Appena entrato in scena in veste di presidente, Donald Trump si è subito dato da fare per concretizzare la missione che si era autoassegnata, ovvero quella di sovvertire diversi aspetti dello status quo. In un vortice incessante di atti e dichiarazioni, non ha perso tempo a perseguitare ciò che non gli piaceva, andando anche contro corrente rispetto alle opinioni più in voga. Partendo dall’ambito sociale fino ad arrivare a quello “culturale”, la ricerca dell’effetto è il marchio di fabbrica di quest’uomo che, appartenente al mondo dello spettacolo e degli affari, a un certo punto ha deciso di virare verso la politica. Tralasciando il modo di fare del personaggio, c’è da dire che questa marcia indietro solleva importanti questioni rispetto alla congiuntura attuale e agli orientamenti futuri. Di particolare rilevanza appare il dossier economico, nel cuore del quale risiede il problema della globalizzazione.
La globalizzazione in affanno
Oggetto di culto, dogma indiscutibile da quarant’anni, oggi la globalizzazione non gode certo di ottima salute. I suoi difetti sono visibili a occhio nudo. Degli aspetti negativi si dibatte ormai apertamente e nel frattempo si cercano alternative. Una decisione, che solo qualche tempo fa sarebbe stata impensabile, talmente l’influenza dell’ideologia neoliberale era potente, quasi soffocante, mentre oggi l’idea della deglobalizzazione o de-mondializzazione non appare più un’eresia. Ormai, persino i dirigenti politici ed economici occidentali, da sempre paladini del neoliberalismo, la tollerano, pur mantenendola a una certa distanza. Non spargono ancora la voce, ma non la mettono nemmeno all’indice delle idee proibite. Non li abbiamo forse sentiti evocare la re-industrializzazione che va contro la delocalizzazione, la diversificazione, gli accordi regionali e il reshoring o il friendshoring, o un ripiegamento verso blocchi di partner ristretti e compatibili, che sarebbero anche alleati politici? In entrambi i casi, siamo di fronte al contrario della globalizzazione, fino a poco tempo fa tanto sbandierata. Si tratterebbe di un ritorno alla produzione nazionale, alla frammentazione dell’economia mondiale, agli ostacoli che si frappongono ai flussi commerciali internazionali e allo sgretolamento dell’ordine neoliberale che tutta la politica occidentale a partire dal 1945, e poi nuovamente dal 1980, era concepita per far cadere.
La classe dirigente mondiale, le élite internazionali, i partecipanti ai forum di Davos, sono lontani dal rinunciare alla globalizzazione. Continuano ad esserne i cantori e non nascondono la loro disapprovazione nei riguardi di Trump, delle sue buffonate e dei colpi inferti contro la globalizzazione. Ma, al di fuori di questi ambienti, il dubbio serpeggia e la deglobalizzazione non è più un’ipotesi da cancellare con un colpo di spugna.
Le cause della disaffezione
I lavoratori dei Paesi che subivano la deindustrializzazione avevano capito che erano loro a dover pagare il prezzo di questa globalizzazione neoliberale: rafforzamento della divisione internazionale del lavoro, “esternalizzazione” della produzione, abolizione di lavori relativamente stabili, disoccupazione, precarizzazione, minaccia degli stili di vita, abbassamento dei salari, indebitamento per compensare i guadagni persi e provvedere ai bisogni primari. Le aree industriali, polmoni delle economie di tutto il mondo, diventavano aree sinistrate.
L’euforia regnava nei centri d’affari, nei governi e tra i teorici del neoliberalismo. Poi, un fulmine a ciel sereno screditò la globalizzazione e indebolì l’economia mondiale: la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers del 2008. Il mondo era a un soffio da una depressione molto simile per gravità a quella degli anni Trenta. A causa delle interconnessioni tra i vari Paesi, dell’apertura degli istituti finanziari (banche, borse e compagnie assicurative), della deregolamentazione della finanza (che portava a mille e un derivato) e del ritiro degli Stati voluti dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, nata negli Stati Uniti, ha avuto in realtà ripercussioni in tutto il mondo.
A quel punto, i danni della globalizzazione e i pericoli che provocava alle economie e alle società apparvero chiari. Le promesse di prosperità divennero imminente rischio di povertà. Se da un lato il peggio è stato scongiurato, e solo per un pelo, dall’altro la globalizzazione neoliberale e l’ideologia alla base della stessa sono andate via via perdendo il proprio lustro. Milioni di famiglie e cittadini delle classi meno abbienti, oltre che tanti piccoli imprenditori, si sono impoveriti o in alcuni casi hanno addirittura perso tutto. La rabbia montò negli Stati Uniti.
È questo il sentimento che Trump ha intercettato e ha cercato di canalizzare durante tutta la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Trump parlava di un rifiuto della globalizzazione, quando ancora nessuno ne aveva fatto cenno negli ambienti ufficiali. Nel 2025, la linea è la stessa: riportare le aziende e i posti di lavoro negli Stati Uniti, proteggere la produzione americana contro la concorrenza straniera, rendere l’economia nazionale meno dipendente dall’estero. In questo non era riuscito durante il mandato 2017-2020 e non sappiamo se ci riuscirà in quello 2025-2028.
Alcuni attribuiscono alla pandemia da COVID-19 la messa in discussione della globalizzazione. L’urgenza di disporre di vaccini e mascherine ha fatto emergere le difficoltà logistiche dell’approvvigionamento (di valore) lontani, da qui il progetto di una sovranità sanitaria. Altri sostengono che il conflitto in Ucraina e più ancora le “sanzioni” contro la Russia abbiano frammentato l’economia mondiale e posto l’accento sui fattori di sicurezza, in particolare l’importanza di non dipendere dalle importazioni per i bisogni energetici primari. Si tratta certamente di ragioni valide, ma bisogna anche considerare le ragioni geoeconomiche e geopolitiche.
Una globalizzazione neoliberale che delude i suoi stessi fondatori
Il modello della globalizzazione neoliberale asimmetrico si sta sgretolando. Questo modello prevedeva una struttura verticale e gerarchica: gli Stati Uniti in cima, alcuni Paesi sviluppati nel mezzo e una maggioranza costituita da Paesi produttori alla base. Con il dollaro americano, che diventa, de facto, valuta di riserva internazionale, gli Stati Uniti potevano dettare legge in tutto il mondo e accrescere la propria ricchezza a costi bassi o vicini allo zero. È il modello dell’imperialismo contemporaneo.
Tale struttura non è stabile, dal momento che è stata rimessa in discussione dallo sviluppo economico mondiale. La prova lampante è l’emergenza folgorante della Cina, che doveva rimanere un subappaltatore delle aziende straniere e che invece è riuscita a conservare la propria indipendenza, a svilupparsi in quanto economia nazionale e a far uscire dalla povertà centinaia di milioni di cinesi. La Cina non solo ha superato il sottosviluppo ereditato nell’epoca coloniale e nel “secolo dell’umiliazione”, ma in tempi record è diventata un Paese sviluppato, all’avanguardia nel settore dell’alta tecnologia. Un risultato che gli Stati Uniti non avevano previsto né auspicato. La Repubblica Popolare Cinese è riuscita a sfuggire al controllo americano e ad approfittare di una globalizzazione, che era nata per favorire gli Stati Uniti e che doveva relegarla a un ruolo subalterno. Il colosso asiatico è attualmente la prima economia mondiale a parità di potere d’acquisto (23.000 miliardi di dollari US), è una concorrente degli Stati Uniti (20.000 miliardi) e un ostacolo al loro dominio mondiale.
I successi cinesi, registrati nell’ambito stesso della globalizzazione neoliberale, inducono gli Stati Uniti a rimettere in discussione la Cina attraverso politiche di deglobalizzazione. Essi tendono, quindi, a sventrare una creazione, di cui hanno goduto, ma che ha portato benefici non solo a loro. Per questo motivo, i discorsi a difesa della globalizzazione e del libero scambio vengono scartati quando non coincidono più con gli interessi dei promotori. È bizzarro sottolineare che ormai è la Cina a incarnare il ruolo di difensore della libertà degli scambi e della globalizzazione, sostegni essenziali di questo Paese esportatore.
Deglobalizzazione o riglobalizzazione?
Se gli Stati Uniti, dal canto loro, mettono a repentaglio la globalizzazione per ritrovare il proprio potere, è lecito chiedersi da cosa questa verrà sostituita. I blocchi economici sono una formula evidente, ma transitoria. La produzione è oggi di livello mondiale (giacimenti di materie prime, portata dei mercati, dimensione delle aziende, economia di scala); i blocchi sono troppo piccoli. Attraverseremo una fase di destrutturazione dell’economia mondiale, durante la quale gli attori ridefiniranno il proprio ruolo e i propri rapporti, prima che una nuova globalizzazione prenda forma. Per trovare un precedente, bisogna tornare al periodo tra le due guerre, tra la globalizzazione prima del 1914 e quella dopo il 1945. Questo periodo di rimaneggiamento e di riorganizzazione corrisponde anche alla riconfigurazione geopolitica del mondo e il suo passaggio dall’unipolarità alla multipolarità. Questi processi sono paralleli e conflittuali.
La globalizzazione liberale è sempre stata gerarchica. La Gran Bretagna era considerata l’«atelier del mondo» nel XIX secolo. Gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale a partire dal 1945, e ancora di più con la globalizzazione neoliberale nata nel 1980. La globalizzazione neoliberale americanocentrica, ovvero la forma attuale dell’imperialismo, non si è ancora estinta e gli Stati Uniti hanno ingaggiato un conflitto mondiale contro la Cina e la Russia per poter continuare con essa. Ma abbiamo ragione di credere che questo tentativo risulterà vano e che l’egemonia statunitense volge al termine. La de-dollarizzazione è un fatto ineluttabile e il dollaro potrà essere rimpiazzato da un’unità di valore basata sulle divise nazionali, come quella prevista in seno al BRICS. La globalizzazione del futuro sarà dunque orizzontale, multilaterale e, eventualmente, non fondata sul liberalismo economico in un ordine mondiale multipolare? Solo il tempo ce lo dirà.
Traduzione dal francese di Ada De Micheli. Revisione di Maria Sartori.
Ogni mese la Banca d’Italia pubblica un report statistico intitolato “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”. Nel numero di febbraio 2025 si possono leggere i dati del 2024 e si possono confrontare con gli anni precedenti. Il risultato è allarmante, perché il debito netto delle pubbliche amministrazioni negli ultimi tre anni è aumentato di 83 miliardi di euro nel 2022, 104 miliardi di euro nel 2023 e 110 miliardi di euro nel 2024.
È interessante notare come il debito pubblico sia quasi totalmente relativo alle amministrazioni centrali (per oltre il 97% del totale), mentre le amministrazioni locali (regioni, province, città metropolitane, comuni) abbiano un debito ridotto (meno del 3% del totale). Inoltre, mentre il debito dello Stato aumenta, quello degli enti locali diminuisce: nel 2022 era di 88 miliardi di euro, nel 2023 era sceso a 85 miliardi e nel 2024 è calato a 82 miliardi di euro.
I rappresentanti dell’attuale governo di solito cercano di evitare di confrontarsi con i dati reali del debito pubblico, poiché sono visti come un intralcio alla narrazione sulle magnifiche sorti dello “stivale”, che camminerebbe spedito verso la crescita. Quando sono costretti a non ignorare il problema, le risposte dei principali leader politici prendono due strade divergenti. Alcuni cercano di rassicurare, sostenendo che comunque il debito è sotto controllo e in realtà non costituisce un vero problema per i cittadini. Altri danno la colpa dell’aumento del debito ai governi precedenti, che avrebbero lasciato dei buchi nel bilancio pubblico.
Viene alla mente una famosa favola di Esopo: «Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».
Resta il fatto che dopo due anni e mezzo di politiche economiche e fiscali del governo attuale, il debito pubblico continua inesorabilmente ad aumentare sia in valore assoluto sia in relazione al Prodotto Interno Lordo. L’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che «il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo (PIL) è a fine 2024 del 136,3% (contro il previsto 135,8%) e, a fine 2025, del 138,4% (contro il previsto 136,9%), 34 miliardi e 1,5 punti percentuali in più del previsto. Queste variazioni non sono irrilevanti rispetto agli obiettivi di finanza pubblica».
Se alziamo lo sguardo oltre i confini del Paese, la visione non migliora. Infatti, tra i Paesi europei soltanto la Grecia ha un rapporto più elevato tra debito/PIL ed è comunque considerata una nazione più affidabile per la restituzione del debito, dato che ha tassi di interesse inferiori a quelli applicati al debito italiano.
Un governo responsabile di fronte a questi dati dovrebbe essere molto preoccupato per le sorti del Paese e dovrebbe indicare una strategia concreta per invertire la tendenza. Chi l’ha vista?
Il prossimo 1° marzo si terrà a Quartu Sant’Elena (CA) una Manifestada contra a su colonialismu energèticu (Manifestazione contro il colonialismo energetico), che si inserisce all’interno delle mobilitazioni che da oltre due anni contrastano il piano di speculazione energetica imposto dal governo Draghi e proseguito dal governo Meloni senza consenso popolare: la costruzione di un maxi condotto elettrico affidato a Terna – il Thyrrenian Link – ai fini di collegare Sardegna e Sicilia al continente per il trasporto dell’energia prodotta sulle isole e l’occupazione di ettari ed ettari di terreni per l’installazione di pale eoliche e pannelli fotovoltaici.
Ma gli speculatori e sciacalli della transizione energetica promossa dagli imperialisti UE in barba alla maggioranza della popolazione sarda, non hanno tenuto conto della resistenza popolare. Un’isola vessata da decenni dall’occupazione militare (un quarto del territorio soggetto a servitù militare) già inquinato dalle esercitazioni a fuoco dei paesi Nato, dallo smantellamento della sanità pubblica, dal degrado di intere aree industriali dismesse e abbandonate e, in particolare nel Sulcis e nella zona di Porto Torres, il pesante inquinamento ambientale dovuto alle ex miniere mai bonificate e al petrolchimico, non può più tollerare l’abuso della propria terra e lo sfruttamento dei propri lavoratori.
Le mobilitazioni che hanno infiammato la Sardegna, dall’ampio protagonismo popolare nella raccolta firme per la legge di iniziativa popolare “Pratobello24” fino ai blocchi stradali per impedire il trasporto delle pale eoliche, ai presidi di occupazione delle terre soggette a esproprio così le decine di altre iniziative popolari che hanno attraversato la Sardegna (solidarietà al popolo Palestinese, lotta contro l’occupazione militare, lotta contro lo smantellamento della sanità pubblica e del tessuto produttivo), dimostrano che una grossa fetta delle masse popolari sarde vuole un cambiamento radicale.
Cambio radicale promesso dalla stessa giunta regionale presieduta da Alessandra Todde e dalla “campo largo” M5S-PD che però, decisa a proseguire i programmi previsti dall’agenda Draghi in Sardegna, sputa letteralmente in faccia alle decine di migliaia di sardi che l’hanno votata, non accettando la vittoria politica che le oltre 210.000 firme raccolte per presentare la legge Pratobello24 hanno dimostrato: la giunta regionale “del cambiamento” o si rimette alla volontà e le indicazioni delle masse popolari oppure è lo zerbino del governo Meloni, degli speculatori che vogliono fare della Sardegna un banchetto con cui ingrassarsi, degli imperialisti Usa, dei sionisti, della Nato e della Ue. È negli interessi di questi padroni che sono imposte le grandi opere e le scorribande di speculatori e affaristi in Sardegna, nostrani o stranieri, non di quelli delle masse popolari sarde.
Allo stesso tempo, le 210.000 firme raccolte con la campagna Pratobello24 dimostra che solo le masse popolari organizzate possono fermare la fiera delle speculazioni e degli affari e che la Sardegna non ha bisogno di governanti zerbini delle autorità italiane e delle multinazionali.
La mobilitazione contro la speculazione energetica deve alzare di tono tutte le mobilitazioni in corso in Sardegna, unirle sotto la parola d’ordine di cacciare la giunta Todde dal consiglio regionale e lo stuolo di partiti e individui che per anni hanno banchettato sulle spalle dei lavoratori sardi promettendo “autonomia” dallo Stato centrale ma asservendo sempre di più la Sardegna agli interessi delle multinazionali.
La mobilitazione contro la speculazione energetica deve unire le mobilitazioni in corso in Sardegna per imporre la costituzione di una giunta regionale di tipo nuovo che approfitta della crisi di governo e dello scontro interno al Consiglio regionale, composta da quegli organismi e individui che nel corso degli ultimi anni non hanno mai piegato la testa contro le autorità dello Stato italiano e contro gli interessi degli speculatori, che nella lotta hanno dimostrato di essere coerenti e di voler difendere e affermare i diritti delle masse popolari sarde.
Serve un nuovo governo della Regione Sardegna, che fa saltare il banco del gioco sporco con cui le multinazionali della “green economy” vogliono occupare la Sardegna e che metta mano a tutti gli altri problemi che l’Isola vive: dallo smantellamento del tessuto produttivo e dallo spopolamento ad esso collegato, all’occupazione militare e all’inquinamento da poligono, fino allo smantellamento della sanità pubblica.
Ma tutto ciò vuol dire innanzitutto combattere sfiducia, disfattismo e superare lo spirito di concorrenza fra partiti e organizzazioni politiche e sindacali in favore dell’unità d’azione, della concatenazione delle mobilitazioni e del coordinamento degli organismi che le promuovono. Solo unendo le forze di tutti verso un obiettivo comune è possibile sbarrare la strada alla classe dominante e cambiare la rotta.
Si tratta di applicare il principio per cui è legittimo tutto quello che va negli interessi delle masse popolari anche se è illegale: rendere ordinaria la violazione dei divieti e delle censure con cui le autorità borghesi cercano di impedire lo sviluppo della mobilitazione (ogni divieto è efficace solo se qualcuno lo rispetta). Far decadere il principio per cui le opere speculative proseguono sotto la giustificazione degli accordi già presi (ma da chi? Per quali interessi?) o per sbrigare “gli affari correnti”: gli accordi così come sono stati firmati possono essere stracciati!
Si tratta, infine, di superare la convinzione che l’unico ruolo che le masse popolari organizzate possono assumere verso il governo è quello di rivendicare, in un contesto e in una fase in cui, invece, l’unica alternativa realistica al marasma in cui siamo immersi è che le organizzazioni operaie e popolari si occupino direttamente di politica, di governo dei territori e di governo del paese: che assumano il ruolo di nuova classe dirigente, indipendentemente dalle tornate elettorali. Il presupposto per l’autodeterminazione delle masse popolari sarde passa attraverso la mobilitazione per la sovranità nazionale e popolare, per la costituzione di un nuovo governo dell’isola che risponda del suo operato direttamente agli organismi operai e popolari.
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Siamo tornati a una situazione di non-crescita. Il nostro paese, che da trent’anni presenta una situazione economica estremamente fragile, aveva vissuto durante il governo Draghi e poi quello Meloni un rimbalzo post pandemico. Il PIL aumentava, mentre l’occupazione raggiungeva livelli record. Ma oggi quel rimbalzo sembra ormai esaurito: come testimoniano i dati, la crescita italiana è sempre più stagnante, mentre l’occupazione ha avuto una battuta d’arresto negli ultimi mesi dell’anno, anche se modesta.
I segnali che indicavano l’estrema fragilità della crescita italiana si potevano già percepire: i dati sulla produzione industriale lo segnalavano da tempo, con un calo che va avanti dai tempi del governo Draghi. Eppure, nonostante le prospettive per la nostra economica siano tutt’altro che rosee, non vi è alcuna flessione nelle intenzioni di voto ai partiti che compongono la maggioranza. Questo è particolarmente preoccupante proprio alla luce della politica economica portata avanti dal governo Meloni, orientata a misure di corto raggio a discapito di riforme e programmazione sul lungo periodo per cercare di fermare il declino del paese.
La situazione odierna: PIL, occupati, produzione industriale
Partiamo da una rapida panoramica sui principali indicatori macroeconomici, concentrandoci su tre di questi.
Il punto di partenza è chiaramente il PIL. Nel quarto trimestre del 2024, secondo le stime preliminari dell’ISTAT, la crescita del PIL è rimasta stazionaria rispetto al trimestre precedente, con un lieve aumento invece rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Questo comporterebbe una crescita su base annua dello 0,5 per cento, nonostante le precedenti stime di crescita della Commissione Europea dello 0,7 fossero già al di sotto della media europea. Le stime del Governo, contenute nel documento programmatico di Bilancio, stimavano una crescita nel 2024 intorno all’1 per cento.
Un altro fattore di preoccupazione è che la crescita acquisita per il 2025 risulta, secondo queste stime preliminari, pari a zero. Questo significa che non c’è alcun supporto dell’anno passato per la crescita dell’anno corrente, delineando una strada tutta in salita.
Il secondo dato riguarda l’occupazione. Nel corso degli ultimi anni l’occupazione è cresciuta fino a raggiungere il record dagli anni Settanta. Tuttavia, da alcuni mesi si assiste a una situazione meno rosea. Come fa notare una nota dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), già nei mesi estivi, nonostante la buona performance del mercato del lavoro, le ore lavorate pro capite sono diminuite in tutti i settori. Ciò è dovuto, scrive l’UPB, al fenomeno del labour hoarding: quando l’economia è in fase di stagnazione le imprese scelgono di mantenere i dipendenti non utilizzati per non incorrere in costi di licenziamento qualora la situazione migliorasse. Nei mesi autunnali, invece, si è assistito a un lieve rallentamento, con un calo dello 0,1 per cento.
Il terzo e ultimo dato, forse quello più preoccupante vista la tendenza, riguarda il calo della produzione industriale. Secondo i dati diffusi, si è assistito a un calo del 3,5 per cento nel mese di dicembre rispetto a novembre. Su base annua il calo è ancora più impressionante, arrivando al 7,1 per cento rispetto a dicembre 2023. Un valore che deve essere visto in una situazione di già profonda difficoltà dell’industria nel nostro paese: il calo della produzione industriale nell’anno 2023 era stato intorno al 2 per cento. Se allarghiamo l’orizzonte, i grafici ISTAT mostrano come la produzione industriale sia oggi inferiore rispetto ai valori pre-pandemia.
Il Sole 24 Ore ha stimato che il costo in termini di incassi si aggira attorno ai 42 miliardi di euro nell’anno appena passato. Per quanto vi sia eterogeneità tra i settori, gli unici che hanno registrato una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente sono stati quello estrattivo, con un aumento del 17,4 per cento, e quello della fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria, con un incremento del 5 per cento. Al contrario, si sono osservate significative flessioni in altri settori: la produzione di mezzi di trasporto è diminuita del 23,6 per cento, le industrie tessili, dell’abbigliamento, delle pelli e degli accessori hanno registrato un calo del 18,3 per cento e la metallurgia che ha invece chiuso con un -14,6 per cento.
Un report del centro di ricerca Prometeia ci permette di avere una situazione comparata rispetto ai nostri partner e un prospetto di quello che ci attende nel 2025. Sia Francia sia Spagna, escludendo il comparto energetico, hanno registrato un calo su base mensile di 0,7 e 0,4 per cento rispettivamente. Al contrario la Germania, che si trova da anni in una situazione economica delicata, ha registrato un calo del 3,3 per cento.
Come rileva sempre il report di Prometeia, non ci sono segnali di miglioramento all’orizzonte. A gennaio, il clima di fiducia tra le imprese manifatturiere italiane ha registrato un lieve aumento, ma rimane comunque su livelli molto bassi. Inoltre, le aspettative per il futuro non indicano alcun cambiamento significativo rispetto alla situazione attuale, lasciando poco spazio all’ottimismo. Si vanno infatti ad aggiungere fattori esogeni che potrebbero compromettere la performance della manifattura italiana.
Su tutti, il più grave rischio resta quello dei dazi degli Stati Uniti. Il Presidente Donald Trump ha infatti attaccato il deficit commerciale sui beni con l’Europa, puntando su misure protezionistiche per riequilibrarlo. È probabile che questo si rifletta sulla produzione industriale europea, almeno nel breve periodo, se non saranno trovati nuovi mercati o se non si sostituisce con la domanda interna. Tra i paesi più esposti ci sono Germania e, appunto, Italia.
Il problema è strutturale, ma il governo Meloni non vuole affrontarlo
Concentrandosi sul dato della produzione industriale, è necessario evidenziare quali siano i fattori dietro a questo calo. E, soprattutto, se questa situazione non segnali anche una debolezza più strutturale del tessuto economico italiano.
Il leader di Confindustria Emanuele Orsini ha sostenuto che, a differenza della Germania, la situazione nel nostro paese non è strutturale, ma dipende da vari fattori contingenti. Come riportato da Il Sole 24 Ore, secondo Orsini:
Ci sono due settori, auto e moda-tessile abbigliamento, con gravi perdite a doppia cifra. Ci sono poi i settori energivori che perdono in maniera rilevante per l’aumento dei costi, e ci sono settori, come i beni intermedi e i beni strumentali per la produzione, macchinari e robotica, che perdono per il freno agli investimenti nel nostro paese. Tutto questo, in assenza di correzioni drastiche, rischia di contaminare anche settori che finora stanno tenendo a galla con fatica l’economia italiana.
Uno dei temi principali resta, quindi, quello dei costi dell’energia. I rincari, non solo per le imprese ma anche per le famiglie, sono stimati intorno al 31 per cento. Un tale aumento dei costi di produzione rischia di essere un macigno sui beni italiani, soprattutto sull’export che rappresenta una componente principale del mercato. Il governo Meloni però non è ancora intervenuto su questo nuovo aumento: il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Pichetto Fratin punta sul nucleare, che non ha alcun effetto sull’immediato. Non solo: per quel che riguarda l’export, la crisi tedesca ha indubbiamente un effetto contagio in Italia. Le imprese di beni intermedi italiane vendono a quelle tedesche e anche i dati confermano la sincronizzazione tra i due paesi.
Ma se è vero che vi sono dei fattori contingenti, il tessuto industriale italiano presenta problemi che sono ben più radicati. Dopo la fine della stagione dello Stato Imprenditore, con la privatizzazione dell’IRI, il nostro paese ha esacerbato un dualismo all’interno dell’industria - e in generale della nostra economia - con poche imprese di grandi dimensioni che sono in grado di competere sul mercato globale e una marea di piccole e medie che invece arranca. Inoltre, si è assistito a una sempre maggior enfasi su settori a basso valore aggiunto e nei servizi, come quello del turismo di cui il governo sottolineava l’ottima performance.
La natura persistente del problema indica che le soluzioni non possono essere trovate, se non quelle tampone, in tempi rapidi. Al contrario, richiedono una visione strategica di lungo periodo.
Ma il governo Meloni sta facendo qualcosa in tal senso? Se si esamina la linea di politica economica seguita dal governo nel corso di questi anni, attraverso le finanziarie e altri provvedimenti, si nota una totale assenza di programmazione. Il governo Meloni tratta i problemi dell’industria italiana soltanto a parole, denunciando sì le decisioni di Stellantis, ma senza intervenire, come aveva detto, per garantire un nuovo produttore italiano. Lo stesso Ministro Adolfo Urso parla di tutto, tranne che di impresa: nel corso degli anni ha lanciato proposte mirabolanti, come “aggiungi un posto a tavola”, che non hanno alcun effetto sulla crescita e sul benessere del paese. D’industria, salvo in casi eccezionali ed emergenziali, non si parla.
Anzi, stando alle misure principali, il governo Meloni sembra andare addirittura nella direzione opposta, puntando più su politiche sul lato domanda che sul lato offerta. Per comprenderlo è bene riprendere i due provvedimenti di maggior importanza intrapresi dal governo nel corso di questi anni in materia di politica economica: il taglio del cuneo fiscale e l’accorpamento degli scaglioni IRPEF. Quello che accomuna le due misure è il tentativo di intervenire sui salari netti, aumentandoli con un taglio delle trattenute da parte dello stato. Anche le promesse del governo, come quella di ridurre la seconda aliquota IRPEF dal 35 al 33 per cento per aiutare il ceto medio, sembrano andare nella stessa direzione.
Una strategia di questo tipo poteva forse essere condivisibile in un periodo emergenziale di elevata inflazione, come quello che si è trovato ad affrontare il governo Draghi e nel primo anno e mezzo il governo Meloni. In un contesto in cui l’inflazione è in calo - se non appunto su beni come l’energia - servirebbe invece un piano non tanto per aumentare i salari netti, bensì quelli lordi.
Perché è così importante parlare di salari lordi, se alla fine ai lavoratori arriva quello netto con cui spendono e risparmiano? Il motivo risiede nella relazione, estremamente complessa, tra il salario e la produttività, un indicatore cruciale che misura il rapporto tra la quantità di output e di input. Ci permette, cioè, di comprendere se le risorse come il lavoro e il capitale sono utilizzate in maniera efficiente. Se le aziende sono più produttive e quindi più efficienti nella produzione, possono permettersi stipendi più elevati per i dipendenti. Questo è il problema del tessuto industriale italiano da almeno trent’anni a questa parte: una produttività in calo che si riflette sui salari, impoverendo il paese e rendendolo meno competitivo. Per affrontarlo, serve una strategia più incisiva e ragionata rispetto a un taglio del cuneo fiscale che, come mostrano le evidenze comparate, non è che la punta dell’iceberg.
Il governo Meloni non ha un piano, ma nemmeno l’opposizione
Se la situazione economica non è più complicata di quanto già non fosse, ciò che preoccupa è invece un governo che anche di fronte a problemi urgenti non riesce a essere incisivo. Il governo Meloni sembra più interessato a controllare l’agenda mediatica con attacchi a settori come la magistratura, per cercare di sviare i problemi dell’economia. Quest’ultimo tema, un tempo al centro del dibattito pubblico, è via via scomparso, quasi come se il paese avesse accettato la strada di declino imboccata trent’anni fa. Il governo ha preferito così concentrarsi su piccoli contentini nell’immediato rispetto a politiche più incisive, il tutto mediante uno strumento che si presta bene alla narrazione della destra italiana: quello delle tasse.
Se il governo non ha un piano, però, nemmeno l’opposizione sembra in grado di sfruttare i problemi sul fronte economico per far breccia nell’elettorato. Sia il PD sia gli altri partiti di opposizione riescono a malapena a scalfire la superficie del dibattito, spesso andando a riprendere gli argomenti portati dalla destra più che cercando di imporre la propria narrazione e denunciando l’inadeguatezza del governo davanti alla situazione in cui si trova il paese.
Allo stesso tempo, data la natura continentale del problema, anche l’Europa deve ripensare la sua strategia industriale alla luce delle tensioni geopolitiche. Questo passa inevitabilmente da un rilancio della politica industriale europea, soprattutto per sostenere settori come quello automobilistico, con il duplice scopo di aumentare la produttività e contrastare la crisi climatica. Se questo sforzo è necessario, allo stesso tempo va coniugato con politiche per rafforzare i diritti dei lavoratori e i salari, dopo decenni di quota salari in discesa, al fine di supportare la domanda interna.
Solidarietà alla popolazione della Repubblica Democratica del Congo Corteo a Palermo Sabato 22 febbraio con appuntamento alle ore 15.30 a piazza Crispi
15 febbraio 2024
La Repubblica Democratica del Congo è il secondo paese per estensione dell’Africa dopo l’Algeria, con una superficie di 2.345.410 kmq, circa otto volte l’Italia, con una popolazione di 91.994.000 abitanti all’incirca, secondo una stima del 2017.
La Repubblica Democratica del Congo sta attraversando una fase critica, caratterizzata da intensi conflitti armati, crisi umanitarie e instabilità politica, con l’occupazione della città di Goma e delle altre città da parte del Movimento 23 Marzo (M23), apertamente sostenuto dal Ruanda come si evidenzia da diversi rapporti delle Nazioni Unite.
In questo momento buio sorgono varie domande e perplessità, soprattutto, riguardo al mutismo elettivo dell’Occidente, particolarmente, dell’Unione Europea, la quale un anno fa, firmò un accordo con il regime di Kagame, detto “Memorandum of Understading”, volto a garantire la fornitura di minerali in grado di assicurare la doppia transizione verde e digitale, inoltre, essenziale per settori strategici come quello della difesa e l’aerospaziale.
Secondo la ONG Global Witness, il 90% del tantalio esportato dal Ruanda proviene in realtà dalla RDC. Non solo l’UE, quasi tutte le organizzazioni sia pubbliche che private sono consapevoli che, spesso, questi minerali provengono dall’estrazione illegale, dal commercio illecito, dal trasporto al di fuori dei canali ufficiali e dalla tassazione dei minerali prodotti.
Ultimamente il gruppo ribelle dell’M23, sostenuto dal Ruanda, ha intensificato le sue operazioni militari nell’est del Congo, causando oltre tremila vittime e migliaia di feriti solo nella città di Goma. Gli ospedali sono affollati e anche i campi profughi sono stati attaccati. L’incursione dei ribelli dell’M23 nel paese si è concentrata proprio su aree dense di miniere per l’estrazione di oro, coltan, stagno, tantalio e altri minerali e terre rare.
Ma i ribelli proseguono la loro offensiva verso la provincia del Sud Kivu ed attualmente hanno occupato alcuni dei suoi territori: l’aeroporto di Kavumo, il lago Kivu e la città di Bukavu, capoluogo della provincia. Ciò costituisce una totale violazione del Diritto Internazionale, dei Diritti Umani e del Diritto Internazionale umanitario.
Quello delle risorse minerarie e naturali è un punto dolente nell’attuale crisi sociopolitica della Repubblica Democratica del Congo. In effetti, non si può comprendere a pieno la storia della repubblica democratica del Congo e la situazione sociopolitica in cui si trova oggi, senza prestare attenzione all’esistenza di una grande diversità di ricche risorse minerarie e naturali che questo paese detiene.
La parte orientale del Congo – che è al centro dei conflitti armati – presenta una fascia ricca di risorse, mentre il Katanga (al sud) e il Kasai (in centro) contengono in particolare rame, diamanti, cobalto, uranio. Nel Kivu ed in Ituri si ricavano, soprattutto l’oro e il coltan, oltre al legname pregiato e al gas e petrolio che si trovano nei grandi laghi.
Da tempo, il Governo congolese e i funzionari degli organismi internazionali e delle Nazioni Unite puntano il dito contro il Ruanda, accusandolo di sostenere e supportare i ribelli dell’M23 per impadronirsi delle miniere e contrabbandare poi le materie prime. Per molti anni il Ruanda si è nascosto dietro le smentite. Nessuno osava mettere in dubbio la versione ruandese. Ma ormai una serie di rapporti degli esperti delle Nazioni Unite puntano il dito senza esitazioni contro il Ruanda.
L’amara costatazione è che la pace, nella RD del Congo, è costantemente confrontata alle minacce da parte di questi ribelli, apertamente sostenuti da Kigali, che li fornisce ogni tipo di supporto, affiancandoli, persino, con un nutrito numero di militari Ruandesi.
La sfida della pace richiede coraggio, impegno costante e una visione condivisa. Ma notiamo che nonostante il coinvolgimento diretto del Ruanda nelle atrocità commesse in Congo, l’Unione Europea continua a finanziare Kigali, rendendosi così complice di tali crimini, ovvero, della carneficina che si sta perpetrando nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
È il tempo del coraggio; è tempo di difendere i diritti dei bambini e delle donne Congolesi; è tempo di agire a favore della giustizia e della pace. Anche i Congolesi hanno diritto ad autodeterminarsi. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, conformemente alle norme di Diritto Internazionale, chiede il rispetto della propria sovranità e della sua integrità territoriale.
Chiediamo che tacciano le armi e che la Comunità Internazionale abbia il coraggio di emanare delle risoluzioni contro il Ruanda, il quale deliberatamente miete morte e sparge sangue in Congo.
Chiediamo, inoltre, che il Ruanda sia espulso tra gli Stati contribuenti dei peacekeepers, perché è inconcepibile che uno Stato impegnato in missioni di peacekeeping violi consapevolmente i Diritti umani, il Diritto Internazionale umanitario e il Diritto Internazionale che esso stesso è chiamato a difendere.
I promotori: CGIL Palermo, Donne di Benin City, Movimento Right 2B Sicilia, Altrico Ody, Mondo Africa, Associazione Africa Solidale Oltre il Mediterraneo, Diaspore per la Pace, Injs, Arci Palermo
Nonostante la sospensione dei dazi commerciali sui beni canadesi da parte degli americani, per alcune settimane, durante diversi eventi sportivi canadesi, i tifosi hanno espresso il loro disappunto fischiando l’inno americano ai tornei di hockey.
Secondo il Primo Ministro Justin Trudeau, i canadesi non vogliono impegnarsi in una guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma saranno “altrettanto inequivocabili” nella loro risposta se nelle prossime settimane gli Stati Uniti metteranno in atto le loro minacce sui dazi commerciali.
Per questo motivo il governo canadese aveva deciso di imporre un dazio del 25% su 30 miliardi di dollari di beni importati dagli Stati Uniti nei primi giorni di febbraio. Ma il 3 febbraio i funzionari statunitensi e canadesi si sono incontrati e gli Stati Uniti hanno accettato di ritardare l’accordo di 30 giorni. In seguito a questo ritardo, il Canada ha attuato un piano di frontiera da 1,3 miliardi di dollari per rafforzare il confine e coordinarsi con i partner statunitensi per fermare il flusso di fentanyl.
Comunque, la minaccia incombente dei dazi è ancora molto concreta per l’economia canadese e in tutto il Canada migliaia di posti di lavoro sono a rischio.
«Dobbiamo rimanere vigili e prepararci all’impatto. Abbiamo già sentito dai membri di tutto il Canada come la minaccia dei dazi stia sconvolgendo le imprese e le economie locali. Questi nuovi dati (guerra commerciale) sottolineano ulteriormente che questo non è un gioco che vogliamo giocare quando così tanti mezzi di sostentamento dipendono da una relazione stabile con gli Stati Uniti», ha dichiarato Candace Laing, Presidente e CEO della Camera di Commercio canadese.
Per determinare il livello di rischio delle 41 città più grandi del Canada, la Camera di Commercio canadese ha sviluppato, in collaborazione con il Business Data Lab, un indice di esposizione ai dazi agli Stati Uniti che riflette sia l’intensità delle esportazioni statunitensi di una città, sia la sua dipendenza dagli Stati Uniti come destinazione chiave delle esportazioni. L’indice di esposizione ai dazi esamina le prime 10 economie più esposte, da cui emergono alcuni temi e impatti chiave:
Esportatori di energia determinanti, come Calgary, in Alberta, e Saint John, nel New Brunswick
Diverse città dell’Ontario sud-occidentale, poli automobilistici e manifatturieri, sono situate lungo la Highway 401
Il più grande produttore di acciaio del Canada a Hamilton, in Ontario
I produttori di alluminio e di silvicoltura del Quebec, Saguenay e Trois-Rivières
«I dazi proposti dal Presidente Trump avranno conseguenze significative per l’economia globale, ma per alcune città canadesi la minaccia è molto più locale e personale. Grazie a questa analisi, i canadesi, le imprese e i politici hanno maggiori elementi da incorporare alle discussioni in corso su come il Canada possa rispondere al meglio alla sfida monumentale portata da dazi statunitensi inutili e ingiustificati», ha dichiarato Stephen Tapp, Chief Economist della Camera di Commercio canadese.
In Canada, nessuno sa ancora se Trump procederà con i suoi dazi punitivi nei confronti del Canada. Ma tutti sanno che questa mossa rischia di scatenare una guerra commerciale a livello continentale. Sembra che i canadesi non abbiano più trattamento favorevole a Washington e che la relazione reciprocamente vantaggiosa tra Canada e Stati Uniti, risalente al 1850, sia ora in pericolo.
David J. Bercuson, senior fellow della Aristotle Foundation for Public Policy, che ha recentemente pubblicato l’articolo “Il Canada deve prepararsi a un futuro senza gli Stati Uniti”, spiega al National Post:
«Il popolo degli Stati Uniti ha scelto Trump e i canadesi devono rispettare la loro decisione. A questo punto non sappiamo se presto saremo coinvolti in una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Ma sappiamo che la nostra fiducia è stata infranta. Dobbiamo accettare questa cruda verità e procedere da qui».
Traduzione dall’inglese di Martina D’amico. Revisione di Mariasole Cailotto.
ROMA 21 FEB 2025 – La verità è sotto gli occhi di tutti: mentre noi di Nursing Up continuiamo a batterci per ottenere un contratto che riconosca il giusto valore agli infermieri e alle professioni sanitarie, alcune sigle sindacali si dicono pronte a sottoscrivere un accordo che riteniamo inadeguato, senza i necessari miglioramenti economici, normativi e professionali per i lavoratori.
Alcuni sindacati provano a far ricadere su di noi la responsabilità del mancato rinnovo contrattuale, sostenendo che la nostra posizione blocchi gli aumenti. La realtà, invece, è ben diversa: il contratto in discussione non garantisce un adeguato riconoscimento economico, non prevede reali percorsi di crescita professionale e non migliora le condizioni di lavoro di infermieri, ostetriche e professionisti sanitari. Chi lo accetta, di fatto, avalla una soluzione che non risponde alle esigenze delle categorie.
Un contratto scritto senza un reale confronto con chi rappresenta i lavoratori
Ancora una volta, ARAN e Regioni propongono un contratto che non tiene conto della perdita del potere d’acquisto subita negli ultimi anni. Noi chiediamo una redistribuzione più equa delle risorse stanziate per il rinnovo, e questo l’ARAN non lo dice, e la valorizzazione professionale che spetta agli infermieri e agli altri professionisti della salute.
Sottoscrivere un contratto senza le necessarie garanzie significa accettare una soluzione al ribasso, senza ottenere il dovuto riconoscimento per chi ogni giorno lavora con professionalità e dedizione in un sistema sanitario sempre più in affanno.
Nessuna imposizione, vogliamo una vera trattativa
È chiaro il tentativo di portare avanti il rinnovo contrattuale con la logica del “prendere o lasciare”, facendo pressione sui sindacati affinché firmino un accordo scritto dai datori di lavoro e che non vogliono. Ma noi di Nursing Up non accettiamo imposizioni: vogliamo un confronto reale, basato su proposte concrete e su un negoziato serio.
Se ARAN avesse davvero voluto chiudere questa partita in modo equo, allora avrebbe dovuto aprire il tavolo a vere trattative, senza convocazioni di facciata. Fino ad allora, continueremo a portare avanti le istanze degli infermieri e delle professioni sanitarie in ogni sede.
Ma se preferisce lo stile provocatorio, puntando il dito “sulla maggioranza che non ha firmato un contratto che non accetta”, allora stia pur certa, che per quanto ci riguarda basterà solo un cenno, e la nostra risposta non tarderà ad arrivare.
Noi non ci arrendiamo. Noi siamo con gli infermieri, le ostetriche e le altre professioni sanitarie.