e nell’opinione pubblica allarme per una classe di “cattivi maestri” che travia i ragazzi. Questo allarme serve a giustificare proposte di codici etici lesivi dei diritti costituzionali dei docenti e della loro libertà.

È un vero e proprio ritorno alla gestione della scuola pubblica degli anni Cinquanta e Sessanta, che non aveva fatto i conti con il passato fascista, lasciando al loro posto tantissimi provveditori, dirigenti e docenti conniventi con il regime. Prima che il Sessantotto imponesse al Governo democristiano di applicare pienamente l’art.33 della Costituzione sulla libertà di insegnamento, emanando i Decreti Delegati del 1974, provveditori e dirigenti avevano a disposizione le cosiddette “note di qualifica” per sanzionare condotte civili e morali non consone (quindi esterne all’ambito professionale). Nell’Italia cattolica dove il prete e dunque anche il preside sapevano tutto di tutti, le note di qualifica erano uno strumento formidabile di controllo politico dei docenti, che infatti erano definiti “le vestali della classe media” per la loro mansuetudine rispetto agli operai.

Sappiamo bene che la repressione nei confronti di insegnanti politicizzati o di iniziative ritenute non neutrali non è un fenomeno nuovo, e anzi è una costante degli ultimi Governi, e si inserisce nella risposta autoritaria che le élites neoliberali stanno dando alla crisi del capitalismo. Pensiamo a Lavinia Flavia Cassaro, docente torinese di cui Renzi chiese il licenziamento in diretta perché aveva partecipato a una manifestazione No Tav, o a Rosa Maria Dell’Aria, perseguitata dal Governo Conte I per non aver “vigilato” sul lavoro di alcuni suoi studenti che, per la giornata della Memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano le leggi razziali del 1938 alle misure contenute nel “Decreto sicurezza”.

L’attuale governo Meloni si trova dunque la strada spianata nell’assegnare un ruolo di disciplinamento delle nuove generazioni alla scuola. In questa visione non c’è spazio per la naturale diversità di opinioni politiche ed esperienze che caratterizza i singoli docenti, né per la collegialità e la democrazia a scuola. In questo senso vanno le norme repressive contenute nel Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici.

Non dimentichiamo inoltre l’assurda circolare che vieta l’uso di asterischi e schwa nelle comunicazioni ufficiali delle scuole: un “problema”, ammesso che lo fosse, totalmente inventato, dal momento che non si registrano testimonianze del loro uso nelle circolari.

Siamo di fronte ad attacchi pretestuosi e campati in aria, che hanno come obiettivo quello di far digerire all’opinione pubblica l’imminente presentazione di un “codice etico” per il personale docente (che sarà un forte strumento repressivo della libertà d’insegnamento), con lo spiacevole effetto collaterale di “sbattere il mostro in prima pagina”, garantendo al personale docente coinvolto gogna mediatica nel migliore dei casi, accompagnata da sanzioni disciplinari anche gravi.

Non possiamo più permetterci, dunque, come categoria di non occuparci di politica. Non possiamo presupporre che i cambiamenti veloci in atto non ci tocchino nel quotidiano. Non lasciamo soli i colleghi sotto attacco. Invitiamo a far circolare la petizione nelle storie. Uniamoci, organizziamoci, difendiamo e facciamo vivere gli organi collegiali, le rappresentanze sindacali interne e la nostra libertà di parola e di insegnamento.

firma anche la petizione su .change.org

Redazione Italia

Ostruzionismo e mobilitazione sociale fermano il ddl “sicurezza”: slitta la sua approvazione definitiva

Doveva essere un passaggio rapido, quasi scontato. Il Governo Meloni pensava di archiviare senza ostacoli l’ennesimo tassello del suo progetto autoritario, approvando entro dicembre 2024 il cosiddetto DDL Sicurezza. Ma la realtà ha dimostrato altro: quella parte viva e consapevole del Paese che non accetta silenziosamente la deriva repressiva ha alzato la testa, ha costruito un fronte ampio e determinato, e il conflitto ha prodotto i suoi effetti.

L’iter del provvedimento ora si complica e rallenta, anche a causa delle falle emerse sulle coperture economiche. In questo comunicato, la Rete Nazionale No DDL Sicurezza – A Pieno Regime analizza le ragioni di questo primo, importante risultato e rilancia la mobilitazione in vista della discussione in Aula.

Pensavano di fare i conti del piano autoritario senza il conflitto, senza l’ostruzionismo, al riparo dello sdegno e della denuncia pubblica. Il Governo Meloni pensava di chiudere la partita con il dissenso approvando il cosiddetto DDL Sicurezza entro il dicembre 2024.

Un errore clamoroso: per via di questa arroganza politica, il provvedimento dovrà tornare alla Camera, dopo che la Commissione Bilancio del Senato ha approvato il parere sul DDL Sicurezza, chiedendo modifiche alle coperture. Il governo, infatti, aveva fatto i conti basandosi esclusivamente sul bilancio 2024.

La mobilitazione degli scorsi mesi, il fronte aperto da decine e decine di mobilitazioni in tutta Italia, l’intervento dell’Europa, l’ostruzionismo, insomma la creazione del “caso Italia” in merito alla svolta autoritaria in corso nel nostro Paese ha aperto le contraddizioni che hanno portato a questo impasse.

Questo dimostra che possediamo la forza e la determinazione necessarie per contrastare l’oscenità politica e istituzionale di questo disegno di legge. È fondamentale mettere in campo tutte le nostre energie per proseguire la mobilitazione, confermando la manifestazione fin sotto il Senato nel giorno della sua discussione in Aula, anche qualora non coincida con l’approvazione definitiva.

Continuiamo inoltre il lavoro di assemblee e iniziative territoriali, che fin dall’inizio hanno avuto un ruolo decisivo in questo percorso.

Segnaliamo infine la partecipazione della Rete Nazionale No DDL Sicurezza – A Pieno Regime al Festival di Letteratura Working Class, che si terrà a Campi Bisenzio, davanti ai cancelli dell’ex Gkn, dal 4 al 6 aprile. La rete sarà ospite dell’assemblea conclusiva del festival.

vedi Globalproject

Redazione Italia

Il cibo è solidarietà e non lusso per pochi

Milano, 23 marzo: pomodoro nella veranda dall’affitto milionario del ristorante Cracco

Oggi alle ore 8.00, quattro persone aderenti alla campagna Il Giusto Prezzo di Ultima Generazione sono entrate nel Ristorante Cracco in Galleria Vittorio Emanuele e hanno versato il contenuto di tre bottiglie di passata di pomodoro in veranda.

Per la seconda volta in una settimana, torniamo a gridare contro l’assurdità di un paese dove una cena di lusso costa quanto la spesa mensile di una famiglia. E ancora, da Carlo Cracco, solo silenzio. Gli chiediamo: è normale che una cena costi quanto la spesa mensile di una famiglia? Qual è il prezzo giusto per chi lavora duramente nei campi per noi? Dopotutto, il cibo è il suo mestiere. Una risposta, Cracco, dovrebbe avercela.

Giacomo, 34 anni, consulente legale ha dichiarato durante l’azione: “Questa volta abbiamo portato un simbolo dello sfruttamento agricolo: la passata di pomodoro. Agricoltori e braccianti lavorano per briciole, schiacciati da prezzi che non coprono i costi, mentre la crisi climatica inaridisce il suolo. Il governo Meloni e Lollobrigida esaltano il Made in Italy, ma abbandonano chi lo produce. Un sistema che arricchisce pochi e nasconde la fatica dietro prodotti iconici.

Lo stesso meccanismo che permette a un ristorante come Cracco di far pagare una cena quanto una spesa mensile: mentre i clienti gustano piatti da centinaia di euro, migliaia di lavoratori lottano per sopravvivere. Chi vuole la qualità deve pagare a prezzo d’oro, questa è la vera ingiustizia.”

La richiesta rivolta a Carlo Cracco è di aprire le porte del suo ristorante, ogni giovedì, offrendo pasti gratuiti a persone al di fuori della sua abituale clientela. Un gesto simbolico per sostenere chi sta affrontando difficoltà, dimostrando che la buona cucina può essere anche un atto di solidarietà.

Per dare forza a questa iniziativa, abbiamo creato una mail dedicata a Carlo Cracco. Chiediamo che il ristorante Cracco in Galleria doni pasti gratuiti!
Invitiamo tutti a inviare un messaggio a questo link, esprimendo il proprio supporto e chiedendo con determinazione che Cracco abbracci questa causa.

Digos vieta il pranzo in Galleria Vittorio Emanuele

Per contrastare questa realtà, ieri abbiamo organizzato un pranzo di piazza in Piazza Mercanti, dopo che la Digos ci ha impedito di farlo in Galleria Vittorio Emanuele. Nonostante lo spostamento forzato, una trentina di persone si sono unite a noi, dimostrando che la solidarietà non si lascia fermare.

Ci dispiace molto che un evento del genere non possa svolgersi proprio nel cuore di un luogo simbolo delle diseguaglianze come la Galleria. A quanto pare, certe realtà il Comune di Milano preferisce nasconderle agli occhi dei turisti e della gente “per bene”.

Massimiliano, uno degli organizzatori del pranzo di piazza ha esplicitato: “Il cibo è solidarietà, è dignità, è il cuore della nostra tradizione. Non può essere un lusso per pochi.
È stato un pasto aperto a tutti, per creare un momento di comunità, condivisione e cura: stare insieme attorno al cibo, raccontare storie, sostenersi a vicenda.”

Il governo Meloni è impegnato a rincorrere Trump, Musk e a trovare equilibri tra Washington e Bruxelles. Nel frattempo, la Premier e suo cognato Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vendono la favola del contadino-patriota: il simbolo dell’Italia che lavora, fatica e produce. Ma la realtà è ben diversa. Chi lavora la terra è abbandonato: sommerso dalla burocrazia e dal fango delle alluvioni, schiacciato da regole fatte per i grandi gruppi, non per chi coltiva ogni giorno. Le campagne italiane non sono cartoline idilliache: sono fatte di salari da fame, sfruttamento e aziende agricole in ginocchio. Il governo esalta il Made in Italy, ma lascia morire chi lo produce.

Questo governo si riempie la bocca con slogan sulle “famiglie,” ma ignora gli affitti insostenibili, i salari da fame, le bollette che divorano gli stipendi. Quando servono soldi per la ricostruzione o per i benefit sociali, il governo taglia. Ma per 800 miliardi di riarmo, i soldi si trovano. I nostri governanti e politici non vedono la crisi climatica e sociale perché vivono nel privilegio.
Ma noi gliela mettiamo davanti agli occhi, rendendogli impossibile ignorarla.

Cosa chiede la campagna Il Giusto Prezzo?

PROTEGGERE I RACCOLTI: L’agricoltura italiana sta affrontando una crisi senza precedenti. Siccità, ondate di calore, grandinate e alluvioni devastano i campi, compromettendo raccolti e coltivazioni. Dobbiamo proteggere i raccolti e, per farlo, è necessario promuovere una transizione verso un nuovo sistema agricolo che sia resiliente e sostenibile economicamente ed ecologicamente.

AGGIUSTARE I PREZZI: Il costo degli alimenti nei supermercati sta diventando insostenibile, mentre ai produttori arriva solo una minima parte del prezzo finale. Chiediamo alle Istituzioni di intervenire immediatamente per garantire un giusto prezzo al cibo, equo per chi compra e per chi produce.

FAR PAGARE I RESPONSABILI: Chi rompe paga. Vogliamo che a finanziare questa transizione verso un sistema agricolo più sostenibile non siano le nostre tasse ma siano, piuttosto, gli extraprofitti dei reali responsabili della crisi attuale – la finanza, la GDO, i top manager delle multinazionali del cibo e l’industria del fossile.

 

Ultima Generazione

A rischio 1,3 milioni di bambini malnutriti in Nigeria ed Etiopia per crisi dei finanziamenti

A causa delle carenze di fondi in Etiopia e Nigeria quasi 1,3 milioni di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta grave potrebbero perdere l’accesso alle cure nel corso dell’anno, con un rischio maggiore di morte.
La crisi dei finanziamenti va ben oltre l’Etiopia e la Nigeria, sta accadendo in tutto il mondo e a farne le spese sono i bambini più vulnerabili.
L’UNICEF stima che più di 213 milioni di bambini in 146 Paesi e territori avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025.

Dichiarazione di Kitty van der Heijden, Vicedirettrice generale dell’UNICEF

23 marzo 2025 – “Negli ultimi 25 anni, abbiamo compiuto progressi significativi nell’affrontare la crisi globale della malnutrizione dei bambini. Dal 2000, il numero di bambini affetti da malnutrizione cronica è diminuito di 55 milioni, ovvero di un terzo. Nel 2024, l’UNICEF ed i suoi partner hanno raggiunto 441 milioni di bambini sotto i cinque anni con servizi per prevenire tutte le forme di malnutrizione, mentre 9,3 milioni di bambini hanno ricevuto cure per il grave deperimento e altre forme di malnutrizione acuta grave.

Questi progressi sono stati possibili grazie all’impegno dei Governi e alla generosità dei donatori – compresi quelli del Governo, del settore privato e delle organizzazioni filantropiche – il cui incessante sostegno è stato fondamentale per la prevenzione e il trattamento della malnutrizione infantile su scala globale.

Oggi, queste conquiste faticosamente ottenute vengono vanificate perché i partner umanitari e nutrizionali si trovano ad affrontare una crisi diversa e sempre più profonda, ovvero il forte calo dei finanziamenti per il nostro lavoro salvavita. Il problema non è solo la quantità delle riduzioni, il problema è anche il modo in cui sono state effettuate: in alcuni casi, all’improvviso e senza preavviso, non lasciandoci il tempo di mitigarne l’impatto sui nostri programmi per i bambini.

All’inizio di questa settimana, ho visto di persona le conseguenze della crisi dei finanziamenti visitando la regione di Afar, nel nord dell’Etiopia, e Maiduguri, nel nord-est della Nigeria. A causa delle carenze di fondi in entrambi i Paesi, quasi 1,3 milioni di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta grave potrebbero perdere l’accesso alle cure nel corso dell’anno, con un rischio maggiore di morte.

Ad Afar, una regione soggetta a siccità e inondazioni ricorrenti, ho visitato un’équipe mobile per la salute e la nutrizione che fornisce servizi salvavita alle comunità di pastori in aree remote prive di cliniche sanitarie. Queste squadre sono fondamentali per fornire ai bambini assistenza vitale, tra cui il trattamento di gravi deperimenti, vaccinazioni e farmaci essenziali.
Senza questi interventi critici, la vita dei bambini è in pericolo. Solo 7 delle 30 unità mobili per la salute e la nutrizione che l’UNICEF sostiene ad Afar sono attualmente operative, e questo è il risultato diretto della crisi globale dei finanziamenti.

Secondo le nostre stime, senza nuove fonti di finanziamento, a maggio l’UNICEF esaurirà le scorte di alimenti terapeutici pronti all’uso (RUTF) per il trattamento dei bambini affetti da grave deperimento, con conseguenze disastrose per i circa 74.500 bambini che, secondo le stime, in Etiopia hanno bisogno di cure ogni mese.
In Nigeria, dove circa 80.000 bambini al mese hanno bisogno di cure, potremmo esaurire le scorte di RUTF tra questo mese e la fine di maggio.

Tuttavia, l’attenzione non può essere concentrata solo sul RUTF o sul trattamento di un bambino quando diventa gravemente malnutrito. I programmi devono fornire servizi per evitare che in primo luogo i bambini diventino malnutriti, tra cui il sostegno all’allattamento, l’accesso all’integrazione di micronutrienti come la vitamina A e la garanzia di ricevere i servizi sanitari di cui hanno bisogno per altre malattie.
La crisi dei finanziamenti va ben oltre l’Etiopia e la Nigeria, sta accadendo in tutto il mondo e a farne le spese sono i bambini più vulnerabili.

La nostra più grande preoccupazione immediata è che anche un breve arresto delle attività critiche salvavita dell’UNICEF metta a rischio la vita di milioni di bambini in un momento in cui i bisogni sono già acuti. L’UNICEF stima che più di 213 milioni di bambini in 146 Paesi e territori avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025.

Siamo determinati a rimanere e a fornire assistenza ai bambini del mondo, soprattutto in un momento di bisogno senza precedenti. L’UNICEF si impegna a collaborare con i suoi partner per garantire che gli sforzi umanitari e di sviluppo globali rimangano efficienti, efficaci e responsabili.

Mentre nelle capitali di tutto il mondo sono in corso le revisioni dell’assistenza estera, voglio ricordare ai leader di Governo che ritardare l’azione non danneggia solo i bambini, ma fa aumentare i costi per tutti noi. Investire nella sopravvivenza e nel benessere dei bambini non è solo la cosa giusta da fare, ma è anche la scelta economicamente più vantaggiosa che un governo possa fare”.

UNICEF

Turchia: continua a crescere la mobilitazione contro l’incarcerazione del principale rivale di Erdoğan

Centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza sabato sera, 22 marzo, mentre il sindaco di Istanbul veniva arrestato con l’accusa di corruzione. L’opposizione promette di continuare la mobilitazione fino alla liberazione di Ekrem İmamoğlu.

Cresce la mobilitazione dell’opposizione turca nel quarto giorno di proteste, dopo l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e principale rivale del “sultano” Recep Tayyip Erdoğan. Il sindaco di Istanbul è stato incarcerato domenica 23 marzo per una montatura di reati connessi all’accusa di collusione con il terrorismo kurdo.

La sera di sabato 22 marzo, mentre il sindaco, accusato di frode, corruzione e terrorismo (a causa della sua alleanza locale con il partito filo-curdo DEM, accusato di essere legato alla guerriglia curda PKK), compariva davanti al procuratore, un’enorme folla di suoi sostenitori si è radunata davanti al municipio di Istanbul. La folla, stipata e a volte quasi soffocante, scandiva slogan ostili al governo o ridicolizzava il presidente Erdoğan. Non lontano da lì, nei pressi dell’acquedotto romano di Valente, la polizia ha bloccato l’accesso al viale Atatürk, che conduce alla simbolica piazza Taksim, che i dimostranti più determinati hanno cercato di raggiungere nonostante i gas lacrimogeni e una raffica di proiettili di plastica.

Gli scontri con le forze dell’ordine sono stati tuttavia limitati; gli organizzatori hanno più volte invitato i manifestanti a non attaccarle. “Dobbiamo tenere a freno le nostre emozioni, non ha senso attaccare la polizia”, ha detto Ahmet, 29 anni, che si è presentato indossando la maglia della squadra di calcio Fenerbahçe e un cartello di lotta contro il “colpo di stato” del governo. “Hanno distrutto l’economia del Paese, ci hanno tolto le libertà e ora stanno calpestando il nostro diritto di voto”, si lamenta. Non è membro del CHP, il principale partito di opposizione, laico e nazionalista, a cui appartiene İmamoğlu, ma domenica 23 marzo ha intenzione di recarsi presso la sede del partito per votare simbolicamente, come previsto da settimane, per designare il sindaco di Istanbul come candidato presidenziale del CHP. Ma la strategia di nominare ufficialmente il sindaco di Istanbul come candidato per le elezioni presidenziali del 2028 per proteggerlo dal crescente numero di procedimenti legali contro di lui ha avuto l’effetto opposto.

I ragazzi di Gezi
(NB: contro la gentrificazione e la distruzione del parco di Gezi per volere di Erdogan, nel 2013 ci fu una mobilitazione durissima che durò mesi)
Il giorno prima erano state arrestate 343 persone in tutto il Paese, alcune durante le proteste, altre, giovani studenti, a casa la mattina del 22 marzo. Questi arresti non hanno scoraggiato gli studenti che sono il grosso dei manifestanti radunati. Questa generazione non ha quasi nessuna esperienza con le proteste di massa, eppure molti di questi studenti si sono presentati preparati, dotati di occhiali protettivi e maschere per affrontare i gas lacrimogeni.

Le ultime manifestazioni di massa nelle strade della Turchia risalgono al 2013, durante le cosiddette proteste di Gezi Park a Istanbul, dirette contro lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, che durarono tre mesi e provocarono la morte di sette dimostranti.
“I ragazzi di Gezi sono cresciuti”, proclama un cartello tenuto da Ayten, una studentessa in infermieristica di 19 anni. Lo spirito umoristico e l’autoironia che caratterizzarono il movimento Gezi sono ancora presenti, dodici anni dopo, negli slogan e nei cartelli. “Sii quello che vuoi, ma non essere apolitico!” Proclama un altro cartello, che in realtà è una citazione del poeta e mistico sufi Mevlana, morto in Turchia nel 1237 e noto per la sua saggezza.

“La mia generazione è stata a lungo accusata di essere apolitica, amorfa”, spiega l’autrice ventunenne, “ma è un caso grave. Siamo politicizzati, la maggior parte dei miei compagni di classe è scesa in piazza e coloro che hanno troppa paura di farlo ci sostengono sui social media”.
I parallelismi con il movimento Gezi sono evidenti ovunque, forse anche nelle debolezze del movimento. La folla è infatti composta più da ragazzi istruiti provenienti dalle classi medie e alte che da quelli della classe operaia, e la gioventù curda, senza dubbio scettica riguardo a certi slogan nazionalisti, non è presente in gran numero.

Coraggio contagioso
Mentre tutti i partecipanti hanno chiesto l’anonimato, Ilker Köklük, 48 anni, ha insistito nel rivelare la sua identità: “Mi rifiuto di avere paura”, ha dichiarato il regista e drammaturgo. Le nostre richieste sono le stesse del tempo di Gezi: la protezione delle nostre libertà, delle minoranze, della natura, della cultura, di tutto ciò che è bello e che loro stanno attaccando”. “Non sono riusciti a creare una loro cultura, quindi stanno attaccando gli artisti”, aggiunge, poiché la repressione scatenata da mesi contro attivisti dell’opposizione, avvocati e giornalisti colpisce anche il mondo della cultura, compresi attori e attrici mainstream delle serie TV turche.

La famosa regista e produttrice cinematografica Ayse Barim è stata arrestata a gennaio per aver partecipato alle proteste di Gezi 12 anni fa, e alcuni dei suoi attori di alto profilo devono affrontare accuse di falsa testimonianza per essersi rifiutati di testimoniare contro di lei. Tuttavia, vuole restare fiduciosa: “Questa volta siamo più numerosi rispetto all’inizio di Gezi e, come allora, vediamo che il coraggio è contagioso, anche nelle roccaforti conservatrici della Turchia, sul Mar Nero o nell’Anatolia centrale, la gente marcia contro il governo”, osserva.

A poche strade di distanza, nel conservatore quartiere di Fatih, i negozianti siedono a sorseggiare il tè, restando svegli fino a tardi come al solito in questa notte di Ramadan. “Tutti questi giovani eccitati sono privi di adrenalina, fanno spettacolo e poi se ne vanno a casa”, liquidano con disprezzo i sostenitori del governo. “È illegale contestare una decisione del tribunale in questo modo, ma non sono favorevole al fatto che la polizia li disperda con la violenza; alla fine si stancheranno da soli”, ha affermato uno di loro. “Se necessario, il nostro Stato saprà come tagliare le teste che si alzano”, aggiunge un altro, in tono più minaccioso.

Davanti al municipio, la maggior parte dei dimostranti afferma di essere consapevole di giocare una delle sue ultime carte. “Se non vinciamo questa volta, non ci saranno più elezioni in questo Paese, o almeno saranno solo di facciata, come in Russia”, si preoccupa uno di loro. Su un palco improvvisato sul tetto di un autobus, oratori e musicisti si alternano. Prende posto il cantante e scrittore Zülfü Livaneli, quasi ottantenne. Ironicamente, cosa che sfugge ai manifestanti più giovani, l’artista aveva tentato di entrare in politica negli anni Novanta, prima di essere sconfitto alle elezioni comunali di Istanbul del 1994 da un certo Recep Tayyip Erdoğan, che avrebbe forgiato un destino nazionale basato su questa vittoria. Tre anni dopo, il leader islamista divenuto sindaco di Istanbul fu condannato a quattro mesi di carcere e gli fu interdetto a vita ogni impegno politico. Una sanzione che ebbe un forte impatto sulla sua popolarità e lo aiutò nella sua definitiva conquista del potere nel 2002.

Il parallelo con İmamoğlu è ovvio. Un destino simile attende forse il suo moderno rivale?
Sul palco, lo sfortunato Zülfü Livaneli si è lanciato nell’esecuzione di una delle sue canzoni più note, cantata in coro dal pubblico: “Ey Özgürlük”. Una canzone che non è altro che la messa in musica di una poesia scritta nel 1942, durante l’occupazione, dal poeta comunista francese Paul Eluard: “Nei miei quaderni di scuola. Sulla mia scrivania e sugli alberi. Sulla sabbia sulla neve. Scrivo il tuo nome […] E con il potere di una parola. Sto ricominciando la mia vita. Sono nato per conoscerti. Per darti un nome Libertà.”

Ma la fugace speranza della notte durò poco.
La domenica mattina Istanbul si è svegliata con il rumore dei clacson e delle pentole che sbattevano contro le finestre. Dopo quattro giorni di custodia della polizia, il sindaco della città è stato trasferito al carcere di Silivri, un sobborgo di Istanbul, tristemente famoso per essere il luogo in cui viene trattenuto un gran numero di prigionieri politici del Paese.

Yann Pouzols, 23 marzo 2025

https://www.mediapart.fr/journal/international/230325/en-turquie-la-mobilisation-contre-l-incarceration-du-principal-rival-d-erdogan-continue-prendre-de

Redazione Italia