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Politica

Il passato dell’Austria e la responsabilità del presente

L’ anno 2025 è all’insegna di un importante traguardo storico: l’80° Anniversario della Liberazione dal regime del terrore nazista. Questo momento importante della storia e della memoria in Austria è celebrato dal comitato austriaco di Mauthausen (MKÖ) con vari eventi e iniziative, sia in loco che virtuali. L’obiettivo è preservare la memoria delle vittime e dare un chiaro segnale contro il razzismo, l’antisemitismo e l’estremismo. Le attività commemorative sono incentrate sul tema: “Insieme per un Mai più”.

L’importanza della memoria

Willi Mernyi, presidente del comitato austriaco di Mauthausen, sottolinea l’importanza della memoria nei tempi attuali: “Soprattutto in tempi in cui il nazionalismo è reso di nuovo rispettabile in tutto il mondo, la commemorazione e la memoria della storia sono particolarmente importanti. Non dimenticheremo mai dove l’emarginazione dei gruppi umani e l’odio hanno portato l’Europa più di 80 anni fa. Combattiamo gli inizi!”

Celebrazione della liberazione internazionale e festa della gioia

Un momento centrale dell’anno commemorativo sarà la Festa Internazionale della Liberazione l’11 maggio 2025 nel memoriale del campo di concentramento di Mauthausen. Persone provenienti da tutto il mondo si riuniranno per commemorare le vittime e dare un segno di pace e democrazia.

Già l’8 maggio 2025 si terrà la tradizionale festa della gioia nella Heldenplatz di Vienna. Questo anno il famoso pubblicista e moderatore Paul Lendvai parlerà come testimone dell’epoca. Lendvai, figlio di genitori ebrei, fu rapito nel 1944 con suo padre e condividerà la sua commovente storia nell’ambito dell’evento. Inoltre, una speciale mostra di testimoni dell’epoca arricchirà la Piazza a maggio.

Un altro importante evento è previsto per il 9 maggio 2025 a Vienna: la presentazione di un libro e un colloquio con i tre “Mauthausen-Babys”. Hana Berger-Moran, Mark Olsky ed Eva Clarke sono nati nelle ultime settimane prima della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen. Le loro madri dovettero nascondere le loro gravidanze al regime nazista. L’evento offrirà una piattaforma per rendere accessibili le loro toccanti testimonianze ai posteri.

Memoria virtuale e iniziative digitali

Oltre agli eventi commemorativi fisici, il MKÖ si affida sempre più ai canali digitali. Con l’hashtag # Gedenken2025, i testimoni dell’epoca condivideranno le loro storie, pubblicheranno post sul blog e lanciano inviti online a partecipare attivamente. Tutte le persone in Austria sono invitate a deporre fiori o pietre nei monumenti di Vienna o negli ex campi di concentramento, dando così un segno visibile della memoria.

Educazione e sensibilizzazione: lavoro sul futuro per un “mai più”

La trasmissione delle conoscenze alle giovani generazioni svolge un ruolo centrale nel lavoro di promemoria. Il MKÖ prevede numerose offerte formative per i giovani, tra cui visite guidate a monumenti e memoriali, corsi di formazione sul coraggio civile e workshop sull’educazione all’ estremismo di destra. Nell’anno commemorativo 2025, questa offerta sarà ulteriormente intensificata per sensibilizzare i giovani sull’importanza del passato e sulle sfide del presente.

La memoria come responsabilità per il futuro

Affrontare il passato non è solo una questione di memoria, ma anche un impegno per il futuro. Con la scomparsa degli ultimi testimoni, diventa ancora più importante trovare nuove vie di mediazione per mantenere viva la consapevolezza dei crimini del nazionalsocialismo. In un momento in cui le tendenze antidemocratiche e la distorsione della storia sono di nuovo in aumento, è necessaria una posizione chiara. La storia dimostra che la democrazia, i diritti umani e la pace non sono scontati: devono essere difesi attivamente.

L’anno commemorativo 2025 dovrebbe quindi non solo ricordare gli orrori del passato, ma anche essere un appello a impegnarsi per una società aperta, solidale e dignitosa. Perché “mai più” significa agire oggi.

Il comitato austriaco di Mauthausen invita tutte le persone a partecipare attivamente all’anno commemorativo 2025. Insieme diamo un forte segnale di memoria, responsabilità e un futuro senza odio.

Mauthausen Komitee Österreich

Traduzione dal tedesco di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid.

Pressenza Wien

Regione Emilia Romagna dice No alla Autonomia differenziata

Il 19 febbraio l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato una Risoluzione con la quale impegna la Giunta a “manifestare formalmente il venir meno del consenso della Regione E-R alla prosecuzione di qualunque procedimento attuativo dell’art.116 c. 3 Cost.” e “a comunicare formalmente al Governo la volontà di revocare il proprio consenso all’accordo preliminare in merito all’intesa tra il Governo della Repubblica italiana e le regioni Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia del 28 febbraio 2018”.

È esattamente quello che chiedevano i/le 3000 sottoscrittori/ici in una petizione popolare del 2020 – arbitrariamente mai discussa – e i/le 6000 sottoscrittori/ici di una proposta di legge regionale di iniziativa popolare del 2023, che chiedeva alla regione di recedere dalle preintese firmate dal presidente Bonaccini con il governo Gentiloni nel 2018, che istituzionalizzarono la richiesta dell’ER di ben 16 delle 23 materie disponibili alla potestà legislativa esclusiva regionale; iniziative promosse entrambe dal Comitato emiliano-romagnolo Per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata. Alla Lip è stato fatto esplicito riferimento sia nel dibattito che nella risoluzione approvata.

Una grande vittoria ed una grande soddisfazione per tutte tutti noi; e per questo vogliamo ringraziare e complimentarci vivamente con tutti/e coloro che vi hanno contribuito, con il loro impegno e il lavoro costante sul territorio.

La tenacia e l’abnegazione del Comitato per il ritiro di ogni autonomia differenziata dell’Emilia-Romagna e la risposta della Regione – circostanziata, puntuale, inequivocabile, e dunque degna di una istituzione repubblicana – dimostrano che non tutto è perduto sul fronte del dialogo tra cittadino/a e chi esercita il potere decisionale. Inoltre, che – nonostante la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del quesito referendario e la conseguente impossibilità di celebrare un referendum contro l’autonomia differenziata, per il quale erano state raccolte 1 milione 300 mila firme – la nostra lotta deve continuare.  

Attraverso un lavoro inesausto e appassionato di formazione, informazione, vigilanza e mobilitazione – in continuità con un percorso che abbiamo inaugurato più di sei anni fa – auspichiamo e cercheremo di far sì che anche altre Regioni che hanno intrapreso o intendano intraprendere iniziative volte ad acquisire autonomia differenziata abbiano la capacità di ripensare il percorso – i cui limiti sono stati chiaramente inquadrati nelle dichiarazioni della regione Emilia Romagna – interrompendolo, e contribuendo a liquidare definitivamente un’idea di regionalismo egoista, rapace, appropriativo, sordo ai principi di uguaglianza e solidarietà e alla garanzia per tutti/e, e in egual misura, dei diritti sociali e civili.

L’Esecutivo nazionale dei Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica,  l’uguaglianza dei diritti

Redazione Romagna

Parte la petizione RimborsaMI: gli utenti ATM chiedono un indennizzo tramite bonus al Comune di Milano

La flessione del servizio di superficie erogato da ATM a Milano è un problema noto. Da mesi occupa le prime pagine dei giornali e di recente è stato confermato anche dal rapporto del Laboratorio di Politica dei Trasporti (Transpol) del Politecnico di Milano che per il periodo 2016-2024 ha documentato una contrazione del 15-20% con punte del 30-50% per alcune linee.

Ma è particolarmente nell’ultimo biennio 2023-2024 che la riduzione delle corse e l’irregolarità dei passaggi dei mezzi di superficie ATM hanno inciso pesantemente sulla qualità della vita e sul portafoglio dei cittadini di Milano e hinterland.
Un disagio evidenziatosi nelle tante iniziative di protesta (assemblee, petizioni e raccolte firme, manifestazioni di piazza) messe in atto da diversi gruppi civici, con l’azione trainante del Comitato Basmetto, del raggruppamento di comitati “La 73 non si tocca” e di “AspettaMI, Milanesi in attesa dei bus”, gruppo Facebook che in 9 mesi ha raccolto tantissime testimonianze fotografiche dei ritardi dei mezzi di superficie ATM ed altri disservizi, pubblicate dagli oltre 4mila membri.

Come si coglie anche dai post nel gruppo AspettaMI, molti utenti ATM sentono di aver diritto ad un indennizzo per il 2023-2024 e ad uno sconto per i disservizi, tagli di corse e frequenze che – per previsione degli stessi manager di ATM e Assessora alla Mobilità del Comune di Milano – caratterizzeranno anche tutto il 2025, mentre ATM e Comune cercano di correre ai ripari sul problema della carenza di autisti e della fuga degli stessi da ATM.

Da qui nasce l’idea del Comitato Basmetto di una petizione al Comune di Milano per ottenere il riconoscimento di un bonus pari al 30% del valore degli abbonamenti mensili e annuali 2023-2024, utilizzabile come sconto sull’acquisto di abbonamenti mensili e annuali nel 2025 e/o 2026.

Sonia Ferrari del Comitato Basmetto spiega: “La nostra petizione è sostenuta da 14 altri comitati e gruppi di quartiere che hanno sottoscritto il testo e ci aiuteranno nella raccolta delle firme: perché il Comune di Milano sia obbligato a darci una risposta formale ne serviranno almeno 1000, un obiettivo che abbiamo già raggiunto con una petizione del 2024”.
“Chiediamo un bonus del valore del 30% degli abbonamenti – continua Sonia Ferrari – perché nel 2023-2024 il servizio di superficie di ATM, tra tagli di linee, salti delle corse e rimodulazioni, è stato stimato come inferiore del 30% rispetto al 2022. L’idea del bonus ha ricevuto il parere favorevole di un’associazione di tutela dei consumatori con la quale ci siamo confrontati anche su possibili azioni legali da intraprendere se la situazione del trasporto di superficie milanese non dovesse tornare a livelli veramente accettabili. Tra l’altro ATM non si è dotata della Carta della qualità dei servizi prevista come obbligatoria dalla legge finanziaria del 2008”.

Per Adriana Berra, fondatrice del gruppo Facebook AspettaMI, “la petizione è un segnale per dire al Comune di Milano e ATM che noi utenti non siamo più disposti a subire e stiamo cominciando a pensare a come far valere i nostri diritti. Ma è anche una proposta conciliante: il bonus è una forma di risarcimento molto ragionevole, rispetto alla class action suggerita da molti cittadini allo sciopero dei biglietti e abbonamenti invocato da tanti altri”.
“Del resto – prosegue Adriana Berra – a noi non interessa pagare zero un servizio scadente, bensì pagare il giusto un servizio che al più presto deve ritornare all’efficienza, alla puntualità e alla capillarità per raggiungere tutti, non lasciare indietro nessuno e far funzionare una città come Milano, dove il trasporto pubblico è essenziale per garantire i servizi ai cittadini”.

La petizione è stata appena pubblicata nella sezione “Milano Partecipa” del sito del Comune di Milano e può essere votata da tutti i residenti a Milano e i “city user” sopra i 16 anni di età entrando con lo SPID o la CieID e seguendo il percorso:
https://partecipazione.comune.milano.it > PETIZIONI > BONUS 30%

I comitati promotori organizzeranno anche la raccolta firme su moduli cartacei. Indicazioni in merito saranno via via disponibili sulle pagine Facebook dei comitati.

Comunicato congiunto del Comitato Basmetto e AspettaMI, Milanesi in attesa dei bus

Milano, 21 febbraio 2025

Redazione Milano

Egitto, giustizia per l’attivista Alaa Abd El Fattah

Da quando c’è Al-Sisi al potere, finire in carcere in Egitto è fin troppo semplice se non si segue la linea dettata dalle autorità. Così, come è successo anche a Patrick Zaki, in prigione è finito Alaa Abd El Fattah, blogger e attivista egiziano-britannico, tra i punti di riferimento delle proteste di piazza Tahrir del 2011.

Negli ultimi 10 anni, Alaa ha fatto dentro e fuori dal carcere per via del suo impegno politico. Nel 2019 è stato nuovamente arrestato, lasciato per due anni in detenzione preventiva e nel 2021 condannato a cinque anni di carcere con l’assurda accusa di terrorismo e diffusione di notizie false. Per protestare contro questa ingiusta detenzione, nel 2022 Alaa ha messo in atto uno sciopero della fame, ma ha dovuto interromperlo quando, a causa del grave stato di deperimento, ha perso i sensi sotto la doccia.

In carcere ha continuato a scrivere e, tramite una rete di editor e giornalisti, i suoi messaggi sono stati raccolti in un libro uscito anche in Italia col titolo “Non siete stati ancora sconfitti”. Per la qualità e i contenuti dei suoi testi è chiamato “il Gramsci d’Egitto”.

Avrebbe dovuto essere rimesso in libertà lo scorso settembre, ma le autorità egiziane non hanno tenuto conto dei due anni passati in detenzione preventiva. Così Alaa si trova ancora in carcere, oltre il tempo dovuto e  senza una colpa.

Da cinque mesi sua mamma Leila è in sciopero della fame per chiedere che suo figlio venga scarcerato il prima possibile e riceva tutte le cure di cui ha bisogno.

 

Unisciti al coro di voci che chiede la libertà per Alaa:

https://www.amnesty.it/appelli/egitto-attivisti-condannati-dal-tribunale-di-emergenza/?utm_source=DEM&utm_medium=Email&utm_campaign=DEM11035

Amnesty International

Rinnovo Contratto Sanità, Nursing Up smaschera chi è pronto a firmare un contratto al ribasso: una scelta che penalizza i lavoratori e favorisce l’immobilismo dell’ARAN

ROMA 21 FEB 2025 – La verità è sotto gli occhi di tutti: mentre noi di Nursing Up continuiamo a batterci per ottenere un contratto che riconosca il giusto valore agli infermieri e alle professioni sanitarie, alcune sigle sindacali si dicono pronte a sottoscrivere un accordo che riteniamo inadeguato, senza i necessari miglioramenti economici, normativi e professionali per i lavoratori.

Alcuni sindacati provano a far ricadere su di noi la responsabilità del mancato rinnovo contrattuale, sostenendo che la nostra posizione blocchi gli aumenti. La realtà, invece, è ben diversa: il contratto in discussione non garantisce un adeguato riconoscimento economico, non prevede reali percorsi di crescita professionale e non migliora le condizioni di lavoro di infermieri, ostetriche e professionisti sanitari. Chi lo accetta, di fatto, avalla una soluzione che non risponde alle esigenze delle categorie.

Un contratto scritto senza un reale confronto con chi rappresenta i lavoratori

Ancora una volta, ARAN e Regioni propongono un contratto che non tiene conto della perdita del potere d’acquisto subita negli ultimi anni. Noi chiediamo una redistribuzione più equa delle risorse stanziate per il rinnovo, e questo l’ARAN non lo dice, e la valorizzazione professionale che spetta agli infermieri e agli altri professionisti della salute.  

Sottoscrivere un contratto senza le necessarie garanzie significa accettare una soluzione al ribasso, senza ottenere il dovuto riconoscimento per chi ogni giorno lavora con professionalità e dedizione in un sistema sanitario sempre più in affanno.

Nessuna imposizione, vogliamo una vera trattativa

È chiaro il tentativo di portare avanti il rinnovo contrattuale con la logica del “prendere o lasciare”, facendo pressione sui sindacati affinché firmino un accordo scritto dai datori di lavoro e che non vogliono. Ma noi di Nursing Up non accettiamo imposizioni: vogliamo un confronto reale, basato su proposte concrete e su un negoziato serio.

Se ARAN avesse davvero voluto chiudere questa partita in modo equo, allora avrebbe dovuto aprire il tavolo a vere trattative, senza convocazioni di facciata. Fino ad allora, continueremo a portare avanti le istanze degli infermieri e delle professioni sanitarie in ogni sede.

Ma se preferisce lo stile provocatorio, puntando il dito “sulla maggioranza che non ha firmato un contratto che non accetta”, allora stia pur certa, che per quanto ci riguarda basterà solo un cenno, e la nostra risposta non tarderà ad arrivare. 

Noi non ci arrendiamo. Noi siamo con gli infermieri, le ostetriche e le altre professioni sanitarie.

UFFICIO STAMPA SINDACATO NURSING UP

Redazione Italia

È finita la battaglia per la libertà di Maysoon Majidi, non quella del popolo Kurdo

Maysoon Majidi prima di tutto è una giovane kurda, poi attivista e regista, fuggita dal regime islamico dell’Iran, uno dei regimi occupanti del Kurdistan, che è stato sacrificato e diviso per la volontà dell’Occidente che nel primo dopoguerra ha modificato la carta geografica e i confini del Medioriente, creando alcuni paesi e sacrificandone altri. Così il Kurdistan è stato diviso tra Iraq, Iran, Turchia e Siria e in seguito il popolo kurdo è stato sempre perseguitato. Per questo ha dovuto scegliere tra rimanere sottomesso o combattere, scegliendo di combattere; da quel momento sono iniziate la resistenza e la lotta del popolo kurdo e in un secolo i Kurdi sono stati attaccati anche con armi chimiche, uccisi in massa subendo un genocidio.

Ancora oggi quando si parla di bombardamento chimico e di genocidio, l’attenzione si rivolge subito e giustamente, a Hiroshima e alla Shoah; purtroppo la storia drammatica e la sofferenza dei Kurdi, come di altri popoli che hanno subìto genocidi negli ultimi anni, sono sistematicamente dimenticate, nel silenzio assordante delle istituzioni e dell’opinione pubblica. I Kurdi hanno vissuto la crudeltà di tutti i regimi che hanno governato e governano tuttora il Kurdistan. In Turchia ci chiamano i “turchi della montagna”, in Siria non abbiamo neanche il diritto di avere i documenti di identità, in Iraq non potevamo avere posti di lavoro se non eravamo del partito del Al-Bath, ci hanno mandato via dalle nostre case e hanno trasferito al nostro posto gli arabi per cambiare la demografia delle città kurde; in Iran eravamo considerati inesistenti: chi uccide un kurdo andrà in paradiso (fatwa di Khomeyni durante la preghiera del venerdì). In nessuno di questi stati occupanti si può parlare il kurdo, a differenza della Regione del Kurdistan autonomo in Iraq, regione federale dal 1990 dopo la guerra del Golfo, quando la lingua kurda è diventata la seconda lingua ufficiale del paese, ma ciò non vuol dire che sia tutto rose e fiori.

Il popolo kurdo, circa 40 milioni di persone, ancora oggi viene definito’ minoranza’ ed è senza una nazione. I diritti dei Kurdi sono calpestati da tutti e anche da coloro che si definiscono difensori dei diritti umani e dei valori di giustizia, che siano politici, giornalisti o attivisti. Per tornare al caso di attualità di Maysoon Majidi, tutti i media parlano in nome della difesa della libertà e dei diritti, ed invece sono i primi che li calpestano, senza che se ne rendano conto; infatti generalizzano il suo caso riferendosi alla norma del velo obbligatorio e alle leggi repressive per le donne in Iran. Riporto anche come esempio la vicenda della giovane kurda Jina Amini (che è stata la scintilla per accendere la rivoluzione “Jin Jyan Azadi” in Iran), che ancora oggi spesso viene chiamata “Mahsa”, il nome che le è stato dato dal regime per obbligo, perché i kurdi non possono avere o essere registrati con il nome kurdo. Nominarla come Mahsa rappresenta la negazione dei diritti della persona “Jina” e del popolo kurdo.

Quando si parla del regime islamico dell’Iran, della politica religiosa nel dominio assoluto, sia l’Occidente che gli stessi cittadini iraniani parlano di repressione nei quaranta anni di potere, che ha reso obbligatorio l’uso del foulard e ha limitato i diritti delle donne. Questo è vero fino a certo punto, perché democrazia e giustizia non c’erano nemmeno durante i regimi precedenti: è vero che lo shah, il sovrano di Persia, l’amico dell’Occidente, non obbligava l’uso del foulard, però non c’erano la democrazia, le libertà fondamentali e il rispetto dei diritti della persona; i kurdi erano sempre perseguitati. Ricordiamo che il carcere di Evrin era stato costruito per i kurdi, per i comunisti e per altri popoli (minoranze) oppositori in Iran. Oggi ad Evrin, dove è stata detenuta Cecilia Sala, si trovano anche tanti iraniani. I Kurdi, quindi, subiscono ingiustizia e repressione sin da quando il Kurdistan è stato smembrato, operazione che ha fatto sì che fuggissero e si rifugiassero in Europa e nel mondo.

Quindi Maysoon Majidi era ed è una dei milioni di Kurdi che si sono allontanati per salvarsi la vita e per avere la libertà; anche lei è dovuta scappare in Europa perché non ha trovato la sicurezza nemmeno in quella parte del Paese che oggi viene chiamato “Regione del Kurdistan autonomo in Iraq”, dove Maysoon si era recata per poter continuare la sua lotta e dove ha subìto gravi minacce. E’ scappata da un regime criminale e finita in un carcere italiano perché considerata ingiustamente scafista; in un paese libero invece di trovare la libertà “è caduta dalla bocca del lupo e finita nella bocca del leone”, come dice un proverbio kurdo.

Però non abbiamo mai perso la fiducia nella giustizia italiana. Maysoon da donna kurda ed attivista ha resistito e ha cercato di difendersi per avere la giustizia che non ha avuto in patria, con l’aiuto di tante persone, associazioni e anche di alcuni politici che le sono stati vicini. Ed è stata finalmente assolta!
Quello che importa sottolineare è che durante tutta l’assurda vicenda, ma anche dopo, Maysoon e il popolo kurdo continuano a subire ingiustizie e negazione dei diritti senza che vi sia alcuna attenzione dei media; c’è stato chi ha cercato purtroppo di strumentalizzare la vicenda di Maysoon per motivi politici e partitici.

E’ vero, tanti hanno difeso Maysoon ma allo stesso tempo tanti continuano a non riconoscere la sua identità di persona: alcuni giornali noti, conduttori televisivi che l’hanno intervistata e politici di chiara fama ancora oggi scrivono “ Maysoon, attivista iraniana, attivista kurda iraniana”, anzichè scrivere ‘attivista kurda’, punto e basta, o ‘attivista del Kurdistan occupato dall’Iran’, oppure ‘attivista di Rojhalat’; in questo modo, anche per ignoranza, negano l’identità e i diritti del popolo kurdo.
Ecco perché, tristemente, la storia del popolo kurdo è “la storia di uno Stato mai nato”.

Gulala Salih, donna Kurda, scrittrice e presidente di UDIK “ Unione donne Italiane e kurde”

Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

Incontro Mattarella – Herzog: diritto internazionale à la carte

Assopace Palestina afferma la sua indignazione e sconcerto alla calorosa accoglienza riservata ieri dal nostro Presidente della Repubblica Mattarella al Presidente israeliano Herzog, nel corso del secondo incontro ufficiale dall’inizio delle operazioni militari contro Gaza e Cisgiordania.

Il nostro Presidente della Repubblica, a nome di tutti gli italiani, ha affermato che “La sua presenza a Roma è un onore per la Repubblica italiana”, passando poi a parlare esclusivamente dell’impegno dell’Italia contro l’antisemitismo che, a suo dire, sarebbe aumentato, ma non ha espresso neanche una parola sulla situazione nei territori palestinesi e sul piano di deportazione e pulizia etnica della Palestina in primo luogo dei Gazawi, nemmeno una parola di dolore e di vicinanza alla popolazione palestinese cosi colpita dall’aggressione israeliana.

Ci preme ricordare che Herzog è colui che, il 12 ottobre 2023, dichiarò “è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, che non sono coinvolti, non è assolutamente vera. Avrebbero potuto insorgere, avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio […] noi combatteremo fino a quando non spezzeremo loro la spina dorsale.”; è colui che si è fatto ritrarre in foto mentre scriveva “mi affido a te” sui missili destinati a colpire qualche casa, ospedale, scuola o tendopoli di Gaza; è colui che ha attaccato l’Onu, la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale di “bancarotta morale” perché hanno osato condannare i numerosi crimini compiuti contro la popolazione inerme di Gaza. E ricordiamo, infine, che le dichiarazioni di Herzog sono state allegate al fascicolo presentato all’Aja come una delle prove dell’intenzionalità di colpire i civili e quindi dell’avvenuto genocidio.

Ebbene, ci chiediamo quale dissonanza cognitiva abbia portato il nostro Presidente della Repubblica a ricordare e difendere giustamente il diritto internazionale quando si è trattato di criticare la Russia, e dimenticarsene completamente quando ha accolto a braccia aperte il presidente di uno stato accusato di genocidio presso la più alta Corte di diritto internazionale.

Chiediamo al nostro Presidente di dichiarare la sua vicinanza e il suo dolore per l’ingiustizia e le sofferenze subite del popolo palestinese e la necessità di riconoscere lo Stato Palestinese.

Ricordiamo, infine, che mentre si reitera la linea dei due popoli e due stati sempre ieri, nel frattempo il Senato della Repubblica respingeva una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina, promossa dal m5s e sostenuta da AVS e PD, ma bocciata a causa dei voti contrari di 80 senatori di tutti gli altri schieramenti. Un’altra pagina triste della nostra politica.

Luisa Morgantini – Presidente di Assopace Palestina
luisamorgantini@gmail.com , assopacepalestina@gmail.com
tel +39 348 392 1465

Assopace Palestina

 A Chioggia ieri un altro morto in un cantiere

Spezziamo l’infernale catena degli omicidi sul lavoro
La mattina del 21 febbraio a Chioggia un altro giovane è morto sul lavoro: un giovane di 25 anni, in un cantiere edile. Impossibile non ricordare Mattia Battistetti. Anche ieri eravamo in tante e tanti al tribunale di Treviso per chiudere verità e giustizia per Mattia, per fermare questa catena insopportabile di morti sul lavoro.

Morire sul lavoro non è mai una fatalità, le cause sono note, sono la mancanza di controlli, in numero risibile rispetto alle necessità reali, la corsa al profitto, la precarietà e il sistema degli appalti e dei subappalti sempre improntati al ribasso dei costi.

Anche per questo, come abbiamo ribadito ieri davanti al tribunale di Treviso, noi sosteniamo con il massimo impegno i referendum promossi dalla CGIL perché si voti SI’ all’abrogazione delle norme che rendono il lavoro, precario, sottopagato, insicuro. Torniamo a chiedere l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro perché è inaccettabile l’impunità che protegge chi mette a rischio la vita di lavoratori.

Mentre rivolgiamo alla famiglia del giovane che ha perso la vita sul lavoro a Chioggia tutto il nostro cordoglio e vicinanza, pronti a sostenere ogni mobilitazione necessaria per avere verità e giustizia, non possiamo non ribadire il nostro impegno di sempre nella battaglia contro la strage nei luoghi di lavoro.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Paolo Benvegnù, segretario regionale Veneto del Partito della Rifondazione Comunista

Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

“Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo” – Dal 26 febbraio su Sky Documentaries e in streaming solo su NOW

Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo è un documentario Sky Original in due parti, prodotto da Sky e Palomar in associazione con Sky Studios in esclusiva dal 26 febbraio alle 21.15 su Sky Documentaries e in streaming solo su NOW. La docuserie di e con Roberto Saviano, racconta di un uomo che cambia pelle, sapendo restare straordinariamente fedele a sé stesso, e di 30 anni di indagini per far riemergere la verità sul suo omicidio.

Con soggetto e sceneggiatura di Roberto Saviano e Stefano Piedimonte e la regia di Giovanni Troilo, il documentario è un viaggio intorno a una figura straordinaria, capace di trasformarsi in tante vite diverse attraversando epoche e forme di lotta differenti, col suo carisma e il suo bisogno di cambiare senza però smettere di obbedire allo stesso principio guida: il costante desiderio di curare sé stesso e il mondo.

Una storia che culmina col suo omicidio politico, i depistaggi e gli anni di ricerche che sono stati necessari per ottenere verità e giustizia, nel labirinto di incompetenze e occultamento delle prove.

Rostagno rappresenta uno spaccato della storia italiana per 20 anni, dal 1968 al 1988, attraversando le lotte giovanili del 1968, l’esperienza ai vertici di Lotta Continua, la fondazione del centro sociale milanese per l’attivismo politico e l’espressione creativa Macondo, l’appartenenza all’ashram di Osho a Pune, la creazione del suo ashram siciliano trasformato in centro di riabilitazione per tossicodipendenti, Samaan. Ha sempre fatto parte di qualcosa, senza mai essere inghiottito ed etichettato, senza perdere la sua originalità. Rostagno, in tutte le sue vite, è sempre stato un personaggio scomodo, perché ha gridato a piena voce le sue convinzioni, approdando perfino a RTC, una piccola televisione locale, reinventandosi giornalista e denunciando le collusioni tra mafia e politica locale. Dopo l’omicidio di Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988, le indagini hanno preso mille direzioni diverse.

Un lungo, doloroso ed estenuante slalom prima di accertare la verità: ad uccidere Mauro è stata la mafia, su cui Rostagno stava caparbiamente indagando, contro cui stava lottando con la sua ironia feroce e la sua intelligenza infaticabile.

Redazione Italia

La Germania al voto

Alla vigilia di uno degli appuntamenti elettorali più importanti nella storia della Repubblica Federale tedesca, il discorso del vice-presidente degli Stati Uniti James D. Vance alla conferenza sulla sicurezza di Monaco ha contribuito a rendere il clima pre-elettorale ancora più teso. Le reazioni al discorso del vice-presidente – un’esplicita legittimazione della AfD, seguita dall’incontro con la leader del partito e candidata cancelliera Alice Weidel – non si sono fatte attendere. Olaf Scholz, cancelliere uscente e candidato socialdemocratico della SPD, ha rigettato le interferenze nella politica interna tedesca. Lo stesso Merz si è dichiarato irritato, anche se non sorpreso, dall’intervento di Vance, ampiamente preannunciato da un’intervista al Wall Street Journal nella quale il vice presidente esortava i partiti tedeschi a rompere il cordone sanitario e a collaborare con la AfD.

Il ricompattamento sulla protezione dalle ingerenze esterne, però, è durato poco. Il dibattito televisivo tra i quattro candidati cancellieri dei partiti più rilevanti – Olaf Scholz, SPD; Friedrich Merz, CDU/CSU; Robert Habeck, Verdi; Alice Weidel, AfD – ha riproposto un quadro ormai delineato da settimane. A dispetto della grave recessione economica e della perdita della Repubblica federale tedesca di quel ruolo chiave nelle relazioni internazionali che i sedici anni di cancelleria Merkel le avevano consegnato, il tema centrale della campagna elettorale è la lotta alla migrazione illegale e la crescente insicurezza percepita dai cittadini tedeschi. A contribuire a questo stato di cose sono tre principali fattori.

Il primo è la progressiva crescita di rilevanza della AfD. Il partito di destra radicale populista ha saputo, nel corso di poco più di un decennio di vita, differenziare la sua piattaforma programmatica, rispondendo e dando forma alle inquietudini di un elettorato ormai disilluso da formule politiche – dalla Grande Coalizione CDU/CSU-SPD alla attuale “coalizione semaforo” tra SPD, Verdi e Liberali – percepite come incapaci di affrontare i grandi nodi di una società, oltre che di una democrazia, in profondo cambiamento.

La formula vincente della AfD è attualmente composta, oltre che dalla richiesta di re-migrazione delle persone entrate illegalmente in Germania, qualsiasi sia il loro status, da una rigida avversione contro le politiche del Green Deal, dalla lotta senza quartiere all’ideologia di genere, e dalla richiesta di potenziamento dell’ambito d’azione e del ruolo delle forze dell’ordine. A fare da sfondo a queste tematiche – tipiche del populismo di destra in Europa e non solo – è una retorica che sul piano economico è capace di coniugare gli endorsement del plurimiliardario Elon Musk con l’immagine idealizzata evocata da Alice Weidel del ritorno degli operai alla catena di montaggio per la produzione di macchine con motore a combustione.

La contrapposizione tra la vituperata “isteria verde” rappresentata dalla produzione delle auto-elettriche come simbolo delle politiche per l’abbattimento delle emissioni inquinanti e il ritorno alla produzione del prodotto simbolo della Germania “locomotiva d’Europa” ci dice molto della difficoltà di AfD di proporre un piano di azione convincente che sia in grado di affrontare la grave crisi economica della Germania.

Si tratta però di una difficoltà che il partito non ha mai dovuto affrontare, essendole preclusa la partecipazione ai governi a livello regionale e federale, per via dell’accordo sul mantenimento del cordone sanitario nei confronti di un partito ciclicamente attenzionato dall’organo di protezione costituzionale, che sorveglia le derive estremiste della AfD, soprattutto nella sua componente organizzativa dei Länder orientali.

Il secondo fattore che ha contribuito a fare della migrazione il tema principe della campagna elettorale è stato proprio il comportamento strategico del leader e candidato cancelliere della CDU-CSU, Friedrich Merz. Espressione del mondo economico e della finanza, avversato da Angela Merkel, Merz è riuscito a conquistare la segreteria del partito dopo la disastrosa performance dei cristiano-democratici alle elezioni federali del 2021.

Distante sideralmente da Angela Merkel, colpevole a suo dire di aver spostato il partito su posizioni eccessivamente centriste e di aver contribuito alla polarizzazione sul tema dell’immigrazione con la nota decisione di permettere l’ingresso a più di un milione di rifugiati tra il 2015 e il 2016, Merz ha aspettato pazientemente lo sgretolamento della debole alleanza semaforo, lanciando i propri strali di volta in volta contro il Cancelliere Scholz, e contro i Verdi, che con il ministro dell’economia Robert Habeck, avrebbero condotto a una grave deindustrializzazione dell’economia tedesca.

Il ruolo di opposizione e la riconquista di una posizione spostata a destra rispetto al baricentro centrista di Angela Merkel hanno premiato la candidatura di Merz e la percezione della CDU/CSU, stabilmente rappresentata dai sondaggi di opinione fin dalle settimane precedenti all’avvio della campagna elettorale come primo partito con circa il 30% delle intenzioni di voto.

A spiegare l’azzardo del passaggio di una risoluzione parlamentare sulla restrizione della migrazione con il sostegno e i voti di CDU/CSU e AfD è stata la inarrestabile drammatizzazione del tema della sicurezza dopo i fatti violenti della città di Aschaffenburg, dove il 22 gennaio un uomo e un bambino sono stati feriti a morte da un cittadino afghano già raggiunto da un decreto di espulsione. Il tragico fatto, preceduto dall’attacco al mercatino di Natale di Magdeburgo e seguito, come sappiamo, dall’attentato di Monaco del 13 febbraio, ha convinto Merz della necessità di presentare il proprio partito come campione dell’intransigenza contro l’immigrazione illegale.

La votazione della risoluzione della CDU-CSU con il sostegno della AfD è stata molto commentata. A essere meno commentato, invece, è stato il fatto che nel corso del tesissimo dibattito parlamentare siano state discusse altre due risoluzioni. Una della AfD che è stata respinta da tutti i gruppi parlamentari, con l’astensione del nuovo partito populista di sinistra Bündnis Sahra Wagenknecht (Alleanza Sahra Wagenknecht) e una dai liberali della FDP, per la quale ha votato anche il gruppo BSW e sulla quale AfD si è astenuta. Come sappiamo, la AfD ha poi spostato i propri voti sulla proposta di risoluzione presentata dalla CDU-CSU, determinandone l’approvazione.

La lettura delle tre proposte restituisce un’immagine nitida della convergenza di quattro partiti (Afd; CDU-CSU; FDP; BSW) su proposte di severa limitazione alle politiche migratorie della Germania, con differenze che non hanno impedito convergenze inedite tra gruppi parlamentari anche molto distanti tra loro.

Il terzo fattore è il tentativo di combattere il populismo con il populismo, non solo attraverso lo spostamento a destra della CDU/CSU. La centralità del tema dell’immigrazione è lo specchio della mancanza di alternative a un sentimento diffuso di sfiducia nelle classi politiche, ritenute prive di una iniziativa politica trasformativa, sia in politica interna che in politica estera e nelle relazioni internazionali.

La nascita del partito personale di Sahra Wagenknecht, che combina posizioni anti-establishment, proposte di limitazione dell’immigrazione, cessazione dei conflitti internazionali con una posizione ambigua sulla Russia di Putin, trova su questi temi un terreno comune – almeno di massima – con AfD, dalla quale però si differenzia sul piano delle proposte economiche. A creare un nuovo terreno di convergenza con AfD è ancora una volta la critica alla deindustrializzazione della Germania e la richiesta di BSW di permettere l’importazione di energia “secondo il criterio del prezzo più basso”. Un chiaro riferimento al gas russo.

I sondaggi pre-elettorali delle ultime settimane mostrano una certa stabilità. La CDU/CSU – attualmente data attorno al 29-30% – sembra non aver perduto né guadagnato dalla strategia di avvicinamento alla AfD, subito corretta da Merz che ha più volte ribadito di non contemplare la possibilità di alleanze elettorali con il partito di Alice Weidel. Le manifestazioni di massa in molte città tedesche contro il rischio di virate anti-democratiche del sistema politico tedesco non sembrano aver avvantaggiato né la SPD né i Verdi, ancorati rispettivamente al 15% e al 13%. BSW, i liberali della FDP e la Linke sono ancora in bilico sul superamento della soglia di rappresentanza del 5%.

Dei tre partiti è però la Linke la formazione che, nelle ultime settimane, sta registrando un notevole aumento di gradimento, testimoniato anche da una mobilitazione elettorale che fa perno sui temi della giustizia sociale attraverso la forza comunicativa e l’uso professionale dei social media della giovane deputata del Land orientale della Sassonia Anhlat Heidi Reichinnek.

C’è da chiedersi se l’abbandono di Sahra Wagenknecht abbia costituito per la Linke un sollievo dagli eccessi di personalizzazione e di populismo della carismatica politica. In questo scenario di strategie comunicative improntate al populismo, sembra essere questo l’unico segnale di inversione di rotta. I risultati di domenica 23 febbraio diranno il resto.

Giorgia Bulli  sul sito di “Volere la luna”

La Germania al voto tra populismo e crescita della destra radicale 

Redazione Italia