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Cronaca

Verona, l’avvocato Fabio Anselmo entra nel pool in difesa dei familiari di Moussa Diarra

Il team a supporto dei familiari di Moussa Diarra si è arricchito dell’esperienza del noto legale, che ha seguito in passato analoghi casi.

L’avvocato Fabio Anselmo, noto per il suo impegno in casi di rilevanza sociale, ha ufficialmente aderito al gruppo di legali che si occuperà di assistere la famiglia di Moussa Diarra. Moussa, un giovane maliano di soli 26 anni, è stato tragicamente ucciso il 20 ottobre scorso nel piazzale antistante la stazione di Verona Porta Nuova, in un drammatico episodio che ha coinvolto un agente della Polfer.

È stato lo stesso avvocato a rivelarlo pubblicamente nel corso dell’incontro intitolato “Violenza e diritti interrotti: quando è lo Stato a fare ingiustizia”. L’evento si è svolto pochi giorni fa presso la libreria Feltrinelli, situata in Via Quattro Spade a Verona, attirando l’attenzione di numerosi partecipanti interessati al delicato tema trattato.

“Entrerò a far parte del team legale che assiste la famiglia di Moussa Diarra e proverò a dare una mano. Non ho la presunzione di avere la verità in tasca, ma dico che la legge deve essere uguale per tutti”.

Anselmo è l’avvocato che ha assistito la famiglia Cucchi dopo la tragica morte di Stefano e che, nel corso della sua carriera, si è dedicato con impegno crescente a casi legati agli abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Tra i suoi interventi più noti, si annoverano vicende come quella di Federico Aldrovandi, di Aldo Bianzino, di Riccardo Magherini e di Giuseppe Uva. In ciascuna di queste dolorose situazioni, Anselmo ha offerto il suo supporto legale ai familiari delle vittime, rappresentandoli con determinazione e sensibilità.

Nell’incontro durante il quale Fabio Anselmo ha ufficializzato il suo ingresso, ha partecipato anche la Senatrice Ilaria Cucchi, che nel novembre scorso aveva avuto modo di incontrare in Senato il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. In quell’occasione, la Senatrice ha conosciuto personalmente il fratello di Moussa, Djamagan, che era anch’egli presente tra il pubblico. Durante l’incontro, Ilaria Cucchi si era fortemente impegnata a richiedere un’interrogazione parlamentare per fare piena luce sull’uccisione di Moussa, date le numerose zone d’ombra che continuano a emergere sul caso. Restano infatti questioni ancora irrisolte, come la misteriosa sparizione delle immagini riguardanti l’accaduto, la direttiva di Trenitalia ai propri dipendenti di non divulgare i nominativi del personale in servizio quel giorno, e una serie di altri interrogativi che rimangono tuttora aperti.

Punti cruciali sui quali, già a partire dal mese di ottobre, le avvocate incaricate della difesa di Moussa, Paola Malavolta e Francesca Campestrini, stanno concentrando i loro sforzi per fare piena luce. Adesso, grazie al fondamentale supporto di Anselmo, intensificano il loro impegno in questa approfondita e complessa indagine, con l’obiettivo di portare alla luce tutte le circostanze che hanno determinato il tragico decesso di Moussa Diarra.

 

Heraldo

Scioperare insegna a scioperare, in corteo con i librai Feltrinelli

Con tutti i suoi difetti, il tobleronico edificio della Fondazione Feltrinelli a Milano è un posto perfetto dove far partire un corteo. L’algida piazza davanti all’ingresso sembra fatta apposta per essere invasa da scarpe da ginnastica, bandiere, striscioni, fumogeni e da una playlist, dai Lunapop ai Depeche Mode, che esce da una cassa tirata da una bicicletta. Sulle vetrate della Fondazione, pulitissime come sempre, si riflettono le figure dei manifestanti che arrivano alla spicciolata, mentre la citazione di Ferruccio Parri a lettere cubitali sulla facciata – È IN GIOCO L’AVVENIRE – si presta ad automatici détournement. I sindacati di librai e libraie Feltrinelli (Filcams CGIL, Fisascat CISL e Uiltucs) hanno convocato il concentramento per il corteo qui il 17 marzo perché contemporaneamente era prevista una Convention di due giorni per i settant’anni dell’editore. Convention poi ridotta a un giorno solo, il 18. La mattina di sole dopo tanti giorni di pioggia sembra confermare che è comunque il giorno giusto per scioperare.

Nelle 120 librerie del gruppo sparse per l’Italia si sciopera per il rinnovo del Contratto integrativo aziendale, le questioni in ballo sono: abolizione del salario d’ingresso per i neoassunti, chiarezza sui premi di risultato e aumento di 1.5€ dei buoni pasto, oggi fermi a 6€. A quanto pare l’azienda ha abbandonato la trattativa proprio su quest’ultima questione, vorrebbe spalmare l’aumento su tre anni, mentre per i sindacati deve avvenire entro un anno. Dalle interviste raccolte da Radio Onda d’Urto è chiaro che librai e libraie non scioperano solo per anticipare l’arrivo di un buono da 7.5€ con cui, non solo a Milano, serve una certa creatività per mettere insieme un pasto degno di questo nome. Il conflitto ha a che fare con il progressivo svilimento del lavoro, con i tanti anni di contratti di solidarietà e cassa integrazione e con la speculare narrazione trionfalistica con cui vengono raccontati i successi aziendali – uno stile sopra le righe anche per gli standard del settore culturale che, si vocifera da qualche anno, potrebbe essere il preludio di un corposo riassetto della proprietà.

Al di là della retorica, il gruppo Feltrinelli appare in buona salute – nel 2023 i ricavi hanno raggiunto i 510 milioni e il margine operativo lordo è aumentato del 10% –, un momento ideale per ottenere miglioramenti del contratto, ma l’adesione allo sciopero non è scontata: sia nelle interviste in radio che nelle chiacchiere in piazza è chiaro che per molti lo sciopero è una novità e, soprattutto, che buona parte di chi lavora in Feltrinelli ha scelto di farlo per un’adesione al progetto culturale, oggi brand, che da settant’anni è schierato “a sinistra”. Una componente vocazionale – che si traduce in una maggiore capacità di sopportare condizioni di lavoro peggiori, a parità di salario, per un lavoro che “piace” – che riguarda molti altri che lavorano in ambiti culturali e creativi. Forse è per questo che quando ho letto per la prima volta la frase che chiude il volantino distribuito nei giorni prima del corteo ho pensato che non si rivolgesse solo a librai e libraie Feltrinelli: “Leggere insegna a leggere. Scioperare insegna a scioperare”. Si rivolgeva anche a noi.

Faccio parte del contingente di freelance editoriali di Redacta che accompagna il corteo, in solidarietà con chi sciopera. Negli anni abbiamo organizzato eventi e firmato petizioni per i lavoratori della stampa, in particolare Grafica Veneta, e per quelli della logistica, sia quelli del gigantesco magazzino editoriale di Stradella (Pv) – dove la joint venture Feltrinelli-Messaggerie stocca e distribuisce la maggior parte dei libri italiani –, sia quelli della Gls di Napoli. La solidarietà non è mai scontata, ma può essere anche facile, un post sui social e poco più. Per questo preferiamo gli incontri. Tre anni fa abbiamo organizzato un confronto in uno storico spazio anarchico milanese con alcuni di quelli che oggi scioperano. Alcuni di loro tre anni fa non lavoravano in libreria, erano freelance. Aspettando la partenza del corteo ci facciamo due chiacchiere: qualcuno ha fatto per anni da “consulente” con scrivania, con orario di lavoro, ma senza contratto per una casa editrice indipendente, qualcun altro ha migliaia di euro di crediti da una scuola di editoria che, mentre i founder riempiono il proprio feed Instragram di viaggi ai tropici, ha smesso di pagare i fornitori. C’è il ragazzo con il record di stage e la ragazza che ci racconta la volta che, da collaboratrice esterna di un’altra casa editrice con brand progressista, ha contrattato il proprio indegno compenso e si è vista proporre un magnanimo aumento di 20 centesimi a pagina. Tutte persone con lauree e master che hanno abbandonato il lavoro freelance e sono finite a vendere libri in Feltrinelli. Alcune hanno ottenuto il tempo indeterminato, altre no: partecipano allo sciopero da clandestine, nel giorno di riposo. Le riconosci perché si sfilano opportunamente dalle foto. È la prima volta che hanno occasione di scioperare nella loro carriera editoriale e non se la sono fatta sfuggire.

Alle 11 abbiamo assorbito abbastanza radiazioni solari e partiamo per il breve percorso che prevede una tappa a Casa Feltrinelli, nuova sede della casa editrice e di altri uffici del gruppo, per concludersi sul cavalcavia Bussa, tozzo e grigio asfalto, da cui si vede buona parte dei grattacieli spuntati negli ultimi quindici anni a Milano. Feltrinelli ha anche un prestigioso patrimonio immobiliare, non solo tobleroni.

Alla partenza del corteo, con le bandiere che sventolano e i fumogeni che ci avvolgono, ci scambiamo un’occhiata perplessa: il fatto che dopo sei anni di Redacta non abbiamo ancora uno striscione, o almeno una bandierina, può essere spiegato con le particolarità sociologiche e organizzative del lavoro freelance, sì, ma rimane un peccato. La nostra borsina di tela con lo slogan “Belli i libri, ma la vita di più” fa comunque la sua discreta figura.

L’impasse viene superata grazie a una signora che distribuisce bandiere della Cgil, ci vede con le mani libere e ce ne porge una, la afferriamo con una certa convinzione e ci mettiamo a sventolare verso la sede della casa editrice. Dalle finestre dell’ultimo piano alcuni impiegati si sbracciano per salutare, non sono coinvolti direttamente nello sciopero perché sono inquadrati con un altro contratto integrativo. Altri aspettano in strada e si uniscono ai cori che partono dal corteo. Passano diversi minuti così, con canti, fumogeni, bandiere e gruppetti che chiacchierano da una parte, un palazzo tirato a lucido che si svuota pian piano di persone dall’altra.

Alla fine le adesioni allo sciopero in tutta Italia hanno avuto percentuali molto alte, secondo i sindacati 80-90%, un successo. Lo scopriremo solo qualche ora dopo. Tra i parcheggi del cavalcavia Bussa ascoltiamo una delegata che legge una lettera di solidarietà dei lavoratori dell’Ikea, molto bella, e poi invita tutti a pranzare insieme nei dintorni. Noi abbiamo già ricominciato a guardare la mail, rispondiamo a caporedattrici e autori scombussolati dalla nostra assenza di risposte dalle 10 alle 12 di lunedì mattina: il file deve andare in stampa oggi pomeriggio, puoi ricontrollare le testatine? E queste ultime correzioni alla bibliografia, le puoi inserire? E questo titolo, ti convince?

Eravamo così concentrati sullo sciopero che non ci siamo accorti di aver smesso di lavorare.

fonte: monitor

 

Redazione Italia

Operatori del sociale di nuovo in piazza: la rivendicazione prosegue davanti al Comune di Torino

Continua la protesta degli operatori del settore contro la politica al ribasso dei servizi sociali, messa in atto dal Comune di Torino e per il riconoscimento della loro professionalità e del loro diritto alla giusta retribuzione, al motto di “non siamo solo rette”.

Dopo il primo momento di protesta (qui è possibile evincere un’analisi più approfondita della situazione e delle richieste dei lavoratori), oggi, lunedì 24 marzo 2025, oltre 200 persone tra operatori socio sanitari, educatori, utenti dei servizi e le loro famiglie, si sono ritrovati davanti al Municipio di Torino in Piazza Palazzo di Città.

Le parole d’ordine non sono cambiate, quanto mai attuali:

  • revisione integrale delle tariffe dei servizi socio-sanitari in accreditamento:
  • rispetto degli aumenti previsti dai CCNL di settore:
  • riconoscimento e valorizzazione dell’importanza dei lavoratori;
  • difesa dei servizi erogati e della loro qualità per permettere agli utenti ed alle loro famiglie una vita dignitosa.

Da citare la performance “La danza del disoccupato”, a cura della compagnia teatrale della cooperativa Arcobaleno, composta in gran parte da disabili.

Al termine del Consiglio Comunale che si stava nel frattempo svolgendo al Municipio, l’Assessore alle politiche sociali Rosatelli ed altri consiglieri sono scesi nella piazza dove c’è stato un confronto con i lavoratori, con un impegno a incontrarsi nuovamente e ad una audizione in comune.

Prossimo appuntamento: manifestazione del 12 aprile.

Gianluca Gabriele

Ciao Maurizio, compagno di mille lotte volte a rendere il mondo più giusto e migliore

Questa notte è venuto a mancare Maurizio Mazzucchetti. Una malattia inesorabile, combattuta sino all’ultimo, l’ha portato via all’età di 72 anni. Pur nelle precarie condizioni di salute in cui Maurizio si trovava ormai da due anni non era venuto meno, nel limite del possibile, dal testimoniare una presenza politica. Non ha mancato di essere presente alle ultime Feste in Rosso di Torre Boldone e di Quintano, al tradizionale ritrovo alla Casa del Partigiano sui Colli di San Fermo e così anche al recente congresso del Circolo di Rifondazione Comunista della Valle Cavallina di cui era stato responsabile per molti anni. In quest’ultima circostanza non aveva fatto mancare il suo contributo tagliente contro ogni forma di commistione politica con le forze liberiste che ci hanno portato al disastro sociale e sul baratro della guerra.

Contrariamente a quanto spesso capita col passare del tempo Maurizio, aveva radicalizzato le sue critiche nei confronti dei vari pentitismi, opportunismi, moderatismi che hanno pervaso quella parte di sinistra diventata sempre più sinistra neoliberale. Una sinistra che ha preso le distanze dalle lotte per la giustizia sociale, da politiche di protezione delle classi lavoratrici e popolari. Una radicalizzazione non ideologica, non autoreferenziale la sua ma politica, culturale, pratica stando dentro i fatti, con la capacità di interpretare i bisogni e il sentire comune delle persone economicamente e socialmente più deboli.

L’insegnamento e la militanza politica sono state le sue due grandi passioni. L’insegnamento di italiano, storia, geografia espletato come vero e proprio magistero, conoscenza critica dell’ieri e dell’oggi, avendo un’attenzione speciale per ognuno/a dei propri allievi. Tra le sue prime esperienze di insegnamento figurano, fino al 1989, i corsi per i lavoratori detti “delle 150 ore” che lo pongono in contatto diretto con chi, sulla propria pelle, vive la condizione di sfruttamento e di ingiustizia sociale. Per quanto riguarda il piano politico quello di Maurizio è un percorso esemplare, sempre rivolto a far vivere un progetto di forza comunista. Dopo le prime esperienze nel movimento degli studenti negli anni 1969/71, aderisce al gruppo politico de il Manifesto” (fortissimo nella bergamasca), poi Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, forza politica confluita nel Pci. Dopo una breve (“deludente”) esperienza nel Pci post-berlingueriano Maurizio si avvicina a Democrazia Proletaria e insieme ad altre/i compagne/i partecipa alla fondazione della federazione di Bergamo del Partito della Rifondazione Comunista.

Il percorso politico di Maurizio è strettamente intrecciato con l’impegno sociale e nei movimenti di lotta. Scrive in una nota biografica:” … dagli anni Settanta ho partecipato piuttosto attivamente ai movimenti e alle lotte per i diritti dei lavoratori, l’ambiente, contro la guerra, per i diritti dei migranti. Dal 2010 collaboro con l’Unione inquilini di Bergamo come volontario attivista per il diritto alla casa”. Conosciamo bene l’attivismo di Maurizio. Un attivismo che non ha avuto sosta, che è sempre stato manifestato ai livelli massimi scegliendo anche senza apparire in prima persona. Infatti per Maurizio più che apparire era importante costruire, mettere a disposizione la sua conoscenza e competenza, i suoi contributi di approfondimento così come è stato in tantissime lotte e vertenze che abbiamo avuto modo di condividere e portare avanti insieme. Ricordo, tra queste, la lotta contro l’interporto e l’inceneritore di Montello, la discarica di Costa Mezzate, la miniera di Parzanica. Ricordo il contributo fondamentale che ha dato alla straordinaria mobilitazione che c’è stata in bergamasca al tempo della prima e seconda guerra in Iraq. E potrei continuare per molto ancora.

In particolare Maurizio era molto legato alla sua San Paolo d’Argon (di cui è stato anche consigliere comunale) e più in generale al suo territorio che lo ha visto protagonista di tante iniziative in cui il filo conduttore era la difesa del bene comune, dell’ambiente, della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, delle fasce sociali più deboli.

E’ grande la tristezza, il dolore che proviamo per la morte di Maurizio Mazzucchetti. Il suo venir meno è una grave perdita per Rifondazione Comunista, la sinistra di società, i movimenti di lotta territoriali, per la povera gente. Spetta a noi raccogliere la sua testimonianza di vita politica. Grazie Maurizio per tutto quello che hai fatto e il tanto che hai dato per cercare di rendere il mondo più giusto e migliore. Che la terra ti sia lieve.

Ezio Locatelli – Bergamo, 24 marzo 2025

Redazione Sebino Franciacorta

Inceneritore Montello Spa, Paola Pollini: “Presentata nuova interrogazione alla giunta regionale”

Ho presentato una nuova  interrogazione, alla Giunta regionale, sul progetto del nuovo impianto di incenerimento di rifiuti presentato dalla società Montello Spa, già operativa nel settore del trattamento e riciclo dei rifiuti in provincia di Bergamo. Le criticità sollevate sono molteplici e tutte dovrebbero portare ad un deciso, quanto ovvio, rigetto del progetto da parte degli enti interessati. In primo luogo sul sito in questione è presente un “criterio ostativo” relativamente alle fasce di rispetto ai territori di pregio delle produzioni DOC e DOCG, che per legge costituiscono aree “non idonee” alla localizzazione di impianti di smaltimento di rifiuti, come è l’impianto di termovalorizzazione proposto dalla società.
Inoltre, il sito risulta confinante con il PLIS dei Castelli del Tomenone, oltre che a due aree caratterizzate da elementi di secondo livello della Rete ecologica regionale: a nord il PLIS delle Valli d’Argon e a sud un contesto di elevata naturalità costituito da paesaggio collinare debolmente antropizzato con presenza di versanti boscati.
Senza dimenticare che il Piano Regionale dei Rifiuti afferma che la Lombardia, e soprattutto i lombardi, non abbiano bisogno di nuovi inceneritori perché quelli già esistenti (dodici) necessitano di importare rifiuti da fuori regione per poter funzionare. Di conseguenza, la realizzazione del 13esimo inceneritore, significherebbe non lo spegnimento di un altro bensì l’aumento dell’import di rifiuti, confermando per la Lombardia in non ambito titolo di pattumiera d’Italia.
Se tutto ciò non bastasse, basterebbe che la provincia di Bergamo attivasse la procedura prevista da una recente norma regionale, che chiamerò “Ecowatt” dal nome dell’inceneritore sulla quale è stata costruita e che si trova in provincia di Lodi. La norma prevede che tutti gli iter di autorizzazione di nuovi inceneritori, o di potenziamento di esistenti, siano sospesi fin tanto che Regione non approva una delibera contenente nuovi criteri localizzativi e comunque non oltre il 31 ottobre.
La delibera dovrebbe raccogliere le osservazioni formulate dalle Province che intendono tutelare i propri territori oggetto di richiesta di realizzazione di nuovi inceneritori, come quello della Montello, o di potenziamento di esistenti come quello della “Ecowatt” nel lodigiano. L’effetto è un immediato stop della procedura autorizzativa che potrebbe, anche da solo, essere sufficiente per far desistere il proponente dal voler proseguire nell’iter che, salvo nuovi criteri escludenti, dovrebbe comunque ricominciare dopo il 31 ottobre.
Se la norma fosse effettivamente applicabile al caso in questione, la Conferenza di Servizi del prossimo 21 maggio dovrebbe chiudersi in pochi minuti, stabilendo la sospensione dell’iter autorizzativo e un aggiornamento a dopo il 31 ottobre.
Paola Pollini, MoVimento 5 Stelle

Redazione Sebino Franciacorta

W il Sant’Elia… ma anche i suoi bambini! È un bene comune, se ne chiede anche la pubblica fruizione

facciata dell’Asilo

Pubblichiamo il comunicato del “Comitato Como a Misura di Famiglia”, costituitosi su iniziativa di genitori i quali da anni attendono una soluzione per i bambini del Sant’Elia che dal 2019 sono stati “spostati” in altri plessi scolastici, in cui vivono con estremo disagio giacché gli spazi non sono adatti ai piccoli tra i 3 e 6 anni. Inoltre chiedono un serio confronto con le autorità preposte per trovare alternative sostenibili alla situazione emergenziale, ovvero  – quanto meno – “avere garanzie sugli accorpamenti prossimi”, affinché siano realizzate soluzioni che assicurino standard di qualità[accì]

 

Da cittadini gioiamo dell’apertura del Sant’Elia per le giornate Fai, ma da genitori ci sorgono delle riflessioni. Il Comitato Como a misura di famiglia NON intende sia utile inserirsi nella questione “Sant’Elia ritorni scuola o non ritorni scuola”… è una scelta che non riguarda solo i servizi all’infanzia ma un’architettura eccezionale di cui si auspica una soluzione per riaprirla alla città e a chi la vuole visitare.

Vogliamo però portare l’attenzione sui bambini che frequentavano il Sant’Elia e che nel 2019 sono stati “spostati” in alcune aule della scuola primaria Gobbi di via Viganò. Qui, loro e i bambini che si sono succeduti in questi anni, vivono grandi disagi perché gli spazi di una scuola primaria non sono adatti per bambini 3/6 anni! … e quindi dal 2019 quei bambini in classe non vedono fuori dalle finestre perché sono alte come quelle di una scuola coi banchi (per diversi anni sono stati sollevati dalle maestre per raggiungere i water troppo alti per loro)… oltre alle limitazioni dovute alla convivenza con la primaria che impone precisi orari per l’uso degli spazi e per il tipo di attività.

Nonostante le numerose richieste di confronto e di soluzioni alternative rivolte dalle maestre alle amministrazioni comunali in questi anni, la situazione di disagio persiste.

In questo giorno di festa per Sant’Elia chiediamo all’amministrazione comunale:

– quale soluzione a lungo termine intende dare a quei bambini?

 – in che tempi questo problema sarà risolto?

– perché non è stata trovata una soluzione all’interno del piano di riorganizzazione delle scuole?

Sono poco più di 400 i bambini che a Como nei prossimi due anni vedranno la loro scuola chiusa o accorpata secondo il programma comunale deliberato a ottobre 2024.

Come è possibile che in un piano così massivo non siano stati considerati i bambini del Sant’Elia che da anni attendono una soluzione?

E inoltre quali garanzie hanno i genitori che gli accorpamenti prossimi siano realizzati garantendone la qualità?

Ai pubblici amministratori le ardue risposte! (ndr)

comoamisuradifamiglia@gmail.com

 

 

Redazione Italia

340mila euro per aver chiesto di valutare la legittimità del Ponte sullo Stretto

Dovranno pagare 340mila euro per aver presentato, al Tribunale delle imprese, un ricorso contro la società Stretto di Messina, concessionaria del Ponte sullo Stretto. Parliamo dei 104 cittadini che hanno mosso un’azione inibitoria collettiva per fermare la realizzazione del Ponte. Il ricorso è stato giudicato non ammissibile dal Tribunale di Roma, che li ha condannati a pagare 238mila euro di spese oltre oneri di legge, per complessivi circa 340mila euro.

Poco chiari i parametri in base ai quali è stata determinata una cifra così spropositata e abnorme.

Facendo un confronto con i 19 provvedimenti, relativi ad azioni inibitorie, emessi in precedenza, troviamo che, in sette casi, le Corti hanno dichiarato compensate le spese del giudizio, vale a dire che ognuna delle parti deve pagare i propri avvocati.

Una compensazione decisa sulla base della “novità” della questione o della sua complessità, vale a dire le stesse caratteristiche che sono rintracciabili nel nostro caso, in cui – però – i giudici hanno ritenuto di condannare i richiedenti al pagamento delle spese.

Lo avevano fatto anche nelle restanti 12 azioni inibitorie, ma con un massimo di 16.290 euro, un importo consistente ma accettabile, che rispetta il principio di “proporzionalità e adeguatezza degli onorari di avvocato” indicato anche dalla Cassazione (sez II, 8/7/24). Nulla a che vedere con quanto avvenuto per il ricorso contro la Sretto di Messina.

La richiesta dei ricorrenti, rappresentati e difesi dagli avvocati Aurora Notarianni, Giuseppe Vitarelli, Antonino De Luca e Maria Grazia Fedele, era che venisse “disapplicato” il decreto n.35 del 2023, la legge con cui è stato ripreso integralmente sia il vecchio progetto di Ponte del 2011 sia la relativa concessione.

Si chiedeva di accertare «la responsabilità della società e il danno ingiusto causato per la violazione del dovere di diligenza, correttezza e buona fede proseguendo nell’attività per la realizzazione del ponte sullo Stretto, nonostante l’opera non abbia alcun reale interesse strategico e non sia fattibile sotto i profili ambientali, strutturali ed economici».

A tutela dei proprio “interessi sovraindividuali – collettivi, diffusi e omogenei – garantiti dagli artt. 9, 32, 41 be 42 della Costituzione”, i ricorrenti segnalavano come venissero lesi i diritti alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico (art.9), alla salute (art.32), alla proprietà privata (art.41 e 42). E che non venissero rispettate le norme del diritto europeo, a partire dall’obbligo di espletare una nuova gara d’appalto fino alla mancata osservanza dei principi di prevenzione e precauzione in materia ambientale. Per fare cosa? Per realizzare un’opera che non ha i requisiti di necessità, straordinarietà ed urgenza, non è di preminente interesse nazionale. Oltre ad avere profili di danno erariale e irrisolti problemi tecnici.

Tutto questo in un ricorso di 42 pagine, molto dettagliato e supportato da materiale documentario.

I giudici non sono, però, entrati nel merito delle questioni segnalate, hanno emesso una sentenza in cui si sono limitati a dichiarare il ricorso inammissibile perché “prematuro”, avanzato “non solo in assenza di alcun effettivo danno ambientale che si sia iniziato a produrre in conseguenza di una condotta illecita, ma addirittura senza che il pregiudizio all’ambiente sia stato prospettato come imminente”. Essendo “ancora in corso ulteriori procedimenti istruttori e valutativi”, con particolare riferimento alla approvazione del CIPESS ancora da venire.

La Corte ha dichiarano inammissibile anche l’intervento di 139 cittadini (originariamente 140), che si erano costituiti in giudizio a sostegno della società Stretto di Messina, ritenendo il Ponte un’opera strategica necessaria per superare l’emarginazione e il depauperamento del territorio. Questi cittadini, sostenitori della Stretto di Messina, hanno – di fatto – spostato l’asse del contendere dalla illegittimità del procedimento, contestata dai ricorrenti, alla opportunità ed urgenza di realizzare un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.

Non vogliamo essere così cattivi da pensare sia stata la loro tesi favorevole al Ponte, a “questo” Ponte, a indurre la Corte a essere più benevola nei loro confronti. Fatto sta che, per loro, le spese di giudizio sono state compensate.

Dopo la condanna, i 104 ricorrenti e i loro avvocati hanno deciso di fare appello e hanno presentato una impugnativa in cui si chiede “l’annullamento della condanna alle spese legali per carenza di motivazione, violazione delle norme di legge e di tariffa” e la compensazione delle spese di giudizio.

Non viene, invece, impugnato il merito della sentenza “per sopravvenuta carenza di interesse”. Nel novembre 2024, infatti, la commissione VIA/VAS ha espresso parere negativo e la progettazione dell’opera non può proseguire – scrivono gli appellanti – senza l’autorizzazione della Commissione europea a derogare i vincoli ambientali previsti per le zone di protezione speciale (Curcuraci, Antennammare, Costa Viola etc).

Sarà comunque possibile, in futuro, che i ricorrenti ritornino sul merito, sia dell’interesse collettivo ad un ambiente salubre sia della illegittimità del procedimento, quando il pericolo sarà più imminente, meno “evanascente e ipotetico”, come è stato al momento valutato.

Già attuale, invece, l’interesse ad ottenere la revisione della condanna a pagare le spese di giudizio. Nell’impugnativa, gli appellanti denunciano la manifesta sproporzione e l’irragionevaolezza della cifra indicata. Notano come non siano stati rispettati i parametri previsti dalla legge per la determinazione dei compensi (DM 55/2014, 147/2022), compensi che possono essere derogati solo con una specifica motivazione, che non viene fornita. Ed evidenziano che, anche se fosse stata applicata la tariffa massima, si sarebbe arrivati ad un valore di paio di decine di migliaia di ero, non certo di centinaia di migliaia.

Tale violazione – scrivono – “comporta la lesione del principio di uguaglianza sostanziale per cui il godimento dei diritti, tra cui l’accesso alla giustizia, deve essere assicurato” a tutti, anche a chi non è ricco.

E’ questo l’aspetto più grave di questa condanna, il rischio che scoraggi il ricorso alla Giustizia per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Come leggiamo nell’impugnativa, “l’abnormità della condanna ha come effetto quello di disincentivare i cittadini e soprattutto le classi sociali più deboli nel far ricorso alla giustizia”, nel timore delle conseguenze economiche che ne possano derivare.

Per adesso, i 104 cittadini che hanno avviato questa azione sono decisi ad andare avanti. Si sono esposti personalmente ma hanno agito – di fatto – nell’interesse di tutti coloro che condividono il loro punto di vista sulla necessità di preservare il territorio “anche nell’interesse delle future generazioni”. Ed opporsi all’inizio dei lavori anche solo propedeutici ad una struttura, allo stato attuale, non realizzabile. Lavori che comunque sconvolgerebbero due città e tutta l’area ad esse circostante, provocando danni irreversibili.

Per sostenere le spese legali che ancora li aspettano, hanno avviato una raccolta fondi. Possiamo aiutarli con una donazione da effettuare collegandoci a questo link https://www.produzionidalbasso.com/project/difendere-lo-stretto-di-messina-costa-sostieni-il-movimento-no-ponte/
oppure
con un bonifico a questo IBAN: IT85G0503416504000000002792 (Intestato a: ASS.CULT.AMB. – Ragione Sociale: ASS.CULT.AMB. la città dello stretto – Filiale: MESSINA – GANZIRRI – CAUSALE: difendo lo stretto)

340mila euro per aver chiesto di valutare la legittimità del Ponte sullo Stretto

Redazione Sicilia

Palestina: coloni israeliani hanno ferito il regista palestinese Hamdan Ballal, premio Oscar

I coloni israeliani hanno attaccato un gruppo di palestinesi a Massafer Yatta, ferendone alcuni e l’esercito ha arrestato le vittime.

Una delle vittime è il co-regista di “No Other Land”, il documentario che ha vinto l’Oscar. Hamdan Ballal era a Susiya, uno dei villaggi di Massafer Yatta insieme ad altri abitanti del villaggio.

Un gruppo di 10 coloni ha iniziato ad aggredirli con lancio di pietre, secondo testimoni oculari. Ballal è stato colpito alla testa e stava perdendo molto sangue ed è stata chiamata d’urgenza un’ambulanza della Mezzaluna rossa palestinese, per prestare le prime cure e ricoverarlo.

L’arrivo dei soldati ha bloccato tutto. Ballal è stato letteralmente trascinato con forza fuori dall’ambulanza e portato via insieme ad altri tre palestinesi. Nessuno dei coloni aggressori è stato fermato. Fino a stamattina non si conosceva ancora dove fosse stato portato il regista premio Oscar.

Nel pomeriggio di oggi, Lea Tsemel, l’avvocata di Hamdan Ballal, ha annunciato il suo imminente rilascio e riferito che il suo assistito e altri due palestinesi avevano trascorso la notte sul pavimento di una base militare, con gravi ferite riportate in seguito all’aggressione  dei coloni.

Hamdan Ballal è stato rilasciato nel tardo pomeriggio di oggi.

Farid Adly

Neve Shalom Wahat al-Salam: “Questa guerra sta distruggendo la vita umana”

Riceviamo e condividiamo il messaggio di Eldad Joffe, sindaco di Neve Shalom Wahat al-Salam.

La comunità di Wahat al-Salam Neve Shalom si è opposta alla guerra fin dall’inizio, e si oppone fermamente ai nuovi attacchi contro Gaza e alla continua e brutale occupazione delle città della Cisgiordania. Tutto questo sta portando un prezzo insopportabilmente alto, mentre aumenta la repressione, le divisioni e il terrore.

Questa guerra sta distruggendo la vita umana, e sta abbandonando gli ostaggi ancora prigionieri a Gaza.

Il nostro villaggio continua a essere un luogo di vita condivisa, di educazione alla pace e di lavoro per raggiungerla, nonostante gli anni di sopportazione di una realtà violenta e dolorosa. Chiediamo che vengano deposte le armi, che si ponga fine allo spargimento di sangue e che tutte le parti avanzino una soluzione politica che porti la pace a entrambi i popoli.

Redazione Italia

Contestata l’esibizione delle Frecce Tricolori a Ghedi

Questa mattina, 26 marzo 2025, un centinaio di militant* contro la guerra, appartenenti a diverse realtà : Donne in Cammino-
CS 28Maggio – Donne e Uomini contro la guerra – Movimento Nonviolento hanno contestato alla base aeronautica di Ghedi l’iniziativa delle Frecce Tricolore che proponevano il loro show esibendosi in volteggio per richiamare l’attenzione delle centinaia di persone accorse, tra queste intere scolaresche accompagnate dalle loro insegnanti.

La scuola pubblica dovrebbe essere un laboratorio di pace, ma sembra si sia persa la percezione dell’orrore della guerra. Questa operazione di mistificazione è un atto criminale che aggredisce il tessuto sociale distruggendone le difese culturali.
Sempre più attuale è :
NON CREDERE
NON OBBEDIRE
NON COMBATTERE

Redazione Italia