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numero_5

8 marzo ancora in piazza!

Ancora un otto marzo. E nonostante la situazione di generale oppressione sociale, nonostante il peso della specifica oppressione sessista che marca le nostre vite, nonostante tutte le ragioni che spingono ad essere nelle piazze in una giornata internazionale che vuole essere un grido di libertà, nonostante tutto questo c’è chi continua a parlare dell’otto marzo come di un appuntamento rituale.

A dire la verità ci piacerebbe che l’otto marzo fosse un appuntamento rituale, una data attesa per essere goduta come una bella festa, come si fa per l’ultimo dell’anno. Ma non è così.

La realtà è un’altra, nonostante i sempre più pervasivi pinkwashing commerciali, aziendali e addirittura militari, nonostante il presunto femminismo legato allo sfondamento dei tetti di cristallo, un modo becero di giustificare il potere, nonostante gli assurdi proclami di chi nega l’esistenza del patriarcato, sia esso il Valditara di turno o qualche intellettuale in costante ricerca di visibilità. La realtà è un’altra e richiede tutta la nostra energia, la nostra presenza nelle piazze, il nostro lavoro quotidiano, per rompere la cappa oppressiva che trasversalmente è segnata da sessismo.

È evidente come le questioni di genere intrecciano e attraversano una quantità di questioni, da quelle economiche, a quelle politiche, a quelle sociali.

Salari bassi, precarietà, disoccupazione, massicci tagli dei servizi e della spesa sociale: una situazione disastrosa, resa drammatica da quella che da qualche anno è a tutti gli effetti un’economia di guerra. E questa situazione porta inevitabilmente con sé anche un rilancio del familismo. Rispetto alla necessità di far fronte alle attività di cura, ai servizi che mancano, così come alla perdita di reddito soggettivo e di autonomia economica, la famiglia rappresenta per il sistema capitalista la soluzione più comoda e meno costosa, consolidata nel corso dei secoli dall’impostazione patriarcale e disciplinata secondo un modello di divisione del lavoro rigidamente impostato su base sessista e assai congeniale alle esigenze capitaliste. Un modello che comunque è sottoposto alle contraddizioni della società moderna e che quindi ha bisogno di essere rinforzato da una martellante propaganda familista che riproponga in modo marcato la morale sessista, i ruoli tradizionali e soprattutto la funzione riproduttiva assegnata alle donne come ineludibile compito sociale. L’imposizione della maternità come unico orizzonte della vita femminile, il contrasto feroce all’autodeterminazione di donne e soggettività con utero che deliberatamente e consapevolmente non vogliono assoggettarsi all’obbligo riproduttivo, l’omofobia rivolta contro tutte le persone non conformi sono elementi che marcano in modo inequivocabile la realtà dell’era meloniana, certamente in continuità con fasi storiche e politiche precedenti, ma con un ulteriore livello d’impatto sociale che ne moltiplica la portata.

Quella struttura patriarcale e sessista di divisione del lavoro e di imposizione di comportamenti riferibili ai ruoli binari che rappresenta una caratteristica costante della società capitalista assume infatti nella fase attuale, con il governo in carica, la dimensione effettiva di atti legislativi precisi. È un passaggio politico molto importante, di cui bisogna essere consapevoli.

Mai come in questo periodo si sono intensificate politiche demografiche indirizzate all’incremento della natalità, al contrasto ad aborto e contraccezione, alla persecuzione di chi si sottrae al compito riproduttivo; mai come in questo periodo si sono avute precise disposizioni di legge e atti governativi apertamente omofobi, rivolti contro persone che rifiutano la concezione binaria sfuggendo alla dimensione familista.

Quello che sta avvenendo con il governo attualmente in carica prende non solo la forma, già vista in altri momenti, di una generale crociata ideologica, ma anche quella di concreti e circostanziati atti legislativi.

E il Governo non agisce in solitudine.

A sostenere queste politiche abbiamo come sempre i settori reazionari, in primis la Chiesa cattolica e l’apparato militare.

Papa Bergoglio, che a qualcuno è sembrato accattivante grazie alle sbiadite esternazioni su guerra e ambientalismo rilasciate mentre curava abilmente affari, interessi e profitti del suo stato, il più stabile del mondo; lo stesso papa, che pure è riuscito a mostrarsi affabile in tante situazioni, non ha tuttavia mai perso occasione per fare guerra aperta e rabbiosa all’autodeterminazione delle donne e delle libere soggettività ribadendo costantemente la morale tradizionale, la necessità e la naturalità dei ruoli assegnati ai sessi, agitando lo spauracchio del gender e la condanna perpetua dell’aborto. Una guerra che il fervore identitario cattolico esaltato dall’occasione dell’anno del Giubileo non può che rendere più aggressiva.

Analogamente va considerato quanto il massiccio incremento del militarismo legato alla fase attuale di guerra esterna e interna rafforzi le politiche sessiste. È noto che nelle operazioni militari vere e proprie lo stupro è stato spesso usato come arma di guerra, facendo del corpo delle donne un campo di battaglia. Altrettanto noto è che sessismo e femonazionalismo sono caratteristiche ricorrenti delle politiche militariste e coloniali, così come la mission della liberazione delle donne da regimi oppressivi è stata spesso sbandierata per giustificare occupazioni militari, politiche di aggressione, sfruttamento di territori e risorse. Ma è altrettanto evidente che proprio il militarismo in quanto tale rappresenta il culto della forza, della violenza, della gerarchia, dei ruoli, della subordinazione, l’esaltazione del maschio vincitore, della virilità e del suprematismo maschile: una matrice patriarcale, sessista e machista che nessun pinkwashing dell’esercito, nessuna apertura dei ranghi militari a donne e addirittura a persone Lgbtqia+ può scalfire e che viene costantemente riproposta nel nostro quotidiano, nelle scuole, nelle strade, in qualsiasi contesto di una vita sociale sempre più militarizzata.

Rispetto a tutto questo la lotta quotidiana è una necessità, la piazza dell’otto marzo è una necessità.  Le piazze transfemministe sono fatte di corpi concreti che oppongono la materialità della lotta all’oppressione quotidiana. Lo sciopero generale, che anche quest’anno caratterizza la giornata dell’otto marzo, vuole rappresentare in modo reale e non certo simbolico la necessità di rottura e di interruzione dallo sfruttamento perpetuo del lavoro produttivo e riproduttivo. La lotta transfemminista attraversa una quantità di aspetti e di problematiche perché viviamo in una società in cui sessismo e patriarcato sono sistemici. È indispensabile riuscire a cogliere le connessioni tra le varie questioni che determinano gerarchia e sfruttamento, occorre farlo senza istituire una gerarchia delle problematiche e delle soluzioni. Lo sguardo transfemminista è anche il nostro sguardo, lo sguardo di tant3 anarchic3 che quotidianamente lottano per trasformare radicalmente l’esistente in una prospettiva complessiva di rivoluzione sociale, con la loro presenza attiva sui luoghi di lavoro, nei collettivi, nei movimenti. E nelle piazze dell’otto marzo. In ogni città e in tutto il mondo.

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Transfemminismo. Percorsi e prospettive

Premessa
Questo testo, frutto della discussione e del confronto interno al nostro gruppo, riprende ed integra gran parte del testo che come FAI redigemmo per il congresso dell’IFA dello scorso anno.

Universale singolare. Transfemminismo e anarchia
I percorsi di libertà tracciati dalle soggettività tenute ai margini dalla cultura patriarcale hanno scosso dalle fondamenta un ordine che pareva immutabile arrivando a spezzarne la logica binaria ed essenzialista.
La logica binaria è quella che divide le persone in base al sesso attribuito alla nascita cui si pretende corrispondano precise caratteristiche di genere.
Il binarismo implica uno iato tra il più ed il meno, il pieno e il vuoto, il vaso e il seme, lo spazio dei sentimenti e quello della ragione. Questa logica, che si pretende naturale, fonda l’ordine patriarcale.
L’universale umano nasce e resta a lungo saldamente maschile. Un maschile cui vengono iscritte le qualità intrinseche che “giustificano” la gerarchia tra i generi, all’interno della gabbia normativa familiare e nella lunga esclusione delle donne dalla vita pubblica.
L’ordine patriarcale si fonda sulla pretesa che la gerarchia sia biologicamente fondata e su questa costruisce una cultura in cui si danno identità costanti, fisse, socialmente definite.
La servitù femminile non è stata caratteristica di tutte le culture umane, ma è stata ed è prevalente a tutte le latitudini.
La dinamica patriarcale fa si che la gerarchia si riproduca in ogni relazione umana. Spezzare l’ordine patriarcale è necessario ad una trasformazione sociale di segno libertario.

Essenzialismo, decostruzione queer e approccio anarchico
Con essenzialismo intendiamo la scelta di considerare giuste ed immutabili tipizzazioni di genere del tutto culturali.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione delle identità di genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della rottura operata dal femminismo e dai movimenti lgbtqia+.
La sfida è su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al capitalismo. Una sfida che non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si attua nel convergere delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di dar vita ad una prospettiva inedita.
Il sommarsi di diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio nei confronti delle gerarchie di potere.
Le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non sono un conglomerato concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa. Oltrepassarle per cancellarle è un percorso complesso, perché investe una dimensione del sé che, pur squisitamente culturale, è tanto forte ed introiettata sin dalla nascita da parerci naturale. Al punto che gli stereotipi di genere finiscono con l’essere fatti propri persino da chi rifiuta quello che gli/le è stato assegnato alla nascita.
Il costruzionismo queer attua la strategia di decostruire le identità che passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale, alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
Un percorso importante ma delicato, perché, in modo del tutto paradossale, talora la spinta ad aprire spazi che aspirano al riconoscimento delle cesure discriminanti che segnano le vite di tante persone, finisce con il produrre un cortocircuito identitario.
Proviamo a spiegarci meglio.
Nessuno meglio di chi vive una discriminazione può renderla intelligibile a tutt* e promuovere istanze che consentano un percorso di liberazione.
Il movimento femminista, quello lgbtqia+, prendono le mosse dalla presa di parola autonoma, dalla contestazione del linguaggio che marca la gerarchia, dalla frantumazione della materialità dell’oppressione. Se l’universale è maschile, europeo, ricco, eterosessuale, il resto è margine inessenziale, che va sottomesso, negato, asservito e, spesso anche eliminato. Quindi la parola libera di chi era (ed è) la striscia bianca ai lati del grande libro della storia umana è intrinsecamente sovversiva. Quando questa parola entra nel discorso pubblico lo modifica in modo radicale: ha un ruolo cruciale nel frantumare ogni logica escludente ed oppressiva.
I processi di soggettivazione degli esclusi dall’astratto universale illuminista hanno innescato percorsi trasformativi, in cui le differenze e, quindi, il frantumarsi del soggetto politico borghese, maschio, eterosessuale, ricco, di cultura europea hanno aperto un orizzonte di lotta inedito. Si è trattato di un percorso lungo, non terminato, che purtroppo oggi rischia di perdersi in mille rivoli identitari chiusi in se stessi, incapaci di aspirare collettivamente ad un universale includente.
In certi ambiti di movimento la presa di parola ed iniziativa degl* esclus* si declina nella pretesa che la sola parola legittima sia quella di chi vive una discriminazione. Agl* altr* è concesso solo “mettersi in ascolto”. Da qui al negoziare il proprio diritto all’alterità con il riconoscimento acritico di qualsiasi altro percorso identitario, il percorso è breve. Il rischio, evidente, è l’affermarsi di una nuova, più subdola, forma di essenzialismo, che spesso si interseca con una lettura distorta dei percorsi decoloniali, che finisce con il legittimare nazionalismi, comunitarismi, identitarismi religiosi.
Su questo terreno è necessario un lungo lavoro di elaborazione teorica e, insieme, una capacità di attraversare gli ambiti transfemministi e queer con proposte e orizzonti di lotta di segno libertario.

I femminismi della differenza e transfemminismo
I femminismi della differenza sono lo specchio capovolto del dominio maschile.
Binarismo ed essenzialismo permangono in questi femminismi, che, pur negando il disvalore delle donne, riproducono al femminile le gerarchie tipiche delle culture fondate sul dominio maschile ed eterosessuale.
Il mero afflato paritario sul piano dei diritti si limita a riempire il vuoto, inserire l’eguale, dare corpo al vaso, attenuare la dicotomia tra ragione e sentimento, senza spezzare la logica binaria.
Sono femminismi incapaci di cogliere come il patriarcato sia uno dei tasselli che disegnano il mosaico di società basate sulla competizione, lo sfruttamento, la violenza sistemica nei confronti di chi è posto ai margini.
Questi femminismi sono facilmente riassorbibili nell’ordine statale e capitalista.
Al contrario il transfemminismo all’alba del terzo decennio del secolo esperisce la possibilità di passare dal genere all’individuo, dalla gerarchia sessualizzata alla molteplicità.
È un femminismo che, in ogni angolo del pianeta, si deve confrontare con l’estrema violenza della reazione patriarcale, che si traduce sia in gabbie normative, sia in violenza sistemica nei confronti delle identità mobili, irriducibili ad ogni logica binaria.
Chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza dirompente, perché sbriciola il binarismo e l’essenzialismo.

All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre e per le religioni la difesa di identità rigide ed escludenti diviene il centro nevralgico dell’azione politica. Il piedistallo “identitario” è la base che regge la pretesa di disciplinare identità e corpi non conformi.
Sanno bene che l’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti, quando l’io diviene approdo di percorsi irriducibilmente individuali ma esperiti nella forza di lotte collettive.

La reazione patriarcale
Le destre identitarie e sovraniste, sostengono il capitalismo e la divisione in classi, ma li vorrebbero mitigati da un forte stato etico, saldamente fondato sulla famiglia, sulla nazione, sulla religione. Dio, patria, famiglia, un assioma che non disturba gli affari ma rimette in ordine il mondo.
A tutte le latitudini del pianeta si attacca la materialità dei percorsi di liberazione che hanno segnato il secolo scorso. La libertà di decidere sulla maternità, l’uso normalizzante della psichiatria, sino alla negazione dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla stessa possibilità di muoversi in autonomia segnano le vite di tanta parte delle donne e delle persone non conformi che vivono su questo pianeta. Vi è profonda assonanza tra le politiche delle destre dell’Occidente “democratico” e quelle dei paesi dove si sono imposte varie forme di fondamentalismo religioso.
La “famiglia” come nucleo etico rappresenta l’elemento normalizzatore di “anomalie”, che le lotte delle donne, delle persone omosessuali, asessuali, transgender, hanno reso visibili e pericolose per ogni pretesa di socializzazione autoritaria dei bambini, delle bambine, dei bambinu.
Non solo. Oggi il disciplinamento delle donne, specie di quelle povere, è parte del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Ne è uno dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.

Un “sinistro” essenzialismo
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
La deriva identitaria non è mero patrimonio delle destre sovraniste, localiste, fasciste, misogine, omofobe, razziste, perché sfiora anche ambiti di movimento, che si pretendono distanti dall’approccio essenzialista della destra.
La reazione alla violenza del capitalismo, all’anomia della merce, alla feroce logica del profitto, alla paura dell’onnipotenza della tecnica rischiano di produrre mostri peggiori di quelli da cui si fugge.
L’anarchismo si sta confrontando con un mondo dove ci sono stati cambiamenti epocali. Nel giro di pochi decenni siamo passati dal pallottoliere al web, dalla macchina fotografica alle immagini satellitari, dalle lettere alle chat, dai sorveglianti umani agli occhi elettronici, dal posto fisso alla precarietà strutturale, dal lavoro alla catena alle catene del telelavoro.
Un lungo processo di straniamento.
Il moloch tecnologico, assunto come nemico totale, ha aperto la strada ad un anarchismo che fugge in un passato immaginario, dove germogli un futuro che nega l’umano, così come si è costruito nel processo di civilizzazione, identificato tout court con la nascita e il consolidarsi della gerarchia, del dominio, della violenza dei pochi sui molti. Il futuro diviene “primitivo”, nel senso etimologico del termine, un tempo-spazio dove si torna al primus, ad una dimensione in cui l’umano si (ri)naturalizza, in una concezione essenzialista e non culturale della “natura”.
Una fuga nichilista che riflette l’impotenza di fronte ad una complessità che non si riesce a capire né a controllare: il moloch può essere distrutto solo a prezzo di rinunciare alla libertà, per rifugiarci tra le braccia esigenti e soffocanti della natura-madre.
Il processo di rinaturalizzazione dell’umano operato da queste correnti nega i percorsi costruiti dalle identità fluide, disancorate, in viaggio che si reinventano fuori e contro la logica binaria dei generi.
Fuggire al dominio della merce, al controllo dello stato, alla paura della tecnica che si ritiene impossibile controllare, porta a negare la diversità e pluralità dei percorsi individuali. Manca la gerarchia formale ma non c’è traccia di libertà. L’unica libertà è quella di adeguarsi ad essere quello che “spontaneamente” saremmo, se le incrostazioni della “civiltà” non ci avessero snaturat*.
Da qui a negare l’aborto, le tecniche contraccettive non “naturali”, l’utilizzo di ormoni e tecniche chirurgiche per modificare il proprio corpo, il passo è stato breve.
La negazione dei percorsi di decostruzione del genere conduce ad approdi non troppo distanti da quelli delle religioni e delle destre fasciste.
Le questioni di genere vengono relegate ai margini di un discorso di trasformazione sociale, che, nella migliore delle ipotesi, le considera inessenziali.

Universale plurale

I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Le dislocazioni, i transiti e le ricombinazioni che rompono con qualsiasi pretesa di pietrificare le identità, frantumano l’essenzialismo ed aprono una sfida radicale, insuscettibile di riassorbimento in logiche gerarchiche e capitaliste.
Lo scarto degl* esclus* non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Nessuna posizione può pretendere di riassumere in sé l’oppressione e i relativi percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta, escludente.
In questa prospettiva il relativismo dei posizionamenti, viene superato dall’universalismo della spinta ad una radicale trasformazione della società.
L’universale occidentale, costitutivamente escludente e marginalizzante nei confronti di tutt* coloro che non sono considerat* pienamente cittadini (poveri, migranti, donne, soggettività non conformi alla norma etero-cispatriarcale, ecc.), e il relativismo assoluto, sostanzialmente acritico nei confronti di usanze e pratiche spesso pesantemente oppressive, sono due facce della stessa medaglia. Si pongono in posizione equidistante rispetto alla concreta prospettiva di un universale plurale in via di costruzione, che scaturisce dai percorsi di lotta intrapresi dai movimenti. Movimenti in cui hanno un ruolo importante coloro che si soggettivano a partire dalla consapevolezza della propria condizione e sanno, insieme, sperimentare strade in cui ogni gabbia identitaria viene spezzata.
Non è mera astrazione, ma la prospettiva concreta del pluriverso, un mondo nel quale convivono più mondi, nel quale sia possibile valorizzare al massimo la diversità nell’uguaglianza, la libertà di tutt* e di ciascun*.
Il femminismo libertario e anarchico pone al centro una critica radicale dell’istituito, perché ciascun* attraversi la propria vita con la forza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Lo sguardo transfemminista è imprescindibile per un processo rivoluzionario che miri al sovvertimento in senso anarchico dell’ordine sociale e politico in cui siamo forzat* tutt* a vivere.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

I compagni e le compagne della FAT

Torino, 13 dicembre 2024

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Respingere i tagli. Assistenza educativa scolastica

Da quattro mesi in alcune della città della Toscana è in corso una lotta contro i tagli all’assistenza educativa per gli studenti disabili. Unicobas ha seguito da vicino la situazione di Livorno, una delle più gravi, in cui la riduzione delle risorse si è fatta sentire con maggiore drammaticità.

L’assistenza educativa è un servizio che affianca gli insegnanti di sostegno e di materia curricolare nei casi di studenti con particolari gravità, che necessitano di supporto nella sfera dell’autonomia personale e della comunicazione. L’attività è affidata a educatori professionali, personale fornito da cooperative sociali a cui le scuole appaltano il servizio utilizzando fondi regionali e statali che vengono erogati sul territorio tramite gli enti locali.

Il servizio, previsto dalla legge 104 del 1992 per casi di particolare gravità, ha avuto nel tempo una diffusione notevole, per vari fattori. Innanzitutto, va considerato l’inserimento sempre più massiccio degli studenti disabili nella scuola pubblica, anche nelle superiori. Una delle poche pratiche virtuose di questo paese è infatti quella di avere intrapreso fino dal 1977 un processo serio di integrazione scolastica della disabilità, chiudendo la fase delle scuole differenziali per inserire, prima nella fascia dell’obbligo, poi anche nelle superiori, i ragazzi con qualsiasi tipo di disabilità nelle classi comuni. Non è una cosa da poco, se si considera il panorama europeo. In Italia il 93% degli alunni disabili frequenta la scuola in classi comuni, mentre in Europa il modello “separatista” è largamente diffuso, con in testa Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda, Svizzera, Germania, Austria, Ungheria, Regno Unito. Vero che il modello italiano richiede di investire sul personale (insegnanti di sostegno e numero contenuto di alunni per classe), mentre invece, come ben sappiamo, da anni i tagli sono la normale modalità di gestione della scuola, come pure della sanità e di vari settori della spesa sociale. Nel tempo quindi l’organico dei docenti di sostegno ha subito tagli consistenti. Attualmente, a livello nazionale, il 50% dei docenti di sostegno è formato da personale precario; i posti in deroga sono circa 120.000, il che vuol dire che 120.000 posti corrispondenti a reali necessità fanno parte di un organico oscillante, di un “fuori sacco” che da un anno all’altro può sparire per esigenze di riduzione di spesa, e trattandosi di organico non stabilizzato non c’è nemmeno da far la fatica di licenziare. In questa situazione, nel corso degli anni, per tagliare gli insegnanti di sostegno, personale statale, si è fatto un impiego sempre più largo degli educatori, personale esternalizzato il cui costo è notevolmente più basso.

Ora si taglia anche sull’assistenza educativa. Nella provincia di Livorno, rispetto alle necessità ufficialmente certificate, manca all’appello 1 milione e 200mila euro. Il servizio ha subito una riduzione drastica in termini di ore settimanali e dal mese di marzo le risorse saranno esaurite. Lo scenario che si è aperto è quello di un’emergenza di ordine sociale ed occupazionale.

Si colpiscono gli studenti disabili, privati di supporti indispensabili, con conseguenze non solo sulla qualità dell’inserimento scolastico, ma anche sulla stessa possibilità di frequenza. Si colpiscono educatori ed educatrici, che si vedono tagliare gli stipendi per la decurtazione di ore, che sono sottoposti a condizioni di lavoro di sfruttamento, spesso fuori dalla regolamentazione del contratto nazionale, che lavorano in condizione di estrema precarietà giornaliera, che non hanno una prospettiva di prosecuzione di lavoro, ma lo spettro sempre più concreto del licenziamento.

Per questo motivo, dalla fine di ottobre si sono susseguite azioni di protesta che hanno visto in piazza, insieme ai sindacati di base, educatori, docenti, studenti disabili, familiari, associazioni, collettivi studenteschi. Le risposte istituzionali locali di Regione, Provincia e Dirigenze scolastiche sono state ridicole, perse nel palleggiamento delle competenze e nei tanti tecnicismi burocratici che non fanno che evidenziare mancanza di volontà politica e inadeguatezza ad affrontare e governare il piano dei bisogni collettivi. Perché istruzione e retribuzione del lavoro sono bisogni collettivi.

Nel mirino della protesta ovviamente anche il governo centrale, responsabile di aver tagliato del 55% le risorse stanziate lo scorso anno, non adeguandole all’incremento del numero di studenti che necessitano di assistenza educativa. Una dimostrazione di quanto la tutela delle persone più fragili non stia minimamente a cuore a chi governa, più interessato a finanziare guerre, grandi opere, grandi imprese e grandi capitali. La scuola e il sociale sono tra i settori più penalizzati, insieme alla sanità, dalle scelte scellerate di chi parla di inclusione per poi procedere sistematicamente all’esclusione. Questo è stato messo bene a fuoco nelle proteste e nelle rivendicazioni di piazza portate avanti dagli educatori delle cooperative.

Il settore delle cooperative sociali è uno dei più esposti a precarietà, bassa retribuzione, condizioni di lavoro prive di effettive tutele. Le amministrazioni pubbliche (e non solo) utilizzano questo settore per gestire al ribasso quei servizi che sono tenute a erogare, secondo il sistema delle esternalizzazioni che significa pagare meno chi lavora, tenendo i lavoratori ad un livello dequalificato anche nei casi in cui le competenze professionali individuali sono molto elevate, come nel caso degli educatori professionali. Con tutta probabilità il costo della gestione delle gare di appalto, dei bandi, delle rendicontazioni e delle relative istruttorie, affidato a personale amministrativo e funzionari, è più elevato di quanto non si ricavi dai tagli, ma l’importante è mantenere il sistema esternalizzato, i lavoratori sottopagati e precari, mantenere insomma la gerarchia e lo sfruttamento. Ed è invece contro questo sistema di gerarchia e di sfruttamento che queste lavoratrici e lavoratori hanno alzato la testa e levato la voce, coinvolgendo la cittadinanza e facendo della questione dei tagli all’assistenza educativa una vertenza cittadina che ha oltrepassato i limiti locali, obbligando a un confronto lo stesso ministero delle disabilità. E indipendentemente dall’esito di questa lotta, ancora in corso, il meccanismo del ricatto, secondo il quale chi è più debole, precario e sfruttato non deve alzare la testa, quel meccanismo si è inceppato

E.U.

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Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

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8 marzo ancora in piazza!

Ancora un otto marzo. E nonostante la situazione di generale oppressione sociale, nonostante il peso della specifica oppressione sessista che marca le nostre vite, nonostante tutte le ragioni che spingono ad essere nelle piazze in una giornata internazionale che vuole essere un grido di libertà, nonostante tutto questo c’è chi continua a parlare dell’otto marzo come di un appuntamento rituale.

A dire la verità ci piacerebbe che l’otto marzo fosse un appuntamento rituale, una data attesa per essere goduta come una bella festa, come si fa per l’ultimo dell’anno. Ma non è così.

La realtà è un’altra, nonostante i sempre più pervasivi pinkwashing commerciali, aziendali e addirittura militari, nonostante il presunto femminismo legato allo sfondamento dei tetti di cristallo, un modo becero di giustificare il potere, nonostante gli assurdi proclami di chi nega l’esistenza del patriarcato, sia esso il Valditara di turno o qualche intellettuale in costante ricerca di visibilità. La realtà è un’altra e richiede tutta la nostra energia, la nostra presenza nelle piazze, il nostro lavoro quotidiano, per rompere la cappa oppressiva che trasversalmente è segnata da sessismo.

È evidente come le questioni di genere intrecciano e attraversano una quantità di questioni, da quelle economiche, a quelle politiche, a quelle sociali.

Salari bassi, precarietà, disoccupazione, massicci tagli dei servizi e della spesa sociale: una situazione disastrosa, resa drammatica da quella che da qualche anno è a tutti gli effetti un’economia di guerra. E questa situazione porta inevitabilmente con sé anche un rilancio del familismo. Rispetto alla necessità di far fronte alle attività di cura, ai servizi che mancano, così come alla perdita di reddito soggettivo e di autonomia economica, la famiglia rappresenta per il sistema capitalista la soluzione più comoda e meno costosa, consolidata nel corso dei secoli dall’impostazione patriarcale e disciplinata secondo un modello di divisione del lavoro rigidamente impostato su base sessista e assai congeniale alle esigenze capitaliste. Un modello che comunque è sottoposto alle contraddizioni della società moderna e che quindi ha bisogno di essere rinforzato da una martellante propaganda familista che riproponga in modo marcato la morale sessista, i ruoli tradizionali e soprattutto la funzione riproduttiva assegnata alle donne come ineludibile compito sociale. L’imposizione della maternità come unico orizzonte della vita femminile, il contrasto feroce all’autodeterminazione di donne e soggettività con utero che deliberatamente e consapevolmente non vogliono assoggettarsi all’obbligo riproduttivo, l’omofobia rivolta contro tutte le persone non conformi sono elementi che marcano in modo inequivocabile la realtà dell’era meloniana, certamente in continuità con fasi storiche e politiche precedenti, ma con un ulteriore livello d’impatto sociale che ne moltiplica la portata.

Quella struttura patriarcale e sessista di divisione del lavoro e di imposizione di comportamenti riferibili ai ruoli binari che rappresenta una caratteristica costante della società capitalista assume infatti nella fase attuale, con il governo in carica, la dimensione effettiva di atti legislativi precisi. È un passaggio politico molto importante, di cui bisogna essere consapevoli.

Mai come in questo periodo si sono intensificate politiche demografiche indirizzate all’incremento della natalità, al contrasto ad aborto e contraccezione, alla persecuzione di chi si sottrae al compito riproduttivo; mai come in questo periodo si sono avute precise disposizioni di legge e atti governativi apertamente omofobi, rivolti contro persone che rifiutano la concezione binaria sfuggendo alla dimensione familista.

Quello che sta avvenendo con il governo attualmente in carica prende non solo la forma, già vista in altri momenti, di una generale crociata ideologica, ma anche quella di concreti e circostanziati atti legislativi.

E il Governo non agisce in solitudine.

A sostenere queste politiche abbiamo come sempre i settori reazionari, in primis la Chiesa cattolica e l’apparato militare.

Papa Bergoglio, che a qualcuno è sembrato accattivante grazie alle sbiadite esternazioni su guerra e ambientalismo rilasciate mentre curava abilmente affari, interessi e profitti del suo stato, il più stabile del mondo; lo stesso papa, che pure è riuscito a mostrarsi affabile in tante situazioni, non ha tuttavia mai perso occasione per fare guerra aperta e rabbiosa all’autodeterminazione delle donne e delle libere soggettività ribadendo costantemente la morale tradizionale, la necessità e la naturalità dei ruoli assegnati ai sessi, agitando lo spauracchio del gender e la condanna perpetua dell’aborto. Una guerra che il fervore identitario cattolico esaltato dall’occasione dell’anno del Giubileo non può che rendere più aggressiva.

Analogamente va considerato quanto il massiccio incremento del militarismo legato alla fase attuale di guerra esterna e interna rafforzi le politiche sessiste. È noto che nelle operazioni militari vere e proprie lo stupro è stato spesso usato come arma di guerra, facendo del corpo delle donne un campo di battaglia. Altrettanto noto è che sessismo e femonazionalismo sono caratteristiche ricorrenti delle politiche militariste e coloniali, così come la mission della liberazione delle donne da regimi oppressivi è stata spesso sbandierata per giustificare occupazioni militari, politiche di aggressione, sfruttamento di territori e risorse. Ma è altrettanto evidente che proprio il militarismo in quanto tale rappresenta il culto della forza, della violenza, della gerarchia, dei ruoli, della subordinazione, l’esaltazione del maschio vincitore, della virilità e del suprematismo maschile: una matrice patriarcale, sessista e machista che nessun pinkwashing dell’esercito, nessuna apertura dei ranghi militari a donne e addirittura a persone Lgbtqia+ può scalfire e che viene costantemente riproposta nel nostro quotidiano, nelle scuole, nelle strade, in qualsiasi contesto di una vita sociale sempre più militarizzata.

Rispetto a tutto questo la lotta quotidiana è una necessità, la piazza dell’otto marzo è una necessità.  Le piazze transfemministe sono fatte di corpi concreti che oppongono la materialità della lotta all’oppressione quotidiana. Lo sciopero generale, che anche quest’anno caratterizza la giornata dell’otto marzo, vuole rappresentare in modo reale e non certo simbolico la necessità di rottura e di interruzione dallo sfruttamento perpetuo del lavoro produttivo e riproduttivo. La lotta transfemminista attraversa una quantità di aspetti e di problematiche perché viviamo in una società in cui sessismo e patriarcato sono sistemici. È indispensabile riuscire a cogliere le connessioni tra le varie questioni che determinano gerarchia e sfruttamento, occorre farlo senza istituire una gerarchia delle problematiche e delle soluzioni. Lo sguardo transfemminista è anche il nostro sguardo, lo sguardo di tant3 anarchic3 che quotidianamente lottano per trasformare radicalmente l’esistente in una prospettiva complessiva di rivoluzione sociale, con la loro presenza attiva sui luoghi di lavoro, nei collettivi, nei movimenti. E nelle piazze dell’otto marzo. In ogni città e in tutto il mondo.

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Transfemminismo. Percorsi e prospettive

Premessa
Questo testo, frutto della discussione e del confronto interno al nostro gruppo, riprende ed integra gran parte del testo che come FAI redigemmo per il congresso dell’IFA dello scorso anno.

Universale singolare. Transfemminismo e anarchia
I percorsi di libertà tracciati dalle soggettività tenute ai margini dalla cultura patriarcale hanno scosso dalle fondamenta un ordine che pareva immutabile arrivando a spezzarne la logica binaria ed essenzialista.
La logica binaria è quella che divide le persone in base al sesso attribuito alla nascita cui si pretende corrispondano precise caratteristiche di genere.
Il binarismo implica uno iato tra il più ed il meno, il pieno e il vuoto, il vaso e il seme, lo spazio dei sentimenti e quello della ragione. Questa logica, che si pretende naturale, fonda l’ordine patriarcale.
L’universale umano nasce e resta a lungo saldamente maschile. Un maschile cui vengono iscritte le qualità intrinseche che “giustificano” la gerarchia tra i generi, all’interno della gabbia normativa familiare e nella lunga esclusione delle donne dalla vita pubblica.
L’ordine patriarcale si fonda sulla pretesa che la gerarchia sia biologicamente fondata e su questa costruisce una cultura in cui si danno identità costanti, fisse, socialmente definite.
La servitù femminile non è stata caratteristica di tutte le culture umane, ma è stata ed è prevalente a tutte le latitudini.
La dinamica patriarcale fa si che la gerarchia si riproduca in ogni relazione umana. Spezzare l’ordine patriarcale è necessario ad una trasformazione sociale di segno libertario.

Essenzialismo, decostruzione queer e approccio anarchico
Con essenzialismo intendiamo la scelta di considerare giuste ed immutabili tipizzazioni di genere del tutto culturali.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione delle identità di genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della rottura operata dal femminismo e dai movimenti lgbtqia+.
La sfida è su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al capitalismo. Una sfida che non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si attua nel convergere delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di dar vita ad una prospettiva inedita.
Il sommarsi di diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio nei confronti delle gerarchie di potere.
Le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non sono un conglomerato concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa. Oltrepassarle per cancellarle è un percorso complesso, perché investe una dimensione del sé che, pur squisitamente culturale, è tanto forte ed introiettata sin dalla nascita da parerci naturale. Al punto che gli stereotipi di genere finiscono con l’essere fatti propri persino da chi rifiuta quello che gli/le è stato assegnato alla nascita.
Il costruzionismo queer attua la strategia di decostruire le identità che passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale, alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
Un percorso importante ma delicato, perché, in modo del tutto paradossale, talora la spinta ad aprire spazi che aspirano al riconoscimento delle cesure discriminanti che segnano le vite di tante persone, finisce con il produrre un cortocircuito identitario.
Proviamo a spiegarci meglio.
Nessuno meglio di chi vive una discriminazione può renderla intelligibile a tutt* e promuovere istanze che consentano un percorso di liberazione.
Il movimento femminista, quello lgbtqia+, prendono le mosse dalla presa di parola autonoma, dalla contestazione del linguaggio che marca la gerarchia, dalla frantumazione della materialità dell’oppressione. Se l’universale è maschile, europeo, ricco, eterosessuale, il resto è margine inessenziale, che va sottomesso, negato, asservito e, spesso anche eliminato. Quindi la parola libera di chi era (ed è) la striscia bianca ai lati del grande libro della storia umana è intrinsecamente sovversiva. Quando questa parola entra nel discorso pubblico lo modifica in modo radicale: ha un ruolo cruciale nel frantumare ogni logica escludente ed oppressiva.
I processi di soggettivazione degli esclusi dall’astratto universale illuminista hanno innescato percorsi trasformativi, in cui le differenze e, quindi, il frantumarsi del soggetto politico borghese, maschio, eterosessuale, ricco, di cultura europea hanno aperto un orizzonte di lotta inedito. Si è trattato di un percorso lungo, non terminato, che purtroppo oggi rischia di perdersi in mille rivoli identitari chiusi in se stessi, incapaci di aspirare collettivamente ad un universale includente.
In certi ambiti di movimento la presa di parola ed iniziativa degl* esclus* si declina nella pretesa che la sola parola legittima sia quella di chi vive una discriminazione. Agl* altr* è concesso solo “mettersi in ascolto”. Da qui al negoziare il proprio diritto all’alterità con il riconoscimento acritico di qualsiasi altro percorso identitario, il percorso è breve. Il rischio, evidente, è l’affermarsi di una nuova, più subdola, forma di essenzialismo, che spesso si interseca con una lettura distorta dei percorsi decoloniali, che finisce con il legittimare nazionalismi, comunitarismi, identitarismi religiosi.
Su questo terreno è necessario un lungo lavoro di elaborazione teorica e, insieme, una capacità di attraversare gli ambiti transfemministi e queer con proposte e orizzonti di lotta di segno libertario.

I femminismi della differenza e transfemminismo
I femminismi della differenza sono lo specchio capovolto del dominio maschile.
Binarismo ed essenzialismo permangono in questi femminismi, che, pur negando il disvalore delle donne, riproducono al femminile le gerarchie tipiche delle culture fondate sul dominio maschile ed eterosessuale.
Il mero afflato paritario sul piano dei diritti si limita a riempire il vuoto, inserire l’eguale, dare corpo al vaso, attenuare la dicotomia tra ragione e sentimento, senza spezzare la logica binaria.
Sono femminismi incapaci di cogliere come il patriarcato sia uno dei tasselli che disegnano il mosaico di società basate sulla competizione, lo sfruttamento, la violenza sistemica nei confronti di chi è posto ai margini.
Questi femminismi sono facilmente riassorbibili nell’ordine statale e capitalista.
Al contrario il transfemminismo all’alba del terzo decennio del secolo esperisce la possibilità di passare dal genere all’individuo, dalla gerarchia sessualizzata alla molteplicità.
È un femminismo che, in ogni angolo del pianeta, si deve confrontare con l’estrema violenza della reazione patriarcale, che si traduce sia in gabbie normative, sia in violenza sistemica nei confronti delle identità mobili, irriducibili ad ogni logica binaria.
Chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza dirompente, perché sbriciola il binarismo e l’essenzialismo.

All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre e per le religioni la difesa di identità rigide ed escludenti diviene il centro nevralgico dell’azione politica. Il piedistallo “identitario” è la base che regge la pretesa di disciplinare identità e corpi non conformi.
Sanno bene che l’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti, quando l’io diviene approdo di percorsi irriducibilmente individuali ma esperiti nella forza di lotte collettive.

La reazione patriarcale
Le destre identitarie e sovraniste, sostengono il capitalismo e la divisione in classi, ma li vorrebbero mitigati da un forte stato etico, saldamente fondato sulla famiglia, sulla nazione, sulla religione. Dio, patria, famiglia, un assioma che non disturba gli affari ma rimette in ordine il mondo.
A tutte le latitudini del pianeta si attacca la materialità dei percorsi di liberazione che hanno segnato il secolo scorso. La libertà di decidere sulla maternità, l’uso normalizzante della psichiatria, sino alla negazione dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla stessa possibilità di muoversi in autonomia segnano le vite di tanta parte delle donne e delle persone non conformi che vivono su questo pianeta. Vi è profonda assonanza tra le politiche delle destre dell’Occidente “democratico” e quelle dei paesi dove si sono imposte varie forme di fondamentalismo religioso.
La “famiglia” come nucleo etico rappresenta l’elemento normalizzatore di “anomalie”, che le lotte delle donne, delle persone omosessuali, asessuali, transgender, hanno reso visibili e pericolose per ogni pretesa di socializzazione autoritaria dei bambini, delle bambine, dei bambinu.
Non solo. Oggi il disciplinamento delle donne, specie di quelle povere, è parte del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Ne è uno dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.

Un “sinistro” essenzialismo
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
La deriva identitaria non è mero patrimonio delle destre sovraniste, localiste, fasciste, misogine, omofobe, razziste, perché sfiora anche ambiti di movimento, che si pretendono distanti dall’approccio essenzialista della destra.
La reazione alla violenza del capitalismo, all’anomia della merce, alla feroce logica del profitto, alla paura dell’onnipotenza della tecnica rischiano di produrre mostri peggiori di quelli da cui si fugge.
L’anarchismo si sta confrontando con un mondo dove ci sono stati cambiamenti epocali. Nel giro di pochi decenni siamo passati dal pallottoliere al web, dalla macchina fotografica alle immagini satellitari, dalle lettere alle chat, dai sorveglianti umani agli occhi elettronici, dal posto fisso alla precarietà strutturale, dal lavoro alla catena alle catene del telelavoro.
Un lungo processo di straniamento.
Il moloch tecnologico, assunto come nemico totale, ha aperto la strada ad un anarchismo che fugge in un passato immaginario, dove germogli un futuro che nega l’umano, così come si è costruito nel processo di civilizzazione, identificato tout court con la nascita e il consolidarsi della gerarchia, del dominio, della violenza dei pochi sui molti. Il futuro diviene “primitivo”, nel senso etimologico del termine, un tempo-spazio dove si torna al primus, ad una dimensione in cui l’umano si (ri)naturalizza, in una concezione essenzialista e non culturale della “natura”.
Una fuga nichilista che riflette l’impotenza di fronte ad una complessità che non si riesce a capire né a controllare: il moloch può essere distrutto solo a prezzo di rinunciare alla libertà, per rifugiarci tra le braccia esigenti e soffocanti della natura-madre.
Il processo di rinaturalizzazione dell’umano operato da queste correnti nega i percorsi costruiti dalle identità fluide, disancorate, in viaggio che si reinventano fuori e contro la logica binaria dei generi.
Fuggire al dominio della merce, al controllo dello stato, alla paura della tecnica che si ritiene impossibile controllare, porta a negare la diversità e pluralità dei percorsi individuali. Manca la gerarchia formale ma non c’è traccia di libertà. L’unica libertà è quella di adeguarsi ad essere quello che “spontaneamente” saremmo, se le incrostazioni della “civiltà” non ci avessero snaturat*.
Da qui a negare l’aborto, le tecniche contraccettive non “naturali”, l’utilizzo di ormoni e tecniche chirurgiche per modificare il proprio corpo, il passo è stato breve.
La negazione dei percorsi di decostruzione del genere conduce ad approdi non troppo distanti da quelli delle religioni e delle destre fasciste.
Le questioni di genere vengono relegate ai margini di un discorso di trasformazione sociale, che, nella migliore delle ipotesi, le considera inessenziali.

Universale plurale

I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Le dislocazioni, i transiti e le ricombinazioni che rompono con qualsiasi pretesa di pietrificare le identità, frantumano l’essenzialismo ed aprono una sfida radicale, insuscettibile di riassorbimento in logiche gerarchiche e capitaliste.
Lo scarto degl* esclus* non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Nessuna posizione può pretendere di riassumere in sé l’oppressione e i relativi percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta, escludente.
In questa prospettiva il relativismo dei posizionamenti, viene superato dall’universalismo della spinta ad una radicale trasformazione della società.
L’universale occidentale, costitutivamente escludente e marginalizzante nei confronti di tutt* coloro che non sono considerat* pienamente cittadini (poveri, migranti, donne, soggettività non conformi alla norma etero-cispatriarcale, ecc.), e il relativismo assoluto, sostanzialmente acritico nei confronti di usanze e pratiche spesso pesantemente oppressive, sono due facce della stessa medaglia. Si pongono in posizione equidistante rispetto alla concreta prospettiva di un universale plurale in via di costruzione, che scaturisce dai percorsi di lotta intrapresi dai movimenti. Movimenti in cui hanno un ruolo importante coloro che si soggettivano a partire dalla consapevolezza della propria condizione e sanno, insieme, sperimentare strade in cui ogni gabbia identitaria viene spezzata.
Non è mera astrazione, ma la prospettiva concreta del pluriverso, un mondo nel quale convivono più mondi, nel quale sia possibile valorizzare al massimo la diversità nell’uguaglianza, la libertà di tutt* e di ciascun*.
Il femminismo libertario e anarchico pone al centro una critica radicale dell’istituito, perché ciascun* attraversi la propria vita con la forza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Lo sguardo transfemminista è imprescindibile per un processo rivoluzionario che miri al sovvertimento in senso anarchico dell’ordine sociale e politico in cui siamo forzat* tutt* a vivere.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

I compagni e le compagne della FAT

Torino, 13 dicembre 2024

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Respingere i tagli. Assistenza educativa scolastica

Da quattro mesi in alcune della città della Toscana è in corso una lotta contro i tagli all’assistenza educativa per gli studenti disabili. Unicobas ha seguito da vicino la situazione di Livorno, una delle più gravi, in cui la riduzione delle risorse si è fatta sentire con maggiore drammaticità.

L’assistenza educativa è un servizio che affianca gli insegnanti di sostegno e di materia curricolare nei casi di studenti con particolari gravità, che necessitano di supporto nella sfera dell’autonomia personale e della comunicazione. L’attività è affidata a educatori professionali, personale fornito da cooperative sociali a cui le scuole appaltano il servizio utilizzando fondi regionali e statali che vengono erogati sul territorio tramite gli enti locali.

Il servizio, previsto dalla legge 104 del 1992 per casi di particolare gravità, ha avuto nel tempo una diffusione notevole, per vari fattori. Innanzitutto, va considerato l’inserimento sempre più massiccio degli studenti disabili nella scuola pubblica, anche nelle superiori. Una delle poche pratiche virtuose di questo paese è infatti quella di avere intrapreso fino dal 1977 un processo serio di integrazione scolastica della disabilità, chiudendo la fase delle scuole differenziali per inserire, prima nella fascia dell’obbligo, poi anche nelle superiori, i ragazzi con qualsiasi tipo di disabilità nelle classi comuni. Non è una cosa da poco, se si considera il panorama europeo. In Italia il 93% degli alunni disabili frequenta la scuola in classi comuni, mentre in Europa il modello “separatista” è largamente diffuso, con in testa Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda, Svizzera, Germania, Austria, Ungheria, Regno Unito. Vero che il modello italiano richiede di investire sul personale (insegnanti di sostegno e numero contenuto di alunni per classe), mentre invece, come ben sappiamo, da anni i tagli sono la normale modalità di gestione della scuola, come pure della sanità e di vari settori della spesa sociale. Nel tempo quindi l’organico dei docenti di sostegno ha subito tagli consistenti. Attualmente, a livello nazionale, il 50% dei docenti di sostegno è formato da personale precario; i posti in deroga sono circa 120.000, il che vuol dire che 120.000 posti corrispondenti a reali necessità fanno parte di un organico oscillante, di un “fuori sacco” che da un anno all’altro può sparire per esigenze di riduzione di spesa, e trattandosi di organico non stabilizzato non c’è nemmeno da far la fatica di licenziare. In questa situazione, nel corso degli anni, per tagliare gli insegnanti di sostegno, personale statale, si è fatto un impiego sempre più largo degli educatori, personale esternalizzato il cui costo è notevolmente più basso.

Ora si taglia anche sull’assistenza educativa. Nella provincia di Livorno, rispetto alle necessità ufficialmente certificate, manca all’appello 1 milione e 200mila euro. Il servizio ha subito una riduzione drastica in termini di ore settimanali e dal mese di marzo le risorse saranno esaurite. Lo scenario che si è aperto è quello di un’emergenza di ordine sociale ed occupazionale.

Si colpiscono gli studenti disabili, privati di supporti indispensabili, con conseguenze non solo sulla qualità dell’inserimento scolastico, ma anche sulla stessa possibilità di frequenza. Si colpiscono educatori ed educatrici, che si vedono tagliare gli stipendi per la decurtazione di ore, che sono sottoposti a condizioni di lavoro di sfruttamento, spesso fuori dalla regolamentazione del contratto nazionale, che lavorano in condizione di estrema precarietà giornaliera, che non hanno una prospettiva di prosecuzione di lavoro, ma lo spettro sempre più concreto del licenziamento.

Per questo motivo, dalla fine di ottobre si sono susseguite azioni di protesta che hanno visto in piazza, insieme ai sindacati di base, educatori, docenti, studenti disabili, familiari, associazioni, collettivi studenteschi. Le risposte istituzionali locali di Regione, Provincia e Dirigenze scolastiche sono state ridicole, perse nel palleggiamento delle competenze e nei tanti tecnicismi burocratici che non fanno che evidenziare mancanza di volontà politica e inadeguatezza ad affrontare e governare il piano dei bisogni collettivi. Perché istruzione e retribuzione del lavoro sono bisogni collettivi.

Nel mirino della protesta ovviamente anche il governo centrale, responsabile di aver tagliato del 55% le risorse stanziate lo scorso anno, non adeguandole all’incremento del numero di studenti che necessitano di assistenza educativa. Una dimostrazione di quanto la tutela delle persone più fragili non stia minimamente a cuore a chi governa, più interessato a finanziare guerre, grandi opere, grandi imprese e grandi capitali. La scuola e il sociale sono tra i settori più penalizzati, insieme alla sanità, dalle scelte scellerate di chi parla di inclusione per poi procedere sistematicamente all’esclusione. Questo è stato messo bene a fuoco nelle proteste e nelle rivendicazioni di piazza portate avanti dagli educatori delle cooperative.

Il settore delle cooperative sociali è uno dei più esposti a precarietà, bassa retribuzione, condizioni di lavoro prive di effettive tutele. Le amministrazioni pubbliche (e non solo) utilizzano questo settore per gestire al ribasso quei servizi che sono tenute a erogare, secondo il sistema delle esternalizzazioni che significa pagare meno chi lavora, tenendo i lavoratori ad un livello dequalificato anche nei casi in cui le competenze professionali individuali sono molto elevate, come nel caso degli educatori professionali. Con tutta probabilità il costo della gestione delle gare di appalto, dei bandi, delle rendicontazioni e delle relative istruttorie, affidato a personale amministrativo e funzionari, è più elevato di quanto non si ricavi dai tagli, ma l’importante è mantenere il sistema esternalizzato, i lavoratori sottopagati e precari, mantenere insomma la gerarchia e lo sfruttamento. Ed è invece contro questo sistema di gerarchia e di sfruttamento che queste lavoratrici e lavoratori hanno alzato la testa e levato la voce, coinvolgendo la cittadinanza e facendo della questione dei tagli all’assistenza educativa una vertenza cittadina che ha oltrepassato i limiti locali, obbligando a un confronto lo stesso ministero delle disabilità. E indipendentemente dall’esito di questa lotta, ancora in corso, il meccanismo del ricatto, secondo il quale chi è più debole, precario e sfruttato non deve alzare la testa, quel meccanismo si è inceppato

E.U.

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Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

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8 marzo ancora in piazza!

Ancora un otto marzo. E nonostante la situazione di generale oppressione sociale, nonostante il peso della specifica oppressione sessista che marca le nostre vite, nonostante tutte le ragioni che spingono ad essere nelle piazze in una giornata internazionale che vuole essere un grido di libertà, nonostante tutto questo c’è chi continua a parlare dell’otto marzo come di un appuntamento rituale.

A dire la verità ci piacerebbe che l’otto marzo fosse un appuntamento rituale, una data attesa per essere goduta come una bella festa, come si fa per l’ultimo dell’anno. Ma non è così.

La realtà è un’altra, nonostante i sempre più pervasivi pinkwashing commerciali, aziendali e addirittura militari, nonostante il presunto femminismo legato allo sfondamento dei tetti di cristallo, un modo becero di giustificare il potere, nonostante gli assurdi proclami di chi nega l’esistenza del patriarcato, sia esso il Valditara di turno o qualche intellettuale in costante ricerca di visibilità. La realtà è un’altra e richiede tutta la nostra energia, la nostra presenza nelle piazze, il nostro lavoro quotidiano, per rompere la cappa oppressiva che trasversalmente è segnata da sessismo.

È evidente come le questioni di genere intrecciano e attraversano una quantità di questioni, da quelle economiche, a quelle politiche, a quelle sociali.

Salari bassi, precarietà, disoccupazione, massicci tagli dei servizi e della spesa sociale: una situazione disastrosa, resa drammatica da quella che da qualche anno è a tutti gli effetti un’economia di guerra. E questa situazione porta inevitabilmente con sé anche un rilancio del familismo. Rispetto alla necessità di far fronte alle attività di cura, ai servizi che mancano, così come alla perdita di reddito soggettivo e di autonomia economica, la famiglia rappresenta per il sistema capitalista la soluzione più comoda e meno costosa, consolidata nel corso dei secoli dall’impostazione patriarcale e disciplinata secondo un modello di divisione del lavoro rigidamente impostato su base sessista e assai congeniale alle esigenze capitaliste. Un modello che comunque è sottoposto alle contraddizioni della società moderna e che quindi ha bisogno di essere rinforzato da una martellante propaganda familista che riproponga in modo marcato la morale sessista, i ruoli tradizionali e soprattutto la funzione riproduttiva assegnata alle donne come ineludibile compito sociale. L’imposizione della maternità come unico orizzonte della vita femminile, il contrasto feroce all’autodeterminazione di donne e soggettività con utero che deliberatamente e consapevolmente non vogliono assoggettarsi all’obbligo riproduttivo, l’omofobia rivolta contro tutte le persone non conformi sono elementi che marcano in modo inequivocabile la realtà dell’era meloniana, certamente in continuità con fasi storiche e politiche precedenti, ma con un ulteriore livello d’impatto sociale che ne moltiplica la portata.

Quella struttura patriarcale e sessista di divisione del lavoro e di imposizione di comportamenti riferibili ai ruoli binari che rappresenta una caratteristica costante della società capitalista assume infatti nella fase attuale, con il governo in carica, la dimensione effettiva di atti legislativi precisi. È un passaggio politico molto importante, di cui bisogna essere consapevoli.

Mai come in questo periodo si sono intensificate politiche demografiche indirizzate all’incremento della natalità, al contrasto ad aborto e contraccezione, alla persecuzione di chi si sottrae al compito riproduttivo; mai come in questo periodo si sono avute precise disposizioni di legge e atti governativi apertamente omofobi, rivolti contro persone che rifiutano la concezione binaria sfuggendo alla dimensione familista.

Quello che sta avvenendo con il governo attualmente in carica prende non solo la forma, già vista in altri momenti, di una generale crociata ideologica, ma anche quella di concreti e circostanziati atti legislativi.

E il Governo non agisce in solitudine.

A sostenere queste politiche abbiamo come sempre i settori reazionari, in primis la Chiesa cattolica e l’apparato militare.

Papa Bergoglio, che a qualcuno è sembrato accattivante grazie alle sbiadite esternazioni su guerra e ambientalismo rilasciate mentre curava abilmente affari, interessi e profitti del suo stato, il più stabile del mondo; lo stesso papa, che pure è riuscito a mostrarsi affabile in tante situazioni, non ha tuttavia mai perso occasione per fare guerra aperta e rabbiosa all’autodeterminazione delle donne e delle libere soggettività ribadendo costantemente la morale tradizionale, la necessità e la naturalità dei ruoli assegnati ai sessi, agitando lo spauracchio del gender e la condanna perpetua dell’aborto. Una guerra che il fervore identitario cattolico esaltato dall’occasione dell’anno del Giubileo non può che rendere più aggressiva.

Analogamente va considerato quanto il massiccio incremento del militarismo legato alla fase attuale di guerra esterna e interna rafforzi le politiche sessiste. È noto che nelle operazioni militari vere e proprie lo stupro è stato spesso usato come arma di guerra, facendo del corpo delle donne un campo di battaglia. Altrettanto noto è che sessismo e femonazionalismo sono caratteristiche ricorrenti delle politiche militariste e coloniali, così come la mission della liberazione delle donne da regimi oppressivi è stata spesso sbandierata per giustificare occupazioni militari, politiche di aggressione, sfruttamento di territori e risorse. Ma è altrettanto evidente che proprio il militarismo in quanto tale rappresenta il culto della forza, della violenza, della gerarchia, dei ruoli, della subordinazione, l’esaltazione del maschio vincitore, della virilità e del suprematismo maschile: una matrice patriarcale, sessista e machista che nessun pinkwashing dell’esercito, nessuna apertura dei ranghi militari a donne e addirittura a persone Lgbtqia+ può scalfire e che viene costantemente riproposta nel nostro quotidiano, nelle scuole, nelle strade, in qualsiasi contesto di una vita sociale sempre più militarizzata.

Rispetto a tutto questo la lotta quotidiana è una necessità, la piazza dell’otto marzo è una necessità.  Le piazze transfemministe sono fatte di corpi concreti che oppongono la materialità della lotta all’oppressione quotidiana. Lo sciopero generale, che anche quest’anno caratterizza la giornata dell’otto marzo, vuole rappresentare in modo reale e non certo simbolico la necessità di rottura e di interruzione dallo sfruttamento perpetuo del lavoro produttivo e riproduttivo. La lotta transfemminista attraversa una quantità di aspetti e di problematiche perché viviamo in una società in cui sessismo e patriarcato sono sistemici. È indispensabile riuscire a cogliere le connessioni tra le varie questioni che determinano gerarchia e sfruttamento, occorre farlo senza istituire una gerarchia delle problematiche e delle soluzioni. Lo sguardo transfemminista è anche il nostro sguardo, lo sguardo di tant3 anarchic3 che quotidianamente lottano per trasformare radicalmente l’esistente in una prospettiva complessiva di rivoluzione sociale, con la loro presenza attiva sui luoghi di lavoro, nei collettivi, nei movimenti. E nelle piazze dell’otto marzo. In ogni città e in tutto il mondo.

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Transfemminismo. Percorsi e prospettive

Premessa
Questo testo, frutto della discussione e del confronto interno al nostro gruppo, riprende ed integra gran parte del testo che come FAI redigemmo per il congresso dell’IFA dello scorso anno.

Universale singolare. Transfemminismo e anarchia
I percorsi di libertà tracciati dalle soggettività tenute ai margini dalla cultura patriarcale hanno scosso dalle fondamenta un ordine che pareva immutabile arrivando a spezzarne la logica binaria ed essenzialista.
La logica binaria è quella che divide le persone in base al sesso attribuito alla nascita cui si pretende corrispondano precise caratteristiche di genere.
Il binarismo implica uno iato tra il più ed il meno, il pieno e il vuoto, il vaso e il seme, lo spazio dei sentimenti e quello della ragione. Questa logica, che si pretende naturale, fonda l’ordine patriarcale.
L’universale umano nasce e resta a lungo saldamente maschile. Un maschile cui vengono iscritte le qualità intrinseche che “giustificano” la gerarchia tra i generi, all’interno della gabbia normativa familiare e nella lunga esclusione delle donne dalla vita pubblica.
L’ordine patriarcale si fonda sulla pretesa che la gerarchia sia biologicamente fondata e su questa costruisce una cultura in cui si danno identità costanti, fisse, socialmente definite.
La servitù femminile non è stata caratteristica di tutte le culture umane, ma è stata ed è prevalente a tutte le latitudini.
La dinamica patriarcale fa si che la gerarchia si riproduca in ogni relazione umana. Spezzare l’ordine patriarcale è necessario ad una trasformazione sociale di segno libertario.

Essenzialismo, decostruzione queer e approccio anarchico
Con essenzialismo intendiamo la scelta di considerare giuste ed immutabili tipizzazioni di genere del tutto culturali.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione delle identità di genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della rottura operata dal femminismo e dai movimenti lgbtqia+.
La sfida è su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al capitalismo. Una sfida che non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si attua nel convergere delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di dar vita ad una prospettiva inedita.
Il sommarsi di diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio nei confronti delle gerarchie di potere.
Le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non sono un conglomerato concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa. Oltrepassarle per cancellarle è un percorso complesso, perché investe una dimensione del sé che, pur squisitamente culturale, è tanto forte ed introiettata sin dalla nascita da parerci naturale. Al punto che gli stereotipi di genere finiscono con l’essere fatti propri persino da chi rifiuta quello che gli/le è stato assegnato alla nascita.
Il costruzionismo queer attua la strategia di decostruire le identità che passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale, alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
Un percorso importante ma delicato, perché, in modo del tutto paradossale, talora la spinta ad aprire spazi che aspirano al riconoscimento delle cesure discriminanti che segnano le vite di tante persone, finisce con il produrre un cortocircuito identitario.
Proviamo a spiegarci meglio.
Nessuno meglio di chi vive una discriminazione può renderla intelligibile a tutt* e promuovere istanze che consentano un percorso di liberazione.
Il movimento femminista, quello lgbtqia+, prendono le mosse dalla presa di parola autonoma, dalla contestazione del linguaggio che marca la gerarchia, dalla frantumazione della materialità dell’oppressione. Se l’universale è maschile, europeo, ricco, eterosessuale, il resto è margine inessenziale, che va sottomesso, negato, asservito e, spesso anche eliminato. Quindi la parola libera di chi era (ed è) la striscia bianca ai lati del grande libro della storia umana è intrinsecamente sovversiva. Quando questa parola entra nel discorso pubblico lo modifica in modo radicale: ha un ruolo cruciale nel frantumare ogni logica escludente ed oppressiva.
I processi di soggettivazione degli esclusi dall’astratto universale illuminista hanno innescato percorsi trasformativi, in cui le differenze e, quindi, il frantumarsi del soggetto politico borghese, maschio, eterosessuale, ricco, di cultura europea hanno aperto un orizzonte di lotta inedito. Si è trattato di un percorso lungo, non terminato, che purtroppo oggi rischia di perdersi in mille rivoli identitari chiusi in se stessi, incapaci di aspirare collettivamente ad un universale includente.
In certi ambiti di movimento la presa di parola ed iniziativa degl* esclus* si declina nella pretesa che la sola parola legittima sia quella di chi vive una discriminazione. Agl* altr* è concesso solo “mettersi in ascolto”. Da qui al negoziare il proprio diritto all’alterità con il riconoscimento acritico di qualsiasi altro percorso identitario, il percorso è breve. Il rischio, evidente, è l’affermarsi di una nuova, più subdola, forma di essenzialismo, che spesso si interseca con una lettura distorta dei percorsi decoloniali, che finisce con il legittimare nazionalismi, comunitarismi, identitarismi religiosi.
Su questo terreno è necessario un lungo lavoro di elaborazione teorica e, insieme, una capacità di attraversare gli ambiti transfemministi e queer con proposte e orizzonti di lotta di segno libertario.

I femminismi della differenza e transfemminismo
I femminismi della differenza sono lo specchio capovolto del dominio maschile.
Binarismo ed essenzialismo permangono in questi femminismi, che, pur negando il disvalore delle donne, riproducono al femminile le gerarchie tipiche delle culture fondate sul dominio maschile ed eterosessuale.
Il mero afflato paritario sul piano dei diritti si limita a riempire il vuoto, inserire l’eguale, dare corpo al vaso, attenuare la dicotomia tra ragione e sentimento, senza spezzare la logica binaria.
Sono femminismi incapaci di cogliere come il patriarcato sia uno dei tasselli che disegnano il mosaico di società basate sulla competizione, lo sfruttamento, la violenza sistemica nei confronti di chi è posto ai margini.
Questi femminismi sono facilmente riassorbibili nell’ordine statale e capitalista.
Al contrario il transfemminismo all’alba del terzo decennio del secolo esperisce la possibilità di passare dal genere all’individuo, dalla gerarchia sessualizzata alla molteplicità.
È un femminismo che, in ogni angolo del pianeta, si deve confrontare con l’estrema violenza della reazione patriarcale, che si traduce sia in gabbie normative, sia in violenza sistemica nei confronti delle identità mobili, irriducibili ad ogni logica binaria.
Chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza dirompente, perché sbriciola il binarismo e l’essenzialismo.

All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre e per le religioni la difesa di identità rigide ed escludenti diviene il centro nevralgico dell’azione politica. Il piedistallo “identitario” è la base che regge la pretesa di disciplinare identità e corpi non conformi.
Sanno bene che l’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti, quando l’io diviene approdo di percorsi irriducibilmente individuali ma esperiti nella forza di lotte collettive.

La reazione patriarcale
Le destre identitarie e sovraniste, sostengono il capitalismo e la divisione in classi, ma li vorrebbero mitigati da un forte stato etico, saldamente fondato sulla famiglia, sulla nazione, sulla religione. Dio, patria, famiglia, un assioma che non disturba gli affari ma rimette in ordine il mondo.
A tutte le latitudini del pianeta si attacca la materialità dei percorsi di liberazione che hanno segnato il secolo scorso. La libertà di decidere sulla maternità, l’uso normalizzante della psichiatria, sino alla negazione dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla stessa possibilità di muoversi in autonomia segnano le vite di tanta parte delle donne e delle persone non conformi che vivono su questo pianeta. Vi è profonda assonanza tra le politiche delle destre dell’Occidente “democratico” e quelle dei paesi dove si sono imposte varie forme di fondamentalismo religioso.
La “famiglia” come nucleo etico rappresenta l’elemento normalizzatore di “anomalie”, che le lotte delle donne, delle persone omosessuali, asessuali, transgender, hanno reso visibili e pericolose per ogni pretesa di socializzazione autoritaria dei bambini, delle bambine, dei bambinu.
Non solo. Oggi il disciplinamento delle donne, specie di quelle povere, è parte del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Ne è uno dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.

Un “sinistro” essenzialismo
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
La deriva identitaria non è mero patrimonio delle destre sovraniste, localiste, fasciste, misogine, omofobe, razziste, perché sfiora anche ambiti di movimento, che si pretendono distanti dall’approccio essenzialista della destra.
La reazione alla violenza del capitalismo, all’anomia della merce, alla feroce logica del profitto, alla paura dell’onnipotenza della tecnica rischiano di produrre mostri peggiori di quelli da cui si fugge.
L’anarchismo si sta confrontando con un mondo dove ci sono stati cambiamenti epocali. Nel giro di pochi decenni siamo passati dal pallottoliere al web, dalla macchina fotografica alle immagini satellitari, dalle lettere alle chat, dai sorveglianti umani agli occhi elettronici, dal posto fisso alla precarietà strutturale, dal lavoro alla catena alle catene del telelavoro.
Un lungo processo di straniamento.
Il moloch tecnologico, assunto come nemico totale, ha aperto la strada ad un anarchismo che fugge in un passato immaginario, dove germogli un futuro che nega l’umano, così come si è costruito nel processo di civilizzazione, identificato tout court con la nascita e il consolidarsi della gerarchia, del dominio, della violenza dei pochi sui molti. Il futuro diviene “primitivo”, nel senso etimologico del termine, un tempo-spazio dove si torna al primus, ad una dimensione in cui l’umano si (ri)naturalizza, in una concezione essenzialista e non culturale della “natura”.
Una fuga nichilista che riflette l’impotenza di fronte ad una complessità che non si riesce a capire né a controllare: il moloch può essere distrutto solo a prezzo di rinunciare alla libertà, per rifugiarci tra le braccia esigenti e soffocanti della natura-madre.
Il processo di rinaturalizzazione dell’umano operato da queste correnti nega i percorsi costruiti dalle identità fluide, disancorate, in viaggio che si reinventano fuori e contro la logica binaria dei generi.
Fuggire al dominio della merce, al controllo dello stato, alla paura della tecnica che si ritiene impossibile controllare, porta a negare la diversità e pluralità dei percorsi individuali. Manca la gerarchia formale ma non c’è traccia di libertà. L’unica libertà è quella di adeguarsi ad essere quello che “spontaneamente” saremmo, se le incrostazioni della “civiltà” non ci avessero snaturat*.
Da qui a negare l’aborto, le tecniche contraccettive non “naturali”, l’utilizzo di ormoni e tecniche chirurgiche per modificare il proprio corpo, il passo è stato breve.
La negazione dei percorsi di decostruzione del genere conduce ad approdi non troppo distanti da quelli delle religioni e delle destre fasciste.
Le questioni di genere vengono relegate ai margini di un discorso di trasformazione sociale, che, nella migliore delle ipotesi, le considera inessenziali.

Universale plurale

I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Le dislocazioni, i transiti e le ricombinazioni che rompono con qualsiasi pretesa di pietrificare le identità, frantumano l’essenzialismo ed aprono una sfida radicale, insuscettibile di riassorbimento in logiche gerarchiche e capitaliste.
Lo scarto degl* esclus* non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Nessuna posizione può pretendere di riassumere in sé l’oppressione e i relativi percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta, escludente.
In questa prospettiva il relativismo dei posizionamenti, viene superato dall’universalismo della spinta ad una radicale trasformazione della società.
L’universale occidentale, costitutivamente escludente e marginalizzante nei confronti di tutt* coloro che non sono considerat* pienamente cittadini (poveri, migranti, donne, soggettività non conformi alla norma etero-cispatriarcale, ecc.), e il relativismo assoluto, sostanzialmente acritico nei confronti di usanze e pratiche spesso pesantemente oppressive, sono due facce della stessa medaglia. Si pongono in posizione equidistante rispetto alla concreta prospettiva di un universale plurale in via di costruzione, che scaturisce dai percorsi di lotta intrapresi dai movimenti. Movimenti in cui hanno un ruolo importante coloro che si soggettivano a partire dalla consapevolezza della propria condizione e sanno, insieme, sperimentare strade in cui ogni gabbia identitaria viene spezzata.
Non è mera astrazione, ma la prospettiva concreta del pluriverso, un mondo nel quale convivono più mondi, nel quale sia possibile valorizzare al massimo la diversità nell’uguaglianza, la libertà di tutt* e di ciascun*.
Il femminismo libertario e anarchico pone al centro una critica radicale dell’istituito, perché ciascun* attraversi la propria vita con la forza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Lo sguardo transfemminista è imprescindibile per un processo rivoluzionario che miri al sovvertimento in senso anarchico dell’ordine sociale e politico in cui siamo forzat* tutt* a vivere.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

I compagni e le compagne della FAT

Torino, 13 dicembre 2024

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