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Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

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Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

L'articolo Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte proviene da .

Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

L'articolo Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte proviene da .

Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

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Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

L'articolo Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte proviene da .

Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte

Qualche giorno fa, mentre leggevo alcuni articoli sul tema dei cambiamenti climatici dalla rivista Limes “A qualcuno piace caldo” (novembre’24), mi chiedevo come fosse possibile che, a distanza di trent’anni dalla prima conferenza sul clima (COP Berlino1995), nonostante l’ampia disponibilità di fonti scientifiche e l’evidenza delle conseguenze di quella che possiamo definire una vera e propria crisi climatica, ci siano ancora dei negazionisti tra le cui fila, è bene ricordarlo, c’è anche qualcuno che è stato recentemente eletto presidente degli USA.

Così, quasi per scherzo, ho interpellato una delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale (alla fine saprete quale) per avere una risposta. Non pensiate di trovarvi di fronte ad un approccio ingenuo ed acritico nei confronti di questo strumento ma, dopo aver letto la risposta al mio quesito, la curiosità e l’idea di porre un’ulteriore richiesta mi hanno spinta a proseguire, sviluppando una “vera e propria” intervista all’intelligenza artificiale, d’ora in poi AI. Ogni domanda posta sarà preceduta da una D mentre riporterò le risposte ottenute quasi integralmente, con una minima rielaborazione per ovviare, almeno parzialmente, allo schematismo con cui sono state date. La dicitura “Critica scientifica” riporta il modo con cui AI ha integrato alcune risposte con quella che definisce una critica scientifica alle opzioni negazioniste.

D: Su quali dati scientifici si basano le tesi dei negazionisti dei cambiamenti climatici?

AI: Le affermazioni dei negazionisti climatici spesso si basano su dati interpretati in modo parziale, manipolati o contestualizzati in modo errato. Alcune delle argomentazioni comuni fanno riferimento a studi scientifici isolati, dati climatici selezionati o periodi temporali ridotti che non rappresentano correttamente le tendenze a lungo termine.

Per esempio fanno riferimento alle fluttuazioni climatiche naturali, sostenendo che il clima ha sempre avuto variazioni naturali (ere glaciali come pure periodi di riscaldamento), in base ai dati ricavati da ricerche geologiche e paleoclimatiche che dimostrano cambiamenti climatici naturali registrati nel corso di milioni di anni.

Critica scientifica: Sebbene il clima terrestre sia naturalmente variabile, la velocità e l’entità dell’attuale riscaldamento globale sono senza precedenti e coincidono con l’aumento delle emissioni di gas serra da attività umane.

La“pausa del riscaldamento” secondo cui tra il 1998 e il 2012 ci sarebbe stata una “pausa” nel riscaldamento globale, rilevata attraverso la registrazione di temperature superficiali globali apparentemente stabili in quel periodo.

Critica scientifica: Questa affermazione ignora la variabilità naturale a breve termine e si basa su dati incompleti. Fenomeni temporanei come El Niño e La Niña hanno influito sulle temperature superficiali, mentre l’accumulo di calore negli oceani è continuato senza interruzioni.

L’influenza dei cicli solari: secondo loro, sarebbe l’attività solare la principale responsabile del riscaldamento globale. In relazione a misure e analisi delle variazioni nell’irraggiamento solare con cicli di 11 anni.

Critica scientifica: Le variazioni solari sono state attentamente studiate, e si è dimostrato che non possono spiegare l’entità del riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni. Il riscaldamento antropogenico ha un impatto molto più significativo, gli studi confermano che il contributo solare è trascurabile rispetto all’effetto dei gas serra.

Incertezza sui modelli climatici che sono considerati inaffidabili in base al confronto tra previsioni climatiche passate e dati climatici osservati.

Critica scientifica: Sebbene i modelli climatici abbiano margini d’incertezza, si sono dimostrati accurati nel prevedere le tendenze globali, compreso il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani.

D: Allora, per quale motivo, riferendoci ai cambiamenti climatici, si può sostenere che sono di origine antropica?

AI: I cambiamenti climatici sono ritenuti di origine antropica (cioè causati dall’uomo) sulla base di numerose prove derivanti da diverse discipline come climatologia, geochimica, fisica atmosferica e biologia. Ti posso fare qualche esempio.

Aumento dei gas serra correlato alle attività umane: le concentrazioni di anidride carbonica (CO₂), metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O) sono aumentate vertiginosamente dall’inizio della Rivoluzione Industriale. La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (parti per milione) nel periodo preindustriale a oltre 420 ppm nel 2023. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale, la deforestazione e l’agricoltura intensiva sono responsabili dell’aumento di queste concentrazioni.

In particolare gli isotopi del carbonio (C12, C13, C14) nell’atmosfera forniscono una prova dell’origine della CO₂, poiché il combustibile fossile ha un rapporto isotopico specifico che costituisce, quindi, una sorta di “firma” dell’origine umana delle emissioni.

Modelli climatici comparativi (naturale vs antropico). I modelli climatici che tengono conto solo delle cause naturali (attività solare, eruzioni vulcaniche, variazioni orbitali) non spiegano l’aumento della temperatura osservato dal XX secolo in poi. Mentre, quando s’includono le emissioni antropiche nei modelli, le previsioni coincidono con le temperature effettivamente osservate.

Distribuzione del riscaldamento atmosferico e oceanico. La troposfera si sta riscaldando, mentre la stratosfera si sta raffreddando. Questo fenomeno è coerente con un effetto serra potenziato dalle emissioni di gas serra e non può essere spiegato da un aumento dell’attività solare, che riscalderebbe entrambe le regioni atmosferiche.

Acidificazione degli oceani. Gli oceani assorbono circa il 25% delle emissioni di CO₂, portando a una riduzione del pH con conseguente acidificazione. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento antropico della CO₂ atmosferica. Non ci sono processi naturali noti che possano spiegare un’acidificazione così rapida.

Velocità del riscaldamento. L’attuale tasso di riscaldamento è molto più rapido rispetto ai cambiamenti climatici naturali osservati nel passato (come il passaggio tra ere glaciali). I cambiamenti naturali avvengono nell’arco di migliaia di anni, mentre il riscaldamento attuale è avvenuto in poche decine di anni.

Evidenze paleo-climatiche. I dati provenienti da carotaggi di ghiaccio mostrano una correlazione tra livelli di CO₂ e temperature negli ultimi 800.000 anni. Tuttavia, l’attuale concentrazione di CO₂ non ha precedenti nella storia recente del pianeta.Questa anomalia coincide con l’intensificazione delle attività umane.

D: Quali settori e in quale misura contribuiscono all’emissione dei gas serra?

AI: L’emissione di gas serra proviene da molteplici settori dell’economia globale. In base ai dati più recenti si possono considerare: la produzione di energia (generazione di elettricità e riscaldamento per industrie, edifici e infrastrutture), che concorre per il 25% attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Al secondo posto abbiamo l’industria con il 21% attraverso processi industriali per la produzione di materiali come cemento e acciaio, insieme con quelli del settore chimico e della raffinazione del petrolio. A pari “merito” ci sono, poi, i trasporti con il 14% che generano emissioni dalla combustione dei diversi carburanti utilizzati da automobili, camion, aerei, navi e trasporto pubblico. Affiancati dall’agricoltura con un altro 14%. In questo caso l’alterazione atmosferica deriva dalla gestione del suolo agricolo con le tecniche legate alle monocolture, dalla fermentazione enterica dei ruminanti degli allevamenti intensivi, dalle risaie e dalla produzione di fertilizzanti. Quest’ultimo settore influenza anche la deforestazione, che pesa, quando finalizzata alla conversione di terre per l’agricoltura o l’urbanizzazione, contribuendo con un altro 6%. Gli edifici residenziali e commerciali attraverso il riscaldamento, raffreddamento e illuminazione degli spazi totalizzano a loro volta il 6%.

In coda abbiamo il 3% della componente derivata dai rifiuti sotterrati nelle discariche, bruciati negli inceneritori o dal trattamento delle acque reflue.

In conclusione, i principali settori responsabili delle emissioni di gas serra variano nella loro incidenza, ma tutti richiederebbero soluzioni specifiche per ridurre l’impatto climatico. La transizione energetica, il cambiamento dei modelli di produzione e consumo e l’adozione di tecnologie innovative sono fondamentali per contenere le emissioni.

D: Hai fatto cenno alla produzione e al consumo, possiamo riconoscere una responsabilità del sistema di produzione capitalista?

AI: Assolutamente sì, il sistema di produzione capitalista ha un ruolo centrale nel fenomeno dei cambiamenti climatici. Questo legame è ben documentato sia da studi economici che ambientali e riguarda diversi aspetti strutturali e ideologici del capitalismo.

Un sistema che, fino ad ora, dal punto di vista energetico, si è fondato sulla dipendenza da combustibili fossili. Il capitalismo industriale si è sviluppato storicamente attraverso l’uso intensivo di carbone, petrolio e gas naturale che rimangono, ancora oggi, le principali fonti di energia.

La crescita economica infinita come paradigma: il capitalismo si fonda sull’espansione continua della produzione e del consumo per mantenere il profitto, ma la crescita infinita è incompatibile con un pianeta dalle risorse finite. Questo porta a un esaurimento delle risorse naturali e all’accumulo di rifiuti e gas serra.

Le esternalità ambientali: per le imprese capitalistiche è “naturale” scaricare i costi ambientali come inquinamento e degrado sulla collettività.

L’obsolescenza programmata: la produzione capitalista promuove la creazione di beni con una vita utile limitata e, allo stesso tempo, crea bisogni fittizi per stimolare il consumo.

Il finanziamento e lobbying contro la transizione ecologica: le grandi multinazionali dei combustibili fossili e le industrie legate ai modelli produttivi tradizionali finanziano campagne di disinformazione sul cambiamento climatico e fanno pressione sugli stati contro le regolamentazioni ambientali.

Il colonialismo ecologico: il capitalismo globale tende a trasferire gli impatti ambientali più gravi ai paesi del Sud del mondo, che diventano le “discariche” delle economie sviluppate o fonti dei “crediti” per continuare ad emettere gas serra.

D: Ma alcune imprese sembrano essere più sensibili alle questioni ambientali, cosa ne pensi del capitalismo “verde”?

AI: Il capitalismo verde? Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla promozione di nuove iniziative, nuovi tentativi di adattare il sistema capitalistico a modelli “green” attraverso soluzioni, apparentemente più rispettose dell’ambiente, con una maggior attenzione all’economia circolare. Tuttavia, molte di queste sono state, di fatto, manovre di greenwashing, cioè operazioni di facciata senza un vero cambiamento strutturale.

Il capitalismo è strutturalmente legato a pratiche di sfruttamento. Sebbene possa essere possibile una trasformazione verso un sistema più sostenibile, ciò richiederebbe una profonda revisione degli schemi economici attuali. Non è possibile rincorrere l’ossessione per la crescita infinita ed esprimere l’intenzione di volersi muovere nella direzione di una transizione verso modelli che privilegino il benessere umano e ambientale.

MarTa

L'articolo Crisi climatica ed intelligenza artificiale: l’intervista – prima parte proviene da .