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Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

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Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

L'articolo Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione proviene da .

Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

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Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione

In una critica al sistema patriarcale militarista la sociologa Dilar Dirik ha affermato che la resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione e liberazione della società. Secondo Dirik le potenti istituzioni del mondo operano attraverso la struttura-Stato, che ha il monopolio finale sul processo decisionale, sull’economia, sull’uso della forza. Gli onnipresenti apparati di sicurezza dello Stato portano avanti apertamente economie di commercio di armi e traggono benefici dal contrapporre le comunità l’una contro l’altra. La studiosa ha inoltre suggerito che per resistere, senza essere militarista, la società dovrebbe astenersi dall’imitare i concetti statali di forza e, invece, tutelare i valori della comunità, traendo la sua forza dal basso. La società, e in particolare le donne, dovrebbe prima di tutto “xwebûn” (termine curdo che può essere tradotto come: essere se stessa) vale a dire che solo con la realizzazione della propria esistenza e del suo significato, potrà rivendicare il diritto di vivere e difendere se stesse/i e la comunità, basandosi su una società politicizzata, consapevole di sé, cosciente e attiva, che interiorizzi l’etica dell’amore per la comunità, compresi i valori fondamentali quali l’impegno per la liberazione delle donne, piuttosto che fare affidamento sulle leggi applicate dallo Stato capitalista e dal suo apparato di polizia. È spiegata anche la Teoria della rosa con il concetto di legittima autodifesa compresa la creazione di meccanismi di base sociali e politici per proteggere la società al di là della mera difesa fisica. Sottolinea che in natura gli organismi viventi, come le rose con le spine, sviluppano i loro sistemi di autodifesa non per attaccare, ma per proteggere la vita. Le donne curde hanno elaborato anche le espressioni pratiche e teoretiche per una trasformazione politica e sociale in direzione del superamento del modello dello Stato-Nazione e della sua legittimazione attraverso l’egemonia ideologica[i].

Nel 2015 il mondo è stato testimone della Resistenza della città di Kobanê[ii] allo Stato Islamico e l’articolo di Dirik, pubblicato pochi mesi dopo la liberazione di quella città, si chiudeva con l’invito a sfidare la storiografia fascista che sminuisce la società e a cercare nella pratica le soluzioni ai problemi sociali attraverso una “sociologia della libertà” basata sulle voci, sulle esperienze degli/delle oppressi/e. Soprattutto concludeva che, per avere successo, è fondamentale sapere per cosa si lotta. Le sue parole risuonano alla vigilia dei festeggiamenti del Newroz il prossimo 21 marzo, il fuoco del capodanno curdo, simbolo dell’inizio della primavera ma anche della fine della tirannia e della guerra perpetrata dagli Stati nazionali locali e dagli interessi internazionali per controllare questa vasta area geografica a maggioranza curda[iii] e abitata anche da altre minoranze tra cui assiri, arabi, armeni, siriaci, turkmeni e circassi.

Fin dagli anni Ottanta qui la popolazione si è autorganizzata costruendo una struttura sociale ed economica denominata Confederalismo democratico ispirata al pensiero e fondata sugli studi di Abdullah Öcalan[iv] dal 1999 imprigionato nell’isola di Imrali in Turchia. Oltre al Rojava (NES Nord East Syria) troviamo oggi altre aree in autonomia che si gestiscono secondo questo paradigma, sono coordinate sotto l’acronimo di DAANES e comprendono oltre 50 organizzazioni politiche. Di pari passo alla guerra si è andata moltiplicando la necessità di esistenza di un’umanità che non si è rassegnata e non è un caso che il motto più conosciuto a livello globale sia Donna Vita Libertà (Jin Jiyan Azadî in curdo) poiché l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne è tra le prerogative fondamentali.

La società si basa principalmente sul sistema delle comuni, che sono state create a centinaia. Sono numerose le municipalità che hanno tra le priorità l’istruzione, l’ambiente e la cultura. Dalla rivoluzione del 19 luglio del 2012 in poi sono cresciute diverse generazioni fuori dall’egemonia statale, con un’alternativa di vita concreta all’orrore dei bombardamenti, della persecuzione e della distruzione perseguita anche utilizzando armi chimiche.

13 anni di autogestione senza Stato nonostante l’embargo e gli attacchi in uno scenario bellico permanente tra le spartizioni, le alleanze variabili delle nazioni, gli spostamenti demografici obbligatori. Tra gli accordi degli ultimi anni stipulati dagli Stati nazione di certo ha un ruolo di rilievo la Abraham Accord Declaration del 2020 un Trattato di pace noto come gli Accordi di Abramo[v].

Per la cronaca, nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il governo di R. T. Erdoğan ha annunciato un “processo di normalizzazione”, per garantire a Öcalan “il diritto alla speranza” per una eventuale libertà. Tenendo conto che è un uomo ancora imprigionato, il messaggio di Öcalan del 28 dicembre 2024 è stato inoltrato al TBMM (parlamento turco). Un messaggio di speranza carico di scetticismo dovuto al fallimento del processo di pace del 2013-2015 quando il governo di Erdoğan ha messo a tacere il dissenso con arresti, vessazioni, incarcerazioni, e attivato una campagna per smantellare le strutture politiche curde destituendo i sindaci curdi mettendo al loro posto dei suoi fiduciari. La stessa cosa sta accadendo ancora oggi a Van, dove la popolazione si sta ribellando. L’ultimo decennio è tra le epoche più dure e oppressive della violenza di stato perpetrata contro le rivolte curde.

Termini come “sarı torba” (sacco giallo della morte) e “terroristan” (paese del terrore) sono emersi come cupi simboli tra gli esempi delle politiche utilizzate nell’ultimo decennio[vi].

Lo sforzo di normalizzazione con gli Accordi di Abramo ha posto la Turchia di fronte all’evidenza del crescente isolamento di Erdoğan e a questi aggiungiamo la sua esclusione da progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e lo slancio, guadagnato a livello interno, dai movimenti di base che sostengono la libertà delle donne, la protezione delle minoranze e che sfidano ulteriormente il governo autoritario.

La pace, a mio avviso, non è un processo facilmente raggiungibile poiché dovrebbe tener conto della ricchezza delle lotte in modo continuo e senza interruzioni e inoltre il processo di lotta attuale si sta mostrando più denso e consapevole del vecchio.

Per rimanere in tema il 15 febbraio scorso è stato il 26esimo anniversario della cospirazione internazionale che ha portato all’arresto di Öcalan e come ogni anno ci sono manifestazioni in diverse parti del mondo. In Europa decine di migliaia di solidali, la comunità curda esule e rifugiata si mobilitano per rivendicare la fine dell’isolamento e la sua liberazione insieme a quelle di altri prigionieri e prigioniere politiche. Tra le iniziative organizzate intorno a quella giornata di lotta, si ricorda l’arrivo della marcia internazionale, un percorso a piedi partito dalla Svizzera il 10 febbraio, il suo passaggio è stato annunciato in una conferenza stampa a Strasburgo (Francia) ed è finito a Colonia (Germania) il 17 febbraio. In Italia il percorso verso questa giornata è stato costellato da una serie di conferenze stampa, presidi e assemblee pubbliche che hanno portato alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Ad ogni modo il percorso di pace, riattivato nel mese di ottobre 2024, ha permesso le visite di parenti ed avvocati nel carcere di Imrali ma contemporaneamente l’esercito turco ha intensificato i bombardamenti mentre HTS Hayat Tahrir al-Sham, con SNA (esercito nazionale siriano), si insediavano con il loro governo a Damasco in seguito alla fuga di Bashar Al Assad dalla Siria.

Turchia e SNA per nascondere i crimini commessi nelle regioni occupate hanno preso di mira gli operatori dei media, con attacchi di droni e altri mezzi con l’obbiettivo di soffocare o eliminare il giornalismo, modalità comune ai regimi autoritari, a livello globale, il cui scopo è il controllo dei media oltre all’eliminazione del dissenso ad ogni costo e con ogni mezzo a propria disposizione.

Dal 2019 si contano 14 giornalisti uccisi dallo Stato turco in questa regione, tra cui Egîd Roj ucciso in un attacco di droni turchi nel nord della Siria. Aveva svolto un importante lavoro di informazione sulle ostilità alla diga di Tishreen nella provincia di Aleppo in Siria, che è attualmente al centro di un’offensiva turco-jihadista. La diga è una struttura fondamentale sul fiume Eufrate, sia per l’irrigazione che per la produzione di energia. La sua costruzione fa parte di un processo storico che si intreccia con la complessa situazione politica e geografica della regione e dall’8 dicembre 2024 è stata oggetto di attacchi aerei e terrestri da parte della Turchia e dei suoi gruppi paramilitari.

La costruzione era cominciata negli anni ’80 ed era stata completata e messa in funzione nel 1999. Tra il 2013 e il 2015 era caduta nelle mani dell’Isis e l’infrastruttura era stata gravemente danneggiata, i sistemi di irrigazione erano stati interrotti insieme alla produzione di elettricità. Nel 2015, le YPG e le forze YPJ delle Forze democratiche siriane (FDS) hanno riconquistato la diga che era stata riparata e riattivata ma il livello dell’acqua era sceso di nuovo quando la Turchia aveva ridotto il flusso dal fiume Eufrate, influenzando negativamente la produzione di elettricità. La diga immagazzina e regola l’acqua necessaria per l’agricoltura, l’acqua potabile, l’industria e inoltre la sua posizione aumenta l’efficienza dei sistemi di irrigazione. Tuttavia, l’importanza della diga non si limita alla sua dimensione economica poiché svolge un ruolo anche strategico in un momento di guerra civile per gli equilibri di potere. Con lo scoppio della guerra in Siria, infatti, la diga di Tişrîn, come altri punti strategici, è passata sotto il controllo di diversi gruppi armati. Per questo l’8 gennaio 2025, migliaia di persone provenienti dal nord e dall’est della Siria sono partite verso la diga, in seguito all’appello dell’Amministrazione autonoma e hanno cominciato una veglia, per proteggerla insieme alle Forze democratiche siriane (SDF) e alle Unità di difesa delle donne (YPJ) che stanno affrontando gli attacchi dell’esercito turco e dei mercenari alleati dell’SNA. Nel contesto del regime-change in corso in Siria dopo l’8 dicembre, l’area intorno a Tişrîn, così come intorno agli altri ponti e dighe sull’Eufrate, è divenuta di vitale importanza perché, dalla sua integrità e dal fatto che il controllo rimanga all’Amministrazione Autonoma, dipende l’esistenza dell’esperienza rivoluzionaria nel Rojava. Caduta la diga, le bande jihadiste sostenute e dirette dalla Turchia avrebbero la strada aperta verso il cuore della rivoluzione. Nonostante tutti gli attacchi e i massacri, la gente non si è tirata indietro. Il cordone popolare che si è creato intorno alla diga di Tişrîn ha molto chiaro che difendere quel luogo, che si affaccia su Kobanê, significa in realtà difendere la rivoluzione. A Tişrîn, il cuore dell’Eufrate, stanno continuando la loro lotta con lo slogan “Tişrîn ava ax û jiyana me ye” (Tişrîn, l’acqua della nostra terra e della nostra vita).

Norma Santi

 

Immagine: Dalla parte del Rojava- poster di Militanza Grafica, particolare

[i]      Articolo di Dilar Dirik, sociologa curda, pubblicato dalla redazione IAPH Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe), 8 giugno 2017 sul sito web http://www.iaphitalia.org/lautodifesa-radicale-delle-donne-curde-armata…

[ii]     Kobane è una città nel Rojava. Il Rojava è regione nel nord est della Siria al confine con la Turchia che comprende tre cantoni :Cizre, Kobane e Afrin. Ha dichiarato l’autonomia dallo Stato siriano nel 2014 ed ha un proprio Contratto Sociale aggiornato nel 2024. Lo Stato islamico (Daesh in arabo) è stato istituito istituito tra il 2013 e il 2014 con il Califfato di Al Baghdadi ed ha avuto come roccaforte le città di Mosul e Raqqa in Siria. L’ultimo avamposto dello IS al Baghouz è stato sconfitto il 19 marzo del 2019. Il 18 Marzo cadeva Lorenzo Orsetti (Orso)

[iii]    Si contano circa 35 milioni di curdi divisi tra gli stati di Turchia, Siria, Iran, Iraq e altri esuli e rifugiati in Europa ed altre parti del mondo.

[iv]    Ocalan è stato tra i fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Oltre lo Stato, il potere e la violenza,Scritti dal carcere, A.Ocalan,Milano,Punto Rosso,2016

[v]     Il 15 settembre 2020 la Casa Bianca ha ospitato la firma degli Abraham Accords Peace Agreements: Treaty of peace, diplomatic relations and full normalization between the United Arab Emirates and the State of Israel e degli Abraham Accords: Declaration of Peace, Cooperation and Constructive Diplomatic and Friendly Relations announced by the State of Israel and the Kingdom of Bahrain, con la partecipazione del Primo ministro israeliano B. Netanyahu e i Ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti (EAU) e Regno del Bahrein, e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

[vi]    Termini dispregiativi utilizzati da Erdogan e i suoi alleati: Sarı torba (sacco giallo della morte) che si riferisce ai sacchi per cadaveri usati per trasportare i resti dei guerriglieri e degli attivisti curdi; Terroristan per descrivere le regioni curde nel nord dell’Iraq e della Siria, definite come paradisi per il terrorismo per giustificare l’aggressione militare.

L'articolo Dal cuore del Rojava. Difendere la rivoluzione proviene da .