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Un inquietante nuovo mondo

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Parole scritte in carcere un secolo fa da Antonio Gramsci che di nuovo oggi appaiono profetiche. I mostri spuntano come funghi nel Nuovo come nel Vecchio Mondo e si stanno impossessando del pianeta. L’Unione Europea mostra la sua inconsistenza di fronte alle guerre che impazzano al suo interno sul fronte orientale e di fronte a essa sulla costa meridionale del Mediterraneo; una terza guerra, forse la più feroce, ha per target il popolo migrante. Le sinistre, incapaci di elaborare un progetto alternativo al neoliberismo e ai nazionalismi guerrafondai gestiti da oligarchi multimiliardari, battono in testa, sbandano, abdicano perdendo per strada la loro ragion d’essere. Qualche timido segnale positivo in una Germania che vira paurosamente a destra arriva dall’ottimo risultato della Linke, capace di coniugare questione sociale, opposizione alla guerra e solidarietà con i migranti. Mentre Gaza muore e i palestinesi sono vittime di un genocidio, in Ucraina un intero popolo è costretto da tre anni a combattere una guerra voluta dagli Stati uniti, pagata dall’UE e messa in essere dalla Russia.

Il pacifismo nel mondo è rauco, gli organismi mondiali tacitati, solo una voce autorevole si è alzata contro la guerra, quella di Papa Francesco, autorevole quanto inascoltato per una frase impietosa che ha squarciato il silenzio denunciando la Nato, andata “ad abbaiare alle porte della Russia”. Ha scritto il politologo inglese Richard Sawka: “L’esistenza della Nato si giustifica col bisogno di gestire le minacce provocate dal suo allargamento”. E mentre il neoeletto Trump, circondato dai saluti romani dei suoi miliardari, apre un dialogo ambiguo e prepotente con il guerrafondaio Putin per fare cessare quella guerra sanguinosa (magari per iniziarne un’altra più cogente contro la Cina), le sedicenti democrazie occidentali gridano allo scandalo.

Il sociologo Marco Revelli trova parole convincenti: “Abbiamo due grandi ex potenze imperiali, Russia e Usa, una declinata e una declinante, entrambe però con un arsenale nucleare capace di distruggere il pianeta. Dopo un periodo sciagurato di contrapposizione totale, hanno deciso di parlarsi”; Trump e Putin, aggiunge, “sono due criminali, se si scontrassero produrrebbero un conflitto devastante, quindi meglio che dialoghino piuttosto che confliggere”.

L’idea di uno stop alla guerra in Ucraina non dispiacerebbe, sotto sotto, anche alle destre italiane e non solo ai leghisti da sempre legati a Mosca, da cui hanno incassato almeno 49 milioni di euro, ma persino ai più appassionati sostenitori di Zelensky. Dice il Ministro all’Ambiente e Risorse Energetiche, il forzitaliota Gilberto Pichetto Fratin: “Fatta la pace si torna al gas russo”. Più che l’onor poté il digiuno, il gas che ci costava 20 euro al megawattora, con la guerra lo compriamo dagli Usa a 60 euro, ed è istruttivo che siano bastate le prime avvisaglie dell’accordo trumpiano per riportarlo sotto i 50 euro. Sempre troppo per l’Italia, dove continua la caduta della produzione industriale e dei già miseri salari, mentre riparte l’inflazione e i contratti di lavoro non vengono rinnovati.

In questo inquietante chiaroscuro, i neofascismi e i neonazismi prima emarginati nelle periferie dell’UE oggi fioriscono nel cuore del continente, dalla Francia alla Germania. In Italia governano e dettano legge, lo scettro è in mano a Giorgia Meloni sostenuta da un Salvini alla ricerca ossessiva di uno strapuntino alla corte dei tiranni e un Tajani postberlusconiano pronto a genuflettersi alla corte della donna sola al comando in cambio dello smantellamento del sistema giustizia. Meloni tenta di barcamenarsi tra Washington e Bruxelles, sempre più sbilanciata verso il nuovo corso Usa pur non potendo abbandonare del tutto i privilegi che le derivano dal feeling con Von der Leyen e riducono l’impatto negativo dovuto alle politiche spregiudicate e xenofobe, ma in fondo in fondo condivise da mezza Europa, sull’immigrazione (le deportazioni in Albania contestate dalla Corte europea per i diritti umani, i patti scellerati con la Libia, fino alla violazione del mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte dell’Aia per il torturatore e assassino Almasri, riportato a Tripoli con tutti gli onori).

Meloni, nano tra i giganti, tenta penosamente di accreditarsi come pontiere fra Trump e gli interessi europei, spiegando al primo che bisognerebbe evitare l’arma atomica contro Bruxelles e all’UE che sotto sotto Trump ci ama. Nessuno le crede, ma a Washington fa comodo una quinta colonna in Europa e i nuovi padroni degli Usa sono disposti ad applaudirla quando interviene, sia pure da remoto, all’assemblea dei conservatori americani dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Più che le parole della premier italiana conta la sua presenza, a differenza del leader dei neofascisti francesi che ha abbandonato l’adunanza a seguito del saluto romano dell’ideologo di Maga Steve Bannon. In Francia, a chi come i lepenisti aspira a governare conviene andarci piano con il tifo per i nazisti, e Marine non è Jean Marie. Evidentemente, in Italia il tabù del fascismo è già caduto.

Salvo ripensamenti, Giorgia Meloni, che pure di fronte ai saluti romani e alle motoseghe argentine aveva citato la lotta del popolo ucraino senza nominare la Russia, è pronta a votare all’Onu insieme a Mosca e Washington una risoluzione trumpiana che prepara la strada a un accordo sull’Ucraina senza Ucraina e senza UE. Ma per non smentirsi ne voterà anche un’altra di segno opposto che denuncia l’invasione dell’Ucraina e chiede il ritiro della Russia dai territori occupati. Solo su un punto Giorgia Meloni può rivendicare l’unità d’intenti tra Roma, Bruxelles e Washington: il micidiale riarmo generale con soldi inevitabilmente sottratti allo stato sociale, alla sanità e all’istruzione, che in Europa raccontano in funzione di una maggiore autonomia dall’America dei dazi. In realtà, il minacciato raddoppio della spesa in armi, fatto da ogni singolo Paese visto che l’UE non è un’entità politica, con missili e droni comprati dagli Usa aumenterebbe non l’autonomia ma la dipendenza. E già ora l’UE spende per la difesa il 58% in più di quanto spenda Putin, 730 miliardi contro i 461 della Russia.

In uscita sul mensile svizzero Area

Redazione Italia