Su tutte le testate nazionali è stata riportata la notizia dell’arresto del Sindaco di Istambul, noto oppositore di Erdogan. Tale notizia ci riapre un vecchio dilemma, la Turchia è realmente pronta ad entrare nell’Unione Europea? Ma, vediamo con ordine la questione. Il recente arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e leader del principale partito di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), ha scatenato un’ondata di proteste e una forte reazione internazionale. Imamoglu, che è visto da molti come il principale rivale del presidente Recep Tayyip Erdogan nelle elezioni presidenziali del 2028, è stato arrestato con accuse di corruzione e di legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato un gruppo terroristico dalla Turchia e da molte nazioni occidentali. Questa mossa ha alimentato le preoccupazioni sulla crescente repressione della democrazia in Turchia e sul possibile utilizzo delle istituzioni legali e giudiziarie come strumenti per eliminare la concorrenza politica.
Imamoglu, eletto sindaco di Istanbul nel 2019 con una sorprendente vittoria sul candidato dell’AKP di Erdogan, ha continuato a guadagnare popolarità, ottenendo un secondo mandato nel 2024 con un ampio distacco. Il suo arresto arriva a pochi giorni dalle primarie del CHP, dove avrebbe dovuto essere ufficialmente nominato candidato alle presidenziali del 2028. L’accusa di “favoreggiamento al terrorismo” legata al PKK e quella di corruzione hanno scatenato l’indignazione di molti esponenti dell’opposizione, che vedono nell’arresto un tentativo di Erdogan di neutralizzare un avversario sempre più potente e di consolidare il suo dominio autoritario.
L’arresto di Imamoglu ha suscitato una serie di manifestazioni in tutta la Turchia, non solo nelle principali città come Istanbul, Ankara e Smirne, ma anche in ambito universitario. Migliaia di persone si sono radunate per denunciare quello che ritengono essere un atto di “stato autoritario” e una violazione della volontà popolare. Il divieto di manifestazioni imposte dalle autorità e la censura dei social media, con blocchi a piattaforme come Twitter, Instagram, YouTube e TikTok, non hanno impedito alla gente di esprimere il proprio dissenso. Le forze di polizia sono intervenute duramente, specialmente contro gli studenti dell’Università di Istanbul che protestavano contro l’annullamento del diploma di laurea di Imamoglu, un passaggio che lo avrebbe potuto escludere dalla corsa presidenziale, dato che la Costituzione turca richiede un titolo di laurea per candidarsi alla presidenza.
Il leader del CHP, Ozgur Ozel, ha annunciato che la mobilitazione per la liberazione di Imamoglu continuerà fino a quando non sarà rilasciato, descrivendo il 23 marzo come “l’inizio della primavera della Turchia”. Ozel ha accusato Erdogan di usare il potere per eliminare gli avversari politici con metodi autoritari, sottolineando come questa repressione stia cercando di soffocare ogni forma di opposizione.
A livello internazionale, l’arresto di Imamoglu ha suscitato forti reazioni, con numerosi paesi e organizzazioni che hanno espresso preoccupazione per il deterioramento della democrazia in Turchia. Il governo tedesco ha definito l’arresto una “grave battuta d’arresto per la democrazia”, mentre il Consiglio d’Europa ha condannato la detenzione, descrivendola come un attacco a una figura politica che rappresenta una seria minaccia per l’egemonia di Erdogan. Anche Amnesty International ha parlato di un “salto di qualità” nella repressione dei diritti umani, invitando la comunità internazionale a resistere all’ulteriore erosione delle libertà civili in Turchia.
Anche Orhan Pamuk, scrittore turco e premio Nobel per la letteratura, ha commentato con disappunto la situazione, parlando di “un’orribile tristezza” per il paese. Pamuk ha sottolineato che, negli ultimi dieci anni, la Turchia ha sperimentato una democrazia “elettiva”, in cui gli elettori potevano scegliere i loro leader, ma senza una reale libertà di espressione. L’arresto di Imamoglu, secondo lui, segna la fine anche di questa forma di democrazia limitata.
La Turchia si trova dunque di fronte a un momento cruciale. La crescente repressione delle forze di opposizione e l’intensificarsi delle manovre politiche per garantire la continuazione del potere di Erdogan sollevano interrogativi sul futuro della democrazia nel paese. L’operazione contro Imamoglu, pur essendo giustificata dalle autorità come un atto di giustizia contro la corruzione, sembra avere una forte componente politica, con l’intento di indebolire l’opposizione e di consolidare ulteriormente il controllo di Erdogan.
Le manifestazioni, la repressione delle libertà e le azioni contro Imamoglu evidenziano una Turchia divisa, tra coloro che ancora sperano in un cambiamento democratico e coloro che ritengono che il paese sia ormai prigioniero di un regime sempre più autoritario. Mentre Erdogan si prepara a possibili manovre costituzionali per assicurarsi una rielezione nel 2028, la crescente tensione tra il governo e l’opposizione potrebbe segnare un nuovo capitolo nella travagliata storia politica turca. Il destino di Imamoglu e le prossime elezioni saranno determinanti per comprendere quale direzione prenderà la Turchia: se verso una democrazia più aperta e inclusiva, o verso un consolidamento del potere autoritario che minaccia di estinguere le libertà civili nel paese.
Riccardo Renzi
Istruttore direttivo presso Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, membro dei comitati scientifici e di redazione delle riviste Menabò, Scholia, Notizie Geopolitiche e Il Polo – Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti”, e Socio Corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche.