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Appello per la pace in Congo

Non è il metaverso e nemmeno uno di quei videogiochi della play ad altissima risoluzione in cui qualcuno si diverte a sparare e uccidere.

È mondo reale. Un genocidio che dura da 30 anni e con 10 milioni di vittime, più di 3000 solo nelle ultime settimane dopo la presa di Goma e Bukavu, i capoluoghi rispettivamente del nord e del sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. La terra più ricca del mondo per le risorse del sottosuolo mentre la sua gente muore di fame, di machete e di mitra.

Decine di migliaia gli sfollati, centinaia di bambini senza famiglia abitano per strada, centinaia le donne violentate barbaramente.

Questo succede nel 2025, mentre altrove si indaga il cosmo, si progettano reti e sistemi di satelliti per collegare il mondo globalizzato e si discetta di intelligenza artificiale.

E succede proprio per alimentare l’industria tecnologica che vive di coltan, la terra rara di cui la RD Congo è ricca, insieme a diamanti, oro, cobalto, rame e altri minerali preziosi.

Migliaia di miniere in cui lavorano bambini, presidiate da milizie armate.
Traffici internazionali illeciti di preziosi non tracciabili fanno di altri paesi, e non del Congo, i più grandi venditori delle ricchezze del sottosuolo congolese.

Primo tra tutti il Rwanda che è dietro alle milizie irregolari, tra cui la feroce M23, che da anni dillaniano e occupano il nord Kivu.
Senza avere coltan nel suo territorio, il Rwanda ne è uno dei più grandi esportatori e fortunatamente dopo la presa di Goma il Parlamento europeo ha sospeso gli accordi commerciali con Kigali anche per l’approvvigionamento di questo minerale fondamentale per la realizzazione dei microcircuiti dei nostri cellulari.

“Quella del Rwanda è un’invasione che viola il diritto internazionale – grida la società civile – nè più nè meno di quella russa in Ucraina”. E le proteste hanno colpito anche il cantante John Legend che ha tenuto proprio ieri un suo concerto a Kigali, pubblicizzato come una brochure turistica: “Visitate il Rwanda”.

Ma il Rwanda non è il solo a depredare la Repubblica Democratica del  Congo, a braccetto con la stessa Europa, USA, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Israele, insomma mezzo mondo, inclusi i caschi blu ONU che con la missione Monusco hanno presidiato la zona fino al loro recente ritiro applaudito dalle popolazioni locali. Non si può poi ignorare la massiccia dose di corruzione delle autorità congolesi che agevolano il tutto.

L’industria israeliana, per esempio, è la più grande esportatrice di diamanti dalla provenienza difficilmente identificabile, una volta tagliati. Le sanzioni imposte dagli USA nel 2017 e diverse inchieste giornalistiche fanno di un magnate israeliano, Dan Gertler, l’uomo ammanicato con le istituzioni congolesi e a capo di un vero e proprio impero dei “blood diamonds”, cioè dei diamanti insanguinati estratti in Congo, che si sospetta finanzino lo sterminio di vite umane a Gaza.

Dunque la guerra in Repubblica Democratica del  Congo riguarda tutti e non può restare in sordina. Ma soprattutto non può e non deve lasciare noi italiani indifferenti perché esattamente 4 anni fa, il 22 febbraio 2021, proprio vicino a Goma persero la vita, senza che sia ancora stata fatta giustizia, il nostro ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. E qui si apre un altro capitolo che lascio nella penna.

Dovremmo tutti parlare il più possibile della guerra nella Repubblica Democratica del  Congo e firmare l’appello per la pace.

 

 

Cecilia Capanna

“Morte civile”: cosa significa essere un obiettore di coscienza in Turchia

L’evento Morte civile: cosa significa essere un obiettore di coscienza in Turchia presso la sala Poli del Centro Studi Sereno Regis è stata un’occasione per conoscere la realtà degli obiettori di coscienza in Turchia.

Moderati da Zaira Zafarana, coordinatrice dell’advocacy internazionale di Connection e.V. e responsabile dei rapporti internazionali del MIR Italia, sono intervenuti in remoto Hülya Üçpinar, avvocatessa per i diritti umani in Turchia e gli obiettori di coscienza Hüseyin Civan, Merve Arkun, İnan Aru[1].

A livello di diritto internazionale l’obiezione di coscienza al servizio militare è un diritto umano che deriva dall’articolo 18 (libertà di coscienza e religione); il lavoro di advocacy su questo tema a livello internazionale è quello di far rispettare questo diritto umano nei vari paesi.

Il diritto all’obiezione di coscienza non è previsto in Russia ed in Grecia. in Ucraina in teoria c’è, ma in pratica non viene rispettato.

In Turchia il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto e la Corte europea dei diritti dell’uomo ha definito la situazione degli obiettori di coscienza turchi come morte civile.

Hülya Üçpinar racconta la storia del movimento degli obiettori di coscienza turchi, un movimento senza un’organizzazione gerarchica che usa metodi nonviolenti; il movimento collabora con altri gruppi, compresi gruppi femministi ed ha un proprio linguaggio contro l’ingiustizia e contro qualsiasi tipo di guerra.

La società turca è fatta di cittadini soldato ed ha una generalizzata cultura militarista; i primi obiettori che si sono dichiarati pubblicamente negli anni 90 hanno minato alla base l’idea che ogni persona nasce come soldato e come turco.

Il rifiuto di servire nell’esercito viene segnalato sui documenti rendendo impossibile per gli obiettori una vita normale; qualsiasi organizzazione che rileva lo stato degli obiettori può far partire una nuova causa legale con relativo processo provocando quella “morte civile” citata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’accanimento verso gli obiettori non si ferma nemmeno al raggiungimento dell’età di 41 anni che coincide con la fine di fine dell’obbligo militare.

Emotivamente molto coinvolgente è stato il racconto dell’esperienza personale di İnan Aru: la sua scelta di obiettare è nata 25 anni fa, maturata dalla sua famiglia di resistenti che si sono opposti al colpo di stato degli anni 80. Già all’età di sette anni decise che non avrebbe fatto il servizio militare, ma nessuno sapeva come fare.

Il servizio militare è visto come un rituale per diventare dei veri uomini e per rinsaldare l’appartenenza al paese; è legato alla mascolinità e si rispecchia su tutta la vita sociale; non è semplicemente un rifiuto ad un obbligo legale, ma il rifiutare un’intera forma mentale, un’intera cultura.

Per me il servizio militare era totalmente estraneo al mio essere e l’esempio del primo obiettore di coscienza turco nel 1997 mi mostrò la strada per evitarlo; quando dichiarai la mia obiezione nel 2008 sembrava che la Turchia stesse attraversando un periodo di crescita dei diritti, ma la situazione è precipitata nel 2014-2015 quando tutte le opposizioni sono diventate degli obiettivi per l’oppressione, compresi gli obiettori di coscienza e gli antimilitaristi.

Un obiettore non può lavorare in maniera regolare né per lo stato né per i privati in maniera regolare; in caso di fermo, riceve un documento per presentarsi entro quindici giorni al centro di reclutamento e ricomincia il ciclo; “io ho ricevuto sette condanne per il medesimo fatto che sono diventate multe o arresti domiciliari; un mese fa ho ricevuto una nuova convocazione”

İnan Aru è intervenuto a raccontare la sua esperienza anche in piazza durante la 155° Presenza di Pace, ricevendo la solidarietà di chi ha lottato per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza in Italia; nel nostro paese l’obiezione di coscienza è stata riconosciuta per la prima volta nel 1972[2].

In precedenza, gli obiettori hanno dovuto affrontare processi e carcere militare ed uno stigma sociale non molto diverso da quello che riconosciamo oggi per gli obiettori turchi.

 

[1] Merve Arkun, uno dei vicepresidenti dell’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza e membro esecutivo di War Resisters’ International, fornirà informazioni sulla situazione attuale del diritto all’obiezione di coscienza in Turchia ed esempi del lavoro svolto. Condividerà inoltre le prospettive di genere sull’obiezione di coscienza come diritto umano.
Hüseyin Civan è un obiettore di coscienza ed è stato sottoposto a restrizioni dei suoi diritti civili e sta sperimentando la “morte civile” (termine usato dalla Corte europea dei diritti umani per descrivere la situazione degli obiettori di coscienza in Turchia) a causa del suo rifiuto di servire nell’esercito.
İnan Aru è un obiettore di coscienza ed è stato processato e imprigionato più volte con la stessa accusa a causa del mancato riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza da parte della Türchia.
Hülya Üçpinar è un’avvocatessa turca specializzata in diritti umani e ha una lunga esperienza di campagne per il diritto all’obiezione di coscienza in Turchia. Ha anche esperienza nella richiesta di questo diritto umano all’interno del sistema europeo e delle Nazioni Unite. È membro del comitato esecutivo di War Resisters’ International e tra i cofondatori del Centro di educazione e ricerca nonviolenta di Istanbul.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

Giorgio Mancuso

Elezioni parlamentari in Germania: vince la destra, ma successo della Linke

L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) di Friedrich Merz, partito di centro destra, ha ottenuto il 28,6% delle preferenze, mentre l’estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD) è arrivata seconda con il 20,4%. Il Partito Socialdemocratico (SPD) dell’ex cancelliere Olaf Scholz si è fermato al 16,4%, perdendo nove punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti, i Verdi hanno ottenuto l’11,6% (- tre punti) e i liberali non hanno superato la soglia di sbarramento del 5%, così come l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW). L’affluenza alle urne (84%) è stata altissima.

Nel panorama delineato dalle elezioni tenutesi ieri spicca il successo della sinistra radicale, la Linke, con l’8,8% dei voti (nelle elezioni del 2021 si era fermata al 4,9%): si tratta di un segnale importante, perché la Linke ha mantenuto una posizione ferma in difesa dei migranti e del diritto d’asilo, mentre tutti gli altri partiti hanno inseguito le posizioni demagogiche e razziste dell’AfD. Ha mostrato la stessa fermezza nell’opposizione alla guerra e all’aumento delle spese militari e ha basato la campagna elettorale su temi sociali come il caro affitti, il costo della vita e la ridistribuzione della ricchezza tassando i miliardari e riducendo la pressione fiscale sul 90% della popolazione. La Linke ha inoltre avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni antifasciste in cui migliaia di persone hanno protestato per la scelta della CDU di collaborare con l’estrema destra per l’approvazione di misure restrittive sull’immigrazione.

Queste scelte coraggiose si sono tradotte in un grande aumento degli iscritti (31.000 in più da metà gennaio) e nell’appoggio dei giovani: la Linke è stata il partito più votato dagli elettori tra i 18 e i 29 anni. Merito anche di Heidi Reichinnek, 36 anni, la candidata di punta del partito e della sua intensa attività sui social media.

Tutto questo non sminuisce la gravità dell’ennesima “onda nera” che ha portato ancora una volta al successo elettorale una formazione di estrema destra e non fa ben sperare per il futuro. Se anche l’AfD verrà esclusa dal prossimo governo, possiamo aspettarci comunque una politica guerrafondaia e razzista; ragion di più per sottolineare l’importanza di un’opposizione ferma come quella che ci auguriamo porterà avanti la Linke, in Parlamento, nelle piazze e nei territori.

 

 

Redazione Italia

Calano gli omicidi in Italia, ma aumentano gli autori minorenni

E’ in atto una diminuzione costante del numero degli omicidi volontari consumati nel nostro Paese, con un calo del 33%, passando da 475 eventi del 2015 a 319 del 2024, con un decremento del 6% registrato tra il 2023 (340 eventi) e il 2024 (319). Una flessione ancora maggiore si rileva negli omicidi che riguardano contesti di criminalità di tipo mafioso, in decremento del 72% (da 53 a 15). È quanto si evince dal report realizzato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale del Dipartimento della Pubblica sicurezza, “Omicidi volontari consumati in Italia”, che analizza il fenomeno durante il decennio 2015-2024. “Un trend in costante decremento, si legge nel report, che fa registrare il valore più basso nel 2020 (anno caratterizzato dall’emergenza legata alla pandemia da Covid19), seguono una fase di incremento nel triennio successivo e una nuova decisa decrescita nell’ultimo anno (2024), con 319 casi a fronte dei 340 dell’anno precedente.”

Si tratta dl un trend confermato anche dai dati Eurostat relativi agli omicidi volontari registrati in Europa che, per il 2022, collocano l’Italia tra i Paesi più sicuri per questo tipo di reato, riconoscendola, in ambito UE, come il Paese con il minor fattore di rischio di eventi omicidiari. Il Report, realizzato attraverso lo studio e l’analisi dei dati acquisiti dalla Banca dati delle Forze di polizia, confrontati con le informazioni fornite dai presidi territoriali di Polizia di Stato e Arma dei carabinieri, offre una panoramica del fenomeno criminale nel periodo 2015-2024, soffermandosi sul biennio 2023-2024 con approfondimenti incentrati su genere, età e nazionalità di vittime e autori, sulle relazioni tra gli stessi e su altri aspetti caratterizzanti ogni evento, come l’ambito in cui si è svolto, il movente e il modus operandi.

Le vittime di nazionalità italiana rappresentano il 75% del totale in entrambi i periodi, mentre quelle straniere costituiscono il 25%. Per quanto riguarda gli autori, gli italiani rappresentano circa il 70% in entrambi i periodi e la fascia d’età maggiormente rappresentata nel 2024 è quella compresa tra 18 e 40 anni. In rilevante incremento, rispetto al 2023, l’incidenza degli autori minorenni che, nel 2024, è dell’11%  a fronte del 4% dell’anno precedente. Gli omicidi del biennio 2023-2024 risultano essersi verificati, nella maggior parte dei casi, al culmine di una lite degenerata; nel 2024, in particolare, ciò è avvenuto nel 49% dei casi, a fronte del 45% del 2023. Gli omicidi in cui, invece, l’autore risulta aver agito per motivi passionali, si attestano, per il 2024, al 5%, in diminuzione rispetto al 2023, in cui avevano rappresentato l’11% del totale. Per quanto attiene al c.d. modus operandi, nel 2024, così come nell’anno precedente, si rivela preminente l’uso di armi improprie e/o armi bianche (133 casi nel 2024 a fronte dei 156 nel 2023), mentre le armi da fuoco risultano utilizzate in 98 casi nel 2024 e 101 nel 2023. Seguono le aggressioni (45 omicidi nel 2024 a fronte di 53 nel 2023) e l’asfissia/soffocamento/strangolamento (37 casi a fronte dei 26 del 2023). Risultano, infine, 6 gli omicidi volontari consumati tramite avvelenamento registrati nel 2024, a fronte dei 4 del 2023. In termini territoriali, invece, sono la Campania, la Lombardia e il Lazio le regioni che fanno registrare, nel biennio, i valori maggiori e tra queste, la Campania evidenzia, nel 2024, anche un deciso incremento rispetto all’anno precedente (+31%).

Un esame a sé meritano gli omicidi ascrivibili a contesti di criminalità di tipo mafioso. “In passato, si legge nel report, le organizzazioni criminali di stampo mafioso, come Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta e criminalità organizzata pugliese ricorrevano all’omicidio come uno degli strumenti principali per intimidire e risolvere conflitti interni o esterni, sia pure con le dovute differenze relative alle rispettive caratteristiche strutturali e organizzative. In contesti criminali di stampo camorristico, infatti, l’omicidio era finalizzato a segnare la supremazia dell’organizzazione stessa su un determinato territorio, intimidire i clan rivali o rafforzare il proprio potere e la propria influenza all’interno delle comunità locali.

Negli altri ambienti mafiosi, invece, caratterizzati da un’organizzazione verticistica di stampo prettamente familiare, la violenza era usata o per eliminare gli esponenti dello Stato e della società civile, percepiti come minaccia, o per punire chi non si sottometteva o non rispettava le regole del gruppo, alimentando quella paura che rendeva difficile la denuncia e la collaborazione con le Forze dell’ordine e la magistratura. A partire dagli anni ’90, gli omicidi che si sono registrati hanno avuto un forte valore simbolico e hanno riguardato spiccate personalità dello Stato: esponenti della magistratura e/o appartenenti di alto profilo delle Forze dell’ordine impegnate nella lotta contro le mafie, la cui neutralizzazione fisica appariva come l’unico modo per ripristinare un’egemonia messa sotto attacco dalle istituzioni. Nel corso del tempo, però, il modus operandi delle mafie è cambiato. Dopo la stagione stragista degli anni ’90, l’uso della violenza ha assunto forme più sottili e meno visibili. Le organizzazioni mafiose hanno infatti capito che per ottenere maggiori risultati dall’attività di pulizia del denaro sporco (il riciclaggio) dovevano evitare clamori e quindi il numero degli omicidi di mafia si è ridotto notevolmente.”

Qui il Report completo: https://www.poliziadistato.it/statics/32/elaborato.pdf.

 

 

Giovanni Caprio

Non hanno visto arrivare i nuovi padroni

Tutti i commentatori che per anni si sono spesi in ogni modo per affermare, ribadire e confermare la “nostra” (cioè la “loro”) fedeltà atlantica adesso si stracciano le vesti perché “l’America” (cioè gli USA; le Americhe sono un’altra cosa) non è più la stessa. Il colpo è stato forte, ma il loro sconcerto durerà poco. Presto li vedremo allineati con i nuovi padroni, perché una politica autonoma e indipendente non sanno nemmeno concepirla. Non ci hanno mai pensato. Balbettano. Non saprebbero da dove cominciare.  Da un esercito comune? E giù a comprare armi: dagli USA. Non ha funzionato con un mercato e una moneta comuni, figuriamoci con le armi! Da un’unione politica? Ma quale, senza un programma comune? E quale potrebbe mai essere quel programma?

Uno solo: la conversione ecologica. Ma loro non lo sanno. Non ce n’è nessun altro che racchiuda in sé tutte le questioni che il nostro tempo ci impone di affrontare: pace, ambiente, diritto alla vita, salute, sicurezza, redditi, istruzione, convivenza, solidarietà. Non è il Green Deal, che è invece uno strumento di distrazione di massa, fatto per eludere i nodi più importanti con misure parziali, derogabili, mai spiegate, spesso respingenti, a volte dannose.

Un programma comune richiede la partecipazione di tutti, o delle componenti più attive, alla sua elaborazione attraverso i tre passi sintetizzati da Extinction Rebellion: informare tutti, agire dove è possibile, deliberare in assemblee aperte. Utopia? Certo. Ma è il momento di rivalutare la parola e la sua pratica. Che cosa è successo invece?

Non li hanno visti arrivare. Sicuri di poter continuare nei modi di sempre, non hanno visto arrivare gli uomini, le donne, le forze politiche, le “visioni” (le tanto disprezzate “ideologie) e soprattutto le pratiche che, in un Paese dietro l’altro, stanno conquistando il potere per trasformarlo in modo da non poterlo né doverlo più cedere per tutto il tempo a venire. Un passaggio che porta alla luce il vuoto di cui si sono alimentate per anni le politiche dell’”Occidente”, sia di destra che di sinistra.

Governavano – o fingevano di farlo, al servizio di personaggi assai più potenti – convinti che nessuno li avrebbe mai disturbati. E come? Con “l’austerità”, niente altro che il trasferimento di redditi, salute, sicurezza, cultura e dignità dal popolo che abita ai piani bassi della piramide sociale all’élite che ne occupa il vertice: un pugno sempre più ristretto di signori della finanza, dell’informazione, della guerra. Con la sottovalutazione sistematica della crisi climatica, trattando ogni evento meteo estremo, ogni disastro ambientale, come un caso a sé, abbandonando le vittime, o anche contrastandole quando cercavano di tirarsene fuori da sole. Con una convergenza sostanziale di intenti per “tener fuori” i migranti, costi quel che costi, dai confini di ogni nazione: gli uni facendosene un vanto e una bandiera, anche se le politiche adottate si traducono in nient’altro che in stragi, torture e massacri lontano dai nostri sguardi; gli altri cercando di sopire drammaticità e dimensioni della situazione, per nascondere che le loro non-politiche non ne sono che una replica.

Dunque, con la promozione di un cinismo diffuso, dell’indifferenza, vettore di fondo dell’irresistibile ascesa delle destre. E infine, con le guerre: scatenandole o adoperandosi per renderle comunque generali, insolubili, permanenti, sempre più atroci. Un’accelerazione, questa, della crisi climatica, della produzione di profughi, e della spoliazione dei poveri: armi invece di welfare, devastazione degli habitat invece di convivenza, spreco di beni e di vite invece di custodia della Terra.

Così i nuovi padroni del mondo possono continuare a fare quelle stesse cose (compresa la guerra: se non più qui, là) moltiplicandone gli effetti, ma presentandosi come gli unici in grado di inaugurare una nuova era: quella in cui si dice apertamente le cose come stanno e come si vuole che vadano. E poi le si fanno senza tentennamenti.

Tornare indietro non è più possibile: non c’è niente di attraente in quel passato che ci stanno mettendo dietro le spalle. E’ molto più seduttivo, invece, quello che promettono le nuove dittature, perché è facile da enunciare e impossibile da verificare. Il loro appeal non può più essere scalzato se non da una moltiplicazione di iniziative radicali che partano dalla base della piramide.

E’ quello che sostiene anche George Monbiot sul Guardian del 19.2: reti di vicinato, democrazia deliberativa, valorizzazione delle risorse locali. Una nuova politica che preveda, secondo la visione di Murray Bookchin, più diversità, più apertura alle diverse possibilità, più modularità, cioè replicabilità nei contesti più vari. Certo, sono necessarie anche politiche nazionali e globali, ma è ora di capire, sostiene Monbiot, che nessuno se ne occuperà, se non noi. Non c’è che da cominciare a mettersi insieme.

 

Guido Viale

Centri di accoglienza in Albania, governo Meloni vs magistratura

Continua il braccio di ferro tra il governo Meloni e la magistratura sulle funzioni e l’operatività dei due centri di accoglienza in Albania. Aperti nell’ottobre dello scorso anno, sono rimasti tutt’oggi fermi a causa degli stop arrivati dalle toghe italiane e di Bruxelles. Il governo Meloni sta cercando in tutti i modi alternative per aggirare le restrizioni, anche a rischio di contraddirsi e di incappare in ulteriori forzature.

Le origini dei due centri

Facciamo un passo indietro. Le due strutture per migranti aperte in Albania nell’ottobre del 2024 sono il principale risultato di un protocollo d’intesa firmato tra il governo Meloni e l’Albania del premier Rama nel novembre del 2023. Secondo quanto previsto dal documento, i centri avrebbero dovuto essere già aperti a maggio del 2024, ma una serie di imprevisti ha fatto slittare la loro messa in funzione di ben 5 mesi. Ma al di là di questi contrattempi, che comunque hanno avuto un costo economico, il problema fondamentale sta nel fatto che ad oggi i centri sono ancora vuoti. Infatti, ogni volta che il governo Meloni ha provato a inviare delle persone nelle strutture è arrivato lo stop della magistratura italiana. La base giuridica di questi stop è costituita da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 4 ottobre scorso che ha modificato i parametri che consentono di definire “sicuro” un dato Paese, rendendoli più restrittivi.

Dal momento che lo scopo dei due centri in Albania è proprio quello di accogliere i migranti che, provenendo da un Paese ritenuto sicuro vanno sottoposti a una procedura accelerata di esame della richiesta di asilo, in più di un caso il governo Meloni ha dovuto fare un passo indietro rispetto alla decisione di trattenere dei migranti. Ad esempio, alcuni cittadini provenienti dall’Egitto e dal Bangladesh soccorsi dalla Marina Militare italiana in acque internazionali non sono stati più mandati in Albania nonostante l’iniziale volontà del governo proprio perché le modifiche di Bruxelles hanno reso questi due Paesi non più classificabili come sicuri.

La contromossa del governo Meloni

Stante la necessità da parte del governo di mettere in funzione i due centri e di dimostrarne la tanto sbandierata efficacia, ecco il primo tentativo di aggirare l’ostacolo legale: spostare con un decreto-legge la competenza sui trattenimenti dalle sezioni immigrate dei tribunali alle Corti d’Appello. Ma il tentativo è subito fallito a causa del fatto che molti dei magistrati che operano nelle sezioni immigrazione dei tribunali ordinari operano anche in Corte d’Appello a causa della carenza di personale di quest’ultima. L’ultima decisione in tal senso da parte della Corte d’Appello è del 31 gennaio: 43 persone che secondo il governo Meloni dovevano essere indirizzate e trattenute nei centri in Albania sono state portate alla fine in Italia.

Secondo tentativo

Nelle ultime settimane un’ipotesi sul tavolo del governo è stata ed è tuttora quella di convertire la funzioni dei due centri di Gjader e Shengjin da centri di prima accoglienza e soccorso a CPR, ovvero Centri per il Rimpatrio. A dire il vero il centro di Shengjin lo è già in parte, dato che su 1.024 posti totali 144 sono proprio destinati a chi è in attesa di rimpatrio. Se dovessero però diventare entrambi dei CPR al 100% vorrebbe dire che ad entrarci sarebbero tutte quelle persone transitate sul territorio italiano a cui è stata negata la richiesta d’asilo e sono dunque sottoposte ad una procedura forzosa di rimpatrio. Una situazione di questo tipo significherebbe di fatto contraddire clamorosamente lo scopo iniziale dei due centri dichiarato proprio dallo stesso governo Meloni: impedire l’accesso al territorio italiano a chi, sempre secondo quanto ritenuto dal governo, non è meritevole di protezione in quanto proveniente da un Paese classificato come “sicuro”.

Peccato che chi finisce in un CPR è necessariamente transitato sul territorio italiano, ecco perché dunque la pista della conversione pare essersi un po’ più raffreddata negli ultimi giorni. Per non tacere poi dell’automatica violazione dell’articolo 2 del protocollo d’intesa con l’Albania, il quale riporta che le persone destinate ai due centri devono essere “esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell’Unione Europea», cioè in acque internazionali. Se queste persone venissero trovate dalla Marina Militare italiana in acque italiane dovrebbero essere portate sul territorio italiano perché secondo quanto previsto dal Regolamento di Dublino è il Paese di primo arrivo che deve obbligatoriamente esaminare la richiesta di protezione. Il cosiddetto “effetto positivo deterrente” dei due centri definito dal governo Meloni verrebbe meno: chi finisce in questi centri dovrebbe necessariamente aver prima transitato sul territorio italiano.

Un’altra opzione considerata, infine, ma dismessa quasi subito per la sua evidente inapplicabilità è stata quella di spostare la giurisdizione dei centri da quella italiana a quella albanese. Il ragionamento di fondo è semplice: non facendo parte dell’Unione Europea l’Albania non è tenuta a mantenere gli stessi standard dell’Italia in materia di diritti dei migranti. E sì che la Meloni aveva garantito più volte che non ci sarebbero mai stati problemi da questo punto di vista, dato che i due centri sono proprio sotto la giurisdizione italiana.

Sviluppi futuri

Nonostante le controindicazioni mostrate sopra, il governo Meloni appare ancora saldo nel suo intento di rendere i due centri in Albania dei CPR. Nei suoi incontri con i vertici delle istituzioni europee a Bruxelles, così come nelle dichiarazioni pubbliche, continua a manifestare questa volontà. Fattore importante a questo punto sarà la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea attesa dopo il 25 febbraio. A seguito di maggiori chiarimenti da parte dei tribunali italiani, la Corte Europea infatti fornirà una lista rivisitata dei parametri necessari a considerare come “sicuro” un Paese, valutazioni che forniranno un orientamento decisivo rispetto alle scelte dei tribunali stessi, indipendentemente dalla volontà e dagli espedienti del governo Meloni.

 

Redazione Italia

Meticciare storie e culture diverse

    I sovranisti europei ringalluzziti dalle vicende d’oltre oceano, hanno pensato bene di ribattezzarsi “patrioti”, e con lo slogan scopiazzato di “fare di nuovo grande l’Europa”, si sono incontrati in Spagna. 

      La scelta del luogo dice già tutto rispetto ai loro propositi, volendo rievocare la resistenza europea all’avanzata degli arabi e la loro successiva e definitiva cacciata dal nostro continente. Con un parallelismo che è figlio di una scorretta semplificazione storica, si vorrebbe far credere che il nostro compito di europei è oggi quello di bloccare qualunque tipo di flusso migratorio verso casa nostra blindando i nostri confini.

     Naturalmente si potrebbe ora (come in effetti spesso si fa) controbattere riproponendo lo spessore etico di valori universali come l’accoglienza, il pluralismo o il diritto alla diversità. Ma oltre a questo, resta di fatto, che anche a voler dar credito alla esigenza, in sé giusta, di difendere e voler valorizzare il meglio della nostra identità storica e culturale, le scelte dei presunti patrioti sono, anche solo da un punto di vista puramente fattuale, del tutto fallimentari. Oseremmo dire da cialtroni e perfetti idioti.

      Sulle migrazioni verso il nostro continente e su come sarà configurata l’Europa nel prossimo futuro vi sono previsioni frutto di studi non partigiani, che non possono essere ignorati. Prendendo ad esempio il nostro paese, l’ISTAT ci dice che a prescindere dalle politiche dei futuri governi, l’Italia tra circa mezzo secolo dovrebbe avere 46 milioni di residenti. In pratica 13 milioni meno rispetto al presente. Di questi ben 18 milioni saranno costituiti dai nuovi migranti, che, almeno in parte, ovvieranno agli effetti della denatalità di un paese ormai cronicamente nella condizione di ciò che viene definito “inverno demografico”. Se consideriamo che già ora i migranti residenti sono circa 5 milioni, ne possiamo concludere che nel prossimo futuro il nostro paese sarà diviso, quasi perfettamente in due, tra italiani di antica generazione e “nuovi italiani”, questi ultimi al massimo di terza generazione. (Non ho trovato dati precisi sul colore della pelle dei nuovi arrivati, né sulle loro confessioni religiose, ma credo non ci voglia molto a capire che neri e islamici saranno quanto meno minoranze decisamente molto consistenti).

      A questo punto dovrebbe essere chiaro che l’ipotesi della chiusura e del respingimento fatta propria dai PATRIOTI-IDIOTI, non solo è del tutto irrealizzabile, ma bisogna anche dire che questa è anche una fortuna, perché se mai fosse invece fattibile ci condannerebbe all’estinzione o all’irrilevanza numerica con la conseguenza di cancellare con noi stessi anche il nostro passato, la nostra storia e la nostra cultura. L’esatto contrario della pretesa di “fare di nuovo grande l’Europa”.

      È dunque evidente che accoglienza e dialogo, fino all’ipotesi di fare incontrare e “meticciare” storie e culture diverse, non è soltanto un imperativo etico, ma per noi europei anche una condizione di sopravvivenza. Dobbiamo fare in modo che il migrante, senza imposizioni o forzature di alcun tipo, ma tramite la condivisione partecipata e dialogante divenga il nostro salvatore, acquisendo e trasmettendo alcuni valori come il principio di laicità e i diritti umani, che pur facendo parte della nostra storia, noi per primi in passato abbiamo tradito dentro e (soprattutto) fuori dai nostri confini.

      Quella che qui stiamo ipotizzando non è certo una prospettiva né facile, né semplice. Sicuramente non mancheranno scontri e contraddizioni, e l’esito sul lungo periodo è tutt’altro che scontato. Ma non ci sono alternative. Le farneticazioni di sovranisti e patrioti, al di là dei toni accesi e guerrieri, sono semplice rassegnazione alla morte e alla catastrofe.

      

       

Antonio Minaldi

Trattato di proibizione delle armi nucleari, a New York terzo incontro degli Stati parte

“Mancano 89 secondi alla fine del mondo”. Corrono le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse e non solo: tra pochi giorni gli Stati Uniti ospiteranno il terzo incontro dedicato al TPAN – Trattato di proibizione delle armi nucleari. Il Palazzo di Vetro del Segretariato delle Nazioni Unite a New York è quasi pronto per accogliere ben 167 Paesi ( 94 firmatari e 73 parte), e non solo la loro voce istituzionale, poiché sarà nutrita la presenza di ONG accreditate con ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Premio Nobel per la Pace 2017 – proprio in rappresentanza della società civile che aderisce e anela il disarmo a livello mondiale.

Il terzo incontro degli Stati parte si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025 presso la sede ONU a New York, sotto la presidenza del Kazakistan.

Cos’è il TPAN: concetti chiave, tempi e un po’ di storia

Il Trattato di proibizione delle armi nucleari (testo completo in inglese qui) è un documento nato per contrastare non solo la proliferazione delle armi nucleari, ma per condurre le scelte politiche internazionali a un progressivo abbandono dello strumento di deterrenza nucleare, nelle relazioni fra Stati, per la risoluzione dei conflitti e intimare la distruzione dei suddetti ordigni.

Prevede che gli incontri degli Stati parte si svolgano su base biennale e conferenze di revisione a intervalli di sei anni per “considerare e, ove necessario, prendere decisioni in merito a qualsiasi questione riguardante l’applicazione o l’implementazione di questo Trattato”.

Il primo Incontro degli Stati Parte si è tenuto a Vienna dal 21 al 13 giugno 2022 con la partecipazione di 49 Stati Parte, 34 Stati osservatori e rappresentanti delle Nazioni Unite, di organizzazioni internazionali e regionali, del Comitato Internazionale della Croce Rossa e della società civile. L’incontro ha adottato una serie di decisioni ambiziose, tra cui la Dichiarazione di Vienna e il Piano d’azione.

Il secondo incontro degli Stati parti si è svolto dal 27 novembre al 1° dicembre 2023 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, con il Messico in qualità di presidente. Hanno partecipato 94 Stati parte, firmatari e altri osservatori, insieme a rappresentanti di agenzie internazionali, tra cui l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) e la CTBTO (Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari), il CICR (Il Comitato Internazionale della Croce Rossa), nonché organizzazioni della società civile, comunità colpite, giovani, parlamentari e istituzioni finanziarie. La riunione ha adottato una dichiarazione politica e una serie di decisioni che rafforzano il processo intersessionale.

E’ ora la volta del terzo incontro, ed è proprio direttamente dal territorio americano che riporterò tutti gli aggiornamenti in diretta riguardo a ciò che accadrà alla conferenza generale e nei numerosi side events previsti durante tutta la settimana. In questa edizione sono stati depositati tutti i Working paper delle ONG accreditate; ciò significa che la società civile espone proposte su come integrare il Trattato, dando un contributo fondamentale alla rete internazionale che, vista la situazione geopolitica attuale, va crescendo sempre di più.

Nessuno vuole la guerra, escluso chi la attua. Si tratta di una minoranza ed è questo il momento in cui la società civile internazionale può fare concretamente la differenza.

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Greta Triassi

Gli Stati Uniti abbandonano la globalizzazione tanto promossa

Appena entrato in scena in veste di presidente, Donald Trump si è subito dato da fare per concretizzare la missione che si era autoassegnata, ovvero quella di sovvertire diversi aspetti dello status quo. In un vortice incessante di atti e dichiarazioni, non ha perso tempo a perseguitare ciò che non gli piaceva, andando anche contro corrente rispetto alle opinioni più in voga. Partendo dall’ambito sociale fino ad arrivare a quello “culturale”, la ricerca dell’effetto è il marchio di fabbrica di quest’uomo che, appartenente al mondo dello spettacolo e degli affari, a un certo punto ha deciso di virare verso la politica. Tralasciando il modo di fare del personaggio, c’è da dire che questa marcia indietro solleva importanti questioni rispetto alla congiuntura attuale e agli orientamenti futuri. Di particolare rilevanza appare il dossier economico, nel cuore del quale risiede il problema della globalizzazione.

La globalizzazione in affanno

Oggetto di culto, dogma indiscutibile da quarant’anni, oggi la globalizzazione non gode certo di ottima salute. I suoi difetti sono visibili a occhio nudo. Degli aspetti negativi si dibatte ormai apertamente e nel frattempo si cercano alternative. Una decisione, che solo qualche tempo fa sarebbe stata impensabile, talmente l’influenza dell’ideologia neoliberale era potente, quasi soffocante, mentre oggi l’idea della deglobalizzazione o de-mondializzazione non appare più un’eresia. Ormai, persino i dirigenti politici ed economici occidentali, da sempre paladini del neoliberalismo, la tollerano, pur mantenendola a una certa distanza. Non spargono ancora la voce, ma non la mettono nemmeno all’indice delle idee proibite. Non li abbiamo forse sentiti evocare la re-industrializzazione che va contro la delocalizzazione, la diversificazione, gli accordi regionali e il reshoring o il friendshoring, o un ripiegamento verso blocchi di partner ristretti e compatibili, che sarebbero anche alleati politici? In entrambi i casi, siamo di fronte al contrario della globalizzazione, fino a poco tempo fa tanto sbandierata. Si tratterebbe di un ritorno alla produzione nazionale, alla frammentazione dell’economia mondiale, agli ostacoli che si frappongono ai flussi commerciali internazionali e allo sgretolamento dell’ordine neoliberale che tutta la politica occidentale a partire dal 1945, e poi nuovamente dal 1980, era concepita per far cadere.

La classe dirigente mondiale, le élite internazionali, i partecipanti ai forum di Davos, sono lontani dal rinunciare alla globalizzazione. Continuano ad esserne i cantori e non nascondono la loro disapprovazione nei riguardi di Trump, delle sue buffonate e dei colpi inferti contro la globalizzazione. Ma, al di fuori di questi ambienti, il dubbio serpeggia e la deglobalizzazione non è più un’ipotesi da cancellare con un colpo di spugna.

Le cause della disaffezione

I lavoratori dei Paesi che subivano la deindustrializzazione avevano capito che erano loro a dover pagare il prezzo di questa globalizzazione neoliberale: rafforzamento della divisione internazionale del lavoro, “esternalizzazione” della produzione, abolizione di lavori relativamente stabili, disoccupazione, precarizzazione, minaccia degli stili di vita, abbassamento dei salari, indebitamento per compensare i guadagni persi e provvedere ai bisogni primari. Le aree industriali, polmoni delle economie di tutto il mondo, diventavano aree sinistrate.

L’euforia regnava nei centri d’affari, nei governi e tra i teorici del neoliberalismo. Poi, un fulmine a ciel sereno screditò la globalizzazione e indebolì l’economia mondiale: la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers del 2008. Il mondo era a un soffio da una depressione molto simile per gravità a quella degli anni Trenta. A causa delle interconnessioni tra i vari Paesi, dell’apertura degli istituti finanziari (banche, borse e compagnie assicurative), della deregolamentazione della finanza (che portava a mille e un derivato) e del ritiro degli Stati voluti dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, nata negli Stati Uniti, ha avuto in realtà ripercussioni in tutto il mondo.

A quel punto, i danni della globalizzazione e i pericoli che provocava alle economie e alle società apparvero chiari. Le promesse di prosperità divennero imminente rischio di povertà. Se da un lato il peggio è stato scongiurato, e solo per un pelo, dall’altro la globalizzazione neoliberale e l’ideologia alla base della stessa sono andate via via perdendo il proprio lustro. Milioni di famiglie e cittadini delle classi meno abbienti, oltre che tanti piccoli imprenditori, si sono impoveriti o in alcuni casi hanno addirittura perso tutto. La rabbia montò negli Stati Uniti.

È questo il sentimento che Trump ha intercettato e ha cercato di canalizzare durante tutta la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Trump parlava di un rifiuto della globalizzazione, quando ancora nessuno ne aveva fatto cenno negli ambienti ufficiali. Nel 2025, la linea è la stessa: riportare le aziende e i posti di lavoro negli Stati Uniti, proteggere la produzione americana contro la concorrenza straniera, rendere l’economia nazionale meno dipendente dall’estero. In questo non era riuscito durante il mandato 2017-2020 e non sappiamo se ci riuscirà in quello 2025-2028.

Alcuni attribuiscono alla pandemia da COVID-19 la messa in discussione della globalizzazione. L’urgenza di disporre di vaccini e mascherine ha fatto emergere le difficoltà logistiche dell’approvvigionamento (di valore) lontani, da qui il progetto di una sovranità sanitaria. Altri sostengono che il conflitto in Ucraina e più ancora le “sanzioni” contro la Russia abbiano frammentato l’economia mondiale e posto l’accento sui fattori di sicurezza, in particolare l’importanza di non dipendere dalle importazioni per i bisogni energetici primari. Si tratta certamente di ragioni valide, ma bisogna anche considerare le ragioni geoeconomiche e geopolitiche.

Una globalizzazione neoliberale che delude i suoi stessi fondatori

Il modello della globalizzazione neoliberale asimmetrico si sta sgretolando. Questo modello prevedeva una struttura verticale e gerarchica: gli Stati Uniti in cima, alcuni Paesi sviluppati nel mezzo e una maggioranza costituita da Paesi produttori alla base. Con il dollaro americano, che diventa, de facto, valuta di riserva internazionale, gli Stati Uniti potevano dettare legge in tutto il mondo e accrescere la propria ricchezza a costi bassi o vicini allo zero. È il modello dell’imperialismo contemporaneo.

Tale struttura non è stabile, dal momento che è stata rimessa in discussione dallo sviluppo economico mondiale. La prova lampante è l’emergenza folgorante della Cina, che doveva rimanere un subappaltatore delle aziende straniere e che invece è riuscita a conservare la propria indipendenza, a svilupparsi in quanto economia nazionale e a far uscire dalla povertà centinaia di milioni di cinesi. La Cina non solo ha superato il sottosviluppo ereditato nell’epoca coloniale e nel “secolo dell’umiliazione”, ma in tempi record è diventata un Paese sviluppato, all’avanguardia nel settore dell’alta tecnologia. Un risultato che gli Stati Uniti non avevano previsto né auspicato. La Repubblica Popolare Cinese è riuscita a sfuggire al controllo americano e ad approfittare di una globalizzazione, che era nata per favorire gli Stati Uniti e che doveva relegarla a un ruolo subalterno. Il colosso asiatico è attualmente la prima economia mondiale a parità di potere d’acquisto (23.000 miliardi di dollari US), è una concorrente degli Stati Uniti (20.000 miliardi) e un ostacolo al loro dominio mondiale.

I successi cinesi, registrati nell’ambito stesso della globalizzazione neoliberale, inducono gli Stati Uniti a rimettere in discussione la Cina attraverso politiche di deglobalizzazione. Essi tendono, quindi, a sventrare una creazione, di cui hanno goduto, ma che ha portato benefici non solo a loro. Per questo motivo, i discorsi a difesa della globalizzazione e del libero scambio vengono scartati quando non coincidono più con gli interessi dei promotori. È bizzarro sottolineare che ormai è la Cina a incarnare il ruolo di difensore della libertà degli scambi e della globalizzazione, sostegni essenziali di questo Paese esportatore.

Deglobalizzazione o riglobalizzazione?

Se gli Stati Uniti, dal canto loro, mettono a repentaglio la globalizzazione per ritrovare il proprio potere, è lecito chiedersi da cosa questa verrà sostituita. I blocchi economici sono una formula evidente, ma transitoria. La produzione è oggi di livello mondiale (giacimenti di materie prime, portata dei mercati, dimensione delle aziende, economia di scala); i blocchi sono troppo piccoli. Attraverseremo una fase di destrutturazione dell’economia mondiale, durante la quale gli attori ridefiniranno il proprio ruolo e i propri rapporti, prima che una nuova globalizzazione prenda forma. Per trovare un precedente, bisogna tornare al periodo tra le due guerre, tra la globalizzazione prima del 1914 e quella dopo il 1945. Questo periodo di rimaneggiamento e di riorganizzazione corrisponde anche alla riconfigurazione geopolitica del mondo e il suo passaggio dall’unipolarità alla multipolarità. Questi processi sono paralleli e conflittuali.

La globalizzazione liberale è sempre stata gerarchica. La Gran Bretagna era considerata l’«atelier del mondo» nel XIX secolo. Gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale a partire dal 1945, e ancora di più con la globalizzazione neoliberale nata nel 1980. La globalizzazione neoliberale americanocentrica, ovvero la forma attuale dell’imperialismo, non si è ancora estinta e gli Stati Uniti hanno ingaggiato un conflitto mondiale contro la Cina e la Russia per poter continuare con essa. Ma abbiamo ragione di credere che questo tentativo risulterà vano e che l’egemonia statunitense volge al termine. La de-dollarizzazione è un fatto ineluttabile e il dollaro potrà essere rimpiazzato da un’unità di valore basata sulle divise nazionali, come quella prevista in seno al BRICS. La globalizzazione del futuro sarà dunque orizzontale, multilaterale e, eventualmente, non fondata sul liberalismo economico in un ordine mondiale multipolare? Solo il tempo ce lo dirà.

Traduzione dal francese di Ada De Micheli. Revisione di Maria Sartori.

Samir Saul - Michel Seymour

La volpe, l’uva e il debito pubblico

Ogni mese la Banca d’Italia pubblica un report statistico intitolato “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”. Nel numero di febbraio 2025 si possono leggere i dati del 2024 e si possono confrontare con gli anni precedenti. Il risultato è allarmante, perché il debito netto delle pubbliche amministrazioni negli ultimi tre anni è aumentato di 83 miliardi di euro nel 2022, 104 miliardi di euro nel 2023 e 110 miliardi di euro nel 2024.

È interessante notare come il debito pubblico sia quasi totalmente relativo alle amministrazioni centrali (per oltre il 97% del totale), mentre le amministrazioni locali (regioni, province, città metropolitane, comuni) abbiano un debito ridotto (meno del 3% del totale). Inoltre, mentre il debito dello Stato aumenta, quello degli enti locali diminuisce: nel 2022 era di 88 miliardi di euro, nel 2023 era sceso a 85 miliardi e nel 2024 è calato a 82 miliardi di euro.

I rappresentanti dell’attuale governo di solito cercano di evitare di confrontarsi con i dati reali del debito pubblico, poiché sono visti come un intralcio alla narrazione sulle magnifiche sorti dello “stivale”, che camminerebbe spedito verso la crescita. Quando sono costretti a non ignorare il problema, le risposte dei principali leader politici prendono due strade divergenti. Alcuni cercano di rassicurare, sostenendo che comunque il debito è sotto controllo e in realtà non costituisce un vero problema per i cittadini. Altri danno la colpa dell’aumento del debito ai governi precedenti, che avrebbero lasciato dei buchi nel bilancio pubblico.

Viene alla mente una famosa favola di Esopo: «Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».

Resta il fatto che dopo due anni e mezzo di politiche economiche e fiscali del governo attuale, il debito pubblico continua inesorabilmente ad aumentare sia in valore assoluto sia in relazione al Prodotto Interno Lordo. L’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che «il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo (PIL) è a fine 2024 del 136,3% (contro il previsto 135,8%) e, a fine 2025, del 138,4% (contro il previsto 136,9%), 34 miliardi e 1,5 punti percentuali in più del previsto. Queste variazioni non sono irrilevanti rispetto agli obiettivi di finanza pubblica».

Se alziamo lo sguardo oltre i confini del Paese, la visione non migliora. Infatti, tra i Paesi europei soltanto la Grecia ha un rapporto più elevato tra debito/PIL ed è comunque considerata una nazione più affidabile per la restituzione del debito, dato che ha tassi di interesse inferiori a quelli applicati al debito italiano.

Un governo responsabile di fronte a questi dati dovrebbe essere molto preoccupato per le sorti del Paese e dovrebbe indicare una strategia concreta per invertire la tendenza. Chi l’ha vista?

Rocco Artifoni